GUERRA IN SIRIA/ Frattini: gli errori dell’Ue che hanno regalato Erdogan alla Russia

GUERRA IN SIRIA/ Frattini: gli errori dell’Ue che hanno regalato Erdogan alla Russia 

02.11.2019 - int. Franco Frattini 



Il Medio Oriente è in totale subbuglio, con Erdogan che guarda a Est. Gli errori e le colpe del disastro 

Il Medio Oriente è in subbuglio e i focolai di conflitto si moltiplicano. Il centro della destabilizzazione è la Siria, che ha visto il riaccendersi degli scontri dopo l’ingresso nel suo teatro della Turchia di Erdogan, con la scusa di voler allontanare i curdi. Ma come siamo arrivati al disordine attuale? Analisti ed esperti militari sono concordi nell’individuare la causa scatenante dello sconquasso mediorientale: la guerra in Iraq del 2003. E oggi, perché la Turchia, in quegli anni vicina all’Europa, ora guarda a Est e pratica una politica di potenza? Perché l’Europa ha ormai abbandonato ogni prospettiva di coordinamento in politica estera? Il Sussidiario ne ha parlato con un protagonista della politica estera di quegli anni, Franco Frattini, per due volte ministro degli Esteri ed ex vicepresidente della Commissione europea, che offre una chiave di lettura in retrospettiva capace di portare al cuore e alla radice del caos mediorientale attuale. 

Analisti e militari concordano che la guerra in Iraq nel 2003 ha destrutturato il Medio Oriente, portando al caos che vediamo. Lo conferma? 

Questo è esattamente ciò che mi disse l’allora presidente egiziano Hosni Mubarak. L’Egitto era uno dei più forti alleati dell’Occidente. Mi confidò: “La missione in Iraq, con l’azione unilaterale anglo-americana, creerà i presupposti per lo scardinamento degli equilibri dell’area”. Noi non gli credemmo, anche se bisogna ricordare che l’Italia è arrivata in Iraq dopo la delibera Onu, perché la nostra Costituzione impedisce di partecipare ad azioni di guerra. Ma non è stato l’unico errore, forse neanche il più grande. 

E quale sarebbe stato questo sbaglio?

Una volta assunto il controllo dell’Iraq, gli anglo-americani hanno identificato il partito Baath con Saddam Hussein, come se tutti i funzionari pubblici fossero suoi seguaci. L’Iraq non era la Libia, aveva una burocrazia che funzionava, così come funzionava in Siria. E i funzionari non erano uomini di Saddam, la distruzione della burocrazia ha portato queste persone da un giorno all’altro a trovarsi senza lavoro. E loro ci hanno ripagati disseminando l’intero Medio Oriente di odio anti-occidentale. Noi cercammo in tutti i modi di evitarlo, premendo sul presidente Bush, ma senza successo. 

Un altro focolaio è quello della Turchia, che ai tempi della guerra in Iraq era pure vicina ad un possibile ingresso in Europa. Poi che cosa è successo? 

È cambiato il mondo. All’epoca, insieme al mio collega britannico, avevamo fondato il gruppo “Friends of Turkey”, con il compito di attuare azioni positive per allargare l’Europa alla Turchia, il che ci avrebbe aiutato moltissimo. Ai tempi, grazie al mio impegno, il partito Akp di Erdogan, che in quegli anni era un politico in ascesa, era diventato membro osservatore al Parlamento europeo. 

E poi che cosa è andato storto? 
Chirac e Schröder ci dissero di farla finita con questo tentativo, perché tutt’al più con la Turchia si sarebbe arrivati a un partenariato speciale. Bisogna conoscere la storia turca: è ottomana e post-ottomana, è un popolo che non si dimentica di essere erede di un grande impero. Non accettarono gli schiaffi dell’Europa e il loro orgoglio nazionale li ha fatti voltare da un’altra parte: alla Russia, all’Iran, a un ruolo di potenza regionale in Medio Oriente. 

È quello che sta accadendo oggi. Fu l’unica motivazione? 

Oltre a questo schiaffo ci furono le crisi migratorie e l’islamizzazione sempre più dura del partito di Erdogan. Oggi questo processo è irreversibile, per scelta stessa della Turchia. 

L’Europa sembra aver perso gran parte dell’attrattiva anche per Paesi che ne furono fondatori. Le carenze maggiori si notano proprio nella politica estera. Sull’invasione di Erdogan in Siria, per esempio, l’Ue non ha saputo avere una voce comune. Perché? 

Rispetto a quei tempi c’è stato un degrado progressivo dei rapporti tra gli Stati europei sui temi della sicurezza, della lotta al terrorismo, dell’immigrazione. Un’Europa a 27 non si governa come una a 14, prima dell’allargamento a Est avvenuto nel 2004: già con 24 membri era diventato tutto più complicato. Negli ultimi anni ho visto l’Europa votare in tre modi diversi sulla crisi israelo-palestinese: un gruppo a favore di Israele, uno pro palestinesi, un altro che si asteneva. Peggio di così… 

Un’altra prospettiva dimenticata da tempo è quella di creare un esercito europeo. Oggi l’Ue si accontenta di avere un Alto rappresentante per la politica estera, che di alto però ha solo di nome… 

Proprio io parlai di esercito europeo nel mio discorso di insediamento, quando l’Italia diventò presidente di turno dell’Europa nel 2003. Il giorno dopo uscì un articolo sul Financial Times che diceva: arrivano dall’Italia a farci perdere l’esercito della corona. Ma oltre al Regno Unito, e tranne forse Francia e Germania, anche gli altri Paesi si mostrarono riluttanti. 

Il collasso delle relazioni internazionali di cui si parla spesso ha colpito anche i rapporti tra Stati Ue? 

Sì, è uno scollamento dovuto alla mancanza di valori guida, ed è un fatto gravissimo. Come può essere rispettato il principio della fiducia reciproca, un pilastro del trattato europeo, se l’Italia viene lasciata sola davanti agli sbarchi a Lampedusa? Come può esserci fiducia se non si scambiano informazioni sui terroristi? L’attentatore del mercatino di Bruxelles ha attraversato ben 4 Paesi europei prima di essere arrestato in Italia. Stessa storia per i terroristi del Bataclan, che hanno varcato diverse frontiere prima di essere fermati. Tutto ciò può accadere solo perché questa fiducia totale, anche nell’intelligence, non c’è più. 

 (Lucio Valentini)

4.11.19 | Posted in , , , , , , , , , , , , , , , | Continua »

CAOS SIRIA/ Frattini: se viene divisa tra Erdogan e Sauditi, salta anche la Libia



Erdogan non si sarebbe fermato, questo Trump doveva saperlo. Adesso il rischio da scongiurare è la divisione della Siria


Il Medio Oriente è tornato una polveriera, e ogni giorno il bollettino peggiora. Il governo di Hariri in Libano, in seguito alle proteste, ha rassegnato le dimissioni. In Siria, dopo il ritiro dei curdi dalla “zona cuscinetto” resta il rischio di una vera e propria guerra tra le truppe turche e quelle di Assad. In Iraq ci sono stati 250 morti da inizio ottobre tra i manifestanti, nell’ultimo caso uomini dal volto coperto hanno sparato sulla folla. La Giordania ha appena richiamato il suo ambasciatore da Israele, che a suo dire detiene due suoi cittadini illegalmente.
 Il centro del Medio Oriente sta sfuggendo di mano, e ai confini di questo nucleo “caldo” si trovano gli attori regionali più forti: Turchia, Iran, Arabia Saudita e Israele. Quattro Stati con interessi e alleanze divergenti. Col disimpegno Usa, l’unico attore di rilevanza globale nell’area resta la Russia. Il Sussidiario ha parlato con Franco Frattini, due volte ministro degli Esteri con Berlusconi a Palazzo Chigi, che ci ha delineato lo schema del pantano mediorientale, e i pericoli che ne derivano per tutto l’Occidente.

Qual è la strategia della Turchia in Siria?
Ha approfittato del vuoto di potere lasciato dagli Usa. Erdogan ha sempre voluto affermare un principio: i curdi devono vivere in zone sotto il controllo della Turchia, per Ankara questo è un interesse nazionale prioritario. Erdogan lo sta solo portando avanti concretamente, Trump ha sbagliato a credere che si sarebbe fermato.
Il presidente Usa pensava che bastasse una moral suasion per fermare i turchi?
Sì. Trump gli ha chiesto di “andarci piano”, ma Erdogan, saputo del ritiro Usa dal Nordest della Siria, ha agito come se il campo fosse sgombro. Anche lui ha fatto male i conti: dagli Usa ha preso le sanzioni e il riconoscimento del genocidio armeno, e appena gli americani hanno mollato la presa, la Russia si è incaricata della stabilità dell’area, e per ora Putin più o meno riesce a mantenere il cessate il fuoco tra Turchia e Assad. Conosco i turchi: senza un “amico” potente a chiederglielo, non si sarebbero fermati ai 30 km della “zona cuscinetto”. A Idlib, e non solo, avremmo visto un bagno di sangue.
Anche perché l’esercito turco, il secondo della Nato, ha i mezzi per farlo.
Sì, ma non bisogna sottovalutare il contingente di Assad, che è tutt’ora forte e combatte sul suo territorio, un luogo dove chiunque rischia di impantanarsi, questo Putin l’ha capito bene.
Lo stesso vale per Trump, che infatti se ne è tirato fuori. È questa la sua strategia?
Sì. D’altronde a Trump, all’inizio del suo mandato, è scappato detto: “Gli Usa devono smetterla di fare il poliziotto globale”.
Questo però lo dicono un po’ tutti i presidenti Usa. Poi le cose vanno diversamente.
Lui però ha cominciato a farlo. Ha detto agli alleati Nato: non pagheremo più per la vostra sicurezza. E questo si è tradotto nel disimpegno in Libia, ai danni dell’Italia, e in Siria, ai danni di tutto l’Occidente. Anche in Afghanistan e in Iraq ha diminuito gli sforzi. Poi, certo, restano alcune mosse estemporanee.
Tipo?
Prima ha detto di volersene andare dal Nordest della Siria, per poi spiegare che alcune truppe sarebbero rimaste. Allo stesso tempo, le forze speciali americane erano a caccia di Al Baghdadi, il califfo dell’Isis, che alla fine hanno trovato e ucciso. Ma l’idea dietro resta, anche se non è attuata in modo lineare.
Quella di un’America concentrata su se stessa. È questo il fine?
Vuole portare alle elezioni del prossimo anno un’America più ricca al suo interno e più lontana dai teatri di crisi. Trump disse: “Basta con le bare coperte dalla nostra bandiera, voglio che i nostri ragazzi si impegnino negli Usa per il bene della patria”.
A chi va il Medio Oriente? Alla Russia, alla Cina?
La Russia resta l’attore più importante sul campo, e gioca sempre di sponda con la Cina: 2 su 5 dei membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu hanno un occhio attento sulle vicende mediorientali. In più la Russia fa da pontiere con l’Iran, che presto potrebbe avere la bomba atomica. Il grande Medio Oriente si sta del tutto destabilizzando, lo scontro tra Qatar e blocco sunnita di Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita è uno scontro tra sunniti. Non si tratta più solo di scontri tra sunniti e sciiti.
Una vera polveriera, mentre ancora non si capisce come andrà a finire la spartizione della Siria.
La Turchia vuole la sua area d’influenza, questo oltre ai curdi è il motivo del suo attivismo in Siria. Ci saranno tre sfere d’influenza: la Turchia al nord vicino ai propri confini, al centro gli sciiti alawiti di Bashar al-Assad, e al sud i sunniti con influenza e soldi di Arabia Saudita. Sperando che tutto ciò basti a mantenerla unita, perché una sua partizione in due o tre parti sarebbe assolutamente devastante.
Più devastante del rischio che continui una guerra che dopo 8 anni ha lasciato solo macerie?
Sarebbe un rischio ancora più grosso perché creerebbe un effetto domino: perché dovrebbe rimanere unita la Libia se tra Cirenaica, Tripolitania e Fezzan ci sono differenze forse anche più grandi di quelle tra un curdo e un sunnita del sud della Siria?
La forma Stato in Africa non è mai attecchita del tutto. Ma è a rischio anche in Medio Oriente?
Questo è il vizio d’origine dell’accordo franco-britannico che, disegnando con la penna i confini degli Stati, pose le condizioni per aggregazioni e disaggregazioni che quei popoli non riconoscono. Se cade uno di questi Stati e si afferma il principio che la Siria si può dividere, altri la seguirebbero. L’opposto dell’interesse occidentale, che è nella stabilità dell’area.
In Libano, il primo ministro Hariri si è dimesso. Si andrà a elezioni o si rischia la guerra civile?
Hariri, e prima di lui suo padre, si è illuso per anni che la sua coalizione potesse fare accordi con Hezbollah, e ora ne paga il prezzo. Hezbollah è un partito sciita filo-iraniano del tutto assolutista, che vuole vincere e non concepisce accordi. Io non so se dietro le enormi proteste di piazza ci sia o no Nasrallah (il leader di Hezbollah, ndr), so che trovare un nuovo primo ministro sarà difficile per il presidente Aoun. Hariri ci mise un anno per creare il governo.
Anche Israele, paese diverso ma confinante, ha difficoltà nel creare un governo.
Israele uscirà da questa fase, è un paese più dinamico. E ha delle risorse che il Libano purtroppo non ha.
(Lucio Valentini, Il Sussidiario.net) 

31.10.19 | Posted in , , , , , , , , , , , , , , , , | Continua »

Ecco cosa l’Italia può fare (e cosa no) nella crisi siriana. Parla Franco Frattini

Il presidente della Sioi invita il governo italiano a rimanere fuori dal conflitto siriano in ossequio alla nostra Costituzione. Urge un'indagine internazionale per chiarire i fatti di Douma e allentare le tensioni 

Intervista di Francesco Bechis 
12 aprile 2018 
Di ritorno dagli Emirati Arabi Uniti, dove ha potuto saggiare la preoccupazione del governo di un’escalation in Medio Oriente, il presidente della Sioi Franco Frattini, già commissario europeo e ministro degli Esteri, ha voluto condividere con Formiche.net tutti i suoi dubbi sulle manovre statunitensi in Siria all’indomani dell’attacco chimico a Douma. L’appello per la comunità internazionale è quello di evitare di accendere la polveriera mediorientale, dove anche un piccolo incidente (la storia lo insegna) è sufficiente a far deflagrare una guerra decennale. Un’investigazione internazionale, imparziale, sulle responsabilità dei crimini efferati a Douma è l’unica chance per dissipare i dubbi e allentare le tensioni. L’invito per l’Italia è ancora più netto: restare fuori a ogni costo da questo conflitto. 

Franco Frattini, dal governo italiano filtra una presa di distanza dall’attacco di Douma e dall’escalation nella regione, eppure dalla base siciliana di Sigonella decollano jet americani. Come si spiega questa contraddizione? 

Il problema è molto chiaro, l’Italia oggi con un governo dimissionario non può certamente prendere un impegno in Siria. Sempre che ci venga chiesto, perché al momento non è arrivata una richiesta ufficiale. Per un intervento del genere serve ben più di una telefonata, che peraltro ancora non c’è stata. Quando Obama nel 2013 ci chiese di prendere parte alla fornitura di armi ai ribelli e all’attacco contro Assad rispondemmo con due secchi no, e ci fecero eco subito dopo Regno Unito e Francia. 

A suo parere l’Italia dovrebbe offrire il suo aiuto agli Stati Uniti? 
 
Credo che ci debba essere un nettissimo rifiuto da parte dell’Italia di qualsiasi impegno che preveda azioni militari o sostegno ad azioni militari contro il governo siriano per due ragioni. 

Quali? 

La prima è di carattere costituzionale. Senza una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che autorizzi l’uso della forza noi non possiamo neanche ragionare di intervenire in un conflitto. Ricordo che nel 2003, all’alba della guerra in Iraq, noi non potemmo e soprattutto non volemmo partecipare al vertice delle Azzorre, dove fu deciso l’attacco a Saddam della “coalition of willings”. Carlo Azeglio Ciampi e Silvio Berlusconi, allora presidenti della Repubblica e del Consiglio, avendo letto la Costituzione dissero di no. Partecipammo solo dopo l’intervento delle Nazioni Unite, ad azione militare conclusa. 

E la seconda? 

Dobbiamo assolutamente evitare che scoppi una terza Guerra Mondiale seguendo una coalizione dai contorni ancora poco chiari. Nel 2011 in Libia aspettammo non una, ma ben due risoluzioni del Consiglio di Sicurezza prima di intervenire e ponemmo come precondizione per l’uso delle nostre basi militari che le operazioni rientrassero in una missione Nato. 

È pur vero che fornire le basi agli aerei americani significa prendere parte alle operazioni militari. C’è il rischio che questo supporto logistico rovini ulteriormente le nostre relazioni con Mosca. 

Fornire le basi è esattamente la stessa cosa di un intervento militare. Non dobbiamo prestarci a questa operazione, lo ripeto, innanzitutto per non violare la Costituzione. Poi certo c’è una questione geopolitica: con la necessità che abbiamo di combattere il terrorismo mettere Stati Uniti e Russia uno contro l’altro sarebbe un gravissimo errore. Già vedo i miliziani di Daesh festeggiare con lo champagne nelle roccaforti siriane. Anche un bambino si renderebbe conto che gli unici a trarne aiuto sarebbero i jihadisti. 

Che ruolo può avere dunque l’Italia per fermare l’escalation? 

Possiamo offrirci per partecipare allo smantellamento delle armi chimiche eventualmente trovate in Siria. Credo che Assad abbia tutto l’interesse a ospitare un’investigazione internazionale. Se trovano le armi può consegnarle per distruggerle: è successo nel 2013, quando una nave americana è giunta in Calabria nel porto di Gioia Tauro per caricare l’arsenale chimico consegnato da Assad e smantellarlo. Qualora non fosse scoperto alcun centro di produzione di queste armi, tanto meglio per Assad. In un caso e nell’altro l’esito è win-win per la comunità internazionale. 

I tweet di Donald Trump su un imminente attacco in Siria sono una mossa tattica o preludono a un intervento nelle prossime ore? 

Non credo che Trump sia così irresponsabile da lanciare i missili in una zona dove sono stanziati i soldati russi, ritengo più probabile che voglia dare una dura lezione ad Assad colpendo una base dove ci sono solo soldati siriani. Il vero rischio però è l’incidente: se un missile devia il percorso e cade sulle teste dei soldati russi il disastro è assicurato. Mettere le mani in una polveriera come il Medio Oriente significa rischiare di accendere la miccia di una Terza Guerra Mondiale: si può colpire l’esercito russo, ma nella regione ci sono anche le brigate di pasdaran iraniani, Israele non vede l’ora che un missile parta da Teheran per lanciargliene due in risposta. 

Secondo lei dunque il Presidente americano non passerà dalle parole ai fatti? 

La politica estera americana nel mondo non si fa su twitter. Trump ha definito il dittatore nordcoreano Kim Jong-un “rocket man”, ha detto di avere il dito sul bottone dell’atomica e adesso si parla di un prossimo incontro bilaterale. Mi auguro che anche alle frasi come “cari russi i missili stanno arrivando” seguano gesti di distensione. 
 
Al momento non c’è stata un’indagine internazionale per provare che le armi chimiche sono state usate da Assad. Sono sufficienti le supposizioni per minacciare un intervento bellico?

Siamo tornati di nuovo alla storia della “pistola fumante” agitata per la guerra in Iraq. Oppure al più recente caso Skripal, e alla figuraccia del ministro degli Esteri britannico Boris Johnson, che dopo aver scritto su twitter di aver le prove che si è trattato di un gas russo, ha dovuto eliminare la frase perché smentito dai suoi stessi esperti. Sono dichiarazioni usate per giustificare una decisione già presa: dare addosso ad Assad. Se questo è lo scopo, sarebbe più credibile affidare le indagini sul presunto attacco chimico a Douma a un’organizzazione internazionale come l’ESCWA. Ma la storia ci insegna che queste narrazioni hanno una finalità politica che non c’entra nulla con una investigazione trasparente e corretta. 

L’Unione Europea ha una voce in capitolo sull’escalation in Siria? 

Ancora una volta l’Unione Europea è assente, ormai non è un mistero che non esiste una politica estera europea. Fatto salvo l’orrore manifestato per i morti di Douma, ci mancherebbe, l’Europa farebbe meglio il suo mestiere se promuovesse un’investigazione internazionale per accertare le responsabilità di questi crimini.

12.4.18 | Posted in , , , , , , , , , , , , , , , | Continua »

US strikes Syria: Frattini talks to RT International

US strikes Syria: President Frattini talks to RT International 



Source: RT International
Rome, 10 April 2017


12.4.17 | Posted in , , , , , , , , , , | Continua »

Missili sulla Siria- Trump scende in campo: Intervento di Franco Frattini a Studio24

Fonte: Studio24
L’attacco alla base militare siriana messo in campo da Donald Trump cambia gli equilibri della guerra siriana, giunta al sesto anno di combattimenti. Immediate le reazioni della cancellerie mondiali, con Mosca che parla di aggressione a uno Stato sovrano. 
Di questo abbiamo parlato con due ex ministri degli Esteri del governo italiano, Franco Frattini, Massimo D’Alema e con il direttore della Stampa, Maurizio Molinari, e i colleghi Andrea Raineri de Il Foglio e la nostra inviata Lucia Goracci. Conduce Roberto Vicaretti. 



7.4.17 | Posted in , , , , , , , , , , , | Continua »

‘Europe lacks vision & leadership to address migration’ - live interview to Russia Today


The EU left Italy to deal with the refugee crisis alone “for many years” before realizing it was a pan-European issue, Franco Frattini, Italy’s former foreign minister who has also served as European Commissioner for Justice, Freedom, and Security, told RT.

Dealing with the EU’s immigration policies was part of Frattini’s job on the European Commission. He said powerful members of the alliance like Germany were reluctant to speak out against the status quo.

“The situation was not changing at all through the years. Then suddenly [they] realized that migration is a European issue, not a Sicilian or Italian or Greek. They realized [that there were] Balkan routes. At that moment they said: ‘Oh! We need border sharing, we need a distribution, we need to block our external borders,’” he said.


Frattini said that, during his tenure as a European Commissioner, he had suggested measures to make the EU’s borders more secure, but they were rejected.

“President of the European Commission [Jean-Claude] Juncker said a few days ago, ‘Frattini’s plan was never adopted; we need to re-propose it now ten years later.’ I’m not saying this to say I was good. But unfortunately Europe is lacking vision and leadership to address migration,” he said.

Now the problem has grown into one of the most important issues facing the EU, Frattini said. Attitudes towards refugees is now a key factor in elections all across Europe.

“In France, Marine Le Pen wants to get votes on [the refugee issue] and the government is rejecting it. Germany is going to election. This is one of the most important points at stake. The rightists are getting votes in all the regional elections in Germany on this. Austria will likely vote for an anti-migrant president, again on this. They close the border between Austria and Italy for weeks and months on this!” he said.

Frattini also spoke to RT about the ongoing stand-off in Syria, where the violence has continued since the US broke off cooperation with Russia on a ceasefire and is reportedly considering attacking Syrian government forces.

The former minister said the current wave of confrontational rhetoric is unlikely to lead to any breakthrough in Syria, and that the key players must cooperate and compromise to find a meaningful solution to the crisis.



“Some years ago, [US] President [Barack] Obama made a formal proposal to the European allies to go to war against Assad. And he realized even his closest ally, [then-UK Prime Minister David] Cameron, did not find a majority in the House of Commons. And the proposal has been withdrawn,” Frattini said.

“Then we moved from the failed proposal to go to war to an opposite proposal – to cooperate on Assad to dismantle [the Syrian] chemical arsenal. Russia, the East, Europe agreed, and it was the only successful example of cooperation since the beginning of the crisis in Syria. So my moral is: cooperation – success; fighting, confrontation, threats – failure.”

10.10.16 | Posted in , , , , , , , , , , | Continua »

No-fly zone in Aleppo would protect Al-Nusra – interview to Russia Today

No-fly zone in Aleppo would protect Al-Nusra – former Italian FM to RT 



Creating a no fly zone in the Syrian city of Aleppo would mean protecting Jabhat al-Nusra terrorists, who should instead be the target of international airstrikes together with Islamic State, Franco Frattini, Italy’s former foreign minister, told RT. 

“It was a mistake from the Western coalition in not highlighting the distinction between the so-called moderate rebels and… [Jabhat] al-Nusra,” Frattini, who has also served as European Commissioner for Justice, said in an interview at RT’s studios in Moscow on Sunday. 

The former Italian FM expressed confidence that Al-Nusra should be a target of international strikes, just like Islamic State (IS/Daesh, formerly ISIS/ISIL). “I’m completely convinced that if this point is overcome, the solution [to the Syrian crisis] will be found,” he said. Frattini spoke out against creating a “no-fly zone” over Syria’s strategic city of Aleppo, which was proposed by France in a vetoed UN Security Council resolution earlier this week. “Let’s not talk simply about the ‘no-fly zone,’” Frattini said. “I know very well the story of the no-fly zone in Libya. But now a no-fly zone in an area Al-Nusra [controls], will be protecting an Al-Qaeda-affiliated group.” 


Despite claims to the contrary from Washington, “it is possible to separate Al-Nusra from moderate rebels because al-Nusra occupy some well-determined areas of eastern Aleppo” and modern military technologies “allow [us] to target particularly small areas where terrorists are without hitting innocent civilians,” Frattini said. According to Frattini, the Americans are pandering to its allies in the Middle East by refusing to separate Al-Nusra jihadists from the moderates. “It’s not mainly the US interest. It’s the interest of Gulf Sunni states that are behind Sunni jihadists… Saudi Arabia is supporting jihadists, providing weapons. And Saudi Arabia is historically an ally of the US,” he said. “Sunni states in the Gulf want to liberate Damascus from Syrian President Bashar Assad and all the Shia that are there, not to liberate eastern Aleppo from terrorists,” Frattini added. 


Meanwhile, there is Iran on the other side, which said that “protecting eastern Aleppo from terrorists is our national interest” and will never allow Assad to be removed, he said. “Let’s restore a contact group where all main players [are present] – first of all, Russia and the US, but also Turkey, Saudi Arabia and Iran. Without having these five players around the table” no peace can be achieved in Syria, Frattini said. The various sides must talk, no matter what their differences are, as “you can only make peace with your enemies, not friends,” he explained. The breakdown of the Russia-US peace deal in Syria in late September “shouldn’t be the end of cooperation,” the politician said. “It’s going to be against the interest of the US, us the Europeans, against the interest of stability in the whole region,” he added. Military and diplomatic cooperation between Russia and the US is the only way to succeed, which was proven by the successful destruction of Syrian chemical weapons back in 2014, Frattini said. “From [Obama’s] failed proposal to go to war [with the Syrian government] we go to the opposite proposal to cooperate with Assad to dismantle the chemical arsenal. Russia, the East, Europe agreed. And it was the only successful example of cooperation since the beginning of the crisis in Syria… This is the example from, which we have to learn,” he said. Recent harsh statements toward Moscow from Washington can be explained by the American presidential campaign, with “rhetoric becoming louder and louder and louder as the election approaches,” the ex-FM said. He urged the US not to downplay Moscow’s achievements in Syria, stressing that “Russia, which isn’t the best ally to Riyadh, has been a bit more committed.” 


“Since Russia decided to engage very strongly in Syria’s fight against the terrorists, things have changed in a good direction – Daesh has reduced its sphere of occupation, many cities and villages were liberated,” Frattini said.

10.10.16 | Posted in , , , , , , , , | Continua »

Ucraina, Medio Oriente, Libia, Iraq: tutti i fronti caldi della politica estera


L’intervista al Tgcom24 del Presidente della SIOI Franco Frattini

Cosa ne pensa della nomina alla PESC di Federica Mogherini?
Mi sono congratulato pubblicamente e direttamente con Federica Mogherini. Si troverà al centro di grandi responsabilità ad esempio quella di invertire la rotta imboccata fino ad oggi, e che ha visto i singoli Stati dell’Europa mantenere gelosamente la propria idea di politica estera. In un mondo che sta andando un po’ a pezzi la grande sfida per l’Italia, ma anche per l’Europa, deve esser quella di creare una politica estera europea che, purtroppo, ad oggi ancora non esiste. 
Libia e Siria. E’ vero che l’Europa pensa più al portafoglio che alla poltiitca estera?
Purtroppo l’UE pensa poco anche all'euro. Ad esempio ad una strategia di sicurezza energetica comune che al portafoglio è sempre più legata. Basti pensare ai venti di guerra e alle minacce di interruzioni forniture. 
Venendo alla Libia e alla Siria devo dire che su questo fronte le organizzazioni internazionali come l’ONU e la NATO avevano fatto tanto e bene, anche impedendo che questi territori fossero presi sotto controllo di una coalizione di pochi Paesi, come avrebbe voluto l’allora Presidente Sarkozy. Ma cosa è accaduto da allora? E’ successo che i Paesi europei – anche l’Italia a malincuore – e gli Stati Uniti d’America, che all’epoca erano stati protagonisti, hanno poi perso la loro visione strategica sul Mediterraneo. Più semplicemente hanno abbandonato la Libia a milizie e scontri tribali. Dal successo della NATO e dell'ONU oggi siamo ad un preoccupante insuccesso del dopo. E’ la fotografia del fallimento di coloro che erano voluti intervenire in nome dei principi internazionali e che poi hanno voltato le spalle dall'altro lato.

L’immigrazione in Europa è un grande problema. Frontex Plux risolverà tutto?
Negli ultimi anni, in materia di immigrazione, l’Europa è stata del tutto carente. E lo dico da persona che quasi dieci anni fa creò Frontex e vide un altro entusiasmo e coinvolgimento dei paesi. All’epoca ero vicepresidente della Commissione europea e decidemmo per la prima volta di dar vita ad un'agenzia che prendesse in carico all’Europa un problema serio come le migrazioni. Quando fronteggiammo l'esodo dalla Guinea e Senegal verso le Canarie furono mobilitati ben 12 Paesi europei per aiutare la Spagna. Poi questo spirito si è perduto: sono prevalsi gli egoismi nazionali. Dall'idea di Frontex come strumento europeo integrato si è passati all'ognuno faccia da se. 
Con Frontex Plus il ministro Alfano ha tentato di mettere insieme i Paesi più vicini e più direttamente coinvolti con il problema. E' certamente un primo passo. Ma a mio avviso è troppo poco. Il punto è che l’Italia salva tante vite, ma poi queste persone non vogliono restare nel nostro Paese: vogliono raggiungere altre capitali. Ecco perché il problema riguarda tutti.
L'Europa spende pochissimo per Frontex che serve ad aiutare salvataggi e respingimenti, ma spende moltissimo per quello che è un obiettivo giusto: ossia l'aiuto ai Paesi di origine. Mi chiedo, perché quell'aiuto non lo canalizziamo bene nei Paesi di origine per creare lì delle opportunità? Se ce ne occupiamo quando sono arrivati da noi è già troppo tardi. 

Esiste un problema burocrazia in Europa?
Questo è un altro tema fondamentale. Tra progetti che l’UE dovrebbe finanziare, ad esempio, ci sono e ci furono progetti pilota sulla formazione dei migranti. Se noi continuiamo a tollerare che i migranti vengano a raccogliere i pomodori in campagna lavorando in nero non risolviamo il problema. Bisognerebbe fare formazione e offrire loro dei percorsi per lavori stagionali garantiti e non in nero. 

Mare nostrum è stato un errore?
Mare nostrum era un dovere morale verso il resto del mondo. Abbiamo salvato centinaia di migliaia di vite umane. Sono vite non numeri. Quindi è stato un dovere morale. C'è costato moltissimo e credo gli italiani siano orgogliosi di sentirsi dire che siamo tra coloro che hanno salvato più vite umane nel mondo. Tuttavia, era tempo di dire all'Europa che dopo aver avuto il tempo di studiare l’operazione adesso è ora di assumersi delle responsabilità. L’Italia ha fatto una buona proposta. L’Europa ha risposto a metà.

Come interpreta la telefonata Draghi-Merkel?
Non commento la telefonata, ma conoscendo bene Mario Draghi sono certo che si muoverà nell'ambito dei trattati e allo stesso tempo nella consapevolezza che la missione storica della BCE, che era quella di contenere e tenere bassa l'inflazione, oggi va un po’ rivista perché c'è, paradossalmente, la preoccupazione di alzarla un po’ per stimolare i consumi. Sono certo che Draghi farà tutto il possibile per stimolare la crescita nell'ambito dei poteri della Banca Centrale Europea. Così come sono certo che Germania ha capito che se i consumi calano in Italia a causa dell’austerità, dopo il rallentamento dei prodotti italiani rallenteranno anche quelli tedeschi. Tutti sanno che l’Italia è il primo partner commerciale della Germania e viceversa. Se calano i consumi in Francia ed in Italia il primo che ci rimette e la manifattura tedesca. Dobbiamo quindi mantenere le regole e non violarle, ma se in un momento di recessione strizziamo l'economia e non diamo spazio ai consumi alla fine anche i paladini del rigore si renderanno conto che a rimetterci saranno anche loro.

Come interpreta le ultime dichiarazioni della Merkel e del premier Renzi?
Conoscendo abbastanza bene la Cancelliera Merkel posso dire che non credo che agirà perché incoraggiata dal presidente del Consiglio italiano o dal presidente francese Holalnde. La Merkel prenderà decisioni innanzitutto pensando a ciò che è importante per la Germania e che non danneggi la credibilità europea. 

In Ucraina è davvero possibile una tregua?
Per occuparsi di questo conflitto bisogna conoscere davvero bene gli interlocutori. Vidi la prima volta Putin nel 2001. Lo vidi ancora quando con grande sorpresa di tutto il mondo, accogliendo l'invito del governo italiano, partecipò con Bush ad un importante momento della politica estera mondiale: a Pratica di Mare, nel 2002, si stabilì che la Russia e la NATO dovevano collaborare. Sono passati 12 anni, ma gli interlocutori non sono cambiati. Ciò che voglio dire è che dall'inizio della crisi in Ucraina si sarebbe dovuto conoscere chi è Putin. E' stato eletto presidente contando su un forte sostegno popolare della Federazione Russa. Bisognava prevedere che l’escalation di dichiarazioni russe non si potevano fermare. Siamo tornati ad un clima di guerra fredda: Putin dice “mi prendo l’Ucraina” e la NATO replica “metto postazioni ad est”. E intanto l’escalation va avanti. L’approccio giusto, invece, dovrebbe essere quello della diplomazia e del negoziato. Non si può tornare ad un clima di guerra fredda, anche perché questa volta non sappiamo davvero come può finire. Certamente escluderei che le parti stiano pensando ad una soluzione militare. Ma certamente è immaginabile che si pensi al congelamento delle frontiere e dei commerci. La domanda però è: chi paga il conto? Da un lato l'Europa e dall'altro al Russia. Perché questo comporterebbe conseguenze sul negoziato con l'Iran, sulla Siria, con l’Egitto. Vogliamo bloccare tutti questi scacchieri perché c'è la guerra fredda? Lo ripeto serve diplomazia, cessate il fuoco e negoziato. E’ l'unica strada seria che vedo. Inutile mostrare i muscoli perché poi debbano rimetterci tutti.

Come giudica la politica estera americana? 
Obama è un presidente che sta avendo difficoltà all'interno del Congresso Le parole sfuggite al Presidente degli Stati Uniti, quando ha detto “non abbiamo ancora una strategia” parlando di uno degli scacchieri più difficili del mondo, non vogliono certo dire che gli USA non sanno come muoversi, ma che le strategie americane non sono più il baluardo su cui noi europei dobbiamo affidarci come abbiamo fatto per 60 anni. Dobbiamo fare un po’ di più da europei. 



2.9.14 | Posted in , , , , , , , , , , | Continua »

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