Su Mosca no a speculazioni. Così Frattini parla di russofobia, Cina e Nato


Su Mosca no a speculazioni. Così Frattini parla di russofobia, Cina e Nato


Intervista con l’ex ministro Franco Frattini: "La libertà di stampa non si tocca ma non è tempo di paranoie russofobiche. La Nato è essenziale soprattutto sulla frontiera Sud. La vera minaccia resta la Cina"


Gli aiuti russi? Dimostrano la generosità di un Paese da sempre amico dell’Italia e non c’è da fare alcuna speculazione né da eccitare paranoie russofobe. Lo spiega a Formiche.net Franco Frattini, due volte ministro degli Esteri (una durante la guerra di Bush in Iraq), ex commissario europeo, oggi presidente della Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale (Sioi) e presidente di sezione del Consiglio di Stato. 

Che aiuti sono arrivati dalla Russia contro la pandemia di coronavirus? 
Sono aiuti generosi di un Paese che con l’Italia ha mantenuto sempre, anche nei momenti più difficili, eccellenti rapporti. Evidentemente, di fronte alla prima fase dell’emergenza in cui i partner europei quasi ridevano di noi la Russia ha avuto buon gioco a dimostrare una solidarietà più concreta. E non a caso anche gli americani poi si sono affrettati a inviare aiuti. È quindi un’azione in primo luogo giusta e concreta, in secondo luogo, dalla prospettiva del presidente Vladimir Putin, una scelta scaltra: ha dimostrato agli altri Paesi come si possa fare qualcosa di molto concreto in tempi anche molto rapidi. 

È stata una scommessa politica la sua? 
 Di fronte a gesti davvero poco commendevoli come quelli dei Paesi che hanno bloccato gli aiuti destinati all’Italia, la Russia ha giocato la sua partita: ha dimostrato di essere amica dell’Italia. Non farei nessuna altra speculazione. Tant’è vero che poi Putin e il presidente statunitense Donald Trump si sono sentiti e hanno raggiunto un’intesa per l’acquisto di aiuti russi da parte degli Stati Uniti. Il che dimostra che ci sono cose rispetto a cui le solite speculazioni di principio sono sbagliate.

Qual è la sua valutazione della risposta dei ministeri di Esteri e Difesa alle parole del portavoce della Difesa russa contro La Stampa? 
È una dichiarazione ragionevole, il governo non si può mettere in mezzo tra un quotidiano nazionale e il portavoce di un ministero straniero. Hanno fatto bene Esteri e Difesa a richiamare un principio generale che la libertà di stampa.

C’è un però, come ha detto anche lei. Gli Stati Uniti hanno acquistato materiale dalla Russia, in Italia invece abbiamo assistito a qualcosa di molto vicino a parate militari. 
Abbiamo visto strumenti che servivano ad aiutare come medici e macchinari. Francamente non penso proprio che ci sia da eccitare la paranoia dei russi che sbarcano con la scusa del coronavirus. Sono veramente delle cose campate in aria. E qualche giorno fa alla ministeriale della Nato, il nostro governo ha deciso di guardare ai fatti grazie anche a un’intelligence capace di fare distinzione tra gli aiuti sinceri e quelli non. E finora non mi sembra sia uscito fuori qualcosa. Su Mosca no a speculazioni. Così Frattini parla di russofobia, Cina e Nato

Questi aiuti russi hanno un costo politico? La rimozione delle sanzioni?
Penso che le sanzioni siano un errore gravissimo, la mia posizione è nota. Ma devono essere rimosse dopo un dibattito politico e una decisione unanime a livello europeo. Non credo però sia questo l’obiettivo. Penso, al contrario, sia un’ulteriore conferma del fatto che in un mondo assai meno sicuro che in passato, partner come la Russia non vadano visti con sospetto. Serve, invece, impegnarli in azioni comuni. In un mondo che ha visto crollare la globalizzazione a causa del virus, ci mettiamo anche a fare le Guerre fredde?

Dovremmo ripensare la Nato?
La Nato, che è il nostro strumento di sicurezza collettiva, deve fare molto di più sul fronte della politica di prevenzione e per la stabilità del Medio Oriente. E deve rafforzare quegli strumenti di azione rapida per le emergenze non tradizionali come queste.

E il rapporto con la Russia?
La Nato non ha cancellato quello strumento che creammo nel 2002, cioè il consiglio Nato-Russia. Non si è più riunito dopo i fatti dell’Ucraina ma esiste ancora. Riaprire un dialogo su temi strategici è assolutamente necessario. Anche perché la Nato stessa ha tutti gli strumenti per individuare eventuali comportamenti ostili per alcuni membri come la Polonia per esempio. La Russia deve essere assolutamente coinvolta sulla Siria e sulla Libia. E su quest’ultimo tema è fondamentale, non fosse altro perché sostiene il generale Khalifa Haftar e le sue forze, che ora si trovano in posizione di forza, mentre noi stiamo cercando una conciliazione nazionale tra le due parti.

Quanto, invece, agli aiuti cinesi: possiamo fidarci? La Cina è certamente più problematica della Russia visto che ha ormai una vocazione da prima potenza mondiale: vuole superare gli Stati Uniti, non ci riuscirà, ma ha ambizioni da numero uno. Risponde a logiche espansionistiche e ha nel mirino un’area dove ci sono interessi occidentali molto forti ben più ampia di quella su cui la Russia tenta di mantenere la sua influenza e in cui comunque la Nato è presente. Invece, se pensiamo a Paesi come il Vietnam, l’India, il Giappone, la Corea del Sud vediamo che c’è un’enorme fetta di mondo su cui la Cina ha messo gli occhi.

E la Via della seta?
Non è gratis nemmeno quella. È un progetto politico di presenza e di influenza, non è un progetto economico per regalare infrastrutture all’Occidente. Per questo guarderei alla Cina con molta più attenzione rispetto a quanto si fa con la Russia, come mi sembra che anche la Nato stia facendo.


Intervista di Gabriele Carrer 
4 aprile 2020

4.4.20 | Posted in , , , , , , , , , , , , | Continua »

Frattini: “Di Maio vuole dall’Ue la completa revisione ​​​​​​​delle sanzioni a Putin”

Frattini: “Di Maio vuole dall’Ue la completa revisione ​​​​​​​delle sanzioni a Putin”
E sulla Libia: «Dialogare con Mosca e Ankara» 


Franco Frattini, magistrato e presidente dell' Associazione italiana per l' Onu-SIOI, è stato due volte ministro degli Esteri nei governi Berlusconi e Commissario europeo. Il suo è uno dei nomi più accreditati per l'incarico di inviato speciale dell'Italia in Libia. In questi giorni i suoi consigli sono molti utili al ministro degli Esteri Luigi Di Maio. La chiave per capire come intenda muoversi Roma sta in quello che lo stesso Di Maio ha confidato a Frattini: il responsabile della Farnesina ha chiesto all'Alto rappresentante Ue Borrell di ridiscutere le sanzioni alla Russia. 

Qual è il senso di questa mano tesa a Putin, sapendo che ci metteremo contro Trump? 

«A noi la Russia serve moltissimo per difendere i nostri interessi nazionali. Di Maio ha fatto un passo molto importante con Borrell. Un passo che avremmo dovuto fare tre, quattro anni fa. Noi avremmo dovuto dire basta con le sanzioni». 

Pensa che Borrell metterà il tema delle sanzioni all' ordine del giorno a Bruxelles? 

«Conoscendolo bene, visto che da commissario europeo ho lavorato con lui, credo proprio di sì». 

A parte Trump, anche Merkel e Macron saranno contrari a mettere in discussione le sanzioni a Mosca. 

«Può darsi, ma almeno si saprà da che parte stiamo noi e da che parte loro». 

Scusi, da che parte dovremmo stare noi? Ci spieghi perché adesso dobbiamo stare dalla parte della Russia? 

«Noi dobbiamo stare dalla parte dei nostri interessi nazionali come fanno gli altri Paesi, ma abbiamo un at out che gli altri non hanno, cioè possiamo parlare in amicizia con tutte le parti in causa sia in Libia sia in Medio Oriente. Noi come Italia possiamo avere un ruolo di mediazione nei conflitti. In ogni caso dobbiamo farci sentire ai tavoli delle potenze che hanno in mano le sorti di un Paese a poche miglia dalle coste italiane. In Libia abbiamo interessi di primaria grandezza, energetici, migratori, ma anche rapporti politici e di amicizia di lunghissima durata». 

Forse meglio dire "avevamo". Noi abbiamo sostenuto Sarraj, ma ora Di Maio pensa che Sarraj ci abbia tradito con la Turchia e apre ad Haftar. Abbiamo cambiato alleato? 

«Ho parlato con Di Maio e lui non parla di alleanza con Haftar ma si rende conto degli errori del passato: non possiamo schiacciarci su Sarraj. Il ministro degli Esteri si rende conto che potremmo avere una sponda forte a Mosca e allora perché appiattarsi con una delle parti quando possiamo aiutare gli uni e gli altri? La conferenza di Palermo sembrava che avesse segnato un equilibrio tra le due parti e ci siamo buttati tra le braccia di Sarraj». 

Con gli Stati Uniti che avevano promesso al premier Conte sostegno in Libia. 

«Gli americani avevano detto "bravi, occupatevi della Libia", ma poi ci hanno lasciato soli. Ecco perché dobbiamo discutere con la Russia, rimettendo in discussione le sanzioni economiche, e anche con la Turchia. Dopodomani (domani per chi legge, ndr) a Sochi si incontreranno Putin, che sostiene Haftar, ed Erdogan, che ha mandato i suoi soldati in difesa di Sarraj: decideranno il futuro della Libia, come hanno fatto per la Siria. Speriamo che la Libia non venga spartita in due, ma è tra le ipotesi in campo. Ecco perché dobbiamo riaprire la discussione pure con Ankara e difendere il lavoro di Eni. È stato un errore chiudere la porta in faccia alla Turchia come hanno fatto nel 2003 Chirac e Schröder». 

Insomma la piccola Italia a suo parere può diventare una potenza regionale, da sola, senza l'Europa. Questa logica vale anche per la vicenda iraniana? 

«Sì. Noi in Iraq abbiamo mille soldati. Va bene, siamo leali con gli Stati Uniti ed è giusto decidere anche con gli altri Paesi europei se rimanere. Ma una volta ribadita la nostra lealtà, dobbiamo poter dire come la pensiamo su certe iniziative come l'uccisione di Soleimani». 

Allora Di Maio ha fatto bene a prendere le distanze da Washington? 

«È una mossa ragionevole se il passo successivo sarà quello che io suggerisco: ridare all'Italia un ruolo di pontiere. Con l'Iran abbiamo un rapporto consolidato da sempre. Senza nulla togliere alla nostra forte amicizia con Israele, dobbiamo avere una posizione autonoma. Vediamo se gli iraniani ci snobberanno e se gli americani diranno che li abbiamo pugnalati alle spalle. Io so che il ministro degli Esteri iraniano sta facendo molte telefonate ai Paesi occidentali e spero che una la faccia anche a Roma. Francesi e tedeschi hanno fatto sponda con la Cina invece di fare un vertice subito per cercare l'unità europea». 

Lei pensa che Trump in questo momento ci voglia tra i piedi nel ruolo di pontieri e pompieri? 

«In un momento in cui molti degli alleati europei stanno esprimendo contrarietà al raid americano, Trump ha contro la Russia, la Turchia e la Cina. Nello scacchiere mediorientale, oltre Israele, hanno dalla loro parte i sauditi ma rischiano di imbarcarsi in una polveriera. Noi abbiamo un filo da riagganciare con gli iraniani».

8.1.20 | Posted in , , , , , , , , , , , , , , , | Continua »

CAOS SIRIA/ Frattini: se viene divisa tra Erdogan e Sauditi, salta anche la Libia



Erdogan non si sarebbe fermato, questo Trump doveva saperlo. Adesso il rischio da scongiurare è la divisione della Siria


Il Medio Oriente è tornato una polveriera, e ogni giorno il bollettino peggiora. Il governo di Hariri in Libano, in seguito alle proteste, ha rassegnato le dimissioni. In Siria, dopo il ritiro dei curdi dalla “zona cuscinetto” resta il rischio di una vera e propria guerra tra le truppe turche e quelle di Assad. In Iraq ci sono stati 250 morti da inizio ottobre tra i manifestanti, nell’ultimo caso uomini dal volto coperto hanno sparato sulla folla. La Giordania ha appena richiamato il suo ambasciatore da Israele, che a suo dire detiene due suoi cittadini illegalmente.
 Il centro del Medio Oriente sta sfuggendo di mano, e ai confini di questo nucleo “caldo” si trovano gli attori regionali più forti: Turchia, Iran, Arabia Saudita e Israele. Quattro Stati con interessi e alleanze divergenti. Col disimpegno Usa, l’unico attore di rilevanza globale nell’area resta la Russia. Il Sussidiario ha parlato con Franco Frattini, due volte ministro degli Esteri con Berlusconi a Palazzo Chigi, che ci ha delineato lo schema del pantano mediorientale, e i pericoli che ne derivano per tutto l’Occidente.

Qual è la strategia della Turchia in Siria?
Ha approfittato del vuoto di potere lasciato dagli Usa. Erdogan ha sempre voluto affermare un principio: i curdi devono vivere in zone sotto il controllo della Turchia, per Ankara questo è un interesse nazionale prioritario. Erdogan lo sta solo portando avanti concretamente, Trump ha sbagliato a credere che si sarebbe fermato.
Il presidente Usa pensava che bastasse una moral suasion per fermare i turchi?
Sì. Trump gli ha chiesto di “andarci piano”, ma Erdogan, saputo del ritiro Usa dal Nordest della Siria, ha agito come se il campo fosse sgombro. Anche lui ha fatto male i conti: dagli Usa ha preso le sanzioni e il riconoscimento del genocidio armeno, e appena gli americani hanno mollato la presa, la Russia si è incaricata della stabilità dell’area, e per ora Putin più o meno riesce a mantenere il cessate il fuoco tra Turchia e Assad. Conosco i turchi: senza un “amico” potente a chiederglielo, non si sarebbero fermati ai 30 km della “zona cuscinetto”. A Idlib, e non solo, avremmo visto un bagno di sangue.
Anche perché l’esercito turco, il secondo della Nato, ha i mezzi per farlo.
Sì, ma non bisogna sottovalutare il contingente di Assad, che è tutt’ora forte e combatte sul suo territorio, un luogo dove chiunque rischia di impantanarsi, questo Putin l’ha capito bene.
Lo stesso vale per Trump, che infatti se ne è tirato fuori. È questa la sua strategia?
Sì. D’altronde a Trump, all’inizio del suo mandato, è scappato detto: “Gli Usa devono smetterla di fare il poliziotto globale”.
Questo però lo dicono un po’ tutti i presidenti Usa. Poi le cose vanno diversamente.
Lui però ha cominciato a farlo. Ha detto agli alleati Nato: non pagheremo più per la vostra sicurezza. E questo si è tradotto nel disimpegno in Libia, ai danni dell’Italia, e in Siria, ai danni di tutto l’Occidente. Anche in Afghanistan e in Iraq ha diminuito gli sforzi. Poi, certo, restano alcune mosse estemporanee.
Tipo?
Prima ha detto di volersene andare dal Nordest della Siria, per poi spiegare che alcune truppe sarebbero rimaste. Allo stesso tempo, le forze speciali americane erano a caccia di Al Baghdadi, il califfo dell’Isis, che alla fine hanno trovato e ucciso. Ma l’idea dietro resta, anche se non è attuata in modo lineare.
Quella di un’America concentrata su se stessa. È questo il fine?
Vuole portare alle elezioni del prossimo anno un’America più ricca al suo interno e più lontana dai teatri di crisi. Trump disse: “Basta con le bare coperte dalla nostra bandiera, voglio che i nostri ragazzi si impegnino negli Usa per il bene della patria”.
A chi va il Medio Oriente? Alla Russia, alla Cina?
La Russia resta l’attore più importante sul campo, e gioca sempre di sponda con la Cina: 2 su 5 dei membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu hanno un occhio attento sulle vicende mediorientali. In più la Russia fa da pontiere con l’Iran, che presto potrebbe avere la bomba atomica. Il grande Medio Oriente si sta del tutto destabilizzando, lo scontro tra Qatar e blocco sunnita di Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita è uno scontro tra sunniti. Non si tratta più solo di scontri tra sunniti e sciiti.
Una vera polveriera, mentre ancora non si capisce come andrà a finire la spartizione della Siria.
La Turchia vuole la sua area d’influenza, questo oltre ai curdi è il motivo del suo attivismo in Siria. Ci saranno tre sfere d’influenza: la Turchia al nord vicino ai propri confini, al centro gli sciiti alawiti di Bashar al-Assad, e al sud i sunniti con influenza e soldi di Arabia Saudita. Sperando che tutto ciò basti a mantenerla unita, perché una sua partizione in due o tre parti sarebbe assolutamente devastante.
Più devastante del rischio che continui una guerra che dopo 8 anni ha lasciato solo macerie?
Sarebbe un rischio ancora più grosso perché creerebbe un effetto domino: perché dovrebbe rimanere unita la Libia se tra Cirenaica, Tripolitania e Fezzan ci sono differenze forse anche più grandi di quelle tra un curdo e un sunnita del sud della Siria?
La forma Stato in Africa non è mai attecchita del tutto. Ma è a rischio anche in Medio Oriente?
Questo è il vizio d’origine dell’accordo franco-britannico che, disegnando con la penna i confini degli Stati, pose le condizioni per aggregazioni e disaggregazioni che quei popoli non riconoscono. Se cade uno di questi Stati e si afferma il principio che la Siria si può dividere, altri la seguirebbero. L’opposto dell’interesse occidentale, che è nella stabilità dell’area.
In Libano, il primo ministro Hariri si è dimesso. Si andrà a elezioni o si rischia la guerra civile?
Hariri, e prima di lui suo padre, si è illuso per anni che la sua coalizione potesse fare accordi con Hezbollah, e ora ne paga il prezzo. Hezbollah è un partito sciita filo-iraniano del tutto assolutista, che vuole vincere e non concepisce accordi. Io non so se dietro le enormi proteste di piazza ci sia o no Nasrallah (il leader di Hezbollah, ndr), so che trovare un nuovo primo ministro sarà difficile per il presidente Aoun. Hariri ci mise un anno per creare il governo.
Anche Israele, paese diverso ma confinante, ha difficoltà nel creare un governo.
Israele uscirà da questa fase, è un paese più dinamico. E ha delle risorse che il Libano purtroppo non ha.
(Lucio Valentini, Il Sussidiario.net) 

31.10.19 | Posted in , , , , , , , , , , , , , , , , | Continua »

L’Italia guardi a Washington se vuole evitare la morsa franco-tedesca. Parla Franco Frattini







Roma - spiega in una conversazione con Formiche.net Franco Frattini, già ministro degli Esteri e commissario europeo, oggi presidente della Sioi - avrebbe le carte in regola per ritagliarsi il ruolo di partner privilegiato di Washington in Europa e scongiurare un pericoloso isolamento internazionale del quale ci sono tutte le avvisaglie.

Le perduranti titubanze sul 5G di compagnie cinesi e l’affossamento del rafforzamento del Golden Power per le reti, nonché le mancate prese di posizione su alcuni dossier fondamentali di politica estera – come la Libia – rischiano di allontanare ulteriormente l’Italia da alcuni aspetti del suo tradizionale vincolo euro-atlantico e di rivitalizzare l’asse franco-tedesco, oggi in crisi.
Eppure, spiega in una conversazione con Formiche.net Franco Frattini, già ministro degli Esteri e commissario europeo, oggi presidente della Sioi, Roma avrebbe le carte in regola per ritagliarsi il ruolo di partner privilegiato di Washington in Europa e scongiurare così un pericoloso isolamento internazionale del quale ci sono tutte le avvisaglie.

Presidente Frattini, in concomitanza con il G7 di Biarritz sono in molti a sottolineare un crescente isolamento internazionale dell’Italia, dovuto in parte ad un allontanamento dell’attuale governo dalle tradizionali posizioni euro-atlantiche. Condivide questa analisi?
Che queste preoccupazioni abbiano un fondamento è dimostrato da un’intervista allo stesso ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi pubblicata oggi al Corriere della Sera, all’interno della quale ribadisce la necessità per l’Italia di non isolarsi e di mantenere saldo il legame con Nato e Stati Uniti, prendendo in seria considerazione il fatto che su alcuni dossier importanti Roma rischia di allentare alcuni aspetti del consueto vincolo euro-atlantico.
In che cosa si concretizzerebbe questa distanza da Washington?
Intanto assistiamo a una mancanza di adeguamento del budget della Difesa – quantomeno tendenziale – rispetto ai parametri del 3% condivisi con gli Usa in sede Nato, nonché a un ruolo da mero osservatore del nostro Paese rispetto agli attacchi condotti da Khalifa Haftar in Libia. Anzi, durante la sua visita in Italia quest’ultimo è stato accolto ha accolto al pari di Fayez al-Sarraj. E poi c’è la questione dei rapporti con Pechino.
Si riferisce al 5G?
L’accordo con la Cina sulla via della Seta e le titubanze sul 5G di compagnie cinesi hanno fatto pensare a Washington che l’Italia non sia consapevole del fatto che dati sensibili nelle mani di Pechino – che tra l’altro è anche il più grande produttore al mondo di cavi sottomarini, dai quali passano i dati – possono mettere a rischio la sicurezza dell’intera Alleanza. Ci si aspettava che il rafforzamento del Golden Power per le reti – un ‘firewall’ da porre in caso di sconfinamento in terreni pericolosi – avvenisse subito e invece non c’è stato. In questo senso l’inclusione di Huawei Italia nella black list del Dipartimento del Commercio è un segnale abbastanza chiaro in questo senso.
Crede che tutto ciò incrinerà il legame con Washington?
Tutto sommato penso di no, perché il rapporto di Washigton con Roma resta pur sempre migliore di quello degli Usa con Francia e Germania. Basti pensare all’atterraggio al G7 francese del ministro degli Esteri iraniano, una cosa mai vista che ha irritato Washington. Non è un caso che, in una delle sue battute, Donald Trump abbia citato dazi su vini francesi e auto tedesche, evitando di menzionare il nostro Paese. Si tratta di un’ulteriore manifestazione di amicizia, alla quale dovrà però seguire una posizione orientata al rafforzamento, non solo teorico ma anche fattuale, del legame transatlantico. Non bastano le confuse dichiarazioni di intenti, sono le parole chiare e le scelte di governo a contare.
In caso contrario a che rischi si esporrebbe l’Italia?
L’Italia si espone al rischio che l’asse franco tedesco venga rivitalizzato in un momento in cui è in declino. Emmanuel Macron e Angela Merkel vivono una fase di attriti, che finora non siamo stati in grado di sfruttare. Pur nell’incertezza che avvolge l’esecutivo, potevamo, ad esempio, offrire una sponda alla proposta di Trump di riammettere la Russia nel G7, riportandolo a essere un G8 quando si terrà il prossimo anno negli Stati Uniti. Ma c’è anche il pericolo derivante da un maggior protagonismo spagnolo, che arriverà certamente con la nomina di Josep Borrell come Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’Ue. E pur nell’irrilevanza crescente di fori come il G7 – ormai solo teatrini per far emergere divisioni invece di discutere di questioni serie come la rottura delle relazioni infocibernetiche tra Corea del Sud e Giappone – questi nostri silenzi e queste nostre mancanze non ci consentono di ritagliarci il ruolo di partner privilegiato di Washington in Europa che, invece – al netto di Londra, ormai fuori dall’Unione europea – dovremmo e potremmo avere. E ci rendono meno forti, come dimostra in modo inequivocabile il mancato invito all’Italia al vertice sull’immigrazione dal Sahel tenutosi proprio nel contesto del summit di Biarritz.
Michele Pierri - Formiche.net

2.9.19 | Posted in , , , , , , , , , , , , , , , , | Continua »

Dal golden power alla Libia. A lezione di politica estera da Franco Frattini


L'ex ministro degli Esteri analizza le non-posizioni del governo su dossier chiave. "Bisogna schierarsi e non rimanere in questo limbo tra est e ovest". Il caso iraniano? "Non pone alcun dubbio: dobbiamo rinsaldare il legame occidentale"



“Si assiste ad un disimpegno italiano dagli scacchieri più delicati della politica estera”, ammette a Formiche.net Franco Frattini, già ministro degli esteri e Commissario europeo che, alla luce dell’appello partito da queste colonne al governo per un cambio di passo, analizza i casi più spinosi come Iran, Cina e Libia.
Con questa politica estera l’Italia rischia di andare incontro ad una irrilevanza internazionale?
La tesi è sempre la stessa: bisogna schierarsi e non rimanere in questo limbo tra est e ovest. Il caso iraniano non pone alcun dubbio, dal mio punto di vista. Dobbiamo rinsaldare il legame occidentale.
Sulla crisi a Hormuz la Farnesina avrebbe dovuto essere più decisa?
L’Iran ha ormai annunciato di essere pronto a superare il 4% di arricchimento dell’uranio: siamo vicini ad un punto di non ritorno ed è evidente che una non-posizione pone un probema all’Italia.
Anche perché le sanzioni Usa hanno già dato una direzione di marcia…
Le aziende che fanno affari con l’Iran sono esposte alle controsanzioni americane, per cui non c’è nemmeno più quella preoccupazione iniziale del semestre di grazia, quando Donald Trump aveva detto che Roma per sei mesi avrebbe potuto continuare i suoi rapporti. Oggi comunque non c’è più nulla da salvare, solo da unirsi ad una voce, quella occidentale, che deve essere sempre più grossa per dire all’Iran “fermatevi”.
Uranio e Hormuz: cosa c’è oltre le minacce?
Oltre al profilo dell’armamento nucleare si assiste anche ad una destabilizzazione geologistica, perché da lì transita buona parte del traffico petrolifero. Vuol dire che Teheran impone un rafforzamento della coalizione occidentale. Gli inglesi hanno già inviato navi da guerra.
L’Italia dovrebbe farlo?
Francamente vedo un disimpegno italiano dagli scacchieri più delicati della politica estera, quindi suppongo che una decisione del genere non siano in grado di prenderla. Ma almeno una forte sintonia con le azioni occidentali sarebbe indispensabile, malgrado la politica estera non sia una priorità per Palazzo Chigi.
Sul caso 5G e sulla Via della Seta, il dialogo tra Roma e Pechino rischia di essere uno sgambetto a Washington?
Lo sarebbe se non ci fosse immediatamente un rafforzamento della golden share nella normativa italiana, che permettesse al governo di mettere un veto su qualsiasi technology sharing: ovvero quando si va oltre un punto pericoloso, credo che la normativa, peraltro già annunciata dal ministro Salvini, sia indispensabile altrimenti saremmo a rischio. Vorrei precisare che di molte cose siamo a conoscenza, di altre no: ciò che non moltissimi sanno è che il maggior produttore al mondo di cavi sottomarini è la Cina. Ma in quei cavi passa di tutto, comprese le tecnologie. Per cui impadronirsi delle reti e delle infrastrutture di reti vuol dire accedere alla conoscenza ed attingervi.
Da queste colonne il prof. Vittorio Emanuele Parsi ha detto che la Spagna ci ha superati nella euroscala valoriale, dopo Germania e Francia. È così?
La Spagna è riuscita a piazzare due colpi importanti. Il primo riguarda la vittoria di Sanchez, che però si è già rivelata un fuoco di paglia perché probabilmente non farà l’accordo per il governo e si tornerà per l’ennesima volta al voto. Ma in questo periodo di luna di miele, Sanchez ha piazzato il commissario Josep Borrell ad Alto rappresentante della politica estera. Ciò non significa che da domani avremo finalmente una politica estera europea, ma sicuramente avremo un personaggio di gran lunga superiore, per autorevolezza e caratura, rispetto all’attuale.
Una sua vecchia conoscenza, tra l’altro…
Da vicepresidente della Commissione lo ricordo quando era al vertice del Parlamento: quando tornai a fare il ministro, gli offrii di dirigere per quattro anni l’Istituto di Studi Europei di Fiesole e lui fu direttore su mia proposta. Ritenevo che sui temi di politica estera la sapesse più lunga, in Europa. Borrell tra l’altro non dimenticherà mai di essere spagnolo.
Il doppio colpo della Spagna ha distanziato l’Italia. Quale una possibile contromossa?
Che gli auspici del premier Conte trovino risposta, come una posizione di commissario Ue di alto profilo per un portafoglio come la Concorrenza. Sarebbe il miglior esempio, più il ruolo di vicepresidente. E poi giocare la carta naturale dell’Italia: la Libia.
Ad oggi scoperta?
Noi stiamo lasciando la Libia nelle mani degli arabi che si combattono tra loro per procura: gli uni usano Haftar e gli altri Serraj. Dietro ci sono egiziani, emiratini e sauditi, contro qatarini e turchi. I musulmani giocano sulla Libia e noi, che avremmo dovuto essere il paese che promuove la riconciliazione libica, siamo piuttosto in difficoltà anche perché gli Usa si sono disimpegnati.
Cosa dovrebbe fare Roma?
Dovrebbe riprendere quei dossier su cui l’Italia sembrava avere in mano ancora una carta importante, ovvero Libia e Medio Oriente. Roma è l’unico governo che parla allo stesso modo, ovvero con amicizia, con Arabi e Israeliani. Inoltre su altre latitudini lo fa anche con Washington e Mosca. E allora perché non sfruttare questo ruolo straordinario? Credo che bisognerebbe agire, ma purtroppo vedo che siamo in una fase complessa per la maggioranza e quindi la politica estera scende dalla scala delle priorità.
Quale posto crede potrà occupare l’Italia nell’Alleanza Atlantica di domani?
Rischia di occupare un ruolo necessariamente limitato per due motivi. Uno dei partiti al governo, il M5S considera la Nato e l’Alleanza Atlantica come un qualcosa da tollerare. Inoltre rimanendo cosi indietro sul budget per la difesa, non solo siamo largamente sotto il 3% ma abbiamo un trend di lentissimo avvicinamento a quella soglia. Ciò evidentemente ci procurerà dagli americani una pacca sulla spalla, e solo quella, ma poi loro guarderanno a chi paga di più. Ti impegni di meno e conti di meno, è l’assunto non di oggi nell’Alleanza.
In Iraq e in Afhanistan avevamo però un ruolo diverso.
Perché avevamo impiegato 7mila uomini, tra cui le truppe di eccellenza italiane impegnate nell’addestramento delle forze di sicurezza in loco. Per questo motivo l’Italia poteva parlare a tu per tu con Usa e Gran Bretagna. Oggi le missioni sono praticamente finite e l’addestramento si sta riducendosi di importanza. Inoltre paghiamo il non aver valorizzato quell’azione straordinaria dei nostri soldati di presidiare la diga di Mosul. Siamo stati noi ad aver impedito al Daesh di dilagare facendo saltare la diga che assicura l’acqua a tutto l’Iraq. Ma quasi non ce ne siamo accorti e la gente poi dimentica.

2.8.19 | Posted in , , , , , , , , , , | Continua »

È giusto stringere patti con la Cina se il governo sarà capace di non subirli. Parla Frattini

È giusto stringere patti con la Cina se il governo sarà capace di non subirli. Parla Frattini 

Conversazione con l'ex ministro degli Esteri, Franco Frattini: l'Italia deve avere un ruolo proattivo con Pechino e saper spiegare bene agli Usa le dinamiche di questa intesa. Sull'intelligence Di Maio sbaglia e occhio alla Francia in Libia... 


di Valentino Di Giacomo, Formiche 

Dalla Cina alla Libia, passando per lo scontro Di Maio-Salvini circa il riassetto, ricalcando il modello americano, dei nostri comparti di sicurezza e di intelligence. Franco Frattini, ex ministro degli Esteri e attualmente presidente del Sioi, ne parla con la moderazione di chi ha passato una vita negli ambienti diplomatici. 

Oggi Xi Jinping al Quirinale ha detto che con l’Italia vuole incrementare lo scambio di informazioni. Questo non rischia di allarmare ulteriormente i nostri alleati americani?
È sempre stato così, la Cina ha sempre attribuito ai Paesi occidentali e in particolare all’Italia un rilevante ruolo nel cosiddetto knowledge sharing. Ovviamente lo scambio di informazioni è un tema che il governo farebbe bene a delimitare proprio per non creare ulteriori frizioni con gli Usa. Escludo comunque possa mai avvenire uno scambio di informazioni a livello di intelligence con Pechino o per quanto riguarda i dossier riguardanti la Difesa e gli armamenti, ma su questo punto bene ha fatto il presidente del consiglio, rinforzando la golden power, a darsi la possibilità di intervenire qualora fossero messi a rischio settori strategici del nostro Paese. 

Andrebbe forse chiarito anche dal punto di vista comunicativo, gli americani potrebbero fraintendere. 
Certo, è un passaggio che sarà necessario. Il rischio è che gli Usa possano travisare la tipologia di informazioni a cui Xi Jinping si riferiva, i membri del governo devono chiarire di che informazioni si tratta. Tutto bene finché si parla di informazioni commerciali, ma su materie riservate come infrastrutture critiche, cablaggio di cavi, 5G non si può scherzare. 

A proposito di intelligence, ha letto le dichiarazioni di Di Maio e Salvini? Il primo vorrebbe adeguare i nostri comparti di sicurezza sulla forma dei modelli americani, il secondo rifiuta ogni confronto dicendo che abbiamo la migliore intelligence del mondo. Da che parte sta? 
Senza dubbio con Salvini, la nostra intelligence è tra le migliori del mondo e lo posso dire essendo stato per 5 anni presidente del Copaco (l’ex Copasir). Del resto basta vedere i risultati ottenuti in questi anni in tema di antiterrorismo. Parlare di riordino mi sembra fuori luogo. 

Questo accordo tra Roma e Pechino porterà più vantaggi o pericoli, non rischiamo di fornire ulteriore know-how alla Cina? 
Dipende se l’Italia sarà capace di avere un ruolo proattivo, l’incognita è tutta lì. Già oggi abbiamo diverse forme di collaborazione con loro, ad esempio i cinesi sono la terza popolazione di stranieri a studiare in Italia e già diamo loro strumenti di conoscenza con le università o i master. Dal canto suo Pechino, con l’ultima legge approvata dall’Assemblea del Popolo, ha equiparato le imprese cinesi a quelle straniere purché queste scambino informazioni e tecnologie, chiaramente sono molto interessate alla ricerca italiana in vari settori. Nella stessa legge però finalmente inaspriscono le sanzioni sui brevetti facendo un primo passo in una reale economia di mercato. 

L’interesse verso i nostri porti va vista come una mossa economica o geopolitica? 
Prevale il secondo aspetto. Ma devo dire, con una battuta, che l’Italia di Marco Polo non può restare fuori dalla nuova Via della Seta. E dobbiamo farlo senza pensare troppo alle proteste di alcuni Paesi europei. L’Italia, a partire dal governo Gentiloni, è già oggi membro dell’Asia Investment Bank, detenendo un 2,5 per cento di questa istituzione. Se usato bene questo accordo può rilanciare anche il ruolo dell’Italia nel Mediterraneo. Il Pireo comprato dai cinesi non si è rivelato così fruttuoso per loro perché al nord della Grecia non ci sono grandi infrastrutture, mentre da Trieste o da Genova gli scambi possono essere di ben altro livello. 

Stiamo spostando il nostro asse verso Est? 
Spero di no, dovremo essere bravi a spiegare, anche agli amici Usa, che se l’Italia gioca un ruolo con la Cina può essere un vantaggio anche per loro. È già avvenuto con l’Iran, Paese con cui continuiamo le nostre relazioni commerciali, ma siamo stati esentati dalle contro-sanzioni americane a differenza di altri Paesi. Per questo dico che l’Italia deve saper giocare un ruolo attivo, senza subire questo accordo, anche perché poi i cinesi vanno veloci come treni. Quando ero ministro degli Esteri dicemmo si al progetto russo sul South Stream, gli Usa ci guardarono con diffidenza. Mi chiamarono, li invitai a Roma e dissi loro che non avevamo segreti con i nostri amici facendo una full disclosure del progetto. Sia Hillary Clinton che Barack Obama restarono soddisfatti. 

Oggi, nel corso del loro incontro, Conte e Macron avranno parlato anche di Libia oltre che di Tav? In fondo non possiamo aspettarci che possa aiutarci la Cina sul dossier libico… 
Spero ne abbiano parlato e magari per trovare soluzioni comuni. La Cina in Libia non ha oggi un interesse diretto, ma quando cadde Gheddafi seguimmo l’evacuazione dal Paese e decine di migliaia di lavoratori cinesi erano in lì. Scoprimmo che erano quanto i turchi. Questo dimostra che se la Libia tornasse ad avere una stabilità anche la Cina potrà avere degli interessi. In altri Paesi africani, ad esempio, l’Italia già potrebbe sfruttare questo rapporto con loro per mitigare la loro tendenza coloniale. L’Italia dovrà essere capace di coinvolgere tanto Usa, Russia e anche l’Egitto. Abbiamo forse ecceduto in questi anni a schiacciare la nostra posizione solo sul governo di Tripoli e su Serraj. Oggi serve includere in un percorso anche il Generale Haftar e spero che la prossima conferenza organizzata dall’Onu a metà aprile riesca a fare chiarezza. Spero che questo avverrà prima che Haftar sarà arrivato a Tripoli e magari accompagnato da un generale francese… Già nei mesi scorsi il Feldmaresciallo ha conquistato il Sud libico grazie ai caccia francesi. 

Su questo attivismo francese ha influito l’incontro tra Di Maio e Di Battista con il leader dei gilet gialli? 

Loro certe cose se le legano al dito, non mi stupirebbe. Anche se è da tempo che la Francia intende scalzarci la leadership in Libia.

25.3.19 | Posted in , , , , , , , , , , | Continua »

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