AIUTIAMO LA GRECIA PER AIUTARE NOI STESSI
L'ITALIA NEL MEDITERRANEO TRA EUROPA E MONDO ARABO
In un mondo sempre
più globalizzato ed in rapida evoluzione, i nuovi scenari nel
mediterraneo. Tra Europa e mondo arabo quale può essere il ruolo dell'Italia?
Ne abbiamo parlato con l'On. Franco Frattini. "Ci vuole più Europa". È
il momento della responsabilità.
Innanzitutto la situazione in Grecia. Il prossimo 17 giugno si
terranno le nuove elezioni in un panorama particolarmente incerto. Si parla,
considerandola a questo punto possibile, dell'uscita di Atene dall'Europa.
Eppure questa soluzione potrebbe rappresentare una sconfitta per l'intero progetto
europeo, aprendo la porta a scenari non semplici da prevedere.
Purtroppo, per
la scarsa responsabilità delle forze politiche in corsa, il risultato delle
elezioni non ha permesso di formare un governo di grande coalizione e di
emergenza nazionale e c'è ora un governo tecnico che porterà il Paese
nuovamente alle urne. Penso che
l'interesse dell'Europa sia innanzitutto quello di salvare la Grecia e di
tenerla nell'area euro, e vedo con soddisfazione che il cancelliere Merkel
ha aperto alla possibilità di misure di stimolo e di sostegno finalizzate a
mantenere la Grecia nell'Euro, altrimenti si innescherebbe una spirale
estremamente pericolosa. Già si pensa ad un piano B per il Portogallo, così
come alla difficoltà di accesso ai mercati per la Spagna, quindi mi pare che la
conclusione debba essere aiutiamo la
Grecia per aiutare noi stessi. Altrimenti il sistema europeo finisce per
essere un grande autobus dal quale si può entrare ed uscire. E questo sarebbe
la rottura del grande sogno dei padri fondatori dell'Europa, a partire dal
nostro Alcide De Gasperi.
Rimaniamo un attimo sulla questione del debito. Ma se paradossalmente
il debito diventasse un debito europeo e non di ogni singolo Stato, non
potrebbe diventare un primo tassello verso un'Europa effettivamente federale?
Bhe..noi
dovremmo pensare a questo come prospettiva e dobbiamo pensare ad un'unione
politica. Quella monetaria ed economica ha lasciato molto a desiderare perché
manca una governance politica. Io penso che il principio di solidarietà, l'aiuto
ad un singolo Paese affinchè rimanga nella casa comune, è un aiuto che, ripeto,
diamo a noi stessi. È evidente che per portare avanti questo percorso noi
dobbiamo avere degli strumenti politicamente più incisivi. Personalmente, ad
esempio, sono da sempre favorevole
all'idea dell'elezione diretta dei vertici delle istituzioni europee. Se i
cittadini che votano in tutt'Europa per il Parlamento europeo potessero
scegliere anche il Presidente della Commissione o del Consiglio europeo noi
daremmo una forte legittimazione popolare e politica. Il debito della Grecia
non è il solo problema: penso ad esempio al debito legato ai progetti
infrastrutturali. Rispetto a questo aspetto io credo che certi debiti non
dovrebbero essere considerati nazionali, ma europei. Se si finanziano le grandi
infrastrutture trans-europee dobbiamo farlo con gli euro-bond, con gli
europrojet, cioè con investimenti che gravano sull'intera Europa perché fanno
il bene della crescita dell'intera Europa. Fin'ora, invece, li abbiamo fatti gravare
sui deficit nazionali, impedendo, quindi, agli Stati indebitati di lanciare
iniziative per la crescita. E' venuto il momento di invertire questa rotta.
Sempre in chiave europea, ma focalizzando per un attimo il quadro
nazionale: la stabilità dell'attuale Governo italiano ha un significato anche
in senso Europeo? E La sua eventuale destabilizzazione potrebbe avere effetti
negativi sull'intero continente?
Abbiamo riflettuto in più
occasioni su questo aspetto. E la conclusione è sempre stata – come precisato
anche dal presidente Berlusconi e dal Segretario Alfano - che non è questo il momento di pensare ad una
crisi. Piuttosto, è il momento di sostenere
il Governo in modo costruttivo e propositivo, chiedendo modifiche,
integrazioni, miglioramenti nelle proposte del Governo, ma dandogli più forza
per negoziare in Europa quei provvedimenti che a noi interessano. Noi dobbiamo dare, nell'interesse nazionale, al
Governo Monti la forza per sedersi ai tavoli europei come sta facendo e
chiedere ad esempio che i debiti per le infrastrutture siano scorporati dai
deficit nazionali, o che gli eurobond diventino finalmente una realtà. Per far
questo il Governo deve essere forte di una maggioranza non altalenante.
Il 2011 sarà ricordato come l'anno della "primavera araba".
Tunisia, Egitto, Libia, e negli ultimi mesi, la Siria, sono i Paesi sui quali
si è maggiormente catalizzata l'attenzione generale, le proteste, però, hanno
interessato molti altri Paesi lo Yemen, per esempio, dove dopo 34 anni di
potere Ali Abdallah Saleh è stato sostituito da un nuovo presidente. Ma anche
Algeria, Arabia saudita, Bahrain, Giordania, Libano, Sudan, Mauritania, Iraq
sono stati interessati da movimenti di dura contestazione e protesta. Che cosa
è successo? che cosa è davvero la primavera araba? può essere ricondotta ad un
fenomeno unico? Quali sono (se ci sono) le cause comuni di tutte queste
rivolte?
Non c'è un
tratto comune perché ogni Paese ha una storia, una tradizione profondamente
diverse dagli altri. Ma c'è una domanda comune che è venuta da milioni di
persone, soprattutto di giovani, in quella regione: una domanda di dignità personale, di maggiore libertà, di democrazia,
di equa distribuzione delle risorse economiche. Quella che nacque come
rivolta del Pane in Tunisia, proprio per l'aumento improvviso del prezzo del
pane, ha avuto caratteristiche molto diverse in Libia, dove la gente non era di
certo affamata, o in Egitto dove, invece, la gente vive con due dollari al
giorno - e parliamo 30-40 milioni di egiziani , o in altri Paesi dove invece le
crisi sono sviluppate per contrasti antichi tra una piccola minoranza di
governo sunnita e una grande maggioranza non al governo sciita. Vi sono
ragioni, quindi, diverse, alcune di tipo etnico e altre di tipo storico. Il punto comune è che si sta sviluppando in
questi paesi un Islam politico, che è il vero fenomeno emergente. In molti
casi le forze armate hanno svolto un ruolo di moderazione, come in Egitto, in
altri casi un orribile ruolo di repressione come in Siria, ma certamente
ovunque l'islam politico sta cercando una sua strada. Il nostro impegno, come
Europa, come mondo occidentale, deve essere evitare che questo islam politico
finisca vittima delle pressioni fondamentaliste. Questo deve essere l'impegno
più grande, perché se prevalessero le forze estremiste proprio quei diritti
umani e quella richiesta di democrazia che è alla base delle rivolte arabe
sarebbero per sempre cancellate. Diciamo che noi guardiamo a quel mondo
chiedendo che sia affermi un po' il modello turco e un po' meno quello
iraniano.
Proprio sullo sfondo della difficile convivenza (tra democrazia e islam)
si è sviluppato negli ultimi mesi l'interventismo diplomatico di Erdogan.
La Turchia sembra aver colto più di tutti un carattere tipico del mondo arabo e
cioè che il nazionalismo arabo ha una sua matrice politica e non solo
religiosa. Non a caso Erdogan nel
suo viaggio nello scorso mese di settembre in Egitto, Tunisia e Libia ha
insistito molto su questo aspetto, sulla possibilità cioè che islam e
democrazia possano convivere. A Tunisi in un suo discorso ha affermato che non
vi e' nulla da temere dal connubio tra politica e fede musulmana: "Un
musulmano", ha detto," puo' gestire con successo uno Stato
secolare". In Egitto, il giorno prima, era stato salutato come il
"nuovo Nasser".
Ma il suo discorso al Cairo fu fortemente
criticato dalla fratellanza mussulmana, che era presente, e che criticò il
principio dello Stato laico che, invece, è caro alla Turchia. Ecco perché dico
guardiamo un po' di più all'esempio turco e un po' meno a quello iraniano.
Dall'altra parte il nazionalismo arabo in senso politico è fortemente e
storicamente radicato nell'identità araba, al contrario di quello che, forse,
generalmente si pensa in occidente. Già nel 1918, Faisal entrando, a
Damasco, sostenuto dagli inglesi, dichiarò che: " Siamo arabi prima
di essere musulmani, e Maometto è un arabo prima di essere un profeta. Tra noi
non c'è una maggioranza né una minoranza,niente che ci divida".
In questo senso proprio l'azione turca potrebbe tornare utile ed essere un
modello. Mentre proprio sulla Turchia l'Europa ha avuto un atteggiamento
abbastanza contraddittorio.
Molte volte da
ministro degli esteri ho indicato proprio questo come il primo argomento a favore dell'ingresso della Turchia nell'Unione
Europea. La Turchia è un Paese con 80 milioni di mussulmani che vivono in
uno stato laico, che credono nei principi democratici. E quindi è l'esempio che
noi possiamo dare al mondo dei mussulmani che l'Europa non è una fortezza che
si chiude davanti a loro. La Turchia non è un Paese arabo, ma certamente 80
milioni di mussulmani sono convinti che si possa vivere essendo mussulmani e
leali ad uno stato laico.
Ora però l'ingresso della Turchia da opportunità potrebbe trasformarsi
rapidamente in un rimpianto.
Noi corriamo il rischio che la Turchia si
volga verso est. Che guardi all'Iran, all'Iraq, alla possibilità di
occupare una posizione importante nel Caucaso e non guardi più come
partenariato privilegiato all'adesione all'Unione Europea. Questa è una sfida
che non possiamo permetterci di perdere. E Tanto per fare un altro riferimento
non va dimenticato che la Turchia è uno dei partner più attivi della Nato,
contribuisce cioè alla sicurezza geo-strategica del sud del mediterraneo. Come possiamo pensare di chiuderle la porta
davanti e negarle l'accesso all'Unione europea.
Anche perché uno strumento di cemento nei confronti del mondo arabo
usato da Erdogan è la comune avversione ad Israele.
Un'Europa che tiene lontana la Turchia ha
una capacità molto più ridotta per aiutarla ad essere equilibrata nei rapporti
con Israele. Proprio la Turchia era l'unico Paese di quell''area ad avere
rapporti normali con lo stato di Israele adesso questo purtroppo non c'è più.
Speriamo che si ripristino, questo sarebbe un grande valore aggiunto per tutta
la regione e non solo.
Di fronte alle rivolte arabe e alla possibilità di affermare in questi
Paesi regimi democratici, l'opinione pubblica occidentale si è espressa molto
favorevolmente. Ma la democrazia porta con se conseguenze immediate anche sul
piano economico: prima di tutto la concorrenza, la competitività, il diritto a
rivendicare ed ottenere migliori condizioni di vita. Queste "nuove
democrazie" saranno presto nuovi competitori nel mercato globale,
rappresenteranno essi stessi nuovi mercati, particolarmente allettanti, con un
costo del lavoro molto basso e tassi di crescita molto alti. Molte delle
aziende che negli ultimi dieci anni hanno de-localizzato ed investito in molti
paesi dell'est europeo, avranno una possibilità in più, potranno spostare la
loro produzione in Egitto, Libia, Tunisia ecc, ecc... Onorevole, il processo di
globalizzazione e l'affermazione della democrazia in nuove aree del globo
sembra comportare inevitabilmente la contrazione dei livelli di vita nei Paesi
più sviluppati?
È una
situazione che l'Italia ha saputo gestire negli anni, divenendo, non a caso, il
primo partner commerciale con la maggioranza di questi Paesi dall'Egitto, alla
Libia, al Libano, Paesi in cui noi siamo al primo, o al massimo al secondo
posto, nell'interscambio economico. Questo vuol dire che noi abbiamo saputo
intercettare quest'esigenza di maggiore equità globale e siamo protagonisti nel
portare sviluppo sulla riva sud del mediterraneo. Questo deve continuare.
Accanto a questo, però, l'Europa deve sapere, con coraggio, aprire alla
circolazione dei beni ma anche delle persone. È il tema dell'immigrazione
regolare, della lotta al protezionismo economico, della circolazione degli
investimenti. Se noi ci chiuderemo in noi stessi certamente lasceremo delle
enormi praterie di investimento a Paesi come la Cina che, come è noto, hanno
anche nel nord Africa grandi potenzialità e capacità di penetrazione,
sottraendo così a noi possibilità di investimento formidabili. Noi francamente nel "mare
nostrum" dobbiamo avere la guida, non restare all'inseguimento, delle
politiche di sviluppo.
Onorevole. Lei parla di Europa. Eppure l'Europa continua ad essere
caratterizzata da diverse contraddizioni. Sulla questione siriana non ha
parlato con una voce unica, sulla questione libica, mi permetta un'osservazione
un po' cattiva, ma in quel caso forse qualche nostro partner europeo, come
dire, ha spinto un po' di più sull'acceleratore anche in chiave anti italiana e
più in generale manca ancora una politica comune sulla gestione dei flussi
migratori.
Si, è così.
Malgrado sui flussi il trattato di Lisbona parli con chiarezza di una politica
europea nell'attuazione di questo abbiamo visto mancare quello spirito di
solidarietà necessario per una gestione comune. Il comportamento della Francia di Sarkozy durante la crisi che ha
riguardato l'afflusso di migranti da Tunisia e Libia è stato un comportamento
contrario al principio di solidarietà europea. Ma certamente, più in
generale, l'Unione non ha ancora una politica estera comune. Vale ancora il
diritto di veto. Uno stato su 27 può bloccare tutti gli altri e purtroppo
questo si visto in molte occasioni importanti. Quindi, l'unica possibilità è camminare ancora verso quell'unione
politica che estenda l'unanimità e la comunanza delle politiche anche alla
politica estera che fin'ora è rimasta esclusa.
Si può dire, dunque, che la nostra direzione non può che essere verso
l'Europa?
Ci vuole più Europa, non meno Europa. E ci
vuole più Europa politica. Un'Europa che sappia assumersi la responsabilità
delle scelte politiche, perché nel mondo globalizzato ogni Stato è talmente
piccolo che da solo non ha alcuna possibilità di affrontare fenomeni che sono
oramai tutti globalizzati.