È giusto stringere patti con la Cina se il governo sarà capace di non subirli. Parla Frattini

È giusto stringere patti con la Cina se il governo sarà capace di non subirli. Parla Frattini 

Conversazione con l'ex ministro degli Esteri, Franco Frattini: l'Italia deve avere un ruolo proattivo con Pechino e saper spiegare bene agli Usa le dinamiche di questa intesa. Sull'intelligence Di Maio sbaglia e occhio alla Francia in Libia... 


di Valentino Di Giacomo, Formiche 

Dalla Cina alla Libia, passando per lo scontro Di Maio-Salvini circa il riassetto, ricalcando il modello americano, dei nostri comparti di sicurezza e di intelligence. Franco Frattini, ex ministro degli Esteri e attualmente presidente del Sioi, ne parla con la moderazione di chi ha passato una vita negli ambienti diplomatici. 

Oggi Xi Jinping al Quirinale ha detto che con l’Italia vuole incrementare lo scambio di informazioni. Questo non rischia di allarmare ulteriormente i nostri alleati americani?
È sempre stato così, la Cina ha sempre attribuito ai Paesi occidentali e in particolare all’Italia un rilevante ruolo nel cosiddetto knowledge sharing. Ovviamente lo scambio di informazioni è un tema che il governo farebbe bene a delimitare proprio per non creare ulteriori frizioni con gli Usa. Escludo comunque possa mai avvenire uno scambio di informazioni a livello di intelligence con Pechino o per quanto riguarda i dossier riguardanti la Difesa e gli armamenti, ma su questo punto bene ha fatto il presidente del consiglio, rinforzando la golden power, a darsi la possibilità di intervenire qualora fossero messi a rischio settori strategici del nostro Paese. 

Andrebbe forse chiarito anche dal punto di vista comunicativo, gli americani potrebbero fraintendere. 
Certo, è un passaggio che sarà necessario. Il rischio è che gli Usa possano travisare la tipologia di informazioni a cui Xi Jinping si riferiva, i membri del governo devono chiarire di che informazioni si tratta. Tutto bene finché si parla di informazioni commerciali, ma su materie riservate come infrastrutture critiche, cablaggio di cavi, 5G non si può scherzare. 

A proposito di intelligence, ha letto le dichiarazioni di Di Maio e Salvini? Il primo vorrebbe adeguare i nostri comparti di sicurezza sulla forma dei modelli americani, il secondo rifiuta ogni confronto dicendo che abbiamo la migliore intelligence del mondo. Da che parte sta? 
Senza dubbio con Salvini, la nostra intelligence è tra le migliori del mondo e lo posso dire essendo stato per 5 anni presidente del Copaco (l’ex Copasir). Del resto basta vedere i risultati ottenuti in questi anni in tema di antiterrorismo. Parlare di riordino mi sembra fuori luogo. 

Questo accordo tra Roma e Pechino porterà più vantaggi o pericoli, non rischiamo di fornire ulteriore know-how alla Cina? 
Dipende se l’Italia sarà capace di avere un ruolo proattivo, l’incognita è tutta lì. Già oggi abbiamo diverse forme di collaborazione con loro, ad esempio i cinesi sono la terza popolazione di stranieri a studiare in Italia e già diamo loro strumenti di conoscenza con le università o i master. Dal canto suo Pechino, con l’ultima legge approvata dall’Assemblea del Popolo, ha equiparato le imprese cinesi a quelle straniere purché queste scambino informazioni e tecnologie, chiaramente sono molto interessate alla ricerca italiana in vari settori. Nella stessa legge però finalmente inaspriscono le sanzioni sui brevetti facendo un primo passo in una reale economia di mercato. 

L’interesse verso i nostri porti va vista come una mossa economica o geopolitica? 
Prevale il secondo aspetto. Ma devo dire, con una battuta, che l’Italia di Marco Polo non può restare fuori dalla nuova Via della Seta. E dobbiamo farlo senza pensare troppo alle proteste di alcuni Paesi europei. L’Italia, a partire dal governo Gentiloni, è già oggi membro dell’Asia Investment Bank, detenendo un 2,5 per cento di questa istituzione. Se usato bene questo accordo può rilanciare anche il ruolo dell’Italia nel Mediterraneo. Il Pireo comprato dai cinesi non si è rivelato così fruttuoso per loro perché al nord della Grecia non ci sono grandi infrastrutture, mentre da Trieste o da Genova gli scambi possono essere di ben altro livello. 

Stiamo spostando il nostro asse verso Est? 
Spero di no, dovremo essere bravi a spiegare, anche agli amici Usa, che se l’Italia gioca un ruolo con la Cina può essere un vantaggio anche per loro. È già avvenuto con l’Iran, Paese con cui continuiamo le nostre relazioni commerciali, ma siamo stati esentati dalle contro-sanzioni americane a differenza di altri Paesi. Per questo dico che l’Italia deve saper giocare un ruolo attivo, senza subire questo accordo, anche perché poi i cinesi vanno veloci come treni. Quando ero ministro degli Esteri dicemmo si al progetto russo sul South Stream, gli Usa ci guardarono con diffidenza. Mi chiamarono, li invitai a Roma e dissi loro che non avevamo segreti con i nostri amici facendo una full disclosure del progetto. Sia Hillary Clinton che Barack Obama restarono soddisfatti. 

Oggi, nel corso del loro incontro, Conte e Macron avranno parlato anche di Libia oltre che di Tav? In fondo non possiamo aspettarci che possa aiutarci la Cina sul dossier libico… 
Spero ne abbiano parlato e magari per trovare soluzioni comuni. La Cina in Libia non ha oggi un interesse diretto, ma quando cadde Gheddafi seguimmo l’evacuazione dal Paese e decine di migliaia di lavoratori cinesi erano in lì. Scoprimmo che erano quanto i turchi. Questo dimostra che se la Libia tornasse ad avere una stabilità anche la Cina potrà avere degli interessi. In altri Paesi africani, ad esempio, l’Italia già potrebbe sfruttare questo rapporto con loro per mitigare la loro tendenza coloniale. L’Italia dovrà essere capace di coinvolgere tanto Usa, Russia e anche l’Egitto. Abbiamo forse ecceduto in questi anni a schiacciare la nostra posizione solo sul governo di Tripoli e su Serraj. Oggi serve includere in un percorso anche il Generale Haftar e spero che la prossima conferenza organizzata dall’Onu a metà aprile riesca a fare chiarezza. Spero che questo avverrà prima che Haftar sarà arrivato a Tripoli e magari accompagnato da un generale francese… Già nei mesi scorsi il Feldmaresciallo ha conquistato il Sud libico grazie ai caccia francesi. 

Su questo attivismo francese ha influito l’incontro tra Di Maio e Di Battista con il leader dei gilet gialli? 

Loro certe cose se le legano al dito, non mi stupirebbe. Anche se è da tempo che la Francia intende scalzarci la leadership in Libia.

25.3.19 | Posted in , , , , , , , , , , | Continua »

Autumn School : Il Terrorismo dopo Raqqa. Disarticolare il Jihad della parola

Autumn School : Il Terrorismo dopo Raqqa. Disarticolare il Jihad della parola 
SIOI, Roma 9-21 novembre 2018 


Il Corso, promosso dalla SIOI e dalla NATO Defence College Foundation, ha l’obiettivo di fornire le conoscenze teoriche ed empiriche necessarie per interpretare le dinamiche politiche internazionali e favorirne il dibattito sugli aspetti più significativi attraverso il contributo di analisti ed esperti selezionati nei settori delle Istituzioni, della ricerca e del giornalismo. 

Destinatari: giovani laureati in tutte le discipline, ai pubblici funzionari civili e militari, operatori privati nel settore della sicurezza, analisti, giornalisti e ricercatori, diplomatici ed avvocati.

Articolazione 
Il Corso prevede sei incontri, il venerdì dalle ore 13.30 alle ore 17.30, ed il sabato dalle ore 9.00 alle ore 13.00.

Sezioni del Programma 
• Global Outlook del Terrore
• Osservatorio Geopolitico delle Aree di Crisi: dal Maghreb all'Asia
• Il Modello dell'Antiterrorismo in Italia
• Il Ruolo dell'Intelligence nel Contrasto al Terrorismo
• La Risposta di Israele al Terrorismo: Organizzazione e Strategie Antiterrorismo per la Sicurezza Nazionale
• Le Nuove forme di Finanziamento del Terrore: Riciclaggio e Criptovalute
• Cybersecurity e Cyberterrorismo
• Il Rapporto tra Terrorismo e Media nell'Era dei Social e delle Fake News
• Il Ruolo della Polizia delle Nazioni Unite nei Processi di Stabilizzazione delle Aree di Crisi
• Le Relazioni tra Traffici di Stupefacenti e Terrorismo

Coordinamento Didattico 
Sara Cavelli, Direttore della SIOI
Alessandro Politi, Direttore NDCF
Matteo Bressan, Emerging Challenges Analyst NDCF
Domitilla Savignoni, giornalista del TG5

Info e iscrizioni: www.sioi.org

19.9.18 | Posted in , , , , , , , , , , , , , , , | Continua »

Ecco cosa l’Italia può fare (e cosa no) nella crisi siriana. Parla Franco Frattini

Il presidente della Sioi invita il governo italiano a rimanere fuori dal conflitto siriano in ossequio alla nostra Costituzione. Urge un'indagine internazionale per chiarire i fatti di Douma e allentare le tensioni 

Intervista di Francesco Bechis 
12 aprile 2018 
Di ritorno dagli Emirati Arabi Uniti, dove ha potuto saggiare la preoccupazione del governo di un’escalation in Medio Oriente, il presidente della Sioi Franco Frattini, già commissario europeo e ministro degli Esteri, ha voluto condividere con Formiche.net tutti i suoi dubbi sulle manovre statunitensi in Siria all’indomani dell’attacco chimico a Douma. L’appello per la comunità internazionale è quello di evitare di accendere la polveriera mediorientale, dove anche un piccolo incidente (la storia lo insegna) è sufficiente a far deflagrare una guerra decennale. Un’investigazione internazionale, imparziale, sulle responsabilità dei crimini efferati a Douma è l’unica chance per dissipare i dubbi e allentare le tensioni. L’invito per l’Italia è ancora più netto: restare fuori a ogni costo da questo conflitto. 

Franco Frattini, dal governo italiano filtra una presa di distanza dall’attacco di Douma e dall’escalation nella regione, eppure dalla base siciliana di Sigonella decollano jet americani. Come si spiega questa contraddizione? 

Il problema è molto chiaro, l’Italia oggi con un governo dimissionario non può certamente prendere un impegno in Siria. Sempre che ci venga chiesto, perché al momento non è arrivata una richiesta ufficiale. Per un intervento del genere serve ben più di una telefonata, che peraltro ancora non c’è stata. Quando Obama nel 2013 ci chiese di prendere parte alla fornitura di armi ai ribelli e all’attacco contro Assad rispondemmo con due secchi no, e ci fecero eco subito dopo Regno Unito e Francia. 

A suo parere l’Italia dovrebbe offrire il suo aiuto agli Stati Uniti? 
 
Credo che ci debba essere un nettissimo rifiuto da parte dell’Italia di qualsiasi impegno che preveda azioni militari o sostegno ad azioni militari contro il governo siriano per due ragioni. 

Quali? 

La prima è di carattere costituzionale. Senza una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che autorizzi l’uso della forza noi non possiamo neanche ragionare di intervenire in un conflitto. Ricordo che nel 2003, all’alba della guerra in Iraq, noi non potemmo e soprattutto non volemmo partecipare al vertice delle Azzorre, dove fu deciso l’attacco a Saddam della “coalition of willings”. Carlo Azeglio Ciampi e Silvio Berlusconi, allora presidenti della Repubblica e del Consiglio, avendo letto la Costituzione dissero di no. Partecipammo solo dopo l’intervento delle Nazioni Unite, ad azione militare conclusa. 

E la seconda? 

Dobbiamo assolutamente evitare che scoppi una terza Guerra Mondiale seguendo una coalizione dai contorni ancora poco chiari. Nel 2011 in Libia aspettammo non una, ma ben due risoluzioni del Consiglio di Sicurezza prima di intervenire e ponemmo come precondizione per l’uso delle nostre basi militari che le operazioni rientrassero in una missione Nato. 

È pur vero che fornire le basi agli aerei americani significa prendere parte alle operazioni militari. C’è il rischio che questo supporto logistico rovini ulteriormente le nostre relazioni con Mosca. 

Fornire le basi è esattamente la stessa cosa di un intervento militare. Non dobbiamo prestarci a questa operazione, lo ripeto, innanzitutto per non violare la Costituzione. Poi certo c’è una questione geopolitica: con la necessità che abbiamo di combattere il terrorismo mettere Stati Uniti e Russia uno contro l’altro sarebbe un gravissimo errore. Già vedo i miliziani di Daesh festeggiare con lo champagne nelle roccaforti siriane. Anche un bambino si renderebbe conto che gli unici a trarne aiuto sarebbero i jihadisti. 

Che ruolo può avere dunque l’Italia per fermare l’escalation? 

Possiamo offrirci per partecipare allo smantellamento delle armi chimiche eventualmente trovate in Siria. Credo che Assad abbia tutto l’interesse a ospitare un’investigazione internazionale. Se trovano le armi può consegnarle per distruggerle: è successo nel 2013, quando una nave americana è giunta in Calabria nel porto di Gioia Tauro per caricare l’arsenale chimico consegnato da Assad e smantellarlo. Qualora non fosse scoperto alcun centro di produzione di queste armi, tanto meglio per Assad. In un caso e nell’altro l’esito è win-win per la comunità internazionale. 

I tweet di Donald Trump su un imminente attacco in Siria sono una mossa tattica o preludono a un intervento nelle prossime ore? 

Non credo che Trump sia così irresponsabile da lanciare i missili in una zona dove sono stanziati i soldati russi, ritengo più probabile che voglia dare una dura lezione ad Assad colpendo una base dove ci sono solo soldati siriani. Il vero rischio però è l’incidente: se un missile devia il percorso e cade sulle teste dei soldati russi il disastro è assicurato. Mettere le mani in una polveriera come il Medio Oriente significa rischiare di accendere la miccia di una Terza Guerra Mondiale: si può colpire l’esercito russo, ma nella regione ci sono anche le brigate di pasdaran iraniani, Israele non vede l’ora che un missile parta da Teheran per lanciargliene due in risposta. 

Secondo lei dunque il Presidente americano non passerà dalle parole ai fatti? 

La politica estera americana nel mondo non si fa su twitter. Trump ha definito il dittatore nordcoreano Kim Jong-un “rocket man”, ha detto di avere il dito sul bottone dell’atomica e adesso si parla di un prossimo incontro bilaterale. Mi auguro che anche alle frasi come “cari russi i missili stanno arrivando” seguano gesti di distensione. 
 
Al momento non c’è stata un’indagine internazionale per provare che le armi chimiche sono state usate da Assad. Sono sufficienti le supposizioni per minacciare un intervento bellico?

Siamo tornati di nuovo alla storia della “pistola fumante” agitata per la guerra in Iraq. Oppure al più recente caso Skripal, e alla figuraccia del ministro degli Esteri britannico Boris Johnson, che dopo aver scritto su twitter di aver le prove che si è trattato di un gas russo, ha dovuto eliminare la frase perché smentito dai suoi stessi esperti. Sono dichiarazioni usate per giustificare una decisione già presa: dare addosso ad Assad. Se questo è lo scopo, sarebbe più credibile affidare le indagini sul presunto attacco chimico a Douma a un’organizzazione internazionale come l’ESCWA. Ma la storia ci insegna che queste narrazioni hanno una finalità politica che non c’entra nulla con una investigazione trasparente e corretta. 

L’Unione Europea ha una voce in capitolo sull’escalation in Siria? 

Ancora una volta l’Unione Europea è assente, ormai non è un mistero che non esiste una politica estera europea. Fatto salvo l’orrore manifestato per i morti di Douma, ci mancherebbe, l’Europa farebbe meglio il suo mestiere se promuovesse un’investigazione internazionale per accertare le responsabilità di questi crimini.

12.4.18 | Posted in , , , , , , , , , , , , , , , | Continua »

La visita di Mike Pompeo (Cia) in Turchia. Fatti e analisi

La visita di Mike Pompeo (Cia) in Turchia. Fatti e analisi




Il direttore della Cia di nomina trumpiana Mike Pompeo giovedì è andato in visita in Turchia: il primo viaggio all’estero, proseguito poi verso l’Arabia Saudita, ha interessato due paesi strategici per la lotta la terrorismo e per l’influenza nel Medio Oriente (a Riad ha premiato con la Georg Tenet Medal il principe ereditario Muhammed bin Nayef per l’impegno contro il terrorismo).
LA TELEFONATA
L’incontro del capo dell’intelligence americana è stato deciso martedì durante una telefonata molto cordiale durata trequarti d’ora tra il presidente Donald Trump e il suo omologo Recep Tayyp Erdogan. Almeno stando alle informazioni ufficiali diffuse da Ankara, dietro alle quali c’è molto storytelling: e infatti media vicini al presidente come lo Yeni Safak dicono che tra le cose che si sono detti i due presidenti c’è stata la pianificazione per azioni congiunte al nord della Siria. Pompeo sarebbe andato ad implementare l’intesa. Quando intendono questo i turchi parlano dell’operazione Scudo dell’Eufrate, quella con cui i militari regolari appoggiati da alcune unità dei ribelli hanno liberato un’ampia fetta di territorio dall’infestazione dello Stato islamico.
AL BAB, RAQQA, GULEN
La battaglia ora è arrivata ad Al Bab, un città che è una roccaforte poco nota dell’IS ma che ha fatto da base alla divisione baghdadista che si è occupata degli attentati organizzati all’estero (come quello di Parigi). Il secondo tema della telefonata, e dunque anche dell’incontro, è stato l’estradizione di Fetullah Gulen, il nemico politico di Erdogan su cui pende l’accusa di organizzatore del golpe della scorsa estate. Gulen si trova in Pennsylvania, Ankara chiede da mesi il suo ritorno in Turchia, dove lo attende una punizione severissima. La pratica è stata finora negata dalla vecchia amministrazione Obama (cosa che ha inasprito i rapporti, insieme allo scarso impegno a sostegno della missione Scudo), ma adesso potrebbe essere ripresa in considerazione, anche perché Michael Flynn, il consigliere per la Sicurezza nazionale che in passato aveva interessi in Turchia e ora ha buon ascendente sul presidente, la vede come una specie di offerta da sacrificare sull’altare dell’alleanza.
L’ALLEANZA
La telefonata con Erdogan non è stata fra le prime fatte da Trump, e forse questo è già di per sé indicativo di come venga vista quest’alleanza, anche se la Casa Bianca nel resoconto ha definito la Turchia “un partner strategico e un alleato Nato”. È il solito gioco del dare/avere. Ankara fondamentalmente chiede a Washington maggiore vicinanza, da dimostrare con l’impegno su Al Bab e su Gulen: ma se il secondo pare anche minimamente probabile, è improbabile che gli annunci del governo turco a proposito dell’aumento del coinvolgimento americano fianco a fianco sul nord siriano siano altro che propaganda. Ankara dichiara che una volta presa Al Bab una coalizione turco-americana andrà diretta su Raqqa, che è la più conosciuta delle roccaforti dell’IS in Siriae si trova a circa duecento chilometri più a est. Il problema che rende questo percorso quasi impossibile è presto detto: gli Stati Uniti hanno confermato in queste prime settimane di presidenza di voler aumentare il proprio supporto alle Sdf, il nome politico di una milizia curdo araba che Washington sta usando comeboots on the ground per accerchiare Raqqa. Il piano è in uno stato avanzatissimo, e gli alleati americani stanno già circondando la città. In questa partnership non c’è spazio per i turchi, che considerano i curdi siriani terroristi e sono altrettanto detestati come trattamento di ritorno.
AVVICINARSI ALLA RUSSIA
Muoversi con i turchi però per Trump potrebbe avere il valore di un avvicinamento alla Russia (un altro dei possibili test per verificare se val la pena di impiantare futuri rapporti). Mosca fornisce collaborazione alla Turchia attraverso la copertura aerea (che però l’altro ieri non ha funzionato, e un buco di comunicazione terra-aria ha messo tre soldati turchi sotto le bombe russe: circostanza risolta con le condoglianze del Cremlino e con uscite laterali che mandavano un messaggio chiaro, la prossima volta state più attenti). Soprattutto Mosca ha il compito di tenere buono il regime e far accettare a Damasco che un nemico dichiarato come la Turchia mandi dei suoi soldati sul proprio territorio; non solo, perché quei soldati lavorano insieme a gruppi di ribelli che hanno come principale obiettivo la caduta del regime. Fino a che punto Trump deciderà di fidarsi?
LE COMPLICAZIONI
La situazione è complicata ad Al Bab. Sullo sfondo incongruenze di base: Charles Lister, ricercatore molto esperto sul conflitto siriano, dice di aver chiesto ad alcuni comandanti dei ribelli siriani che combattono insieme ai turchi cosa potrebbe succedere se le forze governative siriane, che si trovano a pochissimi chilometri da Al Bab dopo aver riconquistato Aleppo ad altri gruppi (anche alleati) di quegli stessi ribelli, dovessero entrare nei territori ripresi dalla Scudo. “Li attaccheremo, of course” è stata la risposta. E questo è il principale dei problemi: che ne sarà di quelle terre una volta che anche Al Bab sarà presa? La Turchia fa parte con Russia e Iran del terzetto che ha promosso l’iniziativa di Astana per cercare un accordo di pace in Siria: Damasco partecipa ai negoziati, ma non sembra interessata a cessioni di sovranità. Stante i fatti, per Washington potrebbe essere più facile diplomaticamente cavalcare, adesso, i curdi siriani piuttosto che l’offensiva turca anche in quest’ottica: un conto è difendere i diritti di un minoranza etnica che rivendica una qualche indipendenza (detto brutalmente: alla fine, per ragioni di ordine superiore, possono essere anche traditi) su un territorio non formalmente riconosciuto, un altro è mettersi a fare la guerra insieme a una nazione sovrana membro della Nato contro un alleato russo. Per questo da Washington i commenti sulla visita di Pompeo non sono usciti.

13.2.17 | Posted in , , , , , , , , , | Continua »

Intelligence, arma fondamentale contro il terrorismo


Intervista con Sputnik Italia

Non solo bombe quindi, l'intelligence è un'arma fondamentale contro il terrorismo. I terroristi possono colpire ovunque, gli attentati di novembre a Parigi sono stati un duro attacco all'Europa intera. Anche se l'intelligence costituisce il cuore della sovranità di ogni Paese, è sempre più evidente la necessità di rafforzare la collaborazione nel settore dei servizi segreti a livello europeo e mondiale.

È possibile la creazione di un corpo di intelligence europeo? Si investe abbastanza oggi in Italia nella sicurezza cibernetica? Sputnik Italia ne ha parlato con Franco Frattini, presidente della SIOI, Società Italiana per l'Organizzazione Internazionale — UN Association for Italy, già Ministro degli Esteri.

— Qual è il ruolo dell'intelligence nella lotta al Daesh?
Il ruolo dell'intelligence sul terreno è fondamentale per scambiare informazioni, dove le cellule del Daesh si stanno infiltrando, penso alla Siria, all'Iraq e alla Libia. Mi viene in mente un aspetto importante come il contrabbando di petrolio che il Daesh fa, oppure la sottrazione di opere d'arte come avvenuto a Palmira. Bisogna colpire il Daesh anche dove il Daesh prende le risorse per continuare a crescere.

Il ruolo dell'intelligence è fondamentale anche nei Paesi europei come l'Italia, ma anche in Russia, dove il Daesh potrebbe colpire. Il fatto che noi in Italia abbiamo arrestato molte persone collegate al terrorismo internazionale, che stavano preparando degli attentati, vuol dire che l'intelligence deve lavorare moltissimo.

Questi giorni è stata smantellata una rete Daesh in Belgio ed è un risultato importantissimo, perché purtroppo i terroristi hanno colpito già e non si esclude la possibilità che colpiscano ancora.

— Dopo gli attentati di novembre a Parigi si è sentito il bisogno di un maggiore scambio d`informazioni. Al giorno d'oggi esiste un corpo d'intelligence europeo per lottare contro il terrorismo?
Un corpo di intelligence europeo non esiste e non potrà esistere mai, perché ci sono dei tipi di informazione che rientrano nella esclusiva sovranità nazionale. È altrettanto fondamentale però che vi sia uno scambio d`informazioni, una partecipazione di notizie rilevanti e qui a livello europeo esiste qualcosa. Già quando io ero commissario responsabile per il tema della sicurezza, avevamo rafforzato un luogo di coordinamento permanente tra tutte le unità antiterrorismo degli Stati membri. Questo scambio d`informazioni permanente esiste ancora e tanto per fare un esempio del giorno d'oggi, molte delle informazioni che hanno permesso di arrestare membri del commando di Parigi, non sono venute dall'intelligence francese. Alcune sono arrivate dagli investigatori tedeschi, altre da investigatori italiani.

Si è già dimostrato quanto sia importante questo scambio di informazioni e di intelligence. Io aggiungo che non basta uno scambio a livello europeo, perché il terrorismo colpisce ben oltre i confini dell'Unione europea. Quando penso a partner importanti come la Federazione Russa, che ha degli interessi sul territorio da una presenza strategica molto importante, ecco che lo scambio di informazioni deve funzionare. Io so per certo che il sistema intelligence italiano e quello russo hanno da sempre una collaborazione su temi come la lotta al terrorismo.

— Il web è il primo alleato del Daesh. Si parla molto oggi della cyber security. Quanto si investe in Italia nella sicurezza informatica?
Il governo italiano ha ulteriormente fatto crescere tra le priorità il tema della sicurezza cibernetica. Oggi è forse la priorità numero uno sotto il profilo tecnologico per i nostri servizi di informazione, che hanno ricevuto dal governo il mandato di rafforzare moltissimo il tema della cyber security. Io credo che questo sia stato indispensabile in relazione alla capacità di reclutamento che il Daesh ha, come prima aveva Al-Qaeda, attraverso la rete. Ecco che un controllo di questi mezzi, come i siti che incitano all'azione terroristica è un controllo fondamentale se vogliamo colpire il terrorismo.

Io sono stato in Italia per due anni il ministro responsabile dell'intelligence. Noi sapevamo, ma è valido anche ora, che tra le informazioni rilevanti per la sicurezza nazionale l'80% vengono da fonti aperte, quindi non sono atti segreti. In altri termini, se io sono capace di analizzare tutto quello che passa sui network informatici, io raccolgo l'80% delle informazioni utili per la sicurezza nazionale.

— Qual è il ruolo della Federazione Russa nella guerra al Daesh?
Io credo che la Russia abbia dato una scossa al resto del mondo sulla lotta al Daesh, perché dobbiamo ammettere: l'Occidente, prima della decisione del presidente Putin di agire anche sul terreno, era esitante. A seguito di questa scossa, l'Occidente ha poi capito che occorreva una grande coalizione internazionale contro il Daesh. Ci sono oggi sul terreno delle azioni, ci sono purtroppo anche delle difficoltà di cooperare. C'è l'atteggiamento della Turchia che a me dispiace molto. La Turchia sulle aree di confine con la Siria sta creando grandi difficoltà alle milizie combattenti curde, che sono schierate contro il Daesh. Sono molto preoccupato delle conseguenze del gravissimo incidente che ha portato all'abbattimento di un aeroplano russo da parte della Turchia.

Io credo si debba comunque guardare avanti. Bisogna considerare che la Russia, insieme all'Iran e ad altre formazioni come le milizie di Hezbollah, si sta impegnando molto concretamente per combattere il Daesh. Non a caso dopo gli attacchi partiti dalle basi russe, da Latakia e da Tartus, molte cellule di Daesh si sono spostate verso la Libia. Questo ci preoccupa per la Libia, ma è al tempo stesso il segnale che questi attacchi sono andati a segno, perché hanno ridotto la forza del Daesh sul teatro militare siriano. La strategia militare contro il Daesh ha dato risultati importanti. La Federazione Russa lo può considerare come uno dei suoi meriti.


19.2.16 | Posted in , , , , , | Continua »

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