Intervista a Franco Frattini a In Blu Radio - In Venezuela Maduro farà brogli. Papa negli Emirati Arabi ha stupito il mondo

Frattini a InBlu Radio: “Maduro farà brogli. Papa in Emirati Arabi ha stupito il mondo” 
L’ex ministro degli Esteri a InBlu Radio: “Comunità italiana verrà accusata di essere amica dell’ex dittatore. Tanti italiani avranno problemi lavorativi” 


Intervista di Chiara Placenti: 

Roma 5 febbraio 2019. “Non ci può essere Maduro a guidare il percorso verso le elezioni. Maduro farà brogli e imbrogli”. Lo ha detto il presidente della Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale, due volte ministro degli Esteri, ex Commissario europeo, Franco Frattini, in un’intervista a InBlu Radio, il network delle radio cattoliche della Cei in merito alla situazione del Venezuela e la posizione del governo italiano. 

“Maduro – ha aggiunto Frattini – lo conosco bene, era mio collega ministro degli Esteri. Mi ha ricevuto tante volte quando c’era Chavez. Quando andavo a Caracas incontravo alla scaletta dell’aereo Maduro che mi veniva ad accogliere perché Chavez gli diceva ‘gli italiani sono nostri fratelli’. Sono quelle tipiche persone che quando prendono il potere, non essendo un leader come Chavez, usano la repressione non avendo autorevolezza. Purtroppo l’Italia avrebbe dovuto dire fin dal primo giorno ‘Maduro se ne vada e il Parlamento trovi un presidente ad interim’ perché a vincere deve essere la democrazia. Guidò dovrà vincere con il volere del popolo”. 

“Sono molto dispiaciuto – ha sottolineato Frattini – per questa posizione italiana. La politica italiana è una politica che deve guardare all’interesse che noi abbiamo in quelle aree del mondo in cui la nostra presenza è storica, radicata e consolidata. La comunità italiana è la più grande comunità non locale che sta in Venezuela. Ci sono milioni di italiani che hanno il doppio passaporto che vivono e lavorano in Venezuela. È chiaro che per questa comunità italiana chiunque verrà dopo Maduro sarà contro Maduro. Se il governo italiano si prende il ringraziamento pubblico dal dittatore, chiunque verrà dopo Maduro considererà la comunità italiana come dei paria cioè gli amici dell’ex dittatore”.

“Quando accadono queste cose – ha concluso Frattini – chi ci rimette è chi ha fatto degli investimenti nel Paese. Non dico che si sarebbe dovuto proclamare Guaidò presidente del Venezuela ma si sarebbe dovuto dire subito a Maduro di andarsene e si sarebbe dovuto dire di formare immediatamente un governo nazionale in cui il Parlamento doveva individuare un presidente ad interim che avrebbe dovuto guidare le elezioni”. 

Papa, Frattini: “Ha stupito il mondo. Emirati Arabi non sono off-limits per i cristiani” 
L’ex ministro degli Esteri a InBlu Radio: “Paese caratterizzato da dialogo interreligioso. Imam educati a tolleranza e non a prediche che incitano alla violenza” 

Roma 5 febbraio 2019. “Con questa mossa il Santo Padre ha stupito il mondo. Francesco ha scelto un Paese nel cuore del Golfo Persico che come noto è attraversato da enormi tensioni”. Lo ha detto il presidente della Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale, due volte ministro degli Esteri, ex Commissario europeo, Franco Frattini, in un’intervista a InBlu Radio, il network delle radio cattoliche della Cei. “Il Papa infatti – ha aggiunto Frattini – ha ricordato la tragedia dello Yemen che si svolge proprio a pochi chilometri dagli Emirati Arabi. Ha scelto un Paese che da sempre ha fatto dell’educazione al dialogo interreligioso una sua caratteristica”. “Il Papa – ha proseguito Frattini – ha fatto la scelta giusta. Gli Imam sono educati ad un dialogo di tolleranza, comprensione reciproca e mai a prediche di incitazione alla violenza. Un Paese che è stato ben scelto e non a caso il Grande Imam di Al Azhar che è il personaggio di più grande influenza nel mondo islamico-sunnita è andato lì proprio per incontrare il Papa. Con questo viaggio il Papa Francesco ha voluto dire che quella parte del mondo non è offl-imits per i cristiani”.

6.2.19 | Posted in , , , , , , , , , , , , , , | Continua »

Conferenza Internazionale: Insieme nella testimonianza fino al martirio Cattolici e Ortodossi e le sfide del XXI secolo

Insieme nella testimonianza fino al martirio
Cattolici e Ortodossi e le sfide del XXI secolo 
24 maggio 2017 – ore 9,30 presso la Pontificia Accademia di Scienze Sociali Casina Pio IV 
– Città del Vaticano 

Programma 
Ore 9,30 – Saluti
S.E. Rev.ma Marcelo Sánchez Sorondo – Cancelliere Pontificia Accademia di Scienze Sociali 
P. Bernard Ardura – Presidente Pontificio Comitato di Scienze Storiche 
Cosimo M. Ferri– Sottosegretario di Stato - Ministero della Giustizia 

Ore 10,00 – I Sessione 
S.Em. Rev.ma Kurt Koch – Presidente Pont. Cons. per la Promozione dell’Unità dei Cristiani Aleksandr A. Avdeev – Ambasciatore della Federazione Russa presso la Santa Sede Natalija 
A. Naročnizkaja – Presidente Istituto della democrazia e della cooperazione 


Pausa 

S.E. Rev.ma Josif Tobij – Arcivescovo di Aleppo 
Michajl E. Švydkoj – Delegato del Presidente della Federazione Russa per la cooperazione culturale internazionale 
John Laughland – Direttore Istituto della democrazia e della cooperazione 

Ore 12,30 – Dibattito 

Ore 14,30 – II Sessione 
Franco Frattini – Presidente Istituto di Studi Eurasiatici 
Amvrosij Matsegora – Rettore chiesa S. Caterina d’Alessandria (Patriarcato di Mosca) 
Ralph Weimann – Professore Pontificia Università San Tommaso d’Aquino 
Vladimir V. Grigor’ev – Vicedirettore Rospechat 
Markus Graulich – Sottosegretario Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi 

Ore 15,45 – Dibattito 
Conclusioni 
S.Em. Rev.ma Gerhard Müller – Prefetto Congregazione per la Dottrina della Fede 

Modera Andrea Giannotti - Direttore Istituto di Studi Eurasiatici

25.5.17 | Posted in , , , , , , , , , | Continua »

Shahbaz, la voce della giustizia . Presentazione libro di Paul Bhatti

Shahbaz, la voce della giustizia . Presentazione libro di Paul Bhatti 
9 maggio 2017 h 17.30 - Istituto Luigi Sturzo



"Oggi presentiamo un libro su Shahbaz Bhatti, Ministro Pakistano e martire per la fede cristiana, ucciso dai terroristi. Eravamo amici." 
Franco Frattini







Shahbaz, la voce della giustizia . È il libro di Paul Bhatti sul fratello Shahbaz, il politico e ministro cattolico ucciso dagli estremisti islamici nel marzo del 2011, a Islamabad, per la sua azione in difesa delle minoranze religiose pakistane. Il libro verrà presentato oggi alle 17.30 all'Istituto Luigi Sturzo (via delle Coppelle 35, Roma). Oltre all'autore, interverranno dopo i saluti di Franco Frattini e l'introduzione di Angelo Chiorazzo il custode del Sacro Convento di Assisi padre Mauro Gambetti, il presidente della Comunità di Sant'Egidio Marco Impagliazzo, Gianni Letta, il presidente della Rai Monica Maggioni e il direttore di Avvenire Marco Tarquinio. Sarà presente l’autore Paul Bhatti, fratello di Shabaz, il quale, con questo libro, ci fa conoscere la vita familiare e il percorso umano di questa grande figura di politico cattolico. Un uomo che ha sempre cercato ciò che unisce e non ciò che divide, avendo a cuore la sorte dei più poveri, dei più deboli, degli ultimi, come ha scritto il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato della Santa Sede, nella sua introduzione al libro. (Avvenire)

9.5.17 | Posted in , , , , , , , , | Continua »

Frattini: non facciamo in Libia l'errore della Somalia


Intervista per Il Sussidiario

E' una corsa contro il tempo: il terrorismo di matrice islamica fondamentalista si sta allargando nel mondo come una chiazza d'olio che nessuno riesce più a controllare. La strage di studenti cristiani in Keya ha messo davanti a tutti l'impotenza dell'occidente a fronteggiare una situazione ormai sfuggita di mano. In una intervista al Corriere, il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha detto chiaramente che l'opzione militare è possibile: "Oggi nei confronti dei gruppi terroristi non possiamo escludere interventi militari ad esempio in Nigeria e Libia" ha detto. L'Italia, ha ricordato, è già dentro quest'ottica visto che fa parte della coalizione militare anti-Isis e il Parlamento ha già dato l'ok a interventi di questo tipo. Che cosa questo possa significare e se davvero siamo a questo punto, il sussidiario.net lo ha chiesto a Franco Frattini, ex ministro degli Esteri del governo Berlusconi.

Tutti - da Renzi a Gentiloni - dicono che già si sta agendo contro le persecuzioni dei cristiani ma non abbastanza. Lei cosa ne pensa? E' vero o no?
In realtà non si sta facendo nulla. Le nostre azioni per tutelare i cristiani nel mondo iniziano nel lontano 2008 quando da ministro degli Esteri proposi di creare in tutte le ambasciate dell'Unione europea dei paesi a rischio un monitoraggio costante per verificare cosa i governi fanno davvero per proteggere i cristiani.

E cosa è successo?
E' successo che si è tradotta in una decisione del ministro degli Esteri ma non si è fatto nessun monitoraggio. Se lo avessimo fatto avremmo scoperto che in Kenya la polizia è arrivata sette ore dopo l'attacco terroristico, o che in Nigeria quando Boko Haram fa esplodere una chiesa la polizia si volta dall'altra parte. La cosa più difficile è attuare gli impegni. L'Europa è caduta sull'attuazione di impegni che avevamo preso. 

Adesso è troppo tardi?
Mi chiedo che cosa stiano facendo gli ambasciatori di questi paesi presso l'Unione europea, invece di riportare sulle situazioni. Piuttosto che dire prendiamo altri impegni, io comincerei ad attuare gli impegni già presi.

Gentiloni ha elencato i fronti aperti dell'Italia dicendo che da parte nostra l'opzione militare è già realtà. Che cosa ne pensa?
Sono d'accordo con Gentiloni quando dice così. Il terrorismo islamista vuole deliberatamente distruggere la civiltà occidentale, ci chiamano infedeli da uccidere senza nessun riguardo. L'opzione militare è l'unica che può permettere di sbaragliare queste forze del male. Persino il Vaticano e il Santo Padre dicono che se siamo attaccati ci dobbiamo difendere. Purtroppo oggi per il mondo la difesa non è il porgere l'altra guancia, ma impugnare le armi. 

Come valuta l'appello del papa di lunedì all'Angelus, l'invito alla comunità internazionale a non essere "inerte e muta"?
Ho sempre detto che nell'attuale panorama internazionale papa Francesco è l'unico leader veramente globale. E' un leader religioso ma i suoi messaggi sono i più forti di tutti. Quando il papa parla di martirio dei cristiani dà un messaggio altamente politico. Sono convinto che il papa è l'unico leader in grado di trasmettere messaggi globali spirituali con un impatto geo politico superiore a quello di qualunque altro leader del mondo.

Ma anche in quest'ultimo caso, quello keniano, l'Onu, pur invocato, ha taciuto. Perché?
La reazione tarda perché ancora si discute, non ci si mette d'accordo e nel frattempo le stragi continuano. Ci vuole una risoluzione Onu che dica con chiarezza che una missione anti terrorismo in Libia, ad esempio, si deve fare con l'uso delle armi.

Anche Gentiloni però, come molti altri, dice che le azioni militari talvolta ottengono l'effetto opposto. L'esempio è l'intervento americano in Iraq, che avrebbe dato la stura al terrorismo islamico.
Questa è la scusa che trovano oggi i terroristi, che tutto cioè deriva dall'intervento americano.

Invece?
Dire che una azione militare di tredici anni fa, che riguardava un governo sunnita quale quello di Saddam, sia stata l'origine di quanto vediamo oggi è totalmente errato.

Perché?
I jihadisti di oggi non hanno niente a che fare con le truppe di Saddam. L'errore semmai è stato un altro, quello di azzerare completamente l'amministrazione irachena, che era una amministrazione solida. Gli americani hanno pensato che tagliando in un colpo solo centinaia di migliaia di soldati iracheni si eliminasse il pericolo di un ritorno di quel regime. Ma questi soldati non erano amici di Saddam, erano professionisti stipendiati che si sono trovati senza stipendio e lavoro e molti di loro sono andati a ingrossare le fila dell'estremismo. 

Cambiando scenario: l'Italia sembrava in "prima linea" sulla Libia, poi tutto sembra rientrato, rallentato, sospeso. Cosa pensa della politica del governo?
Penso che sia giusto quello che ha fatto Renzi quando è andato in Russia a cercare un accordo affinché si arrivi a una risoluzione delle Nazioni Unite per una missione militare in Libia.

Che tipo di missione? 
Per prima cosa creare un governo quantomeno apparente di unità nazionale e secondariamente un'azione anti-terrorismo contro Isis che si deve fare per forza con le armi. O diamo le armi all'esercito libico riconosciuto internazionalmente o facciamo un'azione autorizzata dall'Onu. Non fare niente non è una opzione. 

Il nostro ruolo?
Ha fatto bene l'Italia a dire che questa azione si deve fare, ma oggi vedo troppe incertezze, c'è la posizione di molti Paesi ancora incerta. L'Italia dovrebbe mantenere la leadership di una missione in Libia. Noi siamo in prima linea, se si infiltrano terroristi tra i flussi migratori, arrivano a casa nostra. E' la sicurezza italiana che è in ballo. 

A proposito di Libia: lo scenario che vediamo oggi è cominciato nel 2011, quando lei era ministro degli Esteri. Oggi l'Italia è più debole o più forte di allora sullo scenario internazionale? E nel Mediterraneo in particolare?
L'Italia si è molto avvantaggiata e rafforzata data la sua posizione strategica di guida naturale di una missione in Libia. Ma bisogna farla. Se non si fa l'Italia si indebolisce. In diplomazia, come in fisica, se c'è uno spazio vuoto questo viene occupato da un altro corpo. 

Chi, ad esempio?
I francesi innanzitutto. L'Italia deve esercitare le sue potenzialità, cioè la leadership di una missione internazionale. Chiedere l'appoggio a Putin è stato un passo essenziale perché la Russia ha il diritto di veto, se dice di no non si farà mai alcuna missione.

Cambiamo ancora scenario: l'aviazione del Kenya ha bombardato le basi di al Shabaab. Queste iniziative unilaterali hanno qualche effetto militare o politico apprezzabile?
Abbiamo lasciato vent'anni fa la Somalia al suo destino e adesso lo facciamo con la Libia. Dopo venti anni la Somalia è nelle condizioni che sappiamo e rischiamo che la Libia diventi come la Somalia. E' il classico caso di un occidente che abbandona un paese in difficoltà.

Intanto il Kenya si è mosso da solo.
Il Kenya ha fatto bene, si è mosso perché ha avvertito l'inerzia della comunità internazionale.

8.4.15 | Posted in , , , , | Continua »

Papa Francesco: «Se il Corano è libro di pace, gli islamici lo dicano forte»




Il Pontefice di ritorno dalla Turchia, chiede «una condanna mondiale del terrorismo». 
«In Medio Oriente ci cacciano, non vogliono nulla di cristiano»
 
Dall’inviato del Corriere della sera, Gian Guido Vecchi

Il volo AZ 4001 è decollato da una decina di minuti, quando il Papa raggiunge i media sull’aereo che lo riporta a Roma. Sorridente e disteso, a dispetto dei tre giorni di viaggio in Turchia, saluta tutti, uno per uno, prima di rispondere alle domande dei giornalisti. A Istanbul ha incontrato il gran rabbino di Turchia, Isak Haleva, e un centinaio di giovani profughi da Siria, Iraq e Corno d’Africa. Ha condannato il «disumano e insensato attentato» alla moschea di Kano, in Nigeria, «peccato gravissimo contro Dio». 

E soprattutto ha firmato con Bartolomeo una «dichiarazione comune», rassicurando il Patriarca e tutti gli ortodossi: ristabilire la «piena comunione» tra i cattolici e gli altri cristiani «non significa né sottomissione l’uno all’altro né assorbimento». Ora spiega che l’«uniatismo è di un’altra epoca» e sorride: «Con l’ortodossia siamo in cammino, loro accettano il primato di Pietro ma dobbiamo trovare la forma, ispirarci al primo secolo. Arriverà il giorno in cui i teologi si metteranno d’accordo? Sono scettico. Ma non si può aspettare, dobbiamo pregare insieme, c’è l’ecumenismo spirituale e quello del sangue: quando ammazzano i cristiani non chiedono se sei cattolico o altro. Il sangue si mischia». 

Santità, Erdogan ha parlato di islamofobia, lei di cristianofobia. Cosa si può fare di più? «È vero che davanti a questi atti terroristici, in Medio Oriente e in Africa, c’è una reazione: “Se l’Islam è questo, mi arrabbio”. E tanti islamici, offesi, dicono: “Noi non siamo così, il Corano è un libro profetico di pace, questo non è l’Islam”. Io lo capisco, questo. E credo sinceramente che non si possa dire che tutti gli islamici sono terroristi, come non si può dire che tutti i cristiani sono fondamentalisti, perché anche noi ne abbiamo... Così io ho detto al presidente: sarebbe bello che tutti i leader islamici lo dicano chiaramente e condannino quegli atti. Perché aiuterà la maggior parte del popolo islamico, ascoltarlo dalla bocca dei suoi leader, religiosi, politici, accademici, intellettuali... Noi tutti abbiamo bisogno di una condanna mondiale. Gli islamici che hanno una identità dicano: noi non siamo questo, il Corano non è questo». 

E la cristianofobia? «Io non voglio usare parole addolcite. A noi cristiani ci cacciano via dal Medio Oriente. Lo abbiamo visto in Iraq, nella zona di Mosul, devono andarsene o pagare una tassa, e anche quello non serve. Altre volte ci cacciano in guanti bianchi. Ma sempre come volessero che non rimanga più niente di cristiano... Vede, in tema di fobie, dobbiamo sempre distinguere la proposta di una religione dall’uso concreto che di quella proposta fa un governo concreto. Io sono islamico, ebreo, cristiano, ma tu conduci il tuo Paese non come islamico, come ebreo, come cristiano. Tante volte si usa un nome ma la realtà è diversa». 

Che significato aveva la sua preghiera nella Moschea blu? «Io sono andato in Turchia come pellegrino, non da turista. Avevo un motivo religioso: condividere la festa di Sant’Andrea con Bartolomeo. Quando sono andato in moschea non potevo dire “adesso sono un turista”, sono un religioso e ho visto quella meraviglia, il Mufti che mi spiegava le cose con tanta mitezza, dove nel Corano di parlava di Maria e del Battista, e in quel momento ho sentito il bisogno di pregare: per la Turchia, per il Mufti, per me che ne ho bisogno, soprattutto per la pace: Signore, finiamola con le guerre. È stato un momento di preghiera sincera». 

Si è inchinato davanti al Patriarca: come affronterà le critiche dei conservatori a questi gesti di apertura? «Ci sono resistenze da parte ortodossa e nostra, in questi gruppi conservatori... Ma dobbiamo essere rispettosi con loro e non stancarci di spiegare e dialogare, senza insultare o sparlare. Tu non vuoi annullare una persona, è un figlio di Dio, se lui non vuole parlare io lo rispetto ma non sparlo: ci vuole mitezza e dialogo».      

Basta il dialogo interreligioso? «Il presidente degli Affari religiosi e la sua équipe mi hanno detto una cosa molto bella: “Adesso sembra che il dialogo interreligioso sia alla fine”. Occorre un salto di qualità, un dialogo tra persone religiose di diverse appartenenze: non si parla di teologia ma di esperienza religiosa». 

L’anno prossimo sarà l’anniversario di Hiroshima, restano tante armi nucleari... «L’umanità non ha imparato. È una mia opinione personale, ma sono convinto che noi stiamo vivendo una terza guerra mondiale a pezzi. Dietro ci sono inimicizie, problemi politici ed economici, per salvare questo sistema dove al centro è il dio denaro. E poi problemi commerciali, il traffico di armi è terribile. Penso a quando l’anno scorso si diceva che la Siria avesse armi chimiche. Io credo che la Siria non fosse in grado di farle, chi gliele ha vendute? Forse alcuni di quelli che la accusavano di averne? C’è tanto mistero... Dio ci ha dato la creazione perché della incultura primordiale facessimo una cultura. L’energia nucleare può servire a tante cose, ma l’uomo la usa per distruggere il creato e l’umanità: non voglio parlare di fine del mondo, di una seconda forma di incultura “terminale”. Poi bisognerà ricominciare da capo».

2.12.14 | Posted in , , | Continua »

Cristiani arsi vivi in Pakistan: "Codardi contro innocenti. Ma governi ed Europa tacciono"


Ci sono posti nel mondo dove la persecuzione delle minoranze religiose è diventata ormai un passatempo. Luoghi in cui si fatica a vedere un impegno concreto dei governi per sradicare l’intolleranza e allo stesso tempo punire severamente chi la pratica. Ma ci sono anche luoghi nati ed edificati sul rispetto della diversità: l’Europa ad esempio. Dove il vessillo delle libertà fondamentali sventola orgoglioso sui palazzi delle istituzioni europee, mentre si ammaina sui tavoli che decidono e a cui spetterebbe un immediato intervento nelle parole e soprattutto nei fatti. 

Il Pakistan, la Nigeria, l’Iraq, la Siria da un lato, e l’Europa dall’altro. Da una parte Stati in cui con una consuetudine quasi rituale alcune comunità partecipano a gesti di violenza inaudita contro le comunità cristiane – da ultimo il caso di una coppia di cristiani pachistani bruciati vivi perché accusati di blasfemia. Dall’altra le istituzioni europee che possiedono competenze molto chiare sui principi di rispetto e tolleranza delle minoranze, ma che faticano a schierarsi in maniera netta contro queste vere e proprie azioni che negano i valori della civiltà umana, e ancor meno sono orientate – nei casi più gravi verificatisi – ad interrompere il dialogo con alcuni Paesi partner, o ad inserire forti condizioni per l’ulteriore collaborazione.

A tacere sono anche i leader musulmani e le autorità di Kot Radha Kishan, una città a 60 chilometri da Lahore, dove sono stati arsi i due cristiani e dove in quel non lontano 2 marzo del 2011 addirittura un membro di governo, l’allora ministro per le minoranze religiose, l’indimenticabile Shahbaz Bhatti, pagò con la propria vita il fatto di professare in una religione “diversa” da quella della maggioranza. 

Troppo sangue e poche reazioni. Il martirio continua: codardi contro innocenti. E nell’assordante silenzio di tutti coloro che dovrebbero esporsi è già ripartita la clessidra che presto segnerà una nuova vittima.


5.11.14 | Posted in , , , , , , | Continua »

Non possiamo restare a guardare. L`Italia mandi i suoi aerei in Iraq sotto egida ONU


Secondo Frattini serve una missione sotto l`egida dell`Onu per fermare l`avanzata dell`Isis: è vergognoso aspettare che ci pensino sempre gli Usa 


«In Iraq siamo di fronte a un genocidio che non può essere stroncato con i soli bombardamenti, mirati, americani. Occorre liberare i corridoi di fuga per i profughi e bloccare i punti di ingresso per i terroristi dell`Isis. Ma il fronte occidentale non si deve limitare a Washington: anche l`Italia sia della partita». 

Per Franco Frattini, ex ministro degli Esteri nei governi Berlusconi, di fronte all`avanzata dell`estremismo jihadista in Iraq si è già perso troppo tempo: «Tutti sono bravi a riempirsi la bocca con l`invio degli aiuti umanitari, ma se gli aiuti cadono in un territorio occupato dai terroristi, finiscono nelle loro mani». 

Da qui l`invito dell`ex capo della Farnesina a dar vita nel più breve tempo possibile ad una «coalizione» che da un lato blocchi l`avanzata dell`Isis e dall`altro aiuti i peshmerga curdi, «con la fornitura di armi, a riconquistare il loro territorio. Dobbiamo spegnere l`incendio». 

L`attuale ministro degli Esteri, Federica Mogherini, ha escluso l`intervento militare italiano, ma ha aperto la porta al sostegno dei curdi. 
«Condivido l`apertura sull`aiuto ai curdi. Tuttavia, se ci fosse una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell`Onu che autorizzasse, con la condivisione dell`Unione europea, l`impiego di tutti i mezzi necessari per un intervento di natura umanitaria per liberare le vie di fuga per i profughi e bloccare l`avanzata dei terroristi, per l`Italia sarebbe difficile sottrarsi. Anzi, fermo restando il via libera del Consiglio supremo di difesa, io auspicherei che il nostro Paese fosse della partita con i propri aerei. Sarebbe vergognoso, ancora una volta, limitarsi a chiamare Washington quando c`è da premere il bottone». 

In Iraq, il premier Al Maliki è nella bufera. 
«Infatti la precondizione per la formazione di una coalizione internazionale in grado di portare avanti una strategia condivisa è la formazione di un governo iracheno degno di essere aiutato. Un esecutivo forte, di grande coalizione nazionale. Solo in questo modo i Paesi che finora, nella migliore delle ipotesi, sono rimasti a guardare, l`Iran, la Turchia e gli Stati sunniti del Golfo, potrebbero impegnarsi. Serve un`intesa politica per un Iraq forte, che non soffochi, ad esempio, la minoranza sunnita né quella curda». 

Una coalizione internazionale. Per fare cosa? 
«Per fermare l`incendio, ma senza tornare con i piedi sul territorio iracheno». 

I bombardamenti, da soli, potrebbero non bastare. 
«I peshmerga curdi vanno aiutati. Sono combattenti straordinari, ma da soli non ce la possono fare a riconquistare il territorio perduto e a impedire che l`Isis conquisti altro spazio: i terroristi non si fermeranno, dopo Mosul attaccheranno anche Erbil. Ormai sono a 50 chilometri». 

A che aiuti pensa? 
«A un intervento grazie al quale una coalizione regionale fornisca armi ai peshmerga. Se aiutate e rifornite, le milizie curde sono in grado di riprendersi Mosul e il Kurdistan, precondizione per fermare il genocidio di yazidi e cristiani e per riprendere il controllo del nord-ovest dell`Iraq. Occorre bilanciare il finanziamento, diretto e indiretto, dell`Isis con armi e denaro da parte delle potenze sunnite». 

In questo quadro l`Occidente che ruolo avrebbe? 
«Quando il presidente francese Hollande afferma di essere pronto a schierarsi con gli Usa, non penso che si riferisca solo a qualche elicottero che scarichi aiuti umanitari. Lo stesso vale per il premier Cameron quando dice che bisogna fermare l`Isis. Il terrorismo jihadista si ferma bombardando. Migliaia di disperati bloccati sulle montagne sono stati liberati perché i bombardamenti americani hanno aperto una via di fuga. Ma questa capacità non ce l`hanno solo gli americani, ce l`hanno anche i francesi, gli inglesi e gli italiani». 

Da ex ministro degli Esteri, auspica un coni volgimento italiano? 
«Premesso che, nella cornice di una copertura europea e internazionale spetterebbe al governo decidere come comportarsi, credo che sarebbe difficile sottrarsi ad una missione militare per aprire le vie di fughe a sostegno dei profughi». 

Come giudica, finora, il comportamento di Onu e Ue? 
«L`unica voce che avrebbe do voto parlare, quella delle Nazioni Unite, tace. L`Onu non è un`autorità spirituale, è in grado di autorizzare l`uso della forza per proteggere le vite umane attraverso una risoluzione che dia il via libera alla liberazione delle vie di fuga e all`attacco di chi si sta macchiando di atrocità. Una pronuncia di questo tipo legittimerebbe sia la fornitura di armi ai peshmerga, sia le operazioni aeree degli Usa e dei suoi potenziali alleati. 

E l`Ue, premio Nobel per inglese - la pace 2012? 
«Manca totalmente di una posizione unitaria. Se l`Ue fosse un attore politico, offrirebbe agli Stati membri un ombrello sotto il quale ciascuno valuterebbe, secondo le proprie possibilità, come intervenire in Iraq». 





12.8.14 | Posted in , , , , , , , , | Continua »

Basta lacrime di coccodrillo. L'Europa decida anziché star sempre su due binari


Anche Franco Frattini si unisce all’appello di Formiche
L'iniziativa di Paolo Messa: ora una coalizione contro il terrore

E’ da anni che si cade nello stesso errore. Quello di credere che esistano conflitti di serie A e di serie B. Laddove i primi raccolgono immediato interesse e – quando necessario – anche reazione della comunità internazionale. Mentre i secondi, ritenuti minori, si fermano alla raccolta di un appello di solidarietà. Tante belle parole a mezzo comunicato stampa e tanto inchiostro sulle piccole e grandi testate. Ma mai un’azione concreta volta a tappare falle e disastri di una politica estera – soprattutto europea – a cui questa ripartizione dei conflitti sembra piacere così tanto.

Altrimenti come altro si potrebbe spiegare l’assordante silenzio di Bruxelles sulla perpetua persecuzione che minaccia di estinguere tutte le minoranze religiose nel mondo. Da ultimo in Iraq dove è in corso un atroce massacro. E potremmo essere solo all’inizio. Centinaia di Yazidi - l’ultima delle minoranze etniche finite nel tritacarne dei jihadisti - vengono uccisi durante l’offensiva dei miliziani dello Stato islamico nel Nord del Paese.

I numeri dell’intolleranza religiosa fanno rabbrividire anche per i cristiani: 200 milioni quelli minacciati e costretti a vivere in molti posti del mondo in condizioni di vulnerabilità. 

Chi oggi piange lacrime di coccodrillo rifletta. Prima ancora di guardare agli errori del passato o alle colpe di cui si sono macchiati i nostri predecessori, sarebbe bene prendere atto del fallimento di questa politica estera europea. Troppo pavida, e che una volta per tutte dovrebbe trovare il coraggio di decidere anziché stare su due binari.

Tra i 28 Paesi dell’Unione Europea fatico a credere che vi siano governi indifferenti alla sofferenza umana. Mi sembra che da Stoccolma ad Atene, da Lisbona a Sofia i diritti della persona sventolino fieri sui palazzi di tutti i governi del Continente. Così come mi rifiuto di credere che quella famosa scelta laicista riconosciuta dal Trattato serva a giustificare uno scarico di responsabilità verso il problema della libertà di fede. Perché a mio giudizio, laicità vuol dire libertà, e quindi impegno indistinto per i diritti di tutte le comunità e minoranze soppresse. 

Da tempo Papa Francesco chiede al mondo intero di proteggere le minoranze nel mondo. Poi, di fronte all’escalation di violenze, qualche giorno fa, primi tra tutti, sono stati ancora una volta gli americani ad agire, decidendo di inviare i bombardieri in Iraq. E noi? Silenzio. Di più: balbettiamo sugli aiuti umanitari e pensiamo di avere la coscienza a posto. 

E’ ora di dire basta! Dall'Iran agli USA, dalla Russia all'Europa è il momento dire forte che chi fa stragi in nome dell'Islam bestemmia il Profeta e va fermato! Ecco perché così come ho sempre sostenuto tutte le battaglie per la libertà religiosa durante i miei mandati come ministro degli Esteri e Vicepresidente della Commissione Europea, così oggi come presidente della SIOI sostengo l’ammirevole iniziativa lanciata da “Formiche” e dal suo fondatore Paolo Messa, affinché si formi al più presto una coalizione internazionale contro il più recente dei genocidi: quello scatenato dall’Isis in Iraq e in tutto il Medio Oriente.

Il più recente, ma certo non l’ultimo. Almeno finchè l’agenda di Bruxelles non deciderà di rendere onore a quel prestigioso Nobel per la pace ricevuto nel 2012, ma di cui ad oggi, oltre ad un Attestato incorniciato si fatica a vedere un impegno concreto.

Presidente SIOI

10.8.14 | Posted in , , , , , , , , , , | Continua »

Guai a considerarle guerre minori

Strage di cristiani: serve una coalizione internazionale contro i terroristi del califfato globale islamista 


Ci sono guerre che combattiamo tutti i giorni e altre che non fanno rumore. Annegano nel silenzio. Senza che mai nessuno sia riuscito ad aprire una piccola breccia in quel muro dell’indifferenza così tenacemente edificato contro i cristiani. E’ un’indifferenza che uccide, ma per molti, purtroppo, resta una guerra minore.

Troppe domeniche di sangue trascorse ad osservare senza mai agire. Troppi appelli e nessuna battaglia. Il mondo resta distratto ed insofferente. Cieco e muto. Compresa questa nostra Europa che tanto ama definirsi paladina dei diritti umani e della pace – per cui ha ricevuto anche un Nobel – ma che di concreto nulla fa di fronte ad un genocidio che è forse il più infame della storia. Perché è un attacco alle fondamenta della civiltà umana e dei suoi diritti.

Oggi l’Iraq. Ma i morti delle stragi di cristiani si contano un po’ ovunque: in Nigeria, Pakistan, Siria, Egitto. Sono davvero troppi i Paesi del mondo in cui professare una fede vuol dire mettere a rischio la propria vita e condannarsi ad essere considerati “figli di un Dio minore”.

Che amarezza veder cadere nel vuoto anche le parole di appello del Santo Padre o la voce di molti vescovi europei. L’indifferenza è la peggiore offesa: ci fa perdere una delle caratteristiche essenziali che ci distingue come uomini. Ossia la facoltà di poterci indignare dinanzi a delle atrocità ed il conseguente impegno ad agire in difesa dei nostri simili.

E come sempre, o quasi, attendiamo, noi europei, pavidi e divisi, che i raid americani (chi parla più della difesa europea?) cerchino con le bombe di fermare quel "califfato globale" in cui tutti, senza eccezioni, saremmo destinati allo sterminio o ai mercati degli schiavi, come in questi giorni accade alle disperate donne irachene rapite, stuprate e poi vendute al mercato!

Ecco perché curdi e occidentali, iraniani e americani, tutti insieme bisognerebbe pensare ad una coalizione internazionale contro un terrorismo della violenza che se fino a ieri avevamo visto soltanto in televisione, molto presto potrebbe riguardarci anche da molto vicino. Perché se nulla facciamo siamo già ad un passo dalla prossima strage.

8.8.14 | Posted in , , , , , , , , | Continua »

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