Ucraina, Medio Oriente, Libia, Iraq: tutti i fronti caldi della politica estera


L’intervista al Tgcom24 del Presidente della SIOI Franco Frattini

Cosa ne pensa della nomina alla PESC di Federica Mogherini?
Mi sono congratulato pubblicamente e direttamente con Federica Mogherini. Si troverà al centro di grandi responsabilità ad esempio quella di invertire la rotta imboccata fino ad oggi, e che ha visto i singoli Stati dell’Europa mantenere gelosamente la propria idea di politica estera. In un mondo che sta andando un po’ a pezzi la grande sfida per l’Italia, ma anche per l’Europa, deve esser quella di creare una politica estera europea che, purtroppo, ad oggi ancora non esiste. 
Libia e Siria. E’ vero che l’Europa pensa più al portafoglio che alla poltiitca estera?
Purtroppo l’UE pensa poco anche all'euro. Ad esempio ad una strategia di sicurezza energetica comune che al portafoglio è sempre più legata. Basti pensare ai venti di guerra e alle minacce di interruzioni forniture. 
Venendo alla Libia e alla Siria devo dire che su questo fronte le organizzazioni internazionali come l’ONU e la NATO avevano fatto tanto e bene, anche impedendo che questi territori fossero presi sotto controllo di una coalizione di pochi Paesi, come avrebbe voluto l’allora Presidente Sarkozy. Ma cosa è accaduto da allora? E’ successo che i Paesi europei – anche l’Italia a malincuore – e gli Stati Uniti d’America, che all’epoca erano stati protagonisti, hanno poi perso la loro visione strategica sul Mediterraneo. Più semplicemente hanno abbandonato la Libia a milizie e scontri tribali. Dal successo della NATO e dell'ONU oggi siamo ad un preoccupante insuccesso del dopo. E’ la fotografia del fallimento di coloro che erano voluti intervenire in nome dei principi internazionali e che poi hanno voltato le spalle dall'altro lato.

L’immigrazione in Europa è un grande problema. Frontex Plux risolverà tutto?
Negli ultimi anni, in materia di immigrazione, l’Europa è stata del tutto carente. E lo dico da persona che quasi dieci anni fa creò Frontex e vide un altro entusiasmo e coinvolgimento dei paesi. All’epoca ero vicepresidente della Commissione europea e decidemmo per la prima volta di dar vita ad un'agenzia che prendesse in carico all’Europa un problema serio come le migrazioni. Quando fronteggiammo l'esodo dalla Guinea e Senegal verso le Canarie furono mobilitati ben 12 Paesi europei per aiutare la Spagna. Poi questo spirito si è perduto: sono prevalsi gli egoismi nazionali. Dall'idea di Frontex come strumento europeo integrato si è passati all'ognuno faccia da se. 
Con Frontex Plus il ministro Alfano ha tentato di mettere insieme i Paesi più vicini e più direttamente coinvolti con il problema. E' certamente un primo passo. Ma a mio avviso è troppo poco. Il punto è che l’Italia salva tante vite, ma poi queste persone non vogliono restare nel nostro Paese: vogliono raggiungere altre capitali. Ecco perché il problema riguarda tutti.
L'Europa spende pochissimo per Frontex che serve ad aiutare salvataggi e respingimenti, ma spende moltissimo per quello che è un obiettivo giusto: ossia l'aiuto ai Paesi di origine. Mi chiedo, perché quell'aiuto non lo canalizziamo bene nei Paesi di origine per creare lì delle opportunità? Se ce ne occupiamo quando sono arrivati da noi è già troppo tardi. 

Esiste un problema burocrazia in Europa?
Questo è un altro tema fondamentale. Tra progetti che l’UE dovrebbe finanziare, ad esempio, ci sono e ci furono progetti pilota sulla formazione dei migranti. Se noi continuiamo a tollerare che i migranti vengano a raccogliere i pomodori in campagna lavorando in nero non risolviamo il problema. Bisognerebbe fare formazione e offrire loro dei percorsi per lavori stagionali garantiti e non in nero. 

Mare nostrum è stato un errore?
Mare nostrum era un dovere morale verso il resto del mondo. Abbiamo salvato centinaia di migliaia di vite umane. Sono vite non numeri. Quindi è stato un dovere morale. C'è costato moltissimo e credo gli italiani siano orgogliosi di sentirsi dire che siamo tra coloro che hanno salvato più vite umane nel mondo. Tuttavia, era tempo di dire all'Europa che dopo aver avuto il tempo di studiare l’operazione adesso è ora di assumersi delle responsabilità. L’Italia ha fatto una buona proposta. L’Europa ha risposto a metà.

Come interpreta la telefonata Draghi-Merkel?
Non commento la telefonata, ma conoscendo bene Mario Draghi sono certo che si muoverà nell'ambito dei trattati e allo stesso tempo nella consapevolezza che la missione storica della BCE, che era quella di contenere e tenere bassa l'inflazione, oggi va un po’ rivista perché c'è, paradossalmente, la preoccupazione di alzarla un po’ per stimolare i consumi. Sono certo che Draghi farà tutto il possibile per stimolare la crescita nell'ambito dei poteri della Banca Centrale Europea. Così come sono certo che Germania ha capito che se i consumi calano in Italia a causa dell’austerità, dopo il rallentamento dei prodotti italiani rallenteranno anche quelli tedeschi. Tutti sanno che l’Italia è il primo partner commerciale della Germania e viceversa. Se calano i consumi in Francia ed in Italia il primo che ci rimette e la manifattura tedesca. Dobbiamo quindi mantenere le regole e non violarle, ma se in un momento di recessione strizziamo l'economia e non diamo spazio ai consumi alla fine anche i paladini del rigore si renderanno conto che a rimetterci saranno anche loro.

Come interpreta le ultime dichiarazioni della Merkel e del premier Renzi?
Conoscendo abbastanza bene la Cancelliera Merkel posso dire che non credo che agirà perché incoraggiata dal presidente del Consiglio italiano o dal presidente francese Holalnde. La Merkel prenderà decisioni innanzitutto pensando a ciò che è importante per la Germania e che non danneggi la credibilità europea. 

In Ucraina è davvero possibile una tregua?
Per occuparsi di questo conflitto bisogna conoscere davvero bene gli interlocutori. Vidi la prima volta Putin nel 2001. Lo vidi ancora quando con grande sorpresa di tutto il mondo, accogliendo l'invito del governo italiano, partecipò con Bush ad un importante momento della politica estera mondiale: a Pratica di Mare, nel 2002, si stabilì che la Russia e la NATO dovevano collaborare. Sono passati 12 anni, ma gli interlocutori non sono cambiati. Ciò che voglio dire è che dall'inizio della crisi in Ucraina si sarebbe dovuto conoscere chi è Putin. E' stato eletto presidente contando su un forte sostegno popolare della Federazione Russa. Bisognava prevedere che l’escalation di dichiarazioni russe non si potevano fermare. Siamo tornati ad un clima di guerra fredda: Putin dice “mi prendo l’Ucraina” e la NATO replica “metto postazioni ad est”. E intanto l’escalation va avanti. L’approccio giusto, invece, dovrebbe essere quello della diplomazia e del negoziato. Non si può tornare ad un clima di guerra fredda, anche perché questa volta non sappiamo davvero come può finire. Certamente escluderei che le parti stiano pensando ad una soluzione militare. Ma certamente è immaginabile che si pensi al congelamento delle frontiere e dei commerci. La domanda però è: chi paga il conto? Da un lato l'Europa e dall'altro al Russia. Perché questo comporterebbe conseguenze sul negoziato con l'Iran, sulla Siria, con l’Egitto. Vogliamo bloccare tutti questi scacchieri perché c'è la guerra fredda? Lo ripeto serve diplomazia, cessate il fuoco e negoziato. E’ l'unica strada seria che vedo. Inutile mostrare i muscoli perché poi debbano rimetterci tutti.

Come giudica la politica estera americana? 
Obama è un presidente che sta avendo difficoltà all'interno del Congresso Le parole sfuggite al Presidente degli Stati Uniti, quando ha detto “non abbiamo ancora una strategia” parlando di uno degli scacchieri più difficili del mondo, non vogliono certo dire che gli USA non sanno come muoversi, ma che le strategie americane non sono più il baluardo su cui noi europei dobbiamo affidarci come abbiamo fatto per 60 anni. Dobbiamo fare un po’ di più da europei. 



2.9.14 | Posted in , , , , , , , , , , | Continua »

Non possiamo restare a guardare. L`Italia mandi i suoi aerei in Iraq sotto egida ONU


Secondo Frattini serve una missione sotto l`egida dell`Onu per fermare l`avanzata dell`Isis: è vergognoso aspettare che ci pensino sempre gli Usa 


«In Iraq siamo di fronte a un genocidio che non può essere stroncato con i soli bombardamenti, mirati, americani. Occorre liberare i corridoi di fuga per i profughi e bloccare i punti di ingresso per i terroristi dell`Isis. Ma il fronte occidentale non si deve limitare a Washington: anche l`Italia sia della partita». 

Per Franco Frattini, ex ministro degli Esteri nei governi Berlusconi, di fronte all`avanzata dell`estremismo jihadista in Iraq si è già perso troppo tempo: «Tutti sono bravi a riempirsi la bocca con l`invio degli aiuti umanitari, ma se gli aiuti cadono in un territorio occupato dai terroristi, finiscono nelle loro mani». 

Da qui l`invito dell`ex capo della Farnesina a dar vita nel più breve tempo possibile ad una «coalizione» che da un lato blocchi l`avanzata dell`Isis e dall`altro aiuti i peshmerga curdi, «con la fornitura di armi, a riconquistare il loro territorio. Dobbiamo spegnere l`incendio». 

L`attuale ministro degli Esteri, Federica Mogherini, ha escluso l`intervento militare italiano, ma ha aperto la porta al sostegno dei curdi. 
«Condivido l`apertura sull`aiuto ai curdi. Tuttavia, se ci fosse una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell`Onu che autorizzasse, con la condivisione dell`Unione europea, l`impiego di tutti i mezzi necessari per un intervento di natura umanitaria per liberare le vie di fuga per i profughi e bloccare l`avanzata dei terroristi, per l`Italia sarebbe difficile sottrarsi. Anzi, fermo restando il via libera del Consiglio supremo di difesa, io auspicherei che il nostro Paese fosse della partita con i propri aerei. Sarebbe vergognoso, ancora una volta, limitarsi a chiamare Washington quando c`è da premere il bottone». 

In Iraq, il premier Al Maliki è nella bufera. 
«Infatti la precondizione per la formazione di una coalizione internazionale in grado di portare avanti una strategia condivisa è la formazione di un governo iracheno degno di essere aiutato. Un esecutivo forte, di grande coalizione nazionale. Solo in questo modo i Paesi che finora, nella migliore delle ipotesi, sono rimasti a guardare, l`Iran, la Turchia e gli Stati sunniti del Golfo, potrebbero impegnarsi. Serve un`intesa politica per un Iraq forte, che non soffochi, ad esempio, la minoranza sunnita né quella curda». 

Una coalizione internazionale. Per fare cosa? 
«Per fermare l`incendio, ma senza tornare con i piedi sul territorio iracheno». 

I bombardamenti, da soli, potrebbero non bastare. 
«I peshmerga curdi vanno aiutati. Sono combattenti straordinari, ma da soli non ce la possono fare a riconquistare il territorio perduto e a impedire che l`Isis conquisti altro spazio: i terroristi non si fermeranno, dopo Mosul attaccheranno anche Erbil. Ormai sono a 50 chilometri». 

A che aiuti pensa? 
«A un intervento grazie al quale una coalizione regionale fornisca armi ai peshmerga. Se aiutate e rifornite, le milizie curde sono in grado di riprendersi Mosul e il Kurdistan, precondizione per fermare il genocidio di yazidi e cristiani e per riprendere il controllo del nord-ovest dell`Iraq. Occorre bilanciare il finanziamento, diretto e indiretto, dell`Isis con armi e denaro da parte delle potenze sunnite». 

In questo quadro l`Occidente che ruolo avrebbe? 
«Quando il presidente francese Hollande afferma di essere pronto a schierarsi con gli Usa, non penso che si riferisca solo a qualche elicottero che scarichi aiuti umanitari. Lo stesso vale per il premier Cameron quando dice che bisogna fermare l`Isis. Il terrorismo jihadista si ferma bombardando. Migliaia di disperati bloccati sulle montagne sono stati liberati perché i bombardamenti americani hanno aperto una via di fuga. Ma questa capacità non ce l`hanno solo gli americani, ce l`hanno anche i francesi, gli inglesi e gli italiani». 

Da ex ministro degli Esteri, auspica un coni volgimento italiano? 
«Premesso che, nella cornice di una copertura europea e internazionale spetterebbe al governo decidere come comportarsi, credo che sarebbe difficile sottrarsi ad una missione militare per aprire le vie di fughe a sostegno dei profughi». 

Come giudica, finora, il comportamento di Onu e Ue? 
«L`unica voce che avrebbe do voto parlare, quella delle Nazioni Unite, tace. L`Onu non è un`autorità spirituale, è in grado di autorizzare l`uso della forza per proteggere le vite umane attraverso una risoluzione che dia il via libera alla liberazione delle vie di fuga e all`attacco di chi si sta macchiando di atrocità. Una pronuncia di questo tipo legittimerebbe sia la fornitura di armi ai peshmerga, sia le operazioni aeree degli Usa e dei suoi potenziali alleati. 

E l`Ue, premio Nobel per inglese - la pace 2012? 
«Manca totalmente di una posizione unitaria. Se l`Ue fosse un attore politico, offrirebbe agli Stati membri un ombrello sotto il quale ciascuno valuterebbe, secondo le proprie possibilità, come intervenire in Iraq». 





12.8.14 | Posted in , , , , , , , , | Continua »

Basta lacrime di coccodrillo. L'Europa decida anziché star sempre su due binari


Anche Franco Frattini si unisce all’appello di Formiche
L'iniziativa di Paolo Messa: ora una coalizione contro il terrore

E’ da anni che si cade nello stesso errore. Quello di credere che esistano conflitti di serie A e di serie B. Laddove i primi raccolgono immediato interesse e – quando necessario – anche reazione della comunità internazionale. Mentre i secondi, ritenuti minori, si fermano alla raccolta di un appello di solidarietà. Tante belle parole a mezzo comunicato stampa e tanto inchiostro sulle piccole e grandi testate. Ma mai un’azione concreta volta a tappare falle e disastri di una politica estera – soprattutto europea – a cui questa ripartizione dei conflitti sembra piacere così tanto.

Altrimenti come altro si potrebbe spiegare l’assordante silenzio di Bruxelles sulla perpetua persecuzione che minaccia di estinguere tutte le minoranze religiose nel mondo. Da ultimo in Iraq dove è in corso un atroce massacro. E potremmo essere solo all’inizio. Centinaia di Yazidi - l’ultima delle minoranze etniche finite nel tritacarne dei jihadisti - vengono uccisi durante l’offensiva dei miliziani dello Stato islamico nel Nord del Paese.

I numeri dell’intolleranza religiosa fanno rabbrividire anche per i cristiani: 200 milioni quelli minacciati e costretti a vivere in molti posti del mondo in condizioni di vulnerabilità. 

Chi oggi piange lacrime di coccodrillo rifletta. Prima ancora di guardare agli errori del passato o alle colpe di cui si sono macchiati i nostri predecessori, sarebbe bene prendere atto del fallimento di questa politica estera europea. Troppo pavida, e che una volta per tutte dovrebbe trovare il coraggio di decidere anziché stare su due binari.

Tra i 28 Paesi dell’Unione Europea fatico a credere che vi siano governi indifferenti alla sofferenza umana. Mi sembra che da Stoccolma ad Atene, da Lisbona a Sofia i diritti della persona sventolino fieri sui palazzi di tutti i governi del Continente. Così come mi rifiuto di credere che quella famosa scelta laicista riconosciuta dal Trattato serva a giustificare uno scarico di responsabilità verso il problema della libertà di fede. Perché a mio giudizio, laicità vuol dire libertà, e quindi impegno indistinto per i diritti di tutte le comunità e minoranze soppresse. 

Da tempo Papa Francesco chiede al mondo intero di proteggere le minoranze nel mondo. Poi, di fronte all’escalation di violenze, qualche giorno fa, primi tra tutti, sono stati ancora una volta gli americani ad agire, decidendo di inviare i bombardieri in Iraq. E noi? Silenzio. Di più: balbettiamo sugli aiuti umanitari e pensiamo di avere la coscienza a posto. 

E’ ora di dire basta! Dall'Iran agli USA, dalla Russia all'Europa è il momento dire forte che chi fa stragi in nome dell'Islam bestemmia il Profeta e va fermato! Ecco perché così come ho sempre sostenuto tutte le battaglie per la libertà religiosa durante i miei mandati come ministro degli Esteri e Vicepresidente della Commissione Europea, così oggi come presidente della SIOI sostengo l’ammirevole iniziativa lanciata da “Formiche” e dal suo fondatore Paolo Messa, affinché si formi al più presto una coalizione internazionale contro il più recente dei genocidi: quello scatenato dall’Isis in Iraq e in tutto il Medio Oriente.

Il più recente, ma certo non l’ultimo. Almeno finchè l’agenda di Bruxelles non deciderà di rendere onore a quel prestigioso Nobel per la pace ricevuto nel 2012, ma di cui ad oggi, oltre ad un Attestato incorniciato si fatica a vedere un impegno concreto.

Presidente SIOI

10.8.14 | Posted in , , , , , , , , , , | Continua »

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