Su Mosca no a speculazioni. Così Frattini parla di russofobia, Cina e Nato


Su Mosca no a speculazioni. Così Frattini parla di russofobia, Cina e Nato


Intervista con l’ex ministro Franco Frattini: "La libertà di stampa non si tocca ma non è tempo di paranoie russofobiche. La Nato è essenziale soprattutto sulla frontiera Sud. La vera minaccia resta la Cina"


Gli aiuti russi? Dimostrano la generosità di un Paese da sempre amico dell’Italia e non c’è da fare alcuna speculazione né da eccitare paranoie russofobe. Lo spiega a Formiche.net Franco Frattini, due volte ministro degli Esteri (una durante la guerra di Bush in Iraq), ex commissario europeo, oggi presidente della Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale (Sioi) e presidente di sezione del Consiglio di Stato. 

Che aiuti sono arrivati dalla Russia contro la pandemia di coronavirus? 
Sono aiuti generosi di un Paese che con l’Italia ha mantenuto sempre, anche nei momenti più difficili, eccellenti rapporti. Evidentemente, di fronte alla prima fase dell’emergenza in cui i partner europei quasi ridevano di noi la Russia ha avuto buon gioco a dimostrare una solidarietà più concreta. E non a caso anche gli americani poi si sono affrettati a inviare aiuti. È quindi un’azione in primo luogo giusta e concreta, in secondo luogo, dalla prospettiva del presidente Vladimir Putin, una scelta scaltra: ha dimostrato agli altri Paesi come si possa fare qualcosa di molto concreto in tempi anche molto rapidi. 

È stata una scommessa politica la sua? 
 Di fronte a gesti davvero poco commendevoli come quelli dei Paesi che hanno bloccato gli aiuti destinati all’Italia, la Russia ha giocato la sua partita: ha dimostrato di essere amica dell’Italia. Non farei nessuna altra speculazione. Tant’è vero che poi Putin e il presidente statunitense Donald Trump si sono sentiti e hanno raggiunto un’intesa per l’acquisto di aiuti russi da parte degli Stati Uniti. Il che dimostra che ci sono cose rispetto a cui le solite speculazioni di principio sono sbagliate.

Qual è la sua valutazione della risposta dei ministeri di Esteri e Difesa alle parole del portavoce della Difesa russa contro La Stampa? 
È una dichiarazione ragionevole, il governo non si può mettere in mezzo tra un quotidiano nazionale e il portavoce di un ministero straniero. Hanno fatto bene Esteri e Difesa a richiamare un principio generale che la libertà di stampa.

C’è un però, come ha detto anche lei. Gli Stati Uniti hanno acquistato materiale dalla Russia, in Italia invece abbiamo assistito a qualcosa di molto vicino a parate militari. 
Abbiamo visto strumenti che servivano ad aiutare come medici e macchinari. Francamente non penso proprio che ci sia da eccitare la paranoia dei russi che sbarcano con la scusa del coronavirus. Sono veramente delle cose campate in aria. E qualche giorno fa alla ministeriale della Nato, il nostro governo ha deciso di guardare ai fatti grazie anche a un’intelligence capace di fare distinzione tra gli aiuti sinceri e quelli non. E finora non mi sembra sia uscito fuori qualcosa. Su Mosca no a speculazioni. Così Frattini parla di russofobia, Cina e Nato

Questi aiuti russi hanno un costo politico? La rimozione delle sanzioni?
Penso che le sanzioni siano un errore gravissimo, la mia posizione è nota. Ma devono essere rimosse dopo un dibattito politico e una decisione unanime a livello europeo. Non credo però sia questo l’obiettivo. Penso, al contrario, sia un’ulteriore conferma del fatto che in un mondo assai meno sicuro che in passato, partner come la Russia non vadano visti con sospetto. Serve, invece, impegnarli in azioni comuni. In un mondo che ha visto crollare la globalizzazione a causa del virus, ci mettiamo anche a fare le Guerre fredde?

Dovremmo ripensare la Nato?
La Nato, che è il nostro strumento di sicurezza collettiva, deve fare molto di più sul fronte della politica di prevenzione e per la stabilità del Medio Oriente. E deve rafforzare quegli strumenti di azione rapida per le emergenze non tradizionali come queste.

E il rapporto con la Russia?
La Nato non ha cancellato quello strumento che creammo nel 2002, cioè il consiglio Nato-Russia. Non si è più riunito dopo i fatti dell’Ucraina ma esiste ancora. Riaprire un dialogo su temi strategici è assolutamente necessario. Anche perché la Nato stessa ha tutti gli strumenti per individuare eventuali comportamenti ostili per alcuni membri come la Polonia per esempio. La Russia deve essere assolutamente coinvolta sulla Siria e sulla Libia. E su quest’ultimo tema è fondamentale, non fosse altro perché sostiene il generale Khalifa Haftar e le sue forze, che ora si trovano in posizione di forza, mentre noi stiamo cercando una conciliazione nazionale tra le due parti.

Quanto, invece, agli aiuti cinesi: possiamo fidarci? La Cina è certamente più problematica della Russia visto che ha ormai una vocazione da prima potenza mondiale: vuole superare gli Stati Uniti, non ci riuscirà, ma ha ambizioni da numero uno. Risponde a logiche espansionistiche e ha nel mirino un’area dove ci sono interessi occidentali molto forti ben più ampia di quella su cui la Russia tenta di mantenere la sua influenza e in cui comunque la Nato è presente. Invece, se pensiamo a Paesi come il Vietnam, l’India, il Giappone, la Corea del Sud vediamo che c’è un’enorme fetta di mondo su cui la Cina ha messo gli occhi.

E la Via della seta?
Non è gratis nemmeno quella. È un progetto politico di presenza e di influenza, non è un progetto economico per regalare infrastrutture all’Occidente. Per questo guarderei alla Cina con molta più attenzione rispetto a quanto si fa con la Russia, come mi sembra che anche la Nato stia facendo.


Intervista di Gabriele Carrer 
4 aprile 2020

4.4.20 | Posted in , , , , , , , , , , , , | Continua »

Una nuova conferenza di Palermo per provare ad avere un ruolo in Libia. Parla Frattini

Una nuova conferenza di Palermo per provare ad avere un ruolo in Libia. Parla Frattini
Il Foglio 
22 gennaio 2020


Una nuova conferenza di Palermo, è la proposta che il due volte ministro degli Esteri Franco Frattini, già vicepresidente della Commissione UE, lancia dalle colonne del Foglio come unica via italiana per uscire dall'isolamento e giocare un ruolo in Libia. 

"La spartizione in due aree, Tripolitania e Cirenaica, sotto le influenze turca e russa, sarebbe l'esito più drammatico per i nostri interessi regionali. Il governo italiano dovrebbe convocare i paesi della sponda nord e sud dell'Iniziativa 5+5: solo in una dimensione mediterranea possiamo tornare a contare". 

All'indomani del vertice di Berlino, l'idea di una forza di interposizione europea pare definitivamente sfumata. "In Libia i due principali mentori, Erdogan e Putin, non gradiscono disturbatori europei, e hanno gioco facile visto che l'Europa non c'è: la Germania è intervenuta in ritardo, la Francia continua a intralciare ogni piano italiano. Nella situazione attuale la Russia è l'interlocutore più affidabile perché condivide con noi l'interesse del terrorismo e dell'immigrazione clandestina; inoltre, al contrario di Erdogan, Putin non ha la necessità di rafforzare ulteriormente la propria presenza in medio oriente ne deve agire da protettore naturale della Fratellanza musulmana schierata con Tripoli". 

La partita energetica non è secondaria: la Turchia ha sottoscritto con Sarraj un memorandum per lo sfruttamento delle risorse marittime. "Ankara considera da sempre il Mediterraneo orientale come un prolungamento della propria sovranità, perciò ostacola le esplorazioni offshore al largo di Cipro. A febbraio dello scorso anno una nave dell'Eni, impegnata in attività di perforazione nella zona economica esclusiva di Nicosia, è stata bloccata da un'unità militare turca. L'Italia rischia di restare schiacciata tra le ambizioni espansionistiche turche, in accordo con Sarraj, e le mire di Haftar che blocca le esportazioni petrolifere per piegare la National Oil Company". 

Secondo la cancelliera tedesca Merkel, a Berlino si sarebbero compiuti "piccoli passi avanti". 
"Io parlerei piuttosto di piccolissimi passi - prosegue Frattini - E' un fatto importante avere raccolto tutti gli attori nello stesso luogo, anche se non allo stesso tavolo. La presenza contestuale di Putin e Erdogan ha dato legittimazione all'intero vertice. Tuttavia il mancato invito alla Tunisia è un grave errore imputabile al protocollo tedesco". 

Non c'era neppure la Grecia, per il veto turco. 
"Questo è un errore di sostanza politica. Atene ha una storia di rapporti complicati con la Turchia, il paese che nella vicenda libica svolge la parte del leone: detta tempi e modi, ribadisce la volontà di non ritirare le truppe, a Berlino Erdogan è andato via tré ore prima della fine del vertice. La Grecia, per ragioni geografiche, è il paese destinatario dei flussi migratori provenienti dal territorio turco ed è stata direttamente toccata dall'intesa stipulata tra Erdogan e Sarraj sulla questione del Mediterraneo orientale, un'area che la Turchia rivendica". 

Come lei ricordava, i due contendenti, Sarraj e Haftar, non si sono incontrati ne hanno firmato il cessate il fuoco. 
"La fine dello scontro armato dipenderà dalla loro volontà. Se assisteremo a una stabilizzazione temporanea, non sarà merito del vertice berlinese dal quale Sarraj esce indebolito visto che il maresciallo di Bengasi è stato, di fatto, equiparato al premier riconosciuto. Nel documento finale si accenna a una cabina di sicurezza a due ma le posizioni restano molto distanti: pur nell'ipotesi di un governo di unità nazionale, chi andrebbe a presiederlo?". 

Forse l'unica, vera proposta uscita dal vertice di tregua è che la missione navale Sophia, varata nel 2015, torni in mare. "E' una buona notizia dal momento che Sophia ha finito per svolgere una funzione umanitaria: soccorreva i migranti in alto mare e li faceva sbarcare nei porti italiani. I contorni dell'iniziativa però rest
ano incerti".

Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio si è affrettato a spiegare che Sophia dovrà bloccare le armi, non recuperare barconi. "Serve una base giuridica apposita perché una missione incaricata di svolgere pattugliamento marittimo possa essere destinata al blocco delle armi. L'intercettazione del traffico vietato prevede controlli, verifiche, ispezioni forzose e sequestri: senza una nuova regola di ingaggio che autorizzi il ricorso alla forza, tali operazioni, al di fuori dei confini marittimi europei, equivarrebbero ad abbordaggio piratesco. E' necessaria una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'Onu". 

A detta di Haftar, 41 dei 2.400 combattenti siriani filoturchi spediti da Erdogan si sarebbero spostati in Italia: finti migranti, puri jihadisti. "Non darei eccessivo credito ai messaggi apocalittici scagliati come minacce nei momenti di tensione. I nostri servizi di intelligence sono in grado di individuare eventuali infiltrazioni. E' tuttavia innegabile che a una instabilità maggiore corrisponda un rischio maggiore di terrorismo. Nel documento finale di Berlino non si accenna al problema delle milizie: saranno reintegrate o annientate? Più le milizie prosperano più aumenta l'instabilità con i pericoli connessi". 

Annalisa Chirico

Foto La Presse 

22.1.20 | Posted in , , , , , , , , , | Continua »

Frattini: “Di Maio vuole dall’Ue la completa revisione ​​​​​​​delle sanzioni a Putin”

Frattini: “Di Maio vuole dall’Ue la completa revisione ​​​​​​​delle sanzioni a Putin”
E sulla Libia: «Dialogare con Mosca e Ankara» 


Franco Frattini, magistrato e presidente dell' Associazione italiana per l' Onu-SIOI, è stato due volte ministro degli Esteri nei governi Berlusconi e Commissario europeo. Il suo è uno dei nomi più accreditati per l'incarico di inviato speciale dell'Italia in Libia. In questi giorni i suoi consigli sono molti utili al ministro degli Esteri Luigi Di Maio. La chiave per capire come intenda muoversi Roma sta in quello che lo stesso Di Maio ha confidato a Frattini: il responsabile della Farnesina ha chiesto all'Alto rappresentante Ue Borrell di ridiscutere le sanzioni alla Russia. 

Qual è il senso di questa mano tesa a Putin, sapendo che ci metteremo contro Trump? 

«A noi la Russia serve moltissimo per difendere i nostri interessi nazionali. Di Maio ha fatto un passo molto importante con Borrell. Un passo che avremmo dovuto fare tre, quattro anni fa. Noi avremmo dovuto dire basta con le sanzioni». 

Pensa che Borrell metterà il tema delle sanzioni all' ordine del giorno a Bruxelles? 

«Conoscendolo bene, visto che da commissario europeo ho lavorato con lui, credo proprio di sì». 

A parte Trump, anche Merkel e Macron saranno contrari a mettere in discussione le sanzioni a Mosca. 

«Può darsi, ma almeno si saprà da che parte stiamo noi e da che parte loro». 

Scusi, da che parte dovremmo stare noi? Ci spieghi perché adesso dobbiamo stare dalla parte della Russia? 

«Noi dobbiamo stare dalla parte dei nostri interessi nazionali come fanno gli altri Paesi, ma abbiamo un at out che gli altri non hanno, cioè possiamo parlare in amicizia con tutte le parti in causa sia in Libia sia in Medio Oriente. Noi come Italia possiamo avere un ruolo di mediazione nei conflitti. In ogni caso dobbiamo farci sentire ai tavoli delle potenze che hanno in mano le sorti di un Paese a poche miglia dalle coste italiane. In Libia abbiamo interessi di primaria grandezza, energetici, migratori, ma anche rapporti politici e di amicizia di lunghissima durata». 

Forse meglio dire "avevamo". Noi abbiamo sostenuto Sarraj, ma ora Di Maio pensa che Sarraj ci abbia tradito con la Turchia e apre ad Haftar. Abbiamo cambiato alleato? 

«Ho parlato con Di Maio e lui non parla di alleanza con Haftar ma si rende conto degli errori del passato: non possiamo schiacciarci su Sarraj. Il ministro degli Esteri si rende conto che potremmo avere una sponda forte a Mosca e allora perché appiattarsi con una delle parti quando possiamo aiutare gli uni e gli altri? La conferenza di Palermo sembrava che avesse segnato un equilibrio tra le due parti e ci siamo buttati tra le braccia di Sarraj». 

Con gli Stati Uniti che avevano promesso al premier Conte sostegno in Libia. 

«Gli americani avevano detto "bravi, occupatevi della Libia", ma poi ci hanno lasciato soli. Ecco perché dobbiamo discutere con la Russia, rimettendo in discussione le sanzioni economiche, e anche con la Turchia. Dopodomani (domani per chi legge, ndr) a Sochi si incontreranno Putin, che sostiene Haftar, ed Erdogan, che ha mandato i suoi soldati in difesa di Sarraj: decideranno il futuro della Libia, come hanno fatto per la Siria. Speriamo che la Libia non venga spartita in due, ma è tra le ipotesi in campo. Ecco perché dobbiamo riaprire la discussione pure con Ankara e difendere il lavoro di Eni. È stato un errore chiudere la porta in faccia alla Turchia come hanno fatto nel 2003 Chirac e Schröder». 

Insomma la piccola Italia a suo parere può diventare una potenza regionale, da sola, senza l'Europa. Questa logica vale anche per la vicenda iraniana? 

«Sì. Noi in Iraq abbiamo mille soldati. Va bene, siamo leali con gli Stati Uniti ed è giusto decidere anche con gli altri Paesi europei se rimanere. Ma una volta ribadita la nostra lealtà, dobbiamo poter dire come la pensiamo su certe iniziative come l'uccisione di Soleimani». 

Allora Di Maio ha fatto bene a prendere le distanze da Washington? 

«È una mossa ragionevole se il passo successivo sarà quello che io suggerisco: ridare all'Italia un ruolo di pontiere. Con l'Iran abbiamo un rapporto consolidato da sempre. Senza nulla togliere alla nostra forte amicizia con Israele, dobbiamo avere una posizione autonoma. Vediamo se gli iraniani ci snobberanno e se gli americani diranno che li abbiamo pugnalati alle spalle. Io so che il ministro degli Esteri iraniano sta facendo molte telefonate ai Paesi occidentali e spero che una la faccia anche a Roma. Francesi e tedeschi hanno fatto sponda con la Cina invece di fare un vertice subito per cercare l'unità europea». 

Lei pensa che Trump in questo momento ci voglia tra i piedi nel ruolo di pontieri e pompieri? 

«In un momento in cui molti degli alleati europei stanno esprimendo contrarietà al raid americano, Trump ha contro la Russia, la Turchia e la Cina. Nello scacchiere mediorientale, oltre Israele, hanno dalla loro parte i sauditi ma rischiano di imbarcarsi in una polveriera. Noi abbiamo un filo da riagganciare con gli iraniani».

8.1.20 | Posted in , , , , , , , , , , , , , , , | Continua »

Khamenei imbavaglia gli iraniani, ma continua a twittare. La lettura di Frattini (Sioi)

Khamenei imbavaglia gli iraniani, ma continua a twittare. La lettura di Frattini (Sioi) 



"Paradosso dei paradossi, il regime ha imbavagliato i suoi cittadini, ma mentre cerca di soffocare le proteste, Khamenei continua a twittare la sua linea". Conversazione con l’ex ministro degli Esteri sulla crisi iraniana, le proteste e la loro dimensione regionale 

L’Iran, il Golfo e il Medio Oriente: regione nevralgica quanto turbolenta, delicata e complessa. Le manifestazioni per le strade della Repubblica islamica in questi giorni sono un elemento centrale del momento, che si allineano a qualcosa di simile visto in Iraq e Libano. Altre tensioni con sullo sfondo l’aumento del confronto tra il blocco saudita e l’internazionale sciita che Teheran ha tentato di creare.  

Cosa sta succedendo? “Lo scontro tra i due blocchi si sta intensificando, con Riad che ha molti meno problemi a giocare influenza e l’Iran che si sente costretto a costruire quelle penetrazioni regionali attraverso attori proxy”, spiega a Formiche.net Franco Frattini, tra i tanti ruoli ricoperti, presidente della Sioi, già ministro degli Esteri. 

Repressioni e morti: la teocrazia iraniana ha per il momento spinto per schiacciare le proteste, ma cosa c’è dietro alle dimostrazioni di questi giorni scatenate dagli aumenti del carburante alla pompa? “Questa decisione di riduzione dei sussidi sul carburante è uno dei casi non frequenti in cui personalmente Ali Khamenei (la Guida Suprema, l’apice del sistema teocratico iraniano, ndr) ha seguito, si è interessato e si sta interessando alla situazione. Differentemente dalla norma in cui la Guida non è mai troppo coinvolta direttamente. Dalle sue dichiarazioni si comprende che la sua attenzione è molto forte”. 

“D’altra parte — aggiunge l’ex ministro — si è capito che una buona parte del Parlamento iraniano aveva chiesto di aiutare le categorie più deboli prima di far entrare in atto questa decisione. C’era dunque la sensazione che si potesse scatenare qualcosa, ma ciò nonostante sia la Guida sia la presidenza sono andate avanti”. 

Perché? Cosa ha portato la leadership iraniana a spingere, con la forza e la mano pesante, col rischio di attirarsi addosso vari riflettori? “Khamenei non è la prima volta che fa appello alla riduzione dello spreco energetico. La ritiene una necessità. Dal 2014 la Guida ha sempre sostenuto il dovere di limitare l’uso di automobili e carburante, secondo alcuni dati l’Iran ha un consumo pro-capite di energia superiore di diverse volte a quello della Turchia, per esempio, che è un paese molto più avviato”. 

Ma non è l’impronta verde della Guida a produrre questa necessità, giusto? “Khamenei sa da tempo che le sanzioni creano per l’Iran la possibilità concreta di dover importare carburante. Una cosa assurda per un paese produttore, ma che può diventare reale. L’Iran sta perdendo la sua autosufficienza energetica, le misure sanzionatorie lo hanno bloccato anche dal punto di visto dell’importazione delle tecnologie estrattive”. 

“Per questo Khamenei chiede di limitare i consumi. Bisogna capire la storia di queste misure dunque — aggiunge Frattini — e leggere i motivi di questo impegno personale della Guida, seguito nonostante gli dicessero di fare prima misure compensative anche dal parlamento conservatore“. 

Poi c’è anche il contesto pre-elettorale ad avere un peso? “È un’altra cosa importante da ricordare: nella primavera del prossimo anno ci sono le elezioni. Le forze si stanno posizionando, certamente. Sebbene questa protesta è senza una forza dietro, senza leader, non è pilotata. In questo è del tutto simile a quelle in Iraq e Libano. Gli iraniani, come iracheni e libanesi, ce l’hanno con l’intero establishment. Non a caso la prima mossa attuata dal regime è stata bloccare Internet, i social, perché Khamenei sa bene come le Primavere Arabe si sono sviluppate”. 

Sigillare Internet per impedire che le informazioni su quel che succede escano creando anche un effetto contagio… “Noi dall’Occidente non abbiamo un’idea completa di come accadano le cose, perché abbiamo solo due voci. I dissidenti, con parenti sul posto, che riferiscono di proteste oceaniche. Poi abbiamo le analisi delle ambasciate, che danno invece una immagine di moderazione. La cosa certissima è che non sarà questo che farà cadere il regime“. 

A proposito di Iraq e Libano, occasione per allargare la riflessione: a Beirut e in diverse città irachene abbiamo visto proteste che riguardavano anche l’Iran, il piano di penetrazione in altri Stati della regione, giocato attraverso proxy politico-militari strutturati sul modello dei Pasdaran. Finora ha retto forse, ma adesso? “Adesso, e lo vediamo in un Paese come l’Iraq, questa infiltrazione, lì molto forte, non è affatto gradita. Ricordiamo che alle ultime elezioni irachene il chierico-politico sciita Moqadta al Sadr, un tempo molto collegato agli ayatollah iraniani, ha vinto le elezioni con un motto semplice: fuori gli iraniani dall’Iraq”. Lo stesso che i ragazzi iraniani ripetono in queste settimane… “Nessuno apprezza più questa ambizione da potenza regionale, ma l’Iran continua ad averla perché se perde la presa sa che l’Arabia Saudita ha campo libero. Perché i sauditi hanno molto meno problemi a giocare influenza”. 

Un ruolo abbastanza attivo, o proattivo, in queste proteste lo stanno avendo gli Stati Uniti. Washington ha detto di essere dalla parte dei cittadini iraniani. Il dipartimento di Stato, che ha sanzionato il ministro iraniano della Tecnologia e delle Telecomunicazioni (Jazari Jahromi, un politico giovane e in realtà piuttosto apprezzato in Iran), sta chiedendo la riapertura di Internet; il segretario di Stato, Mike Pompeo, ha chiesto ai manifestanti iraniani di inviare i loro video, foto e informazioni che documentano la repressione del regime nei confronti dei manifestanti così che gli Usa “possano esporre e sanzionare gli abusi”. 

Secondo Frattini è una posizione “abbastanza naïf”: “Gli americani non comprendono che così facendo rischiano di danneggiare gravemente i manifestanti e gli oppositori, perché in Iran se c’è una cosa che mai, malgrado i cambiamenti dei regimi, non è mancata è l’orgoglio nazionale. Loro si sentono grande potenza, discendono dalla Grande Persia, e questa è l’unica cosa su cui non si può fare leva. Non a caso sia il governo che la Guida fanno ruotare la retorica per disinnescare le proteste dicendo che sono le forze straniere che vogliono mettere in crisi il messaggio khomeinista”. 

 “Forse — aggiunge l’ex ministro italiano — gli Stati Uniti però potrebbero prendere posizioni forti, basterebbe un gesto netto ma altamente simbolico: far in modo di oscurare il profilo Twitter di Ali Khamenei. Andare sul concreto mettendolo a tacere per via delle repressioni. Perché, paradosso dei paradossi, il regime ha imbavagliato i suoi cittadini, ma mentre cerca di soffocare le proteste, Khamenei continua a twittare la sua linea”.

25.11.19 | Posted in , , , , , , , , , , , , , , | Continua »

GUERRA IN SIRIA/ Frattini: gli errori dell’Ue che hanno regalato Erdogan alla Russia

GUERRA IN SIRIA/ Frattini: gli errori dell’Ue che hanno regalato Erdogan alla Russia 

02.11.2019 - int. Franco Frattini 



Il Medio Oriente è in totale subbuglio, con Erdogan che guarda a Est. Gli errori e le colpe del disastro 

Il Medio Oriente è in subbuglio e i focolai di conflitto si moltiplicano. Il centro della destabilizzazione è la Siria, che ha visto il riaccendersi degli scontri dopo l’ingresso nel suo teatro della Turchia di Erdogan, con la scusa di voler allontanare i curdi. Ma come siamo arrivati al disordine attuale? Analisti ed esperti militari sono concordi nell’individuare la causa scatenante dello sconquasso mediorientale: la guerra in Iraq del 2003. E oggi, perché la Turchia, in quegli anni vicina all’Europa, ora guarda a Est e pratica una politica di potenza? Perché l’Europa ha ormai abbandonato ogni prospettiva di coordinamento in politica estera? Il Sussidiario ne ha parlato con un protagonista della politica estera di quegli anni, Franco Frattini, per due volte ministro degli Esteri ed ex vicepresidente della Commissione europea, che offre una chiave di lettura in retrospettiva capace di portare al cuore e alla radice del caos mediorientale attuale. 

Analisti e militari concordano che la guerra in Iraq nel 2003 ha destrutturato il Medio Oriente, portando al caos che vediamo. Lo conferma? 

Questo è esattamente ciò che mi disse l’allora presidente egiziano Hosni Mubarak. L’Egitto era uno dei più forti alleati dell’Occidente. Mi confidò: “La missione in Iraq, con l’azione unilaterale anglo-americana, creerà i presupposti per lo scardinamento degli equilibri dell’area”. Noi non gli credemmo, anche se bisogna ricordare che l’Italia è arrivata in Iraq dopo la delibera Onu, perché la nostra Costituzione impedisce di partecipare ad azioni di guerra. Ma non è stato l’unico errore, forse neanche il più grande. 

E quale sarebbe stato questo sbaglio?

Una volta assunto il controllo dell’Iraq, gli anglo-americani hanno identificato il partito Baath con Saddam Hussein, come se tutti i funzionari pubblici fossero suoi seguaci. L’Iraq non era la Libia, aveva una burocrazia che funzionava, così come funzionava in Siria. E i funzionari non erano uomini di Saddam, la distruzione della burocrazia ha portato queste persone da un giorno all’altro a trovarsi senza lavoro. E loro ci hanno ripagati disseminando l’intero Medio Oriente di odio anti-occidentale. Noi cercammo in tutti i modi di evitarlo, premendo sul presidente Bush, ma senza successo. 

Un altro focolaio è quello della Turchia, che ai tempi della guerra in Iraq era pure vicina ad un possibile ingresso in Europa. Poi che cosa è successo? 

È cambiato il mondo. All’epoca, insieme al mio collega britannico, avevamo fondato il gruppo “Friends of Turkey”, con il compito di attuare azioni positive per allargare l’Europa alla Turchia, il che ci avrebbe aiutato moltissimo. Ai tempi, grazie al mio impegno, il partito Akp di Erdogan, che in quegli anni era un politico in ascesa, era diventato membro osservatore al Parlamento europeo. 

E poi che cosa è andato storto? 
Chirac e Schröder ci dissero di farla finita con questo tentativo, perché tutt’al più con la Turchia si sarebbe arrivati a un partenariato speciale. Bisogna conoscere la storia turca: è ottomana e post-ottomana, è un popolo che non si dimentica di essere erede di un grande impero. Non accettarono gli schiaffi dell’Europa e il loro orgoglio nazionale li ha fatti voltare da un’altra parte: alla Russia, all’Iran, a un ruolo di potenza regionale in Medio Oriente. 

È quello che sta accadendo oggi. Fu l’unica motivazione? 

Oltre a questo schiaffo ci furono le crisi migratorie e l’islamizzazione sempre più dura del partito di Erdogan. Oggi questo processo è irreversibile, per scelta stessa della Turchia. 

L’Europa sembra aver perso gran parte dell’attrattiva anche per Paesi che ne furono fondatori. Le carenze maggiori si notano proprio nella politica estera. Sull’invasione di Erdogan in Siria, per esempio, l’Ue non ha saputo avere una voce comune. Perché? 

Rispetto a quei tempi c’è stato un degrado progressivo dei rapporti tra gli Stati europei sui temi della sicurezza, della lotta al terrorismo, dell’immigrazione. Un’Europa a 27 non si governa come una a 14, prima dell’allargamento a Est avvenuto nel 2004: già con 24 membri era diventato tutto più complicato. Negli ultimi anni ho visto l’Europa votare in tre modi diversi sulla crisi israelo-palestinese: un gruppo a favore di Israele, uno pro palestinesi, un altro che si asteneva. Peggio di così… 

Un’altra prospettiva dimenticata da tempo è quella di creare un esercito europeo. Oggi l’Ue si accontenta di avere un Alto rappresentante per la politica estera, che di alto però ha solo di nome… 

Proprio io parlai di esercito europeo nel mio discorso di insediamento, quando l’Italia diventò presidente di turno dell’Europa nel 2003. Il giorno dopo uscì un articolo sul Financial Times che diceva: arrivano dall’Italia a farci perdere l’esercito della corona. Ma oltre al Regno Unito, e tranne forse Francia e Germania, anche gli altri Paesi si mostrarono riluttanti. 

Il collasso delle relazioni internazionali di cui si parla spesso ha colpito anche i rapporti tra Stati Ue? 

Sì, è uno scollamento dovuto alla mancanza di valori guida, ed è un fatto gravissimo. Come può essere rispettato il principio della fiducia reciproca, un pilastro del trattato europeo, se l’Italia viene lasciata sola davanti agli sbarchi a Lampedusa? Come può esserci fiducia se non si scambiano informazioni sui terroristi? L’attentatore del mercatino di Bruxelles ha attraversato ben 4 Paesi europei prima di essere arrestato in Italia. Stessa storia per i terroristi del Bataclan, che hanno varcato diverse frontiere prima di essere fermati. Tutto ciò può accadere solo perché questa fiducia totale, anche nell’intelligence, non c’è più. 

 (Lucio Valentini)

4.11.19 | Posted in , , , , , , , , , , , , , , , | Continua »

Evento SIOI- Presentazione del Diario di Alcide De Gasperi 1930-1943

Evento SIOI- Presentazione del Diario di Alcide De Gasperi 1930-1943 

(ANSA) - ROMA, 14 OTT - Un "Diario" scritto da Alcide De Gasperi negli anni in cui lavorava presso la Biblioteca Vaticana, dal quale emerge un uomo politico di grande spessore culturale e di non comune esperienza politica, che annota e guarda gli avvenimenti che avvengono in Italia e in Vaticano con l'occhio di chi osserva con scrupolo quanto avviene e reagisce talvolta a quanto vede. 

"ALCIDE DE GASPERI DIARIO, 1930-1943" a cura di Marialuisa Lucia Sergio, verrà presentato nella sede della SIOI, a Roma, mercoledì 23 ottobre dalle ore 16,30, presenti due delle figlie dello statista, Maria Romana e Paola De Gasperi, e il presidente della Sioi, Franco Frattini. 

Si tratta di un "Diario" scritto dopo le grandi esperienze avute da De Gasperi come giornalista - direttore de il "Trentino" - e politico - consigliere comunale della città di Trento, consigliere alla Dieta di Innsbruk, segretario del partito Popolare Trentino, deputato al Parlamento di Vienna, presidente del Gruppo Parlamentare del Partito Popolare Italiano, segretario del Partito Popolare Italiano -. Già deputato popolare, perseguitato e incarcerato dal regime fascista, senza un impiego stabile, nel 1929 De Gasperi fu assunto come bibliotecario nella Biblioteca Apostolica Vaticana. Lì, in una sorta di esilio interno, trascorse gli anni della dittatura, durante i quali tenne in un suo quaderno segreto il diario che vede oggi la luce. Non un diario intimo ma, dall'osservatorio privilegiato del Vaticano, riflessioni e note sulle relazioni fra la Chiesa e lo Stato fascista, la situazione dei cattolici in Italia e nella Germania nazista, più tardi sugli albori della Democrazia cristiana. 

Si tratta di pagine assai rilevanti per il loro valore storico e documentale, che gettano luce sul percorso intellettuale di De Gasperi ma anche sull'evoluzione della politica cattolica durante il pontificato di Pio XI e Pio XII. (ANSA). 

SIOI – Roma | Mercoledì 23 Ottobre 2019, h.16.30 

Introduce 
Franco FRATTINI, Presidente della SIOI 

Intervengono 

Maria Romana DE GASPERI, Presidente Onorario della Fondazione Alcide De Gasperi 

Paola DE GASPERI Fondazione Alcide De Gasperi 

Info e accrediti: stampa@sioi.org

17.10.19 | Posted in , , , , | Continua »

Evento SIOI: La Francia e l'Italia. La continua instabilità in Libia

Evento SIOI: La Francia e l'Italia. La continua instabilità in Libia

SIOI – Roma | Giovedì 17 Ottobre 2019, h.16.30


Intervengono
Franco FRATTINI, Presidente della SIOI 
Stephen J. MARIANO Dean, Nato Defence College
Alessandro POLITI Direttore, Nato Defence College
Franco VENTURINI Editorialista, Corriere della Sera

Modera
Gabriele CARRER, Giornalista

Evento realizzato in occasione della X edizione del Festival della Diplomazia

17.10.19 | Posted in , , , , , , , , | Continua »

Moscow: Franco Frattini speaks about modern politics and global threats at RANEPA

Franco Frattini speaks about modern politics and global threats at RANEPA 

On September 13, former Italian Foreign Minister (2004-2008), President of the Institute for Eurasian Studies Franco Frattini delivered a lecture at RANEPA on Important aspects of West-East relations: Challenges and prospects. 

The honorable guest was introduced by the Rector of the Presidential Academy, Vladimir Mau. Franco Frattini thanked the students for coming to his lecture. The last time he visited the Academy, he was awarded the RANEPA Doctor Honoris Causa title, the speaker said, adding that he was happy to continue cooperation with the Presidential Academy.

He spoke with the students about the relationship between Russia and the European Union and Russian-Italian relations. He noted that during his tenure as Italian Foreign Minister, relations between the two countries, as well as between Russia and the EU, were at the highest level. Franco Frattini regretted that contacts between Russia and the West are tense now, aggravated by the anti-Russia sanctions. He believes the EU has made a number of mistakes, which eventually led to the crisis. 


During his presentation, Mr. Frattini emphasized Russia’s prominent strategic role in promoting the resolution of the Syrian crisis, appreciating its strong presence and results achieved in the fight against terrorism. The speaker noted that while Russia was in Syria and contributed to the fight against terrorism, the EU did not intervene. He also discussed North Africa, including the role of Egypt, and Libya before and after Muammar Gaddafi. According to the speaker, the West should realize there are common interests, and the enemy is not the East or Moscow, but all those “asymmetric threats” such as cybercrime and chemical weapons in the hands of terrorists. We need to confront all these threats together, Mr. Frattini said.

Mr. Frattini’s lecture was organized by the Department of International Regional Studies and Regional Management of RANEPA Institute of Public Administration and Civil Service. 

Franco Frattini was awarded the RANEPA Doctor Honoris Causa title by Rector Vladimir Mau in 2018. Also in 2018, he agreed to co-head a new program on International Humanitarian Cooperation (a Russian-Italian program with in-depth study of foreign languages) at the IPACS Department of International Regional Studies and Regional Management.






What unites Russia and EU is (much) more than what divides them 
Lectio Magistralis 
Prof. Franco Frattini
Moscow, 13 September, 2019
RANEPA, The Russian Presidential Academy of National Economy and Public Administration


I recall with a certain emotion when, in my quality of Foreign Affairs Minister of Italy, in 2002, I could attend an event that helped to make a step forward in the relations between the West and Russia. I’m referring to the historic handshake between President Putin and President Bush, under the auspices of the Italian Government of those days, which admitted Russia to be part of a NATO-Russia Council, thus breaking a cultural, historical, political and diplomatic wall. 

Much more than seventeen years have gone since that far-away 2002. It seems an entire historical period has gone, and unfortunately, today we see as the reestablishment of relations, of a strategic partnership are both in a complex, difficult, in some ways even frozen phase. I’m referring to the strategy that has resulted in the introduction of sanctions against Russia and, of course, to the Russian answer to Europe. 

If I go back to the origin of this crisis, namely the question of Ukraine, with the violent deposition of President Yanukovich, I think we should say that both sides - Ukraine and Russia - have made mistakes; but in my quality of European, of Italian citizen, coming from one of the founder countries of Europe, I am afraid I must say that big errors have been made by Europe. I also remember – I was then still Minister of Foreign Affairs – when in 2009 we celebrated the start of the so-called Eastern partnership, dedicated to Countries – such as the Ukraine, Moldova, Georgia – Europe had declared the intention of strengthening economic and political relations with; well, a failure of Europe dates back to that time, to the initial period of the Eastern partnership. And it's a mistake that, speaking at that 2009 Summit, I had signalled. 

Let me better explain. There was the temptation, maybe the tendency, and in any case we gave the impression, that Europe had created – through the Eastern partnership – a new fast track to the future adhesion of partners to the European Union and maybe even to NATO membership. After many years of negotiations for enlargement, following the success of the 2004 and subsequent enlargements, we gave the impression of wanting to overcome rules, procedures, policies, everything that we call « the acquis » – which any candidate State must reach – while indicating a new “political” process of accelerated accession. 

Certainly this accelerated accession neither would nor should have ever been referred to as perspective. This primarily because there are procedures that all countries must respect. And secondly because, doing so, we gave the impression – and it's an impression that surely did not correspond to the wishes of countries like Italy or France and Spain, which shared on this our same position – that this Eastern partnership was born and developed against Russia: not to cooperate but to counter. It appeared as a new containment policy that, extending to the future of NATO enlargement, certainly gave the impression the Europeans were not acting friendly toward Russia. A few years later, at the time of the negotiations for the signing of the agreement on cooperation and partnership between Ukraine and the European Union, once again that agreement was presented as an alternative arrangement in any Ukraine's ability to continue to work on the East with its main strategic partner, Russia. In other words, it gave the impression that for some EU countries (but not for the others) the real political choice was that Ukraine was faced with an alternative: either you choose the signature with Europe, or you choose the alliance with Russia. 

This alternative was wrong. I believe it is one of the causes of the crisis that followed, but today we have to analyse it calmly. Then, and it’s recent history, we saw the annexation of Crimea, the clashes in the Eastern provinces of Ukraine, and -as I said- errors by all the parties involved, up to the Minsk accords, which today constitute at the same time an objective and a start, because they establish the basis for commitments that must be fully respected on both sides. 

I hope that President Zelensky is changing the Ukraine attitude to engage with Russia, maybe within the “Normandy format” to the full implementation of Minsk Agreement. The announced exchange of prisoners would be a much welcome first step. Italy's position is known, and has been reiterated at the highest levels of the Italian Government. Italy accepted the sanctions policy against Russia for a duty of loyalty, in order to avoid splitting the unity of the European Union, and not because it was (or is) convinced that the way forward is that of economic sanctions, which, among other things, will damage some countries - first of all Italy -, much more than other EU countries. 

Unfortunately, after some years, the Italian successive governments were not strong enough to pretend, at the moment of renewing the sanctions, a deep and substantial political debate, instead of confirming every 6 months. Italy believes that a policy of re-engagement of Russia as a strategic partner is not only necessary, not only urgent, but even indispensable for some major themes of global geopolitics. 

And I'll explain. Our world is going through global and globalized crisis that certainly we cannot solve if the Russian Federation (and incidentally China) are not fully involved along with the West. Russia has certainly a key role in the Syrian issue, because its strategic role and military presence and the strong results achieved against Daesh are well known; where, unfortunately, we must admit, with the policy of the international community we are leaving Syria in the drama, terror, despair of millions and millions of refugees. 

Let’s look to North Africa, to Egypt, where Russia has been able to consolidate a strong presence, providing also with assistance and training to the Egyptian institutions, precisely at a time when some Western countries (but, I want to emphasize, this does not apply to Italy, which increased its relationships) had begun to abandon the current Egyptian Government, with the consequence of a greater fragility in that country. I think no one can deny how much more decisive a strong commitment of Russia in the UN Security Council would be, resulting in a more coordinated framework of solution for Libya, a country battered, divided, where the West thought they can do alone, while the Arab world is in its turn divided inside. The necessary consequence of all this is that, even today, the Security Council is unable to find a way to a resolution that will promote political unity, support, but also launch a serious offensive against terrorism and trafficking of human beings. 

More generally, I see the need for a revival of our engagement with Russia; it is necessary to recreate a strategic partnership in order to counter the challenge to global security and to fight against terrorism, which means cyberterrorism, the so-called cyber-crime; which means economic terrorism, with the huge amount of funding that terrorism still succeeds in collecting through illegal trafficking; and, finally, pure and simple criminal terrorism, Daesh's terrorism, which every day threatens to hit the heart of Europe, and in some case has already affected the European countries, and where – for reasons of convergence of interests – the Russian Federation has exactly our same interest in fighting terrorism before it reaches our homes. I know that the Minsk accords must be implemented; I know that the administrative decentralization of certain regions of Eastern Ukraine must be completed and strengthened to a structure whose virtuous example we Italians have in South Tyrol : the example of a really strong and advanced autonomy. 

I know that there are still investigations and doubts about many victims on each side. All of that is well known. I am equally well aware, in my experience, of the institutional concerns of the Baltic countries, countries that suffered during the Soviet period, countries which aim more to a defence and to a containment rather than to a re-engagement of Russia. I understand these feelings. But I believe that feelings of this kind may be partially mitigated, compensated, looking at an even stronger interest: the global interest, the interest to deal with problems that are common to all of us. That interest, not the divisions, should prevail. I believe this is the meaning of leadership that we expect, that my country expects, that – I think – many Europeans expect from the European Union, its institutions, the Governments of the European countries and also by the Government of the Russian Federation. I see an even worse scenario, if really Trump’s administration will deepen the impact of the U.S. withdrawal from international treaties on non proliferation and arms reduction. I hope that president Trump will be able to react to those, in many American élites and circles, who are pushing him to another cold war era, including nuclear tests and deployment of missiles, that would be exactly the opposite of what the world of today needs. 

It’s time for EU to first gradually review the sanctions-based policy vis-à-vis Russia. Maybe, making a first concrete step by re-opening channels and projects funding from the EBRD to the Russian small and medium enterprises, and so establishing a virtuous circle in view of lifting useless and – for EU and ITA – counterproductive sanctions. I think we should encourage President Trump’s proposal to invite back Russia to join G7, working again as G8 beginning with next year’s U.S. Presidency of G7. France was in favour during last month’s Biarritz G7, and Italy as well. Unfortunately, UK and Germany, because of their current political weakness, were unable to support that move. I hope that U.S. will insist. 

The newly appointed Italian government would be surely in favour. I believe that, rather than repeating mutual accusations, rather than risking falling back into a terrible logic of a new Cold War, it would be good to put on the table, as I tried to do quickly, subjects on which there is a converging interest: our interest as Europeans, Russian friends’ interest, and the entire Western world’s interest, because America and Europe share a goal of global security which cannot be conflicting with the objectives of security which the Russian Federation pursues against drug trafficking or arms trafficking or in contrast to nuclear proliferation. Russia as part of global solution: this should be a key, provided that in the West there are leaders strong enough to elaborate on that principle. These are truly global objectives, because they are goals corresponding to the rules, the founding principles of the United Nations themselves. 

I think today everyone must rethink the logic of confrontation and revive the logic of collaboration, being obviously ready to report when one or the other should let down a transparent sincere and loyal collaboration. 

Thank you very much.

23.9.19 | Posted in , , , , , , , , , , | Continua »

Joint Statement by the mediators and the observers in the Permanent Conference on Political Issues in the Framework of the Negotiation Process on the Transdniestrian Settlement

July 12 2019 - Joint Statement by the mediators and the observers in the Permanent Conference on Political Issues in the Framework of the Negotiation Process on the Transdniestrian Settlement in the 5+2 format following their 12 July 2019 visit to Chisinau and Tiraspol.


CHISINAU, 12 July 2019 - The mediators and observers in the Permanent Conference on Political Issues in the Framework of the Negotiation Process on the Transdniestrian Settlement in the 5+2 format visited Chisinau and Tiraspol on 12 July 2019 for talks with the Moldovan and Transdniestrian leaderships.

During their visit, the mediators and observers met in Chisinau with the Moldovan President Igor Dodon, Prime Minister Maia Sandu as well as Deputy Prime Minister for Reintegration and Chief Negotiator Vasilii Sova. In Tiraspol they met with the Transdniestrian leader Vadim Krasnoselsky and Chief Negotiator Vitaly Ignatiev.

The mediators and observers welcomed the political commitment shown by the leaderships of both Sides to further build on the positive dynamic in the Transdniestrian settlement process and to achieve further tangible results by the end of this year with regard to the implementation of the Berlin-plus package.

To that end, the mediators and observers urged the Sides to continue the active and substantive engagement in the joint expert working groups and to hold 1+1 meetings of the chief negotiators on a regular basis to provide these groups with the necessary guidance and they welcome in this regard the commitment by both chief negotiators to meet within the next two weeks. Taking into account the result-oriented approach, substantive political discussions in the 5+2 format can be convened in Bratislava, Slovakia within the next three months to take stock of the progress made with regard to the implementation of the Berlin-plus package and to identify further priority issues in the field of confidence-building measures. The mediators and observers further welcomed the readiness of both Sides to address selected priority issues from the joint expert working groups in a retreat to be organized by the OSCE Mission to Moldova in Bavaria, Germany in autumn.

Talks in the 5+2 format include representatives of the Sides – Moldova and Transdniestria, the mediators from the OSCE, the Russian Federation and Ukraine as well as the observers from the European Union and the United States of America.


Source


16.7.19 | Posted in , , , , , , , , , , , , | Continua »

Frattini: Per chi ha vinto è l’ora della responsabilità, e di giocare la sua partita nella Ue

L'ex ministro. Frattini: «Chi ha vinto ora sia responsabile» 


Martedì 28 maggio 2019 

L’ex ministro degli Esteri: la Lega vada al tavolo con la Ue, la critica non basta più 

«Per chi ha vinto è l’ora della responsabilità, e di giocare la sua partita nella Ue». 


Pochi conoscono lo scenario europeo come Franco Frattini - oggi presidente del Collegio di garanzia del Coni - per due volte, a lungo, ministro degli Esteri con Silvio Berlusconi e, nel mezzo delle due esperienze alla Farnesina, Commissario Europeo. «Gli irrigidimenti - spiega - non servono né alla Ue né all’Italia. Chi vince deve saper trattare. Senza realizzazioni in linea con le attese, i grandi consensi, come abbiamo già visto, evaporano velocemente». 

Che prospettive si aprono? 

Sarebbe un grave errore rimproverare i cittadini per il voto espresso. Anche Salvini, ritengo, veda i vantaggi di avere una politica comune europea, ma se in Italia - come in Francia e in Gran Bretagna - il primo partito è quello che denuncia l’invadenza della Ue, bisogna interrogarsi. 

L’Europa appare zoppicante sulle grandi visioni e primeggia sulle 'piccolezze'. 

È proprio questo il tema. Nei 4 anni e mezzo che sono stato vicepresidente della Commissione ho dovuto tenere a freno tante iniziative, tipo quella relativa alle dimensioni della conchiglia che si può pescare o meno, che penalizza l’Italia, visto che le vongole del Portogallo sono molto più grandi. O il proposito di abolire l’ora legale, che non interessa i paesi nordici ma per noi è di grande importanza. Così poi accade che arrivano a Strasburgo rappresentanti scelti per puntare il dito contro questi eccessi. L’Europa ha fallito sul alcuni temi. Uno è la solidarietà, che penalizza il nostro Paese sull’immigrazione. 

Tuttavia i campioni della non-solidarietà sono proprio i Paesi 'sovranisti'. 

Ma la risposta sarebbe dovuta venire ben prima. Le questioni trascinatesi negli anni nei Consigli Europei hanno portato a questi risultati. La Ue è apparsa divisa sui temi economici, o sulla politica di Difesa. O la lotta al terrorismo, o la politica estera. Sul conflitto palestinese. La Commissione Juncker è stata una delle più deboli di sempre. Ha dato un’idea di austerità, salvo poi scoprire che ci sono state centinaia di migliaia di cittadini truffati dalle banche. 

E ora che cosa potrebbe succedere a Strasburgo? 

Bisogna che si mettano insieme il Ppe, il Pse e i liberal-democratici dell’Alde per aversi, si spera, una maggioranza risicata. Servirebbero anche i Verdi per una maggioranza stabile. Che mette insieme, però, il diavolo e l’acqua santa, visto che Verdi e Alde sono euro-federalisti mentre nel Ppe ci sono leader alla Orban sovranisti, o c’è la Csu di Weber che l’Europa federale la vede come il fumo negli occhi. 

E l’alleanza popolar-populista sognata da Salvini? 

Quella non è sul tavolo fra le ipotesi possibili. 

Dunque Orban e Salvini sono condannati a stare separati, uno in maggioranza (con il Ppe) e uno fuori? 

Lo scenario può essere anche un altro: non escludo maggioranze variabili sui diversi temi. Ad esempio sull’immigrazione c’è più sintonia con Ungheria, Polonia, Bulgaria e la Francia, piuttosto che con Svezia o Olanda. O si pensi ai valori giudaico-cristiani, che vedrebbero in maggioranza componenti laiciste contrarie, mentre altre - al di fuori -sarebbero favorevoli. Ma tutto ciò condannerebbe la nuova Commissione a una grande instabilità. Non a caso già si parla di prorogare la vecchia fino a dicembre. 

Come se ne esce? 

Se ne esce con leader politici responsabili. 

Un’Europa a due velocità è una strada possibile? 

Penso che sarà inevitabile. 

E un’Italia a traino leghista non rischia di star fuori dal convoglio di testa? 

Non penso. L’Italia è un Paese troppo importante. Non si può pensare che l’Italia, o la Francia restino fuori. Penso invece che le forze che hanno vinto siano chiamate a un enorme sforzo di responsabilità. Hai la bicicletta e devi pedalare: non ti puoi ritrovare fuori dal giro. La partita si gioca dall’interno, non si può solo criticare da fuori. 

Ma i passi debbono essere reciproci... 

È proprio così. Da parte dell’Europa, l’errore da non fare è di prenderci per il collo minacciando procedure di infrazione: la prossima volta i sovranisti crescerebbero ancora. Da parte dei sovranisti, l’errore invece sarebbe, come detto, quello di criticare solo. Per modificare il regolamento di Dublino sui migranti, ad esempio, bisogna impegnarsi, dall’interno. 

Un ruolo importante potrà averlo Mattarella? 

Ha acquisito grande credibilità internazionale, e ha tutti gli strumenti per continuare con discrezione a indirizzare l’azione del governo in modo equilibrato, continuando ad agire come ha fatto con tutti i governi, per il bene dell’Italia. 

La Lega che partita potrà giocare? 


Gli elettori non sono più attaccati, una volta e per sempre, al medesimo carro. Fra Lega e 5 Stelle hanno scelto chi fra i due mostra di poter condurre in porto i suoi propositi: se si abbassano le tasse e si fanno le infrastrutture, questo è un bene per l’Italia. Ora però devono saperlo fare, stando al tavolo, criticare non basterà.

28.5.19 | Posted in , , , , , , , , , , | Continua »

Meeting delle Associazioni Europee delle Nazioni Unite (UNAs)

Meeting delle Associazioni Europee delle Nazioni Unite (UNAs) 

Roma, 20-21 maggio 2019 

Sede SIOI, Palazzetto di Venezia Piazza San Marco, 51 

Le Associazioni europee delle Nazioni Unite UNAs, si incontrano per la seconda volta a Roma, nella sede della SIOI UNA-Italy, a Palazzetto Venezia, per una due giorni dedicata alle sfide dell’Agenda 2030 e al ruolo dell’ONU in un mondo in continua evoluzione. 

Il programma dell’evento prevede una serie di incontri e gruppi di lavoro, alla SIOI ed alla FAO, con l’obiettivo di definire le priorità della collaborazione tra le UNAs e l’ONU. 

I Paesi rappresentati sono: Albania, Armenia, Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Croazia, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Israele, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi, Regno Unito, Serbia, Spagna, Svezia. 

Il primo meeting delle UNAs a Roma, che risale al settembre 1949, è stato organizzato dalla SIOI in qualità di membro fondatore della WFUNA, e ha visto la presenza di Alcide de Gasperi, Carlo Sforza, Guido Gonella, Ezio Vanoni ed in rappresentanza della SIOI del Presidente Nicolò Carandini, di Gaetano Morelli, Tomaso Perassi, Norberto Bobbio e Roberto Ago. 

L’evento avrà inizio il 20 maggio alle ore 9.00 presso la sede della SIOI e vedrà la partecipazione, fra gli altri, del Presidente della SIOI, Franco Frattini, di Staffan de Mistura, Former Under-Secretary General, UN Special Envoy for Syria, Afghanistan, Iraq, Lebanon; di Bettina Tucci Bartsiotas, UNICRI Director, di Bonian Golmohammadi, Secretary-General WFUNA e di importanti rappresentanti del MAECI, della FAO, dell’IFAD e del WFP. 

Per partecipare all'apertura, è possibile richiedere l’accredito all’indirizzo: stampa@sioi.org entro e non oltre le 17.00 del 19 maggio, indicando il nominativo, il numero del tesserino dell’Ordine dei Giornalisti, l’emittente o la testata rappresentata. L’evento si svolgerà in lingua inglese.



17.5.19 | Posted in , , , , , , , | Continua »

“In Libia dobbiamo parlare con tutti” – Parola di Franco Frattini, ex Ministro degli Esteri

“In Libia dobbiamo parlare con tutti” – Parola di Franco Frattini, ex Ministro degli Esteri 

Roma, 8 maggio 2019 




Franco Frattini è stato Ministro degli Esteri nel 2011, nel momento in cui Gheddafi fu disarcionato ed è iniziato il lungo travaglio libico, che vediamo ancora oggi. 

Oggi parliamo di nuovo di Libia. Un argomento che è caldissimo sia per la politica interna che estera in Italia e chi può parlarne meglio se non l’ex ministro degli Affari Esteri Franco Frattini. Il presidente degli Stati Uniti Trump ha lisciato il pelo ad Haftar, dandogli praticamente un mezzo endorsment. Nel frattempo, il Presidente del Consiglio Conte ha tergiversato, dichiarando che l’Italia non sta nè con Haftar nè con Serraj ma sta col popolo libico. Come ci stiamo barcamenando? E soprattutto, quanto è importante il nostro stare in mezzo? Noi abbiamo interessi forti a Tripoli ma dovremo per forza sederci al tavolo con Haftar. Dovremmo quindi usare un po’ di tattica “carota e bastone”? 

Guardi, gli errori che son stati fatti negli ultimi mesi sono stati soprattutto due: il primo errore è stato quello di fare un investimento “politico” solamente sul Primo Ministro Serraj, che ha oggettivamente mostrato una debolezza estrema. La storia della Libia ci insegna che chi è debole non è in grado di aggregare. Perché aggregare vuol dire mettere insieme le tribù, mettere insieme parti del paese che non si parlano tra loro. L’allora presidente ad interim quando cadde il regime di Gheddafi disse una volta: “Vedi, la Libia è stata unita solamente con lo scettro del re e con la mano del dittatore, altrimenti mai una persona che abita in Cirenaica obbedirà agli ordini che sentono da Tripoli.” Questa breve frase fa capire che se un premier è debole non è in grado di tenere unito il paese. C’è il rischio che il generale Haftar, che fin’ora ha dimostrato di essere molto forte e di avere appoggi molto importanti come quello dell’Egitto, dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti, possa congelare il conflitto e dividere la Libia in due. Se questo dovesse accadere, sarebbe devastante perché ci troveremmo di fronte una somalizzazione o una afghanizzazione della Libia. Il secondo errore è stato quello di non prevedere che il presidente Trump sicuramente non considera la Libia come una priorità assoluta, e allora non appena si è reso conto che in Libia c’è un attore molto forte, Haftar, e uno molto debole, Serraj, ha optato per il primo. In tutto questo gioco, l’Italia rischia di essere schiacciata, perché, evidentemente noi siamo andati tardi a dialogare con Haftar e certamente abbiamo investito solamente su una delle due parti, quando in Libia è noto che tu devi includere gli uni e gli altri. Quindi la cosa da fare subito è aprire il consolato italiano a Bengasi, anche perchè Haftar ce lo chiede. Il consolato italiano è sempre stato aperto, quando io ero ministro, anche sotto le bombe di Gheddafi. Inoltre, se noi aprissimo sarebbe un segnale di riconoscimento che noi diamo ad Haftar. A Tripoli resta l’ambasciata ma avremmo una base a Bengasi. Come seconda cosa da fare dovremmo lavorare innanzitutto con i nostri amici Americani, che ci hanno dato sostanzialmente un via libera ma sono molto disinteressati perché non vogliono mettere i piedi nel piatto della Libia che è una polveriera. Inoltre, dovremmo lavorare con i nostri amici degli Emirati Arabi… 

Ai paesi del Golfo ci arriveremo più tardi, ma intanto la interrompo per farle una domanda fondamentale. Io pochi giorni fa scrissi un articolo su Il Giornale in cui sostenni che in Libia non ci si può fidare degli italiani. In molti mi hanno attaccato, mi hanno detto che sono un anti-italiano, però il problema esiste. Gentiloni ci ha sbilanciato verso Serraj e adesso il governo sta tentando, secondo me in buona fede, di riallacciare i rapporti anche con Haftar. A questo punto il rischio è di tornare all’immagine dell’Italia come paese voltagabbana, che va a Parigi con le mani giunte a chiedere l’intercessione della Francia per Haftar. Come si fa a non apparire così agli occhi del mondo? 

Bisogna essere sinceri e dire che l’Italia, come la Germania, come la Russia, come la Turchia e come tutti, persegue il proprio interesse nazionale. Ci siamo resi conto che Serraj non è in grado di fermare il traffico di esseri umani che parte dalla Libia. Haftar è in grado? Sicuramente sì, ha delle forze che bloccherebbero e blinderebbero tutte le coste libiche in pochissimi giorni. È quindi nostro interesse dialogare con chi ci garantisce il blocco dell’immigrazione clandestina e el traffico di esseri umani? Certamente sì, è interesse nazionale. È interesse nazionale per l’Italia perdere i rapporti con Tripoli? No di certo, perché i pozzi petroliferi e le zone di estrazione sono in buona parte in Tripolitania, dove governa Serraj. Bisogna quindi dire con grande chiarezza che l’interesse dell’Italia è giocare a tutto campo, e questo vuol dire fare quello che pochissimi paesi potrebbero fare. l’Italia infatti è in grado di parlare agli egiziani, agli emiratini e ai russi ma è anche in grado di parlare ai turchi, perché la Turchia protegge Serraj assieme al Qatar, mentre i russi e gli egiziani proteggono Haftar. L’Italia ha buoni rapporti con gli uni e con gli altri, e l’America sarebbe felice se l’Italia si dedicasse con maggiori energie al dossier libico. Noi abbiamo quindi una posizione che non hanno i francesi, che hanno rapporti molto peggiori con la Turchia e con l’Arabia Saudita, mentre noi con i sauditi ci possiamo parlare molto tranquillamente. L’Italia quindi dovrebbe semplicemente dire con lealtà che il nostro interesse nazionale è la Libia unita. E per fare ciò, il generale Haftar è un interlocutore necessario. Piaccia o non piaccia, controlla una metà del paese. 

Ritornando al discorso che lei aveva iniziato sugli Emirati Arabi Uniti e sul Golfo Persico, io stamane ho avuto un’interessantissima discussione (che uscirà qui su Il Giornale ndr) con Cinzia Bianco, analista del Gulf State Analytics, esperta in paesi del Golfo. Mi ha parlato di come tali paesi stiano diventando sempre più importani rispetto a certi paesi occidentali per l’affaire libico. Ecco, io qui sotto ho una cartina del Golfo Persico con tutte le alleanze disegnate, qui vedo alleanze tra Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, un Qatar isolato che però è alleato dei turchi e vedo una battaglia diplomatica in corso tra Turchia e Arabia Saudita. Ecco, come mettere insieme questo puzzle così complicato con quello che sta succedendo in questo momento in Libia? 


Ma guardi, la Libia è diventata ormai da tempo uno scenario di crisi in cui i veri attori sono i paesi arabi, non sono mica gli occidentali. I veri attori sono i paesi del mondo arabo e la Turchia, che combattono una guerra per procura: gli uni sostengono Haftar, gli altri sostengono Serraj. La stessa cosa accade in Siria dove, ovviamente, gli uni sostengono il presidente Assad, gli altri gli oppositori del presidente Assad. Bisogna poi considerare che noi occidentali pensiamo di essere importanti per la soluzione della Libia, ma non lo siamo, siamo secondari, quelli che passano le carte davvero sono i paesi arabi, la Turchia, la Russia e dopo un bel po’ arrivano l’Italia e la Francia. Non illudiamoci quindi. L’unico che potrebbe fare la differenza è Trump, perché l’America è pur sempre l’America ma Trump non si vuole impegnare molto. Tra i paesi occidentali Francia e Italia che sono i più presenti, ma contano molto meno di quanto possa contare il blocco saudita o il blocco turco-qatarino, questo è garantito.


13.5.19 | Posted in , , , , , , | Continua »

Serbia: Frattini (Sioi) incontra ministro serbo Giustizia Kuburovic, focus su lotta a corruzione

Serbia: Frattini (Sioi) incontra ministro serbo Giustizia Kuburovic, focus su lotta a corruzione 


Belgrado, 23 apr 2019 15:31 - (Agenzia Nova) - Il ministro della Giustizia della Serbia, Nela Kuburovic, è stata oggi a colloquio con l'ex titolare della Farnesina e presidente della Società italiana per l'organizzazione internazionale (Sioi), Franco Frattini. 
Secondo quanto riporta una nota del ministero serbo, al centro dell'incontro è stata la lotta contro la corruzione messa in campo dal governo serbo. Secondo il ministro, la lotta alla corruzione non è mai stata in Serbia ad un livello così alto. 
"I progressi compiuti dalla Serbia sono stati riconosciuti innanzitutto dal Greco (gruppo di paesi per la lotta alla corruzione del Consiglio d'Europa), che nell'ultimo report ha confermato che la Serbia non si trova più nella lista dei paesi non soddisfacenti da questo punto di vista", ha detto Kuburovic. L'ex titolare della Farnesina ha salutato con favore i risultati raggiunti e sottolineato l'importanza dei risultati stessi, anche tenendo conto del fatto che la Commissione europea sta preparando il report annuale sui progressi della Serbia nel suo processo di integrazione europea.


24.4.19 | Posted in , , , , , , , , , , | Continua »

Haftar non ce l’ha con l’Italia. Ma la Libia non è più una partita dell’Occidente. Parla Frattini

L'ex ministro degli Esteri e presidente della Sioi a Formiche.net: 

Haftar non deve tirare la corda, le milizie di Misurata e Zintan possono fermarlo. L'Italia? Non sarà toccata, ma ha perso credibilità come il resto dell'Europa. Trump non ci aiuterà, la partita è in mano agli arabi 


Continua l’avanzata di Khalifa Haftar su Tripoli. Di ora in ora le milizie del Feldmaresciallo stringono la cerchia attorno alla capitale. Fayez al-Sarraj è stato lasciato solo dalla comunità internazionale e da un’Europa schiantatasi sui veti francesi. L’Italia osserva da Palazzo Chigi con un vertice straordinario di governo convocato questo pomeriggio. “Contiamo quanto gli altri Paesi europei, cioè poco e niente – commenta scettico ai microfoni di Formiche.net Franco Frattini, già ministro degli Esteri e commissario europeo, oggi presidente della Sioi. L’ex titolare della Farnesina conosce bene il dossier libico e chiosa: “È una partita per procura fra Paesi arabi, l’Occidente oggi non ha voce in capitolo”. 

Cosa vuole dimostrare Haftar? 

Credo che Haftar punti a un posizionamento che gli permetta di arrivare alla futura conferenza internazionale più forte di prima, dimostrando che, se volesse, potrebbe avanzare a Tripoli senza incontrare opposizioni. Non deve tirare troppo la corda. Se Turchia e Qatar dovessero aumentare i finanziamenti alla Fratellanza Musulmana che controlla le milizie di Misurata e Zintan il Feldmaresciallo avrebbe la strada sbarrata. 

La produzione di petrolio è a rischio? 

Dal 2012 ad oggi l’unica entità nazionale che è sempre stata preservata è la Noc. Anche quando ha preso il controllo dei pozzi per un breve periodo Haftar ha sempre restituito la produzione alla Noc, perché sa che bloccarla distruggerebbe il suo Paese gettandolo in una paralisi petrolifera. Non conviene a nessuno tornare alle code chilometriche al benzinaio che vedevamo a Tripoli qualche anno fa, quando i libici realizzano di vivere da poveri in un Paese ricco di risorse iniziano i guai. 

Come ne sta uscendo la comunità internazionale? 

Sta facendo una pessima figura. Se l’Europa non si fosse divisa con il veto francese e la comunità internazionale avesse riconosciuto ad Haftar un ruolo all’altezza delle sue aspettative non ci troveremmo qui. L’errore fu commesso quando all’indomani dell’incontro con il segretario generale dell’Onu Antonio Gutierres ad Haftar venne riferito che la Difesa nazionale di un eventuale governo di coalizione sarebbe stata coordinata da un civile. Questo significa non conoscere gli arabi. 

C’è spazio per un ruolo politico di Serraj in un governo Haftar? 

Conosco il modo di ragionare dei Paesi arabi ed escludo tanto che Haftar voglia riconoscere un ruolo a Serraj quanto che Serraj sia disposto ad accettare un incarico subalterno. L’orgoglio libico gli impedirebbe di diventare ministro di un governo guidato da Haftar. Scommetterei piuttosto sul vicepremier di Serraj, Ahimed Maitig, che ha un forte legame con Misurata ed è portavoce di quelle istanze tribali senza le quali in Libia non vai da nessuna parte. A lui il generale potrebbe riconoscere un ruolo di leader nella Tripolitania. 

L’impressione è che Serraj sia stato scaricato dalla comunità internazionale. Anche la Nato si è espressa molto tiepidamente sull’avanzata di Haftar… 

Non mi stupisce la posizione della Nato, che ha informazioni di intelligence e ha capito che senza Haftar, che controlla la Cirenaica e il Fezzan, non c’è futuro in Libia. Il feldmaresciallo ha un esercito e detiene il controllo dei pozzi petroliferi, tutti devono fare i conti con lui. Sarraj è stato inventato dalle Nazioni Unite, ora ha perso ogni credibilità. 

Il premier Conte ha garantito in aula che gli interessi italiani in Libia saranno tutelati. Lei ci crede? 
Haftar non ce l’ha con l’Italia. Credo abbia apprezzato molto che in tempi non sospetti, quando non solo non sembrava l’uomo forte della Libia ma addirittura circolavano voci su una sua grave malattia, gli italiani abbiano prelevato all’aeroporto di Misurata anche i feriti delle sue milizie. Noi non abbiamo fatto distinzioni, a differenza di francesi e inglesi che formalmente sostenevano Tripoli e poi giocavano sottobanco dislocando unità speciali a Tobruk. 

Che ruolo resta da giocare all’Italia? 

L’Italia conta quanto gli altri Paesi occidentali, cioè poco e niente. Nessuno, neanche la Francia, può dare le carte sul presente e il futuro della Libia. Solo gli Stati Uniti potrebbero giocare un ruolo importante, mettendosi alla guida di un gruppo di contatto assieme a italiani e francesi con il coordinamento di altri Paesi mediterranei come Spagna e Grecia. 

Anche se della famosa cabina di regia Italia-Usa non si è vista neanche l’ombra… 

Iniziative rimaste sulla carta. Trump ha abbandonato al loro destino i curdi in Siria da un giorno all’altro, figuriamoci se ha intenzione di tornare in un luogo da cui Obama si è già ritirato. La verità è che quella libica è una partita per procura fra Turchia e Qatar da una parte ed Egitto, Emirati Arabi e Arabia Saudita dall’altra, l’Occidente c’entra poco.

12/04/2019

17.4.19 | Posted in , , , , , , , , , | Continua »

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