Così Biden può spegnere la polveriera Gaza. Parla Frattini

Così Biden può spegnere la polveriera Gaza. Parla Frattini

Franco Frattini, presidente della Sioi e già ministro degli Esteri, legge il conflitto israelo-palestinese e auspica un intervento americano. “L’Europa? Temo che non possa fare tanto, vista la grande crisi di leadership e le divisioni che la percorrono”




Di Federico Di Bisceglie | 15/05/2021 - Esteri 
 

Ormai ai morti, si preferisce contare i razzi. Sarebbero 2300 gli ordini scagliati contro Israele da quando il conflitto si è riacceso. Il Medioriente ribolle. L’ala militare di Hamas ha rivendicato la paternità dell’attacco missilistico sferrato contro l’intera area urbana attorno a Tel Aviv. D’altro canto lo Stato Ebraico ha, in queste ore, colpito il grattacielo al-Jala, nel pieno centro di Gaza. In mezzo alla carneficina, c’è ancora chi è fermamente convinto che la diplomazia debba fare la sua parte. Anzi, “l’America deve tornare a fare l’America”. Non ha dubbi su questo Franco Frattini, due volte Ministro degli Esteri nei Governi Berlusconi, oltre che ex Commissario europeo. Da quest’anno presidente aggiunto del Consiglio di Stato e dal 2012 presidente della SIOI. 
 

Frattini, il cambio di leadership in Usa ha di fatto lasciato in mezzo al guado gli Accordi di Abramo. Che significa dunque che l’America deve tornare a fare l’America? 

L’inviato di Biden deve fare chiarezza e convincere Netanyahu che Israele è molto più tutelata di prima. Non solo: le reazioni dello Stato Ebraico non possono sempre essere così asimmetriche e sproporzionate. Un gigante contro un nano. Da quelle parti è come se fosse sempre la lotta fra Davide e Golia. Al contempo, l’America deve continuare a fare pressione sull’Egitto per convincere Israele a fermare le ostilità. Sono gli egiziani, ad avere le chiavi dei tunnel di Gaza. 
 
I rapporti fra Biden e Netanyahu non potranno mai essere gli stessi che Netanyahu aveva con Trump. 
 
Infatti, anche perché attualmente non sappiamo quanto Biden voglia spingere sulla riconciliazione ottenuta attraverso la stipula dell’accordo di Abramo. Continuare su questa strada significherebbe confermare il ruolo da protagonista dell’Arabia Saudita. Ma Biden sembrava avere altre intenzioni… 
 
C’è un attore che soffia sul fuoco: l’Iran. 

L’Iran ha compiuto un atto impensabile: accettare la prospettiva di riprendere il dialogo con i sauditi grazie all’intercessione del Qatar. Ma questo è un problema, perché l’Iran, sentendosi meno accerchiata, ha ripreso vigore ed è tornata a sostenere Hamas in chiave anti israeliana. 
 
Al di là di quello che appare, ci sono problematiche politiche pesanti sia nell’autorità nazionale palestinese che nello Stato Ebraico. 

Sicuramente si. Da un lato abbiamo Netanyahu che, per la quinta volta consecutiva, mira a farsi rieleggere. Dall’altro c’è un vulnus nell’autorità nazionale palestinese. Abu Mazen si è trovato costretto a rimandare ancora una volta le urne perché non è riuscito a contrastare i pressing di Hamas. E questo è un tema dal quale non si deve distogliere l’attenzione. 
 
A suo giudizio, quali devono essere le mosse che deve compiere l’Europa per tentare una de-escalation del conflitto? 

L’Europa può fare ben poco a mio giudizio. Per almeno due fattori. Innanzitutto una grande divisione interna su queste tematiche fra gli stati membri. In secondo luogo perché l’Ue è, mai come in questo periodo, assolutamente priva di leadership forti. L’indebolimento della Germania, al crepuscolo dell’era di Angela Merkel e la Francia, infiacchita esattamente come il suo presidente Macron. L’unico leader europeo in questo momento è il presidente Mario Draghi, che però ha ben altri problemi da risolvere per occuparsi di Medioriente. 
 
Piero Fassino, pochi giorni fa proprio su Formiche, auspicava l’intervento del ‘Quartetto’. Che ne pensa? 

Il Quartetto io l’ho visto nascere, e l’ho visto prendere iniziative sempre molto blande, in particolare su questo tema. Il Quartetto sconta le stesse problematiche europee legate a una totale assenza di una leadership forte. Come detto, affinché cessino le ostilità, occorre un intervento statunitense. 
 
L’Italia che può fare? 

Differentemente da altri Paesi europei, il nostro può vantare ottimi rapporti sia con la Palestina sia con Israele. Da un lato infatti, noi ci opponemmo a determinate decisioni della comunità internazionale volte (surrettiziamente e non) a mettere in discussione la legittimità dello stato ebraico. Oltre ad aver espresso più volte la volontà di inserire Hamas nella lista nera delle organizzazioni terroristiche. Dall’altro i palestinesi, da Craxi in poi, hanno sempre potuto contare sul nostro appoggio. L’Italia quindi, potrebbe fare da ponte. Il mio consiglio al Ministro Di Maio è proprio quello di sfruttare questa nostra posizione, cercando di parlare con franchezza.

17.5.21 | Posted in , , , , , , , , , , | Continua »

Open Letter to EU from Former High Ranking European Politicians: RT's Interview to Franco Frattini





"We need a wake up call to Europe...You can't get peace without relying on Europe ", said Franco Frattini in the interview to RT International.

The Open Letter 

Europe must stand by the two-state solution for Israel and Palestine 
High-ranking former European politicians urge the EU to reject any US Middle East peace plan unless it is fair to Palestinians 

We are reaching out at a critical point in time in the Middle East, as well as in Europe. The EU is heavily invested in the multilateral, rules-based international order. International law has brought us the longest period of peace, prosperity and stability our continent has ever enjoyed. For decades, we have worked to see our Israeli and Palestinian neighbours enjoy the peace dividends that we Europeans have through our commitment to that order. In partnership with previous US administrations, Europe has promoted a just resolution to the Israeli-Palestinian conflict in the context of a two-state solution. 

To this date, despite subsequent setbacks, the Oslo agreement is still a milestone of transatlantic foreign policy cooperation. Unfortunately, the current US administration has departed from longstanding US policy and distanced itself from established international legal norms. It has so far recognised only one side’s claims to Jerusalem and demonstrated a disturbing indifference to Israeli settlement expansion. 

The US has suspended funding for the UN agency for Palestinian refugees (UNRWA) and for other programmes benefitting Palestinians – gambling with the security and stability of various countries located at Europe’s doorstep. Against this unfortunate absence of a clear-cut commitment to the vision of two states, the Trump administration has declared itself close to finalising and presenting a new plan for Israeli-Palestinian peace. Despite uncertainty as to if and when the plan will be released, it is crucial for Europe to be vigilant and act strategically. 

We believe that Europe should embrace and promote a plan that respects the basic principles of international law as reflected in the agreed EU parameters for a resolution to the Israeli-Palestinian conflict. These parameters, which the EU has systematically reaffirmed during past US-sponsored talks, reflect our shared understanding that a viable peace requires the creation of a Palestinian state alongside Israel on borders based on the pre-1967 lines with mutually agreed, minimal and equal land swaps; with Jerusalem as the capital for both states; with security arrangements that address legitimate concerns and respect the sovereignty of each side and with an agreed, fair solution to the question of Palestine refugees. 

Europe, by contrast, should reject any plan that does not meet this standard. While sharing Washington’s frustrations about the unsuccessful peace efforts of the past, we are convinced that a plan that reduces Palestinian statehood to an entity devoid of sovereignty, territorial contiguity and economic viability would severely compound the failure of previous peace-making efforts, accelerate the demise of the two-state option and fatally damage the cause of a durable peace for Palestinians and Israelis alike. It is, of course, preferable for Europe to be working in tandem with the US to solve the Israeli-Palestinian conflict, as well as to address other global issues in a strong, transatlantic alliance. 

However, in situations in which our vital interests and fundamental values are at stake, Europe must pursue its own course of action. In anticipation of this US plan, we believe Europe should formally reaffirm the internationally agreed parameters for a two-state solution. Doing this in advance of the US plan establishes the EU’s criteria for supporting American efforts and facilitates a coherent and unified European response once the plan is published. European governments should further commit to scale up efforts to protect the viability of a future two-state outcome. It is of the utmost importance that the EU and all member states actively ensure the implementation of relevant UN security council resolutions – including consistent differentiation in accordance with UN security council resolution 2334, between Israel in its recognised and legitimate borders, and its illegal settlements in the occupied territories. 

Furthermore, recent escalating efforts to restrict the unhindered work of civil society have made European support for human-rights defenders in both Israel and Palestine, and their critical role in reaching a sustainable peace, more important than ever. Israel and the occupied Palestinian territories are sliding into a one-state reality of unequal rights. 

This cannot continue. For the Israelis, for the Palestinians or for us in Europe. Right now, Europe is facing a defining opportunity to reinforce our shared principles and long-held commitments in relation to the Middle East peace process and thereby manifest Europe’s unique role as a point of reference for a rules-based global order. Failing to seize this opportunity, at a point in time when this order is unprecedentedly challenged, would have far-reaching negative consequences.



See more on: 

https://www.youtube.com/watch?v=kD9ECaGLYf0&feature=youtu.be

https://www.theguardian.com/world/2019/apr/14/europe-must-stand-by-the-two-state-solution-for-israel-and-palestine

17.4.19 | Posted in , , , , , , , , , , , , , | Continua »

La Lettera-Appello: Israele-Palestina, l'Europa intervenga ora

Pubblichiamo la lettera che 37 tra ex ministri degli Esteri ed ex funzionari di spicco europei sottoscrivono e inviano all'Alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, e agli attuali ministri degli Esteri dell'Ue. Nel documento, i firmatari avvertono del "piano di pace" del presidente Usa, Trump, in Medio Oriente e sollecitano l'Europa ad agire. 

"Ci stiamo avvicinando a un momento critico, sia in Medio Oriente che in Europa. L'Unione europea ha investito molto su un ordine internazionale multilaterale, basato sulle regole. Il diritto internazionale ci ha portato il periodo di pace, prosperità e stabilità più lungo che il nostro continente abbia mai conosciuto. Per decenni abbiamo operato per fare in modo che i nostri vicini israeliani e palestinesi possano godere degli stessi dividendi della pace di cui godiamo noi europei attraverso il nostro impegno per quest'ordine. 

In collaborazione con le precedenti amministrazioni statunitensi, l'Europa ha promosso una soluzione equa al conflitto israelo-palestinese, nel quadro di una prospettiva di due Stati. A tutt'oggi, nonostante le ripetute battute d'arresto, gli accordi di Oslo rimangono una pietra miliare della cooperazione transatlantica in politica estera. 

Sfortunatamente, l'attuale amministrazione statunitense si è allontanata dalla linea seguita per lungo tempo da quel Paese e ha preso le distanze da norme consolidate del diritto internazionale. Finora ha riconosciuto solo i diritti di una delle parti in causa su Gerusalemme e ha dato prova di un'inquietante indifferenza verso l'espansione degli insediamenti israeliani. 

Gli Stati Uniti hanno sospeso i fondi per l'Unrwa (l'Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l'occupazione dei rifugiati palestinesi) e per altri programmi in favore dei palestinesi, mettendo a rischio la sicurezza e la stabilità di diversi Paesi situati alle porte dell'Europa. Di fronte alla malaugurata assenza di un impegno chiaro per la prospettiva dei due Stati, l'amministrazione Trump ha dichiarato che sta per ultimare e presentare un nuovo piano per la pace israelo-palestinese. Anche se non si sa ancora se e quando questo piano verrà pubblicato, è fondamentale che l'Europa stia all'erta e agisca in modo strategico. 

Noi riteniamo che l'Europa dovrebbe abbracciare e promuovere un piano che rispetti i principi fondamentali del diritto internazionale, che trovano riscontro nei parametri concordati dall'Unione europea per una soluzione del conflitto israelo-palestinese. 

Questi parametri, che l'Unione ha sistematicamente ribadito durante i passati colloqui di pace patrocinati dagli Stati Uniti, riflettono la nostra visione comune, che afferma che una pace fattibile non può prescindere: dalla creazione di uno Stato palestinese accanto a quello israeliano, secondo confini basati sulle frontiere precedenti alla guerra del 1967, con scambi di territorio reciprocamente concordati, di minima entità e paritari; dal ruolo di Gerusalemme come capitale di entrambi gli Stati; da meccanismi di sicurezza che affrontino le preoccupazioni legittime e rispettino la sovranità di ognuna delle due parti; e da una soluzione equa e concordata al problema dei profughi palestinesi. 

L'Europa deve rigettare qualsiasi piano che non rispetti questi parametri. Pur condividendo la frustrazione di Washington per gli infruttuosi tentativi di pace del passato, siamo convinti che un piano che riduca lo Stato palestinese a un'entità sprovvista di sovranità, contiguità territoriale e autosufficienza economica aggraverebbe notevolmente il fallimento dei precedenti tentativi di pace, accelererebbe la scomparsa dell'opzione dei due Stati e arrecherebbe un danno fatale alla causa di una pace duratura sia per i palestinesi che per gli israeliani. È preferibile, naturalmente, che l'Europa lavori in tandem con gli Stati Uniti per risolvere il conflitto israelo-palestinese, oltre che per affrontare altri problemi globali nel quadro di un'alleanza transatlantica forte. Tuttavia, in situazioni in cui sono in gioco i nostri interessi vitali e i nostri valori fondamentali, l'Europa deve perseguire una propria linea d'azione. 

In previsione di questo piano statunitense, la nostra opinione è che l'Europa dovrebbe riaffermare formalmente i parametri concordati a livello internazionale per una soluzione fondata sul principio dei due Stati. Farlo prima del piano americano permette di fissare i criteri per sostenere gli sforzi americani e facilita una risposta europea coerente e unita, una volta che il piano sarà reso pubblico. I Governi europei devono inoltre impegnarsi per intensificare gli sforzi tesi a proteggere la praticabilità futura della soluzione dei due Stati. 

È della massima importanza che l'Unione europea e tutti gli Stati membri si impegnino attivamente per garantire l'applicazione delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell'Onu, fra cui la distinzione sistematica, in ottemperanza alla risoluzione 2334 del Consiglio di sicurezza, fra Israele all'interno dei suoi confini legittimi e riconosciuti e i suoi insediamenti illegali all'interno dei territori occupati. 

Inoltre, è più che mai importante, alla luce della recente escalation dei tentativi di limitare l'azione incontrastata della società civile, che l'Europa sostenga i difensori dei diritti umani sia in Israele che in Palestina, e il loro ruolo fondamentale per raggiungere una pace sostenibile. Israele e i territori palestinesi occupati stanno scivolando nella realtà di uno Stato unico con diritti disuguali. Questa situazione non può continuare. Per gli israeliani, per i palestinesi o per noi in Europa. 

In questo momento, l'Europa ha di fronte un'opportunità decisiva per ribadire i nostri principi comuni e i nostri impegni storici in relazione al processo di pace in Medio Oriente, estrinsecando in questo modo il ruolo unico dell'Europa come punto di riferimento per un ordine mondiale basato sulle regole. Al contrario, non cogliere questa opportunità, in un momento in cui questo ordine è messo in discussione come non mai, avrebbe conseguenze negative di vasta portata". 

I firmatari: 
Douglas Alexander, former Minister of State for Europe, United Kingdom 
Jean-Marc Ayrault, former Foreign Minister and Prime Minister, France 
Carl Bildt, former Foreign Minister and Prime Minister, Sweden 
Wlodzimierz Cimoszewicz, former Foreign Minister and Prime Minister, Poland 
Willy Claes, former Foreign Minister and NATO Secretary General, Belgium 
Dacian Ciolos, former Prime Minister and European Commissioner, Romania 
Massimo D'Alema, former Foreign Minister and Prime Minister, Italy 
Karel De Gucht, former Foreign Minister and European Commissioner, Belgium 
Uffe Ellemann-Jensen, former Foreign Minister and President of the European Liberals, Denmark
Benita Ferrero-Waldner, former Foreign Minister and European Commissioner for External Relations, Austria 
Franco Frattini, former Foreign Minister and European Commissioner, Italy 
Sigmar Gabriel, former Foreign Minister and Vice Chancellor, Germany 
Lena Hjelm-Wallén, former Foreign Minister and Deputy Prime Minister, Sweden 
Eduard Kukan, former Foreign Minister, Slovakia 
Martin Lidegaard, former Foreign Minister, Denmark 
Mogens Lykketoft, former Foreign Minister and UN General Assembly President, Denmark 
Louis Michel, former Foreign Minister and European Commissioner, Belgium 
David Miliband, former Foreign Secretary, United Kingdom 
Holger K. Nielsen, former Foreign Minister, Denmark 
Marc Otte, former EU Special Representative to the Middle East Peace Process, Belgium 
Ana Palacio, former Foreign Minister, Spain 
Jacques Poos, former Foreign Minister, Luxembourg 
Vesna Pusic, former Foreign Minister and Deputy Prime Minister, Croatia 
Mary Robinson, former President and United Nations High Commissioner for Human Rights, Ireland  
Robert Serry, former UN Special Coordinator for the Middle East Peace Process, The Netherlands Javier Solana, former Foreign Minister, NATO Secretary General and EU High Representative for Common Foreign and Security Policy, Spain 
Per Stig Møller, former Foreign Minister, Denmark 
Michael Spindelegger, former Foreign Minister and Vice-Chancellor, Austria 
Jack Straw, former Foreign Secretary, United Kingdom 
Desmond Swayne, former Minister of State for International Development, United Kingdom 
Erkki Tuomioja, former Foreign Minister, Finland 
Ivo Vajgl, former Foreign Minister, Slovenia 
Frank Vandenbroucke, former Foreign Minister, Belgium 
Jozias van Aartsen, former Foreign Minister, The Netherlands 
Hubert Védrine, former Foreign Minister, France 
Guy Verhofstadt, former Prime Minister, Belgium 
Lubomír Zaorálek, former Foreign Minister, Czech Republic 


Traduzione di Fabio Galimberti

15.4.19 | Posted in , , , , , , , , , , , , , , | Continua »

TRUMP vs IRAN/ Frattini: la rottura sul nucleare scatena la guerra di Israele in Libano

TRUMP vs IRAN/ Frattini: la rottura sul nucleare scatena la guerra di Israele in Libano 
Che conseguenze potrebbe avere l'uscita degli Stati Uniti dal trattato nucleare con l'Iran? Secondo Franco Frattini l'Unione Europea sarebbe la più colpita 



Il classico due piccioni con una fava: dietro alla decisione di Donald Trump di uscire dall'accordo 5+1 con l'Iran sul nucleare, il presidente americano colpisce anche l'Europa. 

Secondo Franco Frattini, ex ministro degli Esteri intervistato dal Sussidiario, "è difficile che Regno Unito e Francia possano dire di no a Trump, cosa che significherebbe la fine immediata del trattato in caso manchi l'unanimità dei firmatari". In tal caso, dice ancora Frattini, "a uscire sconfitta da questa faccenda sarebbe più di tutti l'Europa, che con quel trattato aveva portato a casa l'unico successo in politica estera negli ultimi quindici anni". 

Il trattato 5+1 firmato con l'Iran prevede che la disdetta di un solo paese non porti alla fine del trattato stesso. L'uscita degli Stati Uniti però non può rimanere senza conseguenze, è d'accordo? 

Il trattato resta in piedi anche con la disdetta di un paese membro qualora tutti gli altri firmatari, cioè oltre Cina e Russia, anche Germania, Francia e Regno Unito, all'unanimità dicano che la scelta americana è sbagliata. 

L'Unione Europea ha detto chiaramente che così sarà, questo porterà a un ulteriore irrigidimento dei rapporti con gli Usa? 

La mia preoccupazione è piuttosto un'altra. 

Quale? 

La posizione del Regno Unito francamente oggi sembra tale che è difficile possa smentire così fortemente Trump. E avrei qualche dubbio anche su Macron. Nelle ultime settimane si è posto come il più stretto alleato post Brexit, il vero interlocutore dell'Europa con gli Stati Uniti, è difficile che dopo quell'accoglienza trionfale che ha avuto a Washington la Francia smentisca Trump. 

Davvero potremmo trovarci davanti a questo scenario? 

Il trattato prevede che sia sufficiente restare in silenzio, cioè non smentire il paese che se ne va. Se Regno Unito e Francia non smentiscono Trump, l'accordo cessa di avere significato per tutti. 

Le conseguenze? 

La conseguenza immediata dal lato occidentale sarebbe l'impossibilità di chiedere ispezioni e controlli; da parte iraniana non ci si sentirebbe più obbligati alla trasparenza e si riprenderebbe l'arricchimento dell'uranio oltre i limiti stabiliti dal trattato. 

Le conseguenze invece a lungo termine? 

In una dichiarazione di disdetta del trattato da parte americana, va detto che il vero sconfitto è l'Europa. La firma del trattato era stata forse l'unica mossa negli ultimi anni dopo i successi nei Balcani in cui il soft power europeo unito aveva avuto successo. Se ciò accadesse, sarebbe colpito l'unico risultato importante degli ultimi 15 anni di politica estera europea. C'è poi un'altra conseguenza. 

Ci dica. 

Per Trump questo gesto ha un valore molto importante per il messaggio che dà ad Arabia Saudita e Israele. Questi sono i veri amici di Trump non certamente Macron e non così tanto la May. Uno è capo del blocco sunnita e l'altro è Israele: entrambi presidiano un territorio del mondo dove Trump non vuole stare più di tanto. Vuole disimpegnarsi senza lasciare però un predominio iraniano senza un contro potere forte. Per Trump non è possibile tenendo conto poi che la Russia è invece sul terreno. Tutto questo fa piacere anche all'Egitto, paese a cui Trump tiene molto. 

L'escalation militare israeliana che abbiamo visto nelle ultime settimane è da considerarsi preoccupante? 

Usa e Israele si dividono i compiti. Israele fa azioni sul territorio di cui gli americani sono felici e che altrimenti dovrebbero fare loro. 

Si può arrivare come dicono in molti a un conflitto militare israelo-iraniano su territorio siriano? 

Personalmente sono molto più preoccupato per quella parte di Libano dove Hezbollah e Israele si fronteggiano e in mezzo ci sono i soldati italiani, visto anche il risultato delle elezioni libanesi. Il gesto di Trump non potendo colpire tutti colpisce il più grosso, l'Iran e poi di conseguenza tutta la rete iraniana in Medio Oriente. 

La società iraniana, che è molto attiva e critica con il regime, da che parte sta? 

Bisogna conoscere l'Iran: sta con l'orgoglio nazionale di patria. Gli iraniani hanno un senso fortissimo dell'amor di patria, quando vedranno questo gesto la propaganda di regime avrà facile presa. Il popolo iraniano dirà ci abbiamo provato ma con l'occidente non c'è niente da fare e reagiranno malamente. 

(Paolo Vites)

9.5.18 | Posted in , , , , , , , , , | Continua »

Elmasry Elyoum: Intervista a Franco Frattini




Elmasry Elyoum: Intervista a Franco Frattini, Ex Ministro Affari Esteri Italiano 

Il giacimento di (Zohr) rappresenta una massima sicurezza per l’Egitto e l’Italia nel mediterraneo 
Le relazioni italo-egiziane permettono la soluzione del caso (Regeni) 
L'atteggiamento dell’Università di (Cambridge) è ambiguo. 

 - Il Presidente Trump ha sbagliato a riconoscere e a dichiarare che Gerusalemme è la capitale d’Israele. 
- L’avvicinamento arabo-israeliano è la strada verso la soluzione della causa palestinese. 
- Abbiamo iniziato a correggere i nostri errori in Libia e l’Egitto gioca un ruolo molto importante per l’Unità della Libia. 
- Dopo 150 anni di rapporti diplomatici fra Egitto e Italia, i quali hanno vissuto grandi cambiamenti, soprattutto negli ultimi due anni, dal momento in cui l’Italia ha richiamato il suo ambasciatore al Cairo nel 2016, dopo la morte del ricercatore italiano Regeni, arrivando alle decisioni del rientro degli ambasciatori, Franco Frattini, ex Ministro degli Affari Esteri Italiano negli anni 90, ha ribadito che le relazioni fra l’Egitto e l’Italia sono tornate alla normalità. 
- Durante la sua intervista con (Elmasry Elyoum) ha dichiarato che il giacimento di Zohr rappresenta un passo gigante per l’economia egiziana e una fortezza per proteggere la sicurezza dell’Egitto e dell’Italia nel mediterraneo.

http://www.almasryalyoum.com/news/details/1264537

1.3.18 | Posted in , , , , , , , , , , | Continua »

Israele, "Vincere la menzogna con la verità". In SIOI parla Ben Dror Yemini


Si è tenuto martedì 9 dicembre presso al sede della SIOI (Società Italiana per l'Organizzazione Internazionale) l'incontro con Ben Dror Yemini, giornalista israeliano, mebro dell'Executive Board del quotidiano Maariv e collaboratore di Yedoth Ahronoth. Yemini è anche uno scrittore internazionale di nota fama. 
Il titolo della sua conferenza è stato "Miths and facts about the Middle east conflict".

All'incontro ha preso parte anche il presidente della SIOI Franco Frattini il quale ha sostenuto che in Medio Oriente una soluzione a due Stati "e' ancora possibile attraverso il dialogo e la negoziazione". Negli ultimi mesi "ci sono state dichiarazioni unilaterali che hanno complicato la situazione invece di risolvere una crisi che dura da decenni", ha osservato Frattini. "Tutti coloro che in Israele svolgono il ruolo di statisti dovrebbero rafforzare gli sforzi per raggiungere la pace in Medio Oriente - ha aggiunto - ma il quadro non sara' completo finche i paesi arabi non saranno convinti che la fine del conflitto arabo-israeliano e' di fondamentale importanza non solo per i palestinesi ma anche per loro". "L'Egitto, ad esempio, dopo l'era Morsi sembra determinato a favorire la pace in Medio Oriente, ma l'impegno del Cairo, da solo, non e' abbastanza se anche gli altri paesi arabi non saranno coinvolti", ha concluso l'ex ministro degli Esteri.

"La legge che riconosce Israele come stato-nazione del popolo ebraico e' solo una manovra politica, il paese non ne aveva bisogno perche' gia' nel 1948 le Nazioni Unite si erano espresse in tal senso",  ha detto Ben Dror Yemini. "Spetta alla Knesset (il parlamento israeliano, ndr) decidere ma Israele possiede gia' una propria identita'". 

Vincere la menzogna con la verita' per porre fine alla manipolazione storica, politica e internazionale dell'informazione perpetrata nei confronti di Israele. E' questo l'appello lanciato dal giornalista e direttore del quotidiano ebraico "Ma'ariv", Ben Dror Yemini.

"Esiste una leggenda secondo cui il raggiungimento della pace in Medio Oriente sarebbe stato fermato diversi anni fa dall'assassinio del premier israeliano, Yitzhak Rabin, avvenuto la sera del 4 novembre 1995, al termine di una manifestazione in supporto agli accordi di Oslo, svoltasi a Tel Aviv", ha detto Yemini. In realta' - ha continuato il giornalista israeliano - l'uomo responsabile di aver affossato le possibilita' di pace e' colui che ha respinto la proposta di compromesso formulata da Bill Clinton, cinque anni dopo l'uccisione di Rabin: il suo nome e' Yasser Arafat. Nel 2008, poi, un secondo individuo ha deciso di rifiutare le prospettive di pace e la proposta avanzata dal primo ministro israeliano Ehud Olmert. Si tratta di Mahmoud Abbas, principale responsabile d'aver bocciato anche il progetto di proposta del Segretario di stato Usa, John Kerry". 

 Una delle principali e piu' urgenti questioni legate al conflitto in Medio Oriente riguarda la questione dei profughi palestinesi. "Come e' possibile che il mondo si occupi dei profughi palestinesi molto piu' di tanti altri profughi?", si e' chiesto Yemini. "La stampa occidentale continua a diffondere milioni di pubblicazioni che accusano Israele di commettere un genocidio - ha spiegato il giornalista israeliano - un genocidio che non c'e' mai stato". La verita' e' che "il conflitto tra israeliani e palestinesi ha provocato un numero limitato di vittime rispetto a qualsiasi altro conflitto di portata simile nel mondo - ha continuato - si pensi ai 'profughi' della Bulgaria, della Grecia o a quanti tra la popolazione turca sono stati costretti ad abbandonare l'antica patria a seguito di cambiamenti politici e variazioni di confini. Tuttavia, cio' che e' vero per Bulgaria, Turchia, Grecia e molti altri paesi non vale per Israele". 

"Israele deve rispondere ad altri criteri, opposti. E anche in questo caso la maggior parte delle organizzazioni internazionali si propone un unico obiettivo: fare 'propaganda' a livello mondiale al fine di ingigantire e perpetuare il solo problema dei profughi palestinesi". Secondo Yemini, inoltre, il numero di palestinesi che hanno abbandonato Israele e simile se non uguale al numero di ebrei che sono giunti in Israele dai paesi arabi. "Israele non e' stato l'unico luogo nel quale sono avvenuti scambi di popolazione a seguito di un conflitto di carattere religioso o nazionale - ha chiarito - per qualsiasi altro paese il problema sarebbe stato 'giustificato' in questo modo, ma diversamente accade per Israele". 

Uno dei piu' importati indicatori, inoltre, per valutare la situazione umanitaria in una terra logorata da conflitti e' la mortalita' infantile. "Secondo i dati forniti dalle principali organizzazioni internazionali - ha detto Yemini - i palestinesi sotto occupazione presentano un tasso di mortalita' infantile piu' basso rispetto altri paesi arabi, eppure questa viene spesso considerata come una delle armi principali in mano ai militari israeliani". A mantenere un primato di gran lunga peggiore rispetto l'enclave palestinese "e' anche la Turchia ma tutto viene messo a tacere per portare a compimento la delegittimazione dello stato di Israele". "Israele non e' esente da errori - ha concluso Yemini - ma tutti gli errori di Israele sono nulla rispetto alla responsabilita' palestinese". 

Fonte: report dell'agenzia NOVA

10.12.14 | Posted in , , , , , , , , | Continua »

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