Frattini (Sioi) a Nova: per contrastare la minaccia del terrorismo la parola chiave è "cooperazione"
Roma 4 novembre 2020
Per contrastare il terrorismo la parola chiave è “cooperazione”. Lo ha detto ad “Agenzia Nova” il presidente della Sioi, Franco Frattini, interpellato sui recenti attacchi avvenuti in Francia e Austria. “Sicuramente era molto tempo che anche a livello internazionale dagli scambi informativi si segnalava un livello di attenzione necessaria, nessuno poteva immaginare che le organizzazioni jihadiste avrebbero abbandonato i loro propositi. Per questo motivo è sorprendente come non si sia fatto di più, per esempio in termini di scambio di informazioni e tracciamento dei movimenti”, ha detto Frattini. L’ex ministro degli Esteri ha ricordato che, oltre ai casi più recenti che vedono coinvolti in questi attacchi individui residenti nei paesi colpiti, permane anche il pericolo dei foreign fighter. “I Balcani sono un’area da cui provengono numerosi foreign fighter. Molti sono stati arrestati o uccisi in Iraq e in Siria, e alcune importanti operazioni antiterrorismo italiane hanno segnalato terroristi provenienti da paesi dell’area, come il Kosovo, la Bosnia-Erzegovina o l’Albania: purtroppo si tratta di una regione che è un serbatoio di reclutamento”, ha detto Frattini.
Nel caso specifico dell’attacco a Vienna, in cui l’attentatore coinvolto aveva la doppia cittadinanza austriaco-nord macedone, secondo il presidente della Sioi “c’era una possibilità di fare di più. Alle autorità austriache è sfuggito il ‘falso’ rientro nella legalità di questo giovane che aveva intrapreso un percorso di de-radicalizzazione. Queste situazioni avvengono in tutti i Paesi, ma questo percorso deve essere vagliato nella sua sincerità: in questo caso, probabilmente a causa della sua giovane età, le autorità gli hanno creduto, ma si trattava solo di un espediente per tornare in libertà”. Secondo l’ex ministro i fatti di Vienna mostrano due aspetti specifici: “L’area balcanica deve restare di speciale attenzione, vista la vicinanza. Sono caucasici, hanno molta meno difficoltà logistica rispetto a un tunisino, un algerino o un sudanese a raggiungere i nostri Paesi, e ciò li rende più pericolosi. In più vivendo spesso in Stati candidati all’adesione all’Ue e alla Nato sono persone che sanno capire meglio noi europei”, ha detto Frattini. Il secondo aspetto, secondo il presidente della Sioi, è che “molto di più va fatto in merito ai percorsi di de-radicalizzazione che nelle carceri sono attivi da molti nella convinzione, che ritengo giusta, di tentare questo approccio volto a reintegrare queste persone nelle rispettive società. Ogni caso è a sé stante, ma certamente l’impegno degli psicologi penitenziari e delle magistrature di sorveglianza deve essere ancora più forte e costante”.
La nota dolente, secondo Frattini, è proprio quella relativa alla cooperazione internazionale in termini di scambi e informazioni sugli spostamenti di queste persone. “Noi sperimentammo come italiani l’uccisione del terrorista del mercatino di Berlino a Sesto San Giovanni grazie a un controllo di polizia: quest’uomo aveva girato per mezza Europa, ma nessun servizio aveva comunicato che stava per entrare in Italia. Questo si poteva evitare”, ha detto Frattini, prendendo come esempio anche l’episodio più recente dell’attacco a Nizza, in cui l’attentatore tunisino era sbarcato a Lampedusa con un gruppo di migranti e avrebbe dovuto essere espulso. “Anche in questo caso è mancato un coordinamento forte sul tracciamento di queste persone, tra coloro che arrivano sui barconi carichi di disperati possono essere anche sospetti jihadisti e questo ce lo confermano i nostri servizi. Il tracciamento quando ci sono delle evidenze deve essere forte. Abbiamo scoperto, anche in questo caso molto tardi, che una di queste persone si era trattenuta in Sicilia per giorni, magari pianificando l’operazione compiuta poi in Francia. Bisogna rafforzare l’aspetto della prevenzione su cui i nostri servizi sono un’eccellenza mondiale”, ha aggiunto il presidente della Sioi.
Il tema del terrorismo richiama quello dello “scontro di civiltà”, ma secondo Frattini in questi casi sarebbe più giusto parlare di “scontro di potere”. “Lo scontro esiste all’interno della stessa dottrina coranica, fra coloro che ritengono che i messaggi del Profeta contengano degli inviti a uccidere gli infedeli e quelli che, come Ahmed al Fayed, il presidente di Al Azhar – il principale centro di formazione sunnita – sostengono che è blasfemia uccidere in nome di Dio”, ha spiegato Frattini. “Le debolezze sono inevitabili come obiettivi del terrorismo, si insinua dove c’è debolezza: pensiamo agli attentati del Bataclan a Parigi, seguiti da Bruxelles; e io da commissario Ue alla Sicurezza ho vissuto quelli di Londra del 2005: quanto più si finge di ignorare che il jihadismo esiste anche nel cuore dell’Occidente, tanto più il rischio aumenta. Le debolezze ci sono in molti Paesi e sono storiche: la gelosia nel condividere le informazioni; la riluttanza a consegnare un sospetto terrorista sono problemi concreti. Quando c’è un mandato di cattura europeo è giusto che la persona in questione venga consegnata senza indugi”, ha aggiunto Frattini.
Il presidente della Sioi ha ricordato anche quando propose “l’introduzione dello Schengen Information System II, una banca dati fra le polizie Ue incentrata su chi entra e chi esce dallo spazio Schengen. Sono passati dieci anni e purtroppo ancora ci sono riluttanze, gelosie, e magari si pensa che le informazioni sensibili possano trapelare sui giornali. Purtroppo, in alcuni casi, queste cose sono avvenute, ma ciò non giustifica questa difficoltà a una collaborazione più aperta. Più collabori e più elimini le debolezze”. Infine un passaggio sull’Italia. “In casa nostra i terroristi che venivano arrestati raccontavano che usavano l’Italia come base logistica ma non per colpire sul nostro territorio ma altrove e questo confermò che per quanto riguarda l’Italia il livello di prevenzione è buono. Tuttavia i casi più recenti ci mostrano livelli più bassi nell’operato d’intelligence: dobbiamo ricordare che quando una persona arriva sul suolo italiano, arriva in Europa e se manca un tracciamento questo terrorista può capitare che arrivi in Francia e colpisca quel Paese”, ha detto Frattini, che si è detto comunque “molto contento dell’attività nazionale di prevenzione, ma meno soddisfatto di quella svolta a livello europeo”. (Les)
Mediterraneo: si riaccende lo scontro per la Libia e le rotte del gas
Mediterraneo: si riaccende lo scontro per la Libia e le rotte del gas
Roma, 12 mag 17:20 - (Agenzia Nova) - Grecia, Cipro, Egitto, Francia ed Emirati condannano la politica espansionistica della Turchia del presidente Recep Tayyip Erdogan che segna una nuova escalation nel Mediterraneo Orientale, con l'Italia in una posizione defilata, ma potenzialmente decisiva. Attraverso un comunicato congiunto, i ministri degli Esteri di questi cinque paesi hanno denunciato le "attività illegali turche in corso" nella zona economica esclusiva (Zee) di Cipro e nelle sue acque territoriali e “gli interventi turchi in Libia”.
“Agenzia Nova” ha parlato dell'argomento con l’ex ministro degli Esteri italiano e presidente della Società italiana per l’organizzazione internazionale (Sioi), Franco Frattini, e con Leonardo Bellodi, esperto rapporti internazionali e advisor della Libyan Investment Authority (Lia), il fondo sovrano libico.
“Non è la prima volta che l’Italia è riluttante a schierarsi con i paesi che hanno fortemente criticato Ankara”, afferma Frattini. Il riferimento è alla decisione del titolare della Farnesina, Luigi Di Maio, di non firmare il comunicato finale adottato lo scorso gennaio al Cairo, dove pure il capo della diplomazia italiana era in visita ufficiale, al termine di una riunione con i colleghi di Egitto, Francia, Grecia e Cipro sulle ingerenze militari della Turchia in Libia.
“Questo gruppo di paesi attacca spesso e fortemente la Turchia essenzialmente per due ragioni. La prima è il sostegno della Turchia al Governo libico di accordo nazionale di Fayez al Sarraj, in contrasto rispetto al generale Khalifa Haftar che invece è apertamente sostenuto da egiziani ed emiratini”, aggiunge il presidente della Sioi e membro del Consiglio di Stato. La seconda ragione, invece, è la partita energetica nel Mediterraneo Orientale che coinvolge soprattutto Cipro e Grecia. “Firmando il recente accordo con Tripoli, Erdogan ha creato un corridoio energetico che lega la Libia di Sarraj ad Ankara, rafforzando il ruolo della Turchia di vero e proprio hub energetico”, afferma ancora l’ex titolare della Farnesina.
La maggior parte delle rotte energetiche che vengono dalla Russia e dell’Azerbaigian passano in effetti per la Turchia, incluso ad esempio il gasdotto transadriatico (Tap) - che dovrebbe approdare in Puglia a breve - e il progetto Turkish Stream. “Tutte le rotte energetiche che attraverso il Mar Nero vanno verso occidente - aggiunge Frattini - vedono la Turchia come regista, facendosi pagare diritti sul transito non indifferenti. Ora la Turchia pretende che le zone offshore al largo di Cipro siano sfruttabili a sua discrezione. Ricordo che abbiamo pagato anche un prezzo molto elevato quando una nave italiana per le esplorazioni di Saipem fu circondata da navi da guerra turche mentre stava legittimamente esplorando una concessione offshore: noi siamo amici dei turchi, ma i turchi non si fanno scrupolo”.
Alle spalle di questi cinque paesi, aggiunge il presidente della Sioi, “c’è anche la Russia che ovviamente è molto interessata a sostenere Haftar, anche se Haftar negli ultimi tempi ha sbagliato quasi tutto”.
Quanto all’Italia, Frattini sottolinea come ci sia un altro aspetto, finora rimasto sottotraccia, che ha spinto il governo a non schierarsi con il “club” anti-Turchia. “L’Italia ha sempre giocato una partita di sponda con tutte e due le parti. In Libia abbiamo sempre sostenuto Sarraj, ma tutti ricorderanno che poco tempo fa il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha ricevuto a Palazzo Chigi Haftar addirittura prima di Sarraj, che è il primo ministro riconosciuto dall’Onu”, ricorda ancora Frattini. Quello “sgarbo”, peraltro, portò il capo del governo di Tripoli ad annullare una visita a Roma in quello stesso giorno. “L’Italia ha sempre ragionevolmente tenuto i rapporti con gli uni e con gli altri perché il problema più grande di tutti per l’Italia è una divisione della Libia in due. Questo status quo cristallizza da un alto questo gruppo di cinque paesi, più la Russia, mentre dall’altra parte c’è la Turchia e il terzo punto di cui nessuno ha parlato: il Qatar, il grande alleato arabo di Ankara sostegno di Sarraj”.
“Possiamo immaginare che l’Italia potesse dare un pugno nell’occhio alla Turchia, alleata del Qatar, il giorno dopo che la Turchia ha dichiarato di aver liberato Silvia Romano, e poi di averla ceduta ai nostri, dopo che l’accordo per la liberazione era stato firmato in Qatar?”, si chiede Frattini, sottolineando come Qatar e Turchia siano i “registi” della liberazione della cooperante italiana. “Poi l’Italia ha pagato dei soldi su cui i magistrati competenti dovranno indagare, ma la questione geopolitica è chiarissima: è impensabile che l’Italia, all’indomani della liberazione della Romano esplicitamente comunicata alla stampa dai turchi con la mediazione di Doha, potesse unirsi al coro di condanne”, afferma ancora l’ex vicepresidente della Commissione europea. “Ecco dunque la spiegazione. Non c’è la questione energetica, su cui pure l’Italia è vittima; non c’è solo la questione libica, dove l’Italia comprensibilmente cerca di evitare una spaccatura irreversibile e parla con tutti. L’immediatezza dell’incontro ha reso assolutamente impossibile per l’Italia partecipare”, aggiunge Frattini, spiegando come il governo abbia fatto valere in questo contesto “un legittimo interesse di Stato”.
Ciononostante, prosegue Frattini, “il comportamento della Turchia è stato in più occasioni contrario agli interessi di una leale collaborazione di un paese come l’Italia che invece è stato sempre amico della Turchia: credo che siamo tuttora i secondi partner commerciali tra i paesi europei”. La Turchia, malgrado i rapporti consolidati con l’Italia, “non guarda in faccia a nessuno” come del resto fanno gli altri cinque paesi firmatari della dichiarazione. “Degli egiziani e degli emiratini sapevamo già, paradossalmente la loro posizione è sempre stata chiara. I francesi, invece, dopo le dichiarazioni europee di sostegno comune al premier Sarraj, hanno poi confermato di lavorare da molto tempo con Haftar.
La cosa non mi turba: non siamo stati esclusi da un club prestigioso, ma da un gruppo di paesi che hanno interessi in comune”, aggiunge Frattini. A differenza di Francia, Egitto, Emirati, Cipro e Grecia, l’Italia “ha interesse alla riconciliazione in Libia, e non alla vittoria dell’uno sull’altro”.
Per Leonardo Bellodi, il diritto internazionale è dalla parte dei paesi del comunicato anti-turco. “La violazione della Turchia è evidente, basti pensare che Cipro Nord è riconosciuta unicamente da Ankara, ma il tema è un altro e riguarda l’enforcement di questa dichiarazione: cosa faranno gli Stati firmatari, cosa farà l’Unione europea nel momento in cui potrebbero esserci azioni di forza da parte della Turchia? Non dimentichiamo che quella è una frontiera dell’Unione europea.
Cosa farà l’Ue, al di là delle dichiarazioni politiche, per affermare il diritto internazionale e la sovranità internazionale a fronte di queste ingerenze?”, si è chiesto Bellodi. Non è tutto. L’esperto ha nettamente bocciato il memorandum d’intesa sulla delimitazione dei confini marittimi firmato da Ankara e il Governo di accordo nazionale (Gna) della Libia. “Non tiene minimamente in considerazione le istanze degli altri paesi. Taglia in due il progetto East-Med, è una prova di forza che non trova giustificazione dal punto di vista economico né giuridico: la vedo come una provocazione politica inutile”.
Quanto al ruolo dell’Italia, Bellodi indica due possibilità, una positiva e l’altra estremamente negativa. “La prima è che l’Italia stia portando avanti un discorso di ‘real politik’, da paese profondamente coinvolto in quell’area, non prendendo posizione e acquisendo un margine negoziale”, ha detto Bellodi. Il governo italiano, in altre parole, si sarebbe defilato per divenire “lo strumento per arrivare a una risoluzione della controversia”. Si tratterebbe dunque di una scelta consapevole, studiata a tavolino, per accrescere la leva negoziale dell’Italia in un’area dove ha forti interessi. “La seconda ipotesi è che l’Italia non abbia preso posizione semplicemente perché non è interessata al quadrante o comunque non ci sta pensando. Spero vivamente che ci troviamo nella prima delle ipotesi”, ha detto ancora il manager. (Asc) © Agenzia Nova - Riproduzione riservata
13.5.20 | Posted in Erdogan, farnesina, Fondazione De Gasperi e SIOI, Francia, Italia, libia, mediterraneo. politica estera, press, Press Room, SIOI, Turchia, Ultime Notizie, Ultimi post | Continua »
Frattini: Italia e Francia hanno “il dovere” di portare avanti una “azione comune” sulla Libia
La Francia e l'Italia. La continua instabilità in Libia
Evento SIOI del 17 ottobre 2019
SIOI, 17 ottobre- Italia e Francia hanno “il dovere” di portare avanti una “azione comune” sulla Libia che possa unire gli attori non-libici attorno a un percorso di institution building che finora è mancato.
Lo ha detto oggi Franco Frattini, presidente della Società italiana per l’organizzazione internazionale (Sioi), al convegno “La Francia e l’Italia, la continua instabilità in Libia” tenuto a Roma nell’ambito della decima edizione del Festival della diplomazia. Italia e Francia, secondo Frattini, dovrebbero avere la capacità di portare avanti un “compact libico” che possa mettere insieme “sia il soft power europeo che il political power della Nato”. Un nuovo schema che possa affrontare tutti gli aspetti della crisi in corso: non solo i rischi legati alla sicurezza (traffico di esseri umani, terrorismo, droga), ma anche l'economia libica (e in particolare l'opaco rapporto tra la National Oil Corporatin e la Banca centrale), oltre alla questione legata alle milizie armate da attori stranieri, in particolare non occidentali (Emirati, Egitto e Turchia in primis). © Agenzia Nova 18.10.19 | Posted in diplomazia, Fondazione De Gasperi e SIOI, Francia, Italia, libia, mediterraneo. politica estera, NATO, press, Press Room, Ultime Notizie, Ultimi post | Continua »
L’Italia guardi a Washington se vuole evitare la morsa franco-tedesca. Parla Franco Frattini
Roma - spiega in una conversazione con Formiche.net Franco Frattini, già ministro degli Esteri e commissario europeo, oggi presidente della Sioi - avrebbe le carte in regola per ritagliarsi il ruolo di partner privilegiato di Washington in Europa e scongiurare un pericoloso isolamento internazionale del quale ci sono tutte le avvisaglie.
Le perduranti titubanze sul 5G di compagnie cinesi e l’affossamento del rafforzamento del Golden Power per le reti, nonché le mancate prese di posizione su alcuni dossier fondamentali di politica estera – come la Libia – rischiano di allontanare ulteriormente l’Italia da alcuni aspetti del suo tradizionale vincolo euro-atlantico e di rivitalizzare l’asse franco-tedesco, oggi in crisi.
Eppure, spiega in una conversazione con Formiche.net Franco Frattini, già ministro degli Esteri e commissario europeo, oggi presidente della Sioi, Roma avrebbe le carte in regola per ritagliarsi il ruolo di partner privilegiato di Washington in Europa e scongiurare così un pericoloso isolamento internazionale del quale ci sono tutte le avvisaglie.
Presidente Frattini, in concomitanza con il G7 di Biarritz sono in molti a sottolineare un crescente isolamento internazionale dell’Italia, dovuto in parte ad un allontanamento dell’attuale governo dalle tradizionali posizioni euro-atlantiche. Condivide questa analisi?
Che queste preoccupazioni abbiano un fondamento è dimostrato da un’intervista allo stesso ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi pubblicata oggi al Corriere della Sera, all’interno della quale ribadisce la necessità per l’Italia di non isolarsi e di mantenere saldo il legame con Nato e Stati Uniti, prendendo in seria considerazione il fatto che su alcuni dossier importanti Roma rischia di allentare alcuni aspetti del consueto vincolo euro-atlantico.
In che cosa si concretizzerebbe questa distanza da Washington?
Intanto assistiamo a una mancanza di adeguamento del budget della Difesa – quantomeno tendenziale – rispetto ai parametri del 3% condivisi con gli Usa in sede Nato, nonché a un ruolo da mero osservatore del nostro Paese rispetto agli attacchi condotti da Khalifa Haftar in Libia. Anzi, durante la sua visita in Italia quest’ultimo è stato accolto ha accolto al pari di Fayez al-Sarraj. E poi c’è la questione dei rapporti con Pechino.
Si riferisce al 5G?
L’accordo con la Cina sulla via della Seta e le titubanze sul 5G di compagnie cinesi hanno fatto pensare a Washington che l’Italia non sia consapevole del fatto che dati sensibili nelle mani di Pechino – che tra l’altro è anche il più grande produttore al mondo di cavi sottomarini, dai quali passano i dati – possono mettere a rischio la sicurezza dell’intera Alleanza. Ci si aspettava che il rafforzamento del Golden Power per le reti – un ‘firewall’ da porre in caso di sconfinamento in terreni pericolosi – avvenisse subito e invece non c’è stato. In questo senso l’inclusione di Huawei Italia nella black list del Dipartimento del Commercio è un segnale abbastanza chiaro in questo senso.
Crede che tutto ciò incrinerà il legame con Washington?
Tutto sommato penso di no, perché il rapporto di Washigton con Roma resta pur sempre migliore di quello degli Usa con Francia e Germania. Basti pensare all’atterraggio al G7 francese del ministro degli Esteri iraniano, una cosa mai vista che ha irritato Washington. Non è un caso che, in una delle sue battute, Donald Trump abbia citato dazi su vini francesi e auto tedesche, evitando di menzionare il nostro Paese. Si tratta di un’ulteriore manifestazione di amicizia, alla quale dovrà però seguire una posizione orientata al rafforzamento, non solo teorico ma anche fattuale, del legame transatlantico. Non bastano le confuse dichiarazioni di intenti, sono le parole chiare e le scelte di governo a contare.
In caso contrario a che rischi si esporrebbe l’Italia?
L’Italia si espone al rischio che l’asse franco tedesco venga rivitalizzato in un momento in cui è in declino. Emmanuel Macron e Angela Merkel vivono una fase di attriti, che finora non siamo stati in grado di sfruttare. Pur nell’incertezza che avvolge l’esecutivo, potevamo, ad esempio, offrire una sponda alla proposta di Trump di riammettere la Russia nel G7, riportandolo a essere un G8 quando si terrà il prossimo anno negli Stati Uniti. Ma c’è anche il pericolo derivante da un maggior protagonismo spagnolo, che arriverà certamente con la nomina di Josep Borrell come Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’Ue. E pur nell’irrilevanza crescente di fori come il G7 – ormai solo teatrini per far emergere divisioni invece di discutere di questioni serie come la rottura delle relazioni infocibernetiche tra Corea del Sud e Giappone – questi nostri silenzi e queste nostre mancanze non ci consentono di ritagliarci il ruolo di partner privilegiato di Washington in Europa che, invece – al netto di Londra, ormai fuori dall’Unione europea – dovremmo e potremmo avere. E ci rendono meno forti, come dimostra in modo inequivocabile il mancato invito all’Italia al vertice sull’immigrazione dal Sahel tenutosi proprio nel contesto del summit di Biarritz.
Michele Pierri - Formiche.net
2.9.19 | Posted in 5G, Cina, Europa, Francia, G7, Germania, In primo piano, Italia, Pechino, politica estera, press, Press Room, Trump, Ultime Notizie, Ultimi post, usa, Washington | Continua »


