Mediterraneo: si riaccende lo scontro per la Libia e le rotte del gas

Mediterraneo: si riaccende lo scontro per la Libia e le rotte del gas 

Roma, 12 mag 17:20 - (Agenzia Nova) - Grecia, Cipro, Egitto, Francia ed Emirati condannano la politica espansionistica della Turchia del presidente Recep Tayyip Erdogan che segna una nuova escalation nel Mediterraneo Orientale, con l'Italia in una posizione defilata, ma potenzialmente decisiva. Attraverso un comunicato congiunto, i ministri degli Esteri di questi cinque paesi hanno denunciato le "attività illegali turche in corso" nella zona economica esclusiva (Zee) di Cipro e nelle sue acque territoriali e “gli interventi turchi in Libia”. 

“Agenzia Nova” ha parlato dell'argomento con l’ex ministro degli Esteri italiano e presidente della Società italiana per l’organizzazione internazionale (Sioi), Franco Frattini, e con Leonardo Bellodi, esperto rapporti internazionali e advisor della Libyan Investment Authority (Lia), il fondo sovrano libico.

“Non è la prima volta che l’Italia è riluttante a schierarsi con i paesi che hanno fortemente criticato Ankara”, afferma Frattini. Il riferimento è alla decisione del titolare della Farnesina, Luigi Di Maio, di non firmare il comunicato finale adottato lo scorso gennaio al Cairo, dove pure il capo della diplomazia italiana era in visita ufficiale, al termine di una riunione con i colleghi di Egitto, Francia, Grecia e Cipro sulle ingerenze militari della Turchia in Libia. 

“Questo gruppo di paesi attacca spesso e fortemente la Turchia essenzialmente per due ragioni. La prima è il sostegno della Turchia al Governo libico di accordo nazionale di Fayez al Sarraj, in contrasto rispetto al generale Khalifa Haftar che invece è apertamente sostenuto da egiziani ed emiratini”, aggiunge il presidente della Sioi e membro del Consiglio di Stato. La seconda ragione, invece, è la partita energetica nel Mediterraneo Orientale che coinvolge soprattutto Cipro e Grecia. “Firmando il recente accordo con Tripoli, Erdogan ha creato un corridoio energetico che lega la Libia di Sarraj ad Ankara, rafforzando il ruolo della Turchia di vero e proprio hub energetico”, afferma ancora l’ex titolare della Farnesina. 

La maggior parte delle rotte energetiche che vengono dalla Russia e dell’Azerbaigian passano in effetti per la Turchia, incluso ad esempio il gasdotto transadriatico (Tap) - che dovrebbe approdare in Puglia a breve - e il progetto Turkish Stream. “Tutte le rotte energetiche che attraverso il Mar Nero vanno verso occidente - aggiunge Frattini - vedono la Turchia come regista, facendosi pagare diritti sul transito non indifferenti. Ora la Turchia pretende che le zone offshore al largo di Cipro siano sfruttabili a sua discrezione. Ricordo che abbiamo pagato anche un prezzo molto elevato quando una nave italiana per le esplorazioni di Saipem fu circondata da navi da guerra turche mentre stava legittimamente esplorando una concessione offshore: noi siamo amici dei turchi, ma i turchi non si fanno scrupolo”. 

Alle spalle di questi cinque paesi, aggiunge il presidente della Sioi, “c’è anche la Russia che ovviamente è molto interessata a sostenere Haftar, anche se Haftar negli ultimi tempi ha sbagliato quasi tutto”. Quanto all’Italia, Frattini sottolinea come ci sia un altro aspetto, finora rimasto sottotraccia, che ha spinto il governo a non schierarsi con il “club” anti-Turchia. “L’Italia ha sempre giocato una partita di sponda con tutte e due le parti. In Libia abbiamo sempre sostenuto Sarraj, ma tutti ricorderanno che poco tempo fa il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha ricevuto a Palazzo Chigi Haftar addirittura prima di Sarraj, che è il primo ministro riconosciuto dall’Onu”, ricorda ancora Frattini. Quello “sgarbo”, peraltro, portò il capo del governo di Tripoli ad annullare una visita a Roma in quello stesso giorno. “L’Italia ha sempre ragionevolmente tenuto i rapporti con gli uni e con gli altri perché il problema più grande di tutti per l’Italia è una divisione della Libia in due. Questo status quo cristallizza da un alto questo gruppo di cinque paesi, più la Russia, mentre dall’altra parte c’è la Turchia e il terzo punto di cui nessuno ha parlato: il Qatar, il grande alleato arabo di Ankara sostegno di Sarraj”. 
“Possiamo immaginare che l’Italia potesse dare un pugno nell’occhio alla Turchia, alleata del Qatar, il giorno dopo che la Turchia ha dichiarato di aver liberato Silvia Romano, e poi di averla ceduta ai nostri, dopo che l’accordo per la liberazione era stato firmato in Qatar?”, si chiede Frattini, sottolineando come Qatar e Turchia siano i “registi” della liberazione della cooperante italiana. “Poi l’Italia ha pagato dei soldi su cui i magistrati competenti dovranno indagare, ma la questione geopolitica è chiarissima: è impensabile che l’Italia, all’indomani della liberazione della Romano esplicitamente comunicata alla stampa dai turchi con la mediazione di Doha, potesse unirsi al coro di condanne”, afferma ancora l’ex vicepresidente della Commissione europea. “Ecco dunque la spiegazione. Non c’è la questione energetica, su cui pure l’Italia è vittima; non c’è solo la questione libica, dove l’Italia comprensibilmente cerca di evitare una spaccatura irreversibile e parla con tutti. L’immediatezza dell’incontro ha reso assolutamente impossibile per l’Italia partecipare”, aggiunge Frattini, spiegando come il governo abbia fatto valere in questo contesto “un legittimo interesse di Stato”. Ciononostante, prosegue Frattini, “il comportamento della Turchia è stato in più occasioni contrario agli interessi di una leale collaborazione di un paese come l’Italia che invece è stato sempre amico della Turchia: credo che siamo tuttora i secondi partner commerciali tra i paesi europei”. La Turchia, malgrado i rapporti consolidati con l’Italia, “non guarda in faccia a nessuno” come del resto fanno gli altri cinque paesi firmatari della dichiarazione. “Degli egiziani e degli emiratini sapevamo già, paradossalmente la loro posizione è sempre stata chiara. I francesi, invece, dopo le dichiarazioni europee di sostegno comune al premier Sarraj, hanno poi confermato di lavorare da molto tempo con Haftar.

La cosa non mi turba: non siamo stati esclusi da un club prestigioso, ma da un gruppo di paesi che hanno interessi in comune”, aggiunge Frattini. A differenza di Francia, Egitto, Emirati, Cipro e Grecia, l’Italia “ha interesse alla riconciliazione in Libia, e non alla vittoria dell’uno sull’altro”. Per Leonardo Bellodi, il diritto internazionale è dalla parte dei paesi del comunicato anti-turco. “La violazione della Turchia è evidente, basti pensare che Cipro Nord è riconosciuta unicamente da Ankara, ma il tema è un altro e riguarda l’enforcement di questa dichiarazione: cosa faranno gli Stati firmatari, cosa farà l’Unione europea nel momento in cui potrebbero esserci azioni di forza da parte della Turchia? Non dimentichiamo che quella è una frontiera dell’Unione europea. 

Cosa farà l’Ue, al di là delle dichiarazioni politiche, per affermare il diritto internazionale e la sovranità internazionale a fronte di queste ingerenze?”, si è chiesto Bellodi. Non è tutto. L’esperto ha nettamente bocciato il memorandum d’intesa sulla delimitazione dei confini marittimi firmato da Ankara e il Governo di accordo nazionale (Gna) della Libia. “Non tiene minimamente in considerazione le istanze degli altri paesi. Taglia in due il progetto East-Med, è una prova di forza che non trova giustificazione dal punto di vista economico né giuridico: la vedo come una provocazione politica inutile”. Quanto al ruolo dell’Italia, Bellodi indica due possibilità, una positiva e l’altra estremamente negativa. “La prima è che l’Italia stia portando avanti un discorso di ‘real politik’, da paese profondamente coinvolto in quell’area, non prendendo posizione e acquisendo un margine negoziale”, ha detto Bellodi. Il governo italiano, in altre parole, si sarebbe defilato per divenire “lo strumento per arrivare a una risoluzione della controversia”. Si tratterebbe dunque di una scelta consapevole, studiata a tavolino, per accrescere la leva negoziale dell’Italia in un’area dove ha forti interessi. “La seconda ipotesi è che l’Italia non abbia preso posizione semplicemente perché non è interessata al quadrante o comunque non ci sta pensando. Spero vivamente che ci troviamo nella prima delle ipotesi”, ha detto ancora il manager. (Asc) © Agenzia Nova - Riproduzione riservata

13.5.20 | Posted in , , , , , , , , , , , , | Continua »

Frattini: “Di Maio vuole dall’Ue la completa revisione ​​​​​​​delle sanzioni a Putin”

Frattini: “Di Maio vuole dall’Ue la completa revisione ​​​​​​​delle sanzioni a Putin”
E sulla Libia: «Dialogare con Mosca e Ankara» 


Franco Frattini, magistrato e presidente dell' Associazione italiana per l' Onu-SIOI, è stato due volte ministro degli Esteri nei governi Berlusconi e Commissario europeo. Il suo è uno dei nomi più accreditati per l'incarico di inviato speciale dell'Italia in Libia. In questi giorni i suoi consigli sono molti utili al ministro degli Esteri Luigi Di Maio. La chiave per capire come intenda muoversi Roma sta in quello che lo stesso Di Maio ha confidato a Frattini: il responsabile della Farnesina ha chiesto all'Alto rappresentante Ue Borrell di ridiscutere le sanzioni alla Russia. 

Qual è il senso di questa mano tesa a Putin, sapendo che ci metteremo contro Trump? 

«A noi la Russia serve moltissimo per difendere i nostri interessi nazionali. Di Maio ha fatto un passo molto importante con Borrell. Un passo che avremmo dovuto fare tre, quattro anni fa. Noi avremmo dovuto dire basta con le sanzioni». 

Pensa che Borrell metterà il tema delle sanzioni all' ordine del giorno a Bruxelles? 

«Conoscendolo bene, visto che da commissario europeo ho lavorato con lui, credo proprio di sì». 

A parte Trump, anche Merkel e Macron saranno contrari a mettere in discussione le sanzioni a Mosca. 

«Può darsi, ma almeno si saprà da che parte stiamo noi e da che parte loro». 

Scusi, da che parte dovremmo stare noi? Ci spieghi perché adesso dobbiamo stare dalla parte della Russia? 

«Noi dobbiamo stare dalla parte dei nostri interessi nazionali come fanno gli altri Paesi, ma abbiamo un at out che gli altri non hanno, cioè possiamo parlare in amicizia con tutte le parti in causa sia in Libia sia in Medio Oriente. Noi come Italia possiamo avere un ruolo di mediazione nei conflitti. In ogni caso dobbiamo farci sentire ai tavoli delle potenze che hanno in mano le sorti di un Paese a poche miglia dalle coste italiane. In Libia abbiamo interessi di primaria grandezza, energetici, migratori, ma anche rapporti politici e di amicizia di lunghissima durata». 

Forse meglio dire "avevamo". Noi abbiamo sostenuto Sarraj, ma ora Di Maio pensa che Sarraj ci abbia tradito con la Turchia e apre ad Haftar. Abbiamo cambiato alleato? 

«Ho parlato con Di Maio e lui non parla di alleanza con Haftar ma si rende conto degli errori del passato: non possiamo schiacciarci su Sarraj. Il ministro degli Esteri si rende conto che potremmo avere una sponda forte a Mosca e allora perché appiattarsi con una delle parti quando possiamo aiutare gli uni e gli altri? La conferenza di Palermo sembrava che avesse segnato un equilibrio tra le due parti e ci siamo buttati tra le braccia di Sarraj». 

Con gli Stati Uniti che avevano promesso al premier Conte sostegno in Libia. 

«Gli americani avevano detto "bravi, occupatevi della Libia", ma poi ci hanno lasciato soli. Ecco perché dobbiamo discutere con la Russia, rimettendo in discussione le sanzioni economiche, e anche con la Turchia. Dopodomani (domani per chi legge, ndr) a Sochi si incontreranno Putin, che sostiene Haftar, ed Erdogan, che ha mandato i suoi soldati in difesa di Sarraj: decideranno il futuro della Libia, come hanno fatto per la Siria. Speriamo che la Libia non venga spartita in due, ma è tra le ipotesi in campo. Ecco perché dobbiamo riaprire la discussione pure con Ankara e difendere il lavoro di Eni. È stato un errore chiudere la porta in faccia alla Turchia come hanno fatto nel 2003 Chirac e Schröder». 

Insomma la piccola Italia a suo parere può diventare una potenza regionale, da sola, senza l'Europa. Questa logica vale anche per la vicenda iraniana? 

«Sì. Noi in Iraq abbiamo mille soldati. Va bene, siamo leali con gli Stati Uniti ed è giusto decidere anche con gli altri Paesi europei se rimanere. Ma una volta ribadita la nostra lealtà, dobbiamo poter dire come la pensiamo su certe iniziative come l'uccisione di Soleimani». 

Allora Di Maio ha fatto bene a prendere le distanze da Washington? 

«È una mossa ragionevole se il passo successivo sarà quello che io suggerisco: ridare all'Italia un ruolo di pontiere. Con l'Iran abbiamo un rapporto consolidato da sempre. Senza nulla togliere alla nostra forte amicizia con Israele, dobbiamo avere una posizione autonoma. Vediamo se gli iraniani ci snobberanno e se gli americani diranno che li abbiamo pugnalati alle spalle. Io so che il ministro degli Esteri iraniano sta facendo molte telefonate ai Paesi occidentali e spero che una la faccia anche a Roma. Francesi e tedeschi hanno fatto sponda con la Cina invece di fare un vertice subito per cercare l'unità europea». 

Lei pensa che Trump in questo momento ci voglia tra i piedi nel ruolo di pontieri e pompieri? 

«In un momento in cui molti degli alleati europei stanno esprimendo contrarietà al raid americano, Trump ha contro la Russia, la Turchia e la Cina. Nello scacchiere mediorientale, oltre Israele, hanno dalla loro parte i sauditi ma rischiano di imbarcarsi in una polveriera. Noi abbiamo un filo da riagganciare con gli iraniani».

8.1.20 | Posted in , , , , , , , , , , , , , , , | Continua »

Joint Statement by the mediators and the observers in the Permanent Conference on Political Issues in the Framework of the Negotiation Process on the Transdniestrian Settlement

July 12 2019 - Joint Statement by the mediators and the observers in the Permanent Conference on Political Issues in the Framework of the Negotiation Process on the Transdniestrian Settlement in the 5+2 format following their 12 July 2019 visit to Chisinau and Tiraspol.


CHISINAU, 12 July 2019 - The mediators and observers in the Permanent Conference on Political Issues in the Framework of the Negotiation Process on the Transdniestrian Settlement in the 5+2 format visited Chisinau and Tiraspol on 12 July 2019 for talks with the Moldovan and Transdniestrian leaderships.

During their visit, the mediators and observers met in Chisinau with the Moldovan President Igor Dodon, Prime Minister Maia Sandu as well as Deputy Prime Minister for Reintegration and Chief Negotiator Vasilii Sova. In Tiraspol they met with the Transdniestrian leader Vadim Krasnoselsky and Chief Negotiator Vitaly Ignatiev.

The mediators and observers welcomed the political commitment shown by the leaderships of both Sides to further build on the positive dynamic in the Transdniestrian settlement process and to achieve further tangible results by the end of this year with regard to the implementation of the Berlin-plus package.

To that end, the mediators and observers urged the Sides to continue the active and substantive engagement in the joint expert working groups and to hold 1+1 meetings of the chief negotiators on a regular basis to provide these groups with the necessary guidance and they welcome in this regard the commitment by both chief negotiators to meet within the next two weeks. Taking into account the result-oriented approach, substantive political discussions in the 5+2 format can be convened in Bratislava, Slovakia within the next three months to take stock of the progress made with regard to the implementation of the Berlin-plus package and to identify further priority issues in the field of confidence-building measures. The mediators and observers further welcomed the readiness of both Sides to address selected priority issues from the joint expert working groups in a retreat to be organized by the OSCE Mission to Moldova in Bavaria, Germany in autumn.

Talks in the 5+2 format include representatives of the Sides – Moldova and Transdniestria, the mediators from the OSCE, the Russian Federation and Ukraine as well as the observers from the European Union and the United States of America.


Source


16.7.19 | Posted in , , , , , , , , , , , , | Continua »

SIOI - Master in Studi Diplomatici 2018/2019: Cerimonia di Consegna dei Diplomi

Il Presidente Frattini e il Segretario Generale della Farnesina Elisabetta Belloni consegnano i Diplomi del Master in Studi Diplomatici anno 2018/2019


Roma, 14 maggio 2019- Si è svolta oggi alla SIOI alla presenza del Presidente Franco Frattini e del Segretario Generale della Farnesina Elisabetta Belloni la Cerimonia di Consegna dei Diplomi del Master in Studi Diplomatici per l'anno accademico 2018-2019.


Il Master in Studi Diplomatici della SIOI organizzato d'intesa con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale prepara alle prove scritte del Concorso Diplomatico. Le prove di selezione per l'accesso al Master in Studi Diplomatici 2019/2020 si svolgeranno il 2 e 3 luglio pv.






Il Presidente Frattini e l'Amb. Belloni, dopo aver parlato con i giovani studenti sul ruolo del diplomatico nell'attuale contesto internazionale,  hanno consegnato i diplomi e si sono intrattenuti per le foto di rito.

Photo Gallery Evento: https://www.flickr.com/photos/93534647@N02/with/32917021287/







17.5.19 | Posted in , , , , , , , , , | Continua »

United Nations Youth Delegate Programme- Italy 2019-2020: Call for Application

United Nations Youth Delegate Programme- Italy 2019-2020 

SIOI Call for Application:Il prossimo Youth Delegate alle Nazioni Unite potresti essere tu!

In Italia, il Programma UNYD è promosso e organizzato dalla SIOI UNA-Italy, in collaborazione con Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

Deadline per l'invio delle candidature: 14 giugno 2019 

Anche quest’anno l'Italia partecipa allo UN Youth Delegate Programme che consentirà a due giovani di prendere parte alla 74ma Assemblea Generale ONU. Il programma delle Nazioni Unite prevede, infatti, l’inclusione di giovani presso le missioni diplomatiche nazionali all’ONU ed è attivo in 37 paesi. 
In Italia, il Programma UNYD è promosso e organizzato dalla SIOI UNA-Italy, in collaborazione con il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. 

Il mandato dei " Giovani Delegati" è di rappresentare le istanze e le idee della gioventù italiana in ambito internazionale, promuovendo la partecipazione dei giovani nei processi decisionali e ricoprendo il ruolo di ambasciatori delle questioni giovanili durante i lavori della Terza Commissione della 74ma Assemblea Generale ONU. 

L’incarico avrà durata annuale da settembre 2019 a settembre 2020. 
Sul sito della SIOI è disponibile il Bando della Terza Edizione del Programma UN Youth Delegate: https://www.sioi.org/attivita/focus-on/bando-unydp/ 


Sito ufficiale del Programma UNYD Italia: 




17.5.19 | Posted in , , , , , , , , , | Continua »

Frattini a Mosca introduce Conte a Lavrov: per lui Russia è amico

Frattini a Mosca introduce Conte a Lavrov: per lui Russia è amico
Conte "persona moderata e  "uomo del compromesso"


Mosca, 6 giugno (askanews) – La discussione doveva concentrarsi sulla Transnistria. Ma Franco Frattini coglie l’attimo, sfoderando un certo tempismo nel trovarsi a Mosca all’indomani delle parole di Giuseppe Conte sulla Russia, e “aggiorna brevemente” il capo della diplomazia locale Sergey Lavrov sul nuovo presidente del Consiglio italiano. 

“Lei ha visto cosa ha detto ieri, davanti al Parlamento italiano?” ha esordito Frattini, in uno scambio di battute con il ministro degli Esteri russo, al quale ha assistito askanews. Mosca “è un amico, noi vogliamo restaurare la cooperazione strategica con voi, mantenendo ovviamente la storica Alleanza Euroatlantica”. Il tutto proprio mentre a Parigi, il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian a radio Europa 1, dichiara che la revoca delle sanzioni europee contro la Russia, richiesta dal nuovo esecutivo italiano, entrerà in gioco solo se il processo di pace in Ucraina farà registrare progressi. Dando appuntamento a lunedì a Berlino, secondo il formato Normanno. 

Ma l’Italia vuole evidentemente aprire la partita su un altro tavolo. La parola chiave è “società civile” e Frattini a Mosca non manca di sottolinearlo. “Se lei si ricorda, Sergey – dice a Lavrov – è esattamente la proposta fatta dall’ambasciatore Pasquale Terracciano un mese fa, per far ripartire il supporto da parte della Bers, per le Pmi russe. Ci sono alcuni progetti congelati, e nelle parole del presidente del Consiglio, lei ritroverà le parole, società civile, che significa proprio il sistema delle Piccole e medie imprese in Russia. Era uno dei cinque punti del Piano Mogherini. Lui ha preso questo punto, su suggerimento dell’ambasciatore Terracciano, per andare avanti e rivedere un sistema che è stato congelato per anni, non razionalmente, secondo la mia opinione”. 

Secondo le parole di Frattini, la Russia per il nuovo presidente del Consiglio “è un amico”. L’ex ministro degli Esteri italiano e attuale rappresentante speciale dell’Osce per la regolarizzazione della Transnistria, dice di conoscere “da molto tempo” Conte ed Enzo Moavero Milanesi (oggi a capo della Farnesina). “È stato il vice segretario generale della Commissione Europea. È un mio vecchio amico, da vent’anni, ed è un uomo del compromesso. È un uomo capace”. E oltre a tessere le lodi di uno e dell’altro, ci tiene a specificare anche in un colloquio in piedi con il viceministro degli esteri russo Alexander Grushko – poco prima del faccia a faccia con Lavrov – che il programma del nuovo governo è “rivedere la base della politica delle sanzioni”. 

Quindi sulle sanzioni l’appuntamento non è solo per lunedì a Berlino. Perchè se Conte ha dichiarato di “voler rivedere la base della politica delle sanzioni” e “questo governo andrà avanti” su questa linea, il prossimo Consiglio europeo a fine giugno sarà “il luogo dove la base della politica sanzionatoria verrà discussa a livello di capi di stato e di governo”.

7.6.18 | Posted in , , , , , , , , , , | Continua »

Un consiglio non richiesto al mio amico Moavero. Parla Franco Frattini

Per Frattini il nuovo ministro degli Esteri è l'uomo giusto per il "governo del cambiamento". Libia e Afghanistan sono i dossier più caldi alla Farnesina 


Mittente: Franco Frattini. Destinatario: Enzo Moavero. Un ex ministro degli Esteri dà un consiglio non richiesto al suo amico che oggi è il nuovo titolare della Farnesina e sarà chiamato a rappresentare l’Italia nel mondo per il governo gialloverde. Già ministro per gli Affari Europei con i governi Monti e Letta, Moavero è un diplomatico rodato, con una lunga carriera internazionale alle spalle. E però, assicura Frattini in questa intervista a Formiche.net, è anche l’uomo perfetto per “il governo del cambiamento”. Il presidente della Sioi, già commissario europeo, invita Moavero a non chiudere il sipario sulla nostra missione in Afghanistan, perché sarebbe “un errore clamoroso”. Sul tavolo della Farnesina il dossier più scottante rimane la Libia. Dopo il fallito tentativo di Emmanuel Macron di riappacificare Haftar e al-Sarraj all’ombra dell’Eliseo, è tempo per l’Italia di tornare in campo e recuperare il ruolo che le spetta nel Mediterraneo. 


È nato il governo di Giuseppe Conte. Lo sa che lo chiamano “il Frattini dei sovranisti”? 

So solo che il professore ha capacità ed esperienza (ride, ndr). Conosce le istituzioni, ha fatto parte del Consiglio di presidenza nella giustizia amministrativa per più di quattro anni. Non ha ancora avuto un incarico politico all’estero ma è un ottimo avvocato internazionale, parla correntemente francese e inglese. Insomma, ha le caratteristiche giuste per saltare su un’auto in corsa: fra qualche giorno dovrà essere in Canada per il G7, e poi a fine giugno lo aspetterà il Consiglio Europeo. 

L’Italia ha perso credibilità in questi mesi di stallo istituzionale? 

Ultimamente sono stato intervistato da alcune televisioni britanniche. Nei momenti più complicati di queste ultime settimane, e soprattutto dopo la rinuncia di Conte, ho sempre detto ai cronisti: “L’Italia è come un deltaplano, quando è sull’orlo del precipizio decolla”. E infatti anche questa volta ce l’abbiamo fatta. 

Cosa pensa, da ex commissario europeo, delle dure considerazioni sull’Italia da parte di alcune istituzioni europee? 

Sono degli sconsiderati. Conosco bene il commissario Oettinger. Un personaggio di medio livello, che governava il Baden-Wurttemberg. La Merkel volle spostarlo quando la Cdu perse la maggioranza nel lander. Fu poi nominato commissario su proposta della cancelliera. È inaccettabile che un signore che si è ritrovato a coprire una carica così importante per circostanze fortuite si permetta di parlare così dell’Italia. Vale lo stesso discorso per gli attacchi osceni di Der Siegel. 

A cosa è dovuto questo risentimento dei tedeschi? 

A un calcolo sbagliato. Continuano a ragionare con la logica dei favori reciproci fra Roma e Berlino. Ma dimenticano che se l’Italia smettesse di comprare prodotti tedeschi la Germania perderebbe il suo primo partner commerciale, e lo stesso vale a parti inverse. Credo sia del tutto inutile e controproducente continuare a inveire contro l’Italia con degli stereotipi. Juncker è stato protagonista di un’uscita fuori luogo sulla corruzione degli italiani e fra poco dovrà abbracciare Giuseppe Conte, perché è il premier dell’Italia e non può fare altrimenti. 

Parliamo un po’ del suo collega, il nuovo ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi. Un ex montiano nel governo del cambiamento.. 

Non è un montiano, è un uomo delle istituzioni. Ha dedicato la sua vita ai rapporti fra Italia ed Europa, è un tecnico di alto livello. Ci siamo conosciuti tanti anni fa e le nostre strade si sono sempre incrociate. Lo conobbi nel lontano 1993, quando ero vicesegretario generale del governo Ciampi e lui arrivò a palazzo Chigi come consigliere economico. Nel 1994 suggerii al presidente Berlusconi di promuovere Moavero come nuovo capo di gabinetto del Commissario Monti. Da lì in poi la sua carriera parla da sé. Ci siamo ritrovati nel 2004, io vicepresidente, lui vicesegretario generale della Commissione Ue. In seguito è stato un eccellente giudice della Corte di Strasburgo, coronando un ottimo lavoro in Europa. 

Non è un limite affidare la Farnesina a un tecnico in un governo così politico? 

Sono sicuro che non sarà un limite. Dopotutto anche io quando arrivai la prima volta alla Farnesina ero considerato un tecnico. Mi ritrovai a lavorare con Silvio Berlusconi, un presidente del Consiglio che voleva gestire in autonomia la politica estera. Lo stesso tandem potrebbe ripetersi fra Moavero e Conte. D’altronde il ministro degli Esteri non deve fare la sua politica estera, ma quella del governo. 

Che consiglio si sente di dare a Moavero? 

Mi auguro che Moavero, assieme alla ministra Elisabetta Trenta che è esperta della materia, spieghi al Consiglio dei Ministri la grave perdita di credibilità che conseguirebbe al ritiro della nostra missione in Afghanistan. Nel contratto di governo fra Lega e Cinque Stelle si preannuncia una riduzione drastica del numero dei nostri addestratori e di peace-keepers. Gli Stati Uniti e il Regno Unito stanno raddoppiando i loro contingenti perché Daesh sta prendendo il posto dei talebani. Sarebbe un errore clamoroso se dopo 18 anni di operazioni noi italiani, che abbiamo guadagnato onore grazie alle nostre missioni di pace e di addestramento da parte dei Carabinieri, lasciassimo l’Afghanistan. Non possiamo lamentarci se i terroristi ci colpiscono a casa nostra quando li lasciamo prosperare a casa loro. È lì che dobbiamo colpirli. 

Qual è a suo avviso il dossier più caldo che Moavero troverà sulla sua scrivania? 

La priorità numero 1 è la Libia. Dobbiamo riprenderci nel Mediterraneo il ruolo che Emmanuel Macron sta cercando di strapparci via. È una fortuna che il vertice all’Eliseo fra al-Sarraj e Haftar per un governo di unità nazionale non sia andato a buon fine. L’Italia ha delle carte in più rispetto alla Francia. Haftar parla solo con due persone: il presidente egiziano Al Sisi e Vladimir Putin. Dobbiamo dunque andare a Tripoli e usare tutte le nostre amicizie, compresa la Russia, che può indurre il generale a più miti consigli. 

Perché insiste sull’importanza di tenere vivo il dialogo con Mosca? 

La Russia è un partner fondamentale dell’Occidente per la lotta al terrorismo. Mosca detiene le chiavi della guerra in Yemen, della crisi libica e di quella siriana. L’Italia, che fino ad oggi è stata tagliata fuori dalla Siria, potrebbe giocare un ruolo cruciale per convincere l’Europa ad esercitare il suo soft power per la fase di ricostruzione e di peace-building. Abbiamo ancora oltre 1.000 uomini nel Sud del Libano, un punto di riferimento imprescindibile nella regione. L’Italia può e deve essere un ponte per l’Europa nella fase di ricostruzione umanitaria in Siria. Altrimenti la partita rimane nelle mani di Putin ed Erdogan, e poi di Trump e dei sauditi. 

Cinque Stelle e Lega sembrano pensarla in maniera diversa. I primi hanno dato prova del loro atlantismo, i secondi continuano a manifestare simpatie putiniane.. 

Non c’è contraddizione, anche i Cinque Stelle hanno sempre sostenuto l’importanza di tenere aperto un dialogo con la Russia. Faccio un esempio personale che può aiutare a chiarire il nostro ruolo per costruire un ponte fra questi due mondi. Da gennaio sono rappresentante speciale dell’Osce su nomina italiana. Quattro giorni fa sono venuti a Roma per firmare un accordo storico fra la Transnistria e la Moldova l’alto rappresentante del presidente ucraino e quello del presidente russo, assieme al vicesegretario di Stato americano. Vedere Russia, Ucraina e America firmare lo stesso documento sarebbe stato impensabile qualche mese fa. È l’ennesima prova che l’Italia può dialogare con gli Stati Uniti e con la Russia al tempo stesso. Vedrete, Enzo Moavero sarà l’uomo del dialogo.

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TRUMP vs IRAN/ Frattini: la rottura sul nucleare scatena la guerra di Israele in Libano

TRUMP vs IRAN/ Frattini: la rottura sul nucleare scatena la guerra di Israele in Libano 
Che conseguenze potrebbe avere l'uscita degli Stati Uniti dal trattato nucleare con l'Iran? Secondo Franco Frattini l'Unione Europea sarebbe la più colpita 



Il classico due piccioni con una fava: dietro alla decisione di Donald Trump di uscire dall'accordo 5+1 con l'Iran sul nucleare, il presidente americano colpisce anche l'Europa. 

Secondo Franco Frattini, ex ministro degli Esteri intervistato dal Sussidiario, "è difficile che Regno Unito e Francia possano dire di no a Trump, cosa che significherebbe la fine immediata del trattato in caso manchi l'unanimità dei firmatari". In tal caso, dice ancora Frattini, "a uscire sconfitta da questa faccenda sarebbe più di tutti l'Europa, che con quel trattato aveva portato a casa l'unico successo in politica estera negli ultimi quindici anni". 

Il trattato 5+1 firmato con l'Iran prevede che la disdetta di un solo paese non porti alla fine del trattato stesso. L'uscita degli Stati Uniti però non può rimanere senza conseguenze, è d'accordo? 

Il trattato resta in piedi anche con la disdetta di un paese membro qualora tutti gli altri firmatari, cioè oltre Cina e Russia, anche Germania, Francia e Regno Unito, all'unanimità dicano che la scelta americana è sbagliata. 

L'Unione Europea ha detto chiaramente che così sarà, questo porterà a un ulteriore irrigidimento dei rapporti con gli Usa? 

La mia preoccupazione è piuttosto un'altra. 

Quale? 

La posizione del Regno Unito francamente oggi sembra tale che è difficile possa smentire così fortemente Trump. E avrei qualche dubbio anche su Macron. Nelle ultime settimane si è posto come il più stretto alleato post Brexit, il vero interlocutore dell'Europa con gli Stati Uniti, è difficile che dopo quell'accoglienza trionfale che ha avuto a Washington la Francia smentisca Trump. 

Davvero potremmo trovarci davanti a questo scenario? 

Il trattato prevede che sia sufficiente restare in silenzio, cioè non smentire il paese che se ne va. Se Regno Unito e Francia non smentiscono Trump, l'accordo cessa di avere significato per tutti. 

Le conseguenze? 

La conseguenza immediata dal lato occidentale sarebbe l'impossibilità di chiedere ispezioni e controlli; da parte iraniana non ci si sentirebbe più obbligati alla trasparenza e si riprenderebbe l'arricchimento dell'uranio oltre i limiti stabiliti dal trattato. 

Le conseguenze invece a lungo termine? 

In una dichiarazione di disdetta del trattato da parte americana, va detto che il vero sconfitto è l'Europa. La firma del trattato era stata forse l'unica mossa negli ultimi anni dopo i successi nei Balcani in cui il soft power europeo unito aveva avuto successo. Se ciò accadesse, sarebbe colpito l'unico risultato importante degli ultimi 15 anni di politica estera europea. C'è poi un'altra conseguenza. 

Ci dica. 

Per Trump questo gesto ha un valore molto importante per il messaggio che dà ad Arabia Saudita e Israele. Questi sono i veri amici di Trump non certamente Macron e non così tanto la May. Uno è capo del blocco sunnita e l'altro è Israele: entrambi presidiano un territorio del mondo dove Trump non vuole stare più di tanto. Vuole disimpegnarsi senza lasciare però un predominio iraniano senza un contro potere forte. Per Trump non è possibile tenendo conto poi che la Russia è invece sul terreno. Tutto questo fa piacere anche all'Egitto, paese a cui Trump tiene molto. 

L'escalation militare israeliana che abbiamo visto nelle ultime settimane è da considerarsi preoccupante? 

Usa e Israele si dividono i compiti. Israele fa azioni sul territorio di cui gli americani sono felici e che altrimenti dovrebbero fare loro. 

Si può arrivare come dicono in molti a un conflitto militare israelo-iraniano su territorio siriano? 

Personalmente sono molto più preoccupato per quella parte di Libano dove Hezbollah e Israele si fronteggiano e in mezzo ci sono i soldati italiani, visto anche il risultato delle elezioni libanesi. Il gesto di Trump non potendo colpire tutti colpisce il più grosso, l'Iran e poi di conseguenza tutta la rete iraniana in Medio Oriente. 

La società iraniana, che è molto attiva e critica con il regime, da che parte sta? 

Bisogna conoscere l'Iran: sta con l'orgoglio nazionale di patria. Gli iraniani hanno un senso fortissimo dell'amor di patria, quando vedranno questo gesto la propaganda di regime avrà facile presa. Il popolo iraniano dirà ci abbiamo provato ma con l'occidente non c'è niente da fare e reagiranno malamente. 

(Paolo Vites)

9.5.18 | Posted in , , , , , , , , , | Continua »

#ZEROHACKATHON 2018: SPORT COME STRUMENTO DI PACE

Lo Sport per la pace e lo sviluppo: voce alle idee dei giovani! 

#ZEROHackathon2018


Roma – “In un panorama internazionale caratterizzato da crescenti tensioni, non c’è momento migliore che questo per guardare allo Sport come un potente strumento di dialogo tra le nazioni, di avanzamento verso la pace e lo sviluppo”.

Con le parole del Presidente della SIOI, Franco Frattini, si è aperta la seconda edizione di #ZEROHackathon, la competizione internazionale di idee per under 30 che dal 2 al 4 maggio riunisce a Roma più di 200 brillanti menti provenienti da tutto il mondo e che si concluderà questa mattina nella Sala delle Conferenze Internazionali della Farnesina.

Unire l’apprendimento non formale con i valori dello Sport è l’obiettivo principale dell’iniziativa, inaugurata il 2 maggio al Centro di Preparazione Olimpica “Giulio Onesti” alla presenza di Franco Frattini, Giovanni Malagò, Kelly Degnan, Sabrina Bono, Beatrice Covassi, Luigi Maria Vignali, Daniela Bas,  Paolo Glisenti, Alfio Giomi, Andrea Cisternino. Testimonial d’eccezione i campioni olimpici Francesca Lollobrigida, Giovanni Pellielo e Giacomo Lucchetti.

“Stand up per la difesa degli animali non solo oggi ma che sia il mantra di ogni giorno” ha concluso il Presidente Malagò a sostegno dell’Appello, promosso dalla SIOI con il Comitato #UnitiperLoro, contro la strage degli animali per motivi sportivi.







Dopo la staffetta simbolica organizzata dalla FIDAL, il campo da gioco è diventato Palazzetto Venezia, sede della SIOI, dove i 20 Team di studenti, di scuola superiore e università, hanno dato vita ad una 24 ore di co-progettazione confrontandosi sulle principali sfide che lo Sport affronta nel suo ruolo di promotore del dialogo tra i popoli, del rispetto dei Diritti Umani, sull’integrità dello Sport e il suo potere inclusivo.



Quali saranno le idee progettuali più originali e realizzabili verrà decretato questa mattina dalla Giuria d’eccezione composta dai rappresentanti delle principali istituzioni nazionali e internazionali che hanno sostenuto l’evento, tra cui il Luigi Maria Vignali e Pietro Sferra Carini del MAECI (Farnesina), Alvio La Face del CONI, Simona Montesarchio del MIUR, Menaka Nayyar dell’Ambasciata USA in Italia, Paola Bocchia della Rappresentanza in Italia della Commissione europea, Enrico Varriale della RAI, Cristina Puccia della SIOI e Angela Scicchitano del MSOI. 

Solo il Team che avrà saputo unire creatività, innovazione, interdisciplinarietà e capacità di impatto nei loro progetti multimediali si aggiudicherà il podio. Che vinca il migliore!

And the Winners are....to be continued ....

Gallery Flickr: SIOI #ZeroHackathon 























4.5.18 | Posted in , , , , , , , , , , , , , , , | Continua »

Ecco cosa l’Italia può fare (e cosa no) nella crisi siriana. Parla Franco Frattini

Il presidente della Sioi invita il governo italiano a rimanere fuori dal conflitto siriano in ossequio alla nostra Costituzione. Urge un'indagine internazionale per chiarire i fatti di Douma e allentare le tensioni 

Intervista di Francesco Bechis 
12 aprile 2018 
Di ritorno dagli Emirati Arabi Uniti, dove ha potuto saggiare la preoccupazione del governo di un’escalation in Medio Oriente, il presidente della Sioi Franco Frattini, già commissario europeo e ministro degli Esteri, ha voluto condividere con Formiche.net tutti i suoi dubbi sulle manovre statunitensi in Siria all’indomani dell’attacco chimico a Douma. L’appello per la comunità internazionale è quello di evitare di accendere la polveriera mediorientale, dove anche un piccolo incidente (la storia lo insegna) è sufficiente a far deflagrare una guerra decennale. Un’investigazione internazionale, imparziale, sulle responsabilità dei crimini efferati a Douma è l’unica chance per dissipare i dubbi e allentare le tensioni. L’invito per l’Italia è ancora più netto: restare fuori a ogni costo da questo conflitto. 

Franco Frattini, dal governo italiano filtra una presa di distanza dall’attacco di Douma e dall’escalation nella regione, eppure dalla base siciliana di Sigonella decollano jet americani. Come si spiega questa contraddizione? 

Il problema è molto chiaro, l’Italia oggi con un governo dimissionario non può certamente prendere un impegno in Siria. Sempre che ci venga chiesto, perché al momento non è arrivata una richiesta ufficiale. Per un intervento del genere serve ben più di una telefonata, che peraltro ancora non c’è stata. Quando Obama nel 2013 ci chiese di prendere parte alla fornitura di armi ai ribelli e all’attacco contro Assad rispondemmo con due secchi no, e ci fecero eco subito dopo Regno Unito e Francia. 

A suo parere l’Italia dovrebbe offrire il suo aiuto agli Stati Uniti? 
 
Credo che ci debba essere un nettissimo rifiuto da parte dell’Italia di qualsiasi impegno che preveda azioni militari o sostegno ad azioni militari contro il governo siriano per due ragioni. 

Quali? 

La prima è di carattere costituzionale. Senza una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che autorizzi l’uso della forza noi non possiamo neanche ragionare di intervenire in un conflitto. Ricordo che nel 2003, all’alba della guerra in Iraq, noi non potemmo e soprattutto non volemmo partecipare al vertice delle Azzorre, dove fu deciso l’attacco a Saddam della “coalition of willings”. Carlo Azeglio Ciampi e Silvio Berlusconi, allora presidenti della Repubblica e del Consiglio, avendo letto la Costituzione dissero di no. Partecipammo solo dopo l’intervento delle Nazioni Unite, ad azione militare conclusa. 

E la seconda? 

Dobbiamo assolutamente evitare che scoppi una terza Guerra Mondiale seguendo una coalizione dai contorni ancora poco chiari. Nel 2011 in Libia aspettammo non una, ma ben due risoluzioni del Consiglio di Sicurezza prima di intervenire e ponemmo come precondizione per l’uso delle nostre basi militari che le operazioni rientrassero in una missione Nato. 

È pur vero che fornire le basi agli aerei americani significa prendere parte alle operazioni militari. C’è il rischio che questo supporto logistico rovini ulteriormente le nostre relazioni con Mosca. 

Fornire le basi è esattamente la stessa cosa di un intervento militare. Non dobbiamo prestarci a questa operazione, lo ripeto, innanzitutto per non violare la Costituzione. Poi certo c’è una questione geopolitica: con la necessità che abbiamo di combattere il terrorismo mettere Stati Uniti e Russia uno contro l’altro sarebbe un gravissimo errore. Già vedo i miliziani di Daesh festeggiare con lo champagne nelle roccaforti siriane. Anche un bambino si renderebbe conto che gli unici a trarne aiuto sarebbero i jihadisti. 

Che ruolo può avere dunque l’Italia per fermare l’escalation? 

Possiamo offrirci per partecipare allo smantellamento delle armi chimiche eventualmente trovate in Siria. Credo che Assad abbia tutto l’interesse a ospitare un’investigazione internazionale. Se trovano le armi può consegnarle per distruggerle: è successo nel 2013, quando una nave americana è giunta in Calabria nel porto di Gioia Tauro per caricare l’arsenale chimico consegnato da Assad e smantellarlo. Qualora non fosse scoperto alcun centro di produzione di queste armi, tanto meglio per Assad. In un caso e nell’altro l’esito è win-win per la comunità internazionale. 

I tweet di Donald Trump su un imminente attacco in Siria sono una mossa tattica o preludono a un intervento nelle prossime ore? 

Non credo che Trump sia così irresponsabile da lanciare i missili in una zona dove sono stanziati i soldati russi, ritengo più probabile che voglia dare una dura lezione ad Assad colpendo una base dove ci sono solo soldati siriani. Il vero rischio però è l’incidente: se un missile devia il percorso e cade sulle teste dei soldati russi il disastro è assicurato. Mettere le mani in una polveriera come il Medio Oriente significa rischiare di accendere la miccia di una Terza Guerra Mondiale: si può colpire l’esercito russo, ma nella regione ci sono anche le brigate di pasdaran iraniani, Israele non vede l’ora che un missile parta da Teheran per lanciargliene due in risposta. 

Secondo lei dunque il Presidente americano non passerà dalle parole ai fatti? 

La politica estera americana nel mondo non si fa su twitter. Trump ha definito il dittatore nordcoreano Kim Jong-un “rocket man”, ha detto di avere il dito sul bottone dell’atomica e adesso si parla di un prossimo incontro bilaterale. Mi auguro che anche alle frasi come “cari russi i missili stanno arrivando” seguano gesti di distensione. 
 
Al momento non c’è stata un’indagine internazionale per provare che le armi chimiche sono state usate da Assad. Sono sufficienti le supposizioni per minacciare un intervento bellico?

Siamo tornati di nuovo alla storia della “pistola fumante” agitata per la guerra in Iraq. Oppure al più recente caso Skripal, e alla figuraccia del ministro degli Esteri britannico Boris Johnson, che dopo aver scritto su twitter di aver le prove che si è trattato di un gas russo, ha dovuto eliminare la frase perché smentito dai suoi stessi esperti. Sono dichiarazioni usate per giustificare una decisione già presa: dare addosso ad Assad. Se questo è lo scopo, sarebbe più credibile affidare le indagini sul presunto attacco chimico a Douma a un’organizzazione internazionale come l’ESCWA. Ma la storia ci insegna che queste narrazioni hanno una finalità politica che non c’entra nulla con una investigazione trasparente e corretta. 

L’Unione Europea ha una voce in capitolo sull’escalation in Siria? 

Ancora una volta l’Unione Europea è assente, ormai non è un mistero che non esiste una politica estera europea. Fatto salvo l’orrore manifestato per i morti di Douma, ci mancherebbe, l’Europa farebbe meglio il suo mestiere se promuovesse un’investigazione internazionale per accertare le responsabilità di questi crimini.

12.4.18 | Posted in , , , , , , , , , , , , , , , | Continua »

Frattini: “E’ inutile organizzare i vertici sulla crisi ucraina senza la Russia”

Dal 1° gennaio 2018 l'Italia presiede l'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE). Una delle priorità principali della Presidenza italiana sarebbe quella di contribuire alla ricerca di una soluzione alla crisi ucraina. 

Intervista di Marina Tantushyan


"La crisi in Ucraina ha posto in questione i principi sui quali si basa l'Osce. L'Italia continuerà a sostenere tutti gli sforzi dell'Ocse verso una risoluzione pacifica del conflitto ed esorta tutte le parti ad implementare pienamente gli accordi di Minsk. È inaccettabile che questa situazione rimanga così, nel cuore dell'Europa, e credo che ciascuno debba fare il proprio dovere fino in fondo per andare oltre e risolver[la]", — a dirlo è il Ministro degli Esteri, Angelino Alfano, nell'assumere per l'Italia la presidenza dell'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa.


Riuscirà l'Italia a svolgere un ruolo pragmatico e politicamente importante nell'ambito dell'OSCE, puntando sulla risoluzione della guerra in Ucraina che continua a uccidere? Con questa domanda Sputnik-Italia si è rivolto a Franco Frattini, l'ex ministro degli Esteri, rappresentante speciale dell'OSCE per la Transnistria. 

 — Presidente Frattini, l'Italia ha assunto la presidenza dell'Osce il 1° gennaio 2018, indicando come priorità l'Ucraina. Secondo alcuni esperti autorevoli, l'Italia, alla presidenza di turno dell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa nel 2018, potrebbe avere la più grande opportunità della sua recente storia diplomatica di giocare un ruolo chiave nell'evitare i rischi di una nuova escalation, un ruolo di facilitatore del dialogo tra Est e Ovest. Condivide questa visione? 

—Certo. Noi abbiamo assunto questa presidenza nell'Osce indicando alcune priorità tra cui la soluzione di quella situazione che da alcuni decenni riguarda Transnistria e la difficile situazione che si è creata in Ucraina. Il Ministro degli esteri italiano Alfano ha già visitato sia Mosca, sia Kiev. L'Italia, oltre di essere un paese-fondatore dell'Unione europea e un paese mediterraneo, ha sempre esercitato questo ruolo di ponte tra Occidente e Oriente. Non è un segreto che tutti i governi dell'Italia degli ultimi anni hanno avuto una posizione molto aperta al dialogo strategico e alla cooperazione con la Russia pur mantenendo un'alta radice nell'Alleanza Atlantica. Per queste ragioni, credo che la presidenza italiana dell'Osce, possa avere successo. 

 — Che tipo di strategia l'Italia vorrebbe realizzare in Ucraina orientale, dove, nonostante il silenzio mediatico in Occidente, il conflitto continua a provocare le vittime? 
—Io credo che la preoccupazione principale debba essere l'interesse del popolo ucraino. Chiaramente il popolo ucraino va rispettato, va aiutato anche perché l'elemento più preoccupante, oltre agli incidenti che provocano vittime, c'è un generale decadenza economica dell'Ucraina, una situazione di crisi molto grave, dove l'Occidente, al di là dello sostegno politico, ha sostenuto molto poco sotto il profilo economico lo stato ucraino. Quindi, le priorità sono: interesse del popolo, aiuti economici, soluzione di questa crisi, sovranità dell'Ucraina ma anche una profonda trasformazione istituzionale, ad esempio verso un modello federale che garantisca l'integrità territoriale del paese e l'identità delle popolazioni di alcune province orientali dell'Ucraina. Il modello federale funziona benissimo in molti paesi del mondo. Quindi, credo che quella strada dovrebbe essere esplorata ulteriormente e chiaramente questo deve essere fatto con la presenza di tutti paesi che hanno un interesse ad una Ucraina unita ma anche ad una Ucraina profitta perché un collasso economico di questo paese sarebbe un grande problema. 

 — L'Osce ha dispiegato in Ucraina la sua più grande missione speciale di monitoraggio (Smm). Potrebbe brevemente spiegare perché questa missione è considerata "speciale" e quale potrebbe essere il suo valore aggiunto per la risoluzione della crisi ucraina? 

 — Si tratta di una missione che anzitutto vuole preservare quello obiettivo fondamentale che è il cessate il fuoco, cioè eliminare, se è possibile del tutto le vittime negli incidenti proprio sull'area del confine, nelle provincie orientali dell'Ucraina. La seconda ragione è quella che questa missione dell'Osce vuole aiutare la ripresa di un traffico trafrontaliero. Perché in quelle zone di confine vivono molte persone che da una parte e dall'altra del confine rischiano di perdere il lavoro, se l'economia nelle zone di confine viene completamente distrutta. Quindi, in questa missione l'Osce ha il dovere e la responsabilità mantenere la stabilità e la sicurezza ma anche permettere la ripresa di tutte le attività quotidiane. 

 — Nel mese di maggio ad Aquisgrana, in Germania occidentale, si potrebbe tenere un vertice dei leader di Germania, Francia e Ucraina, dedicata al posizionamento nelle forze di pace delle Nazioni Unite nel Donbass. Lo hanno riferito fonti nell'amministrazione presidenziale di Kiev al quotidiano russo "Kommersant". Di fatto, si tratterebbe di un incontro del Formato di Normandia con l'eccezione di uno dei suoi membri: il presidente della Russia. Come commenterebbe questa notizia? 

— Io credo che sarebbe certamente un vertice del tutto inutile perché la questione ucraina, com'è stato detto tante volte, va affrontata attraverso gli accordi di Minsk che prevedono la partecipazione della Russia ai negoziati. Quindi, è chiaro che se la Russia non è seduta intorno al tavolo, si cambia la filosofia degli accordi di Minsk, che sono considerati dallo stesso l'Osce come il centro dei negoziati. Tutti possono fare i vertici che vogliono, però io credo che i leader non amino perdere tempo. Quindi, è bene dire con chiarezza che senza la Russia è del tutto inutile parlare della soluzione di questa crisi. 

— Dopo la formazione del nuovo governo di coalizione, quale sarà il prossimo passo dell'Italia nell'ambito dell'Osce per quanto riguarda il conflitto in Ucraina? 

—Io credo che la presidenza italiana dell'Osce continuerà in spirito di continuità, cioè aiutando la soluzione del conflitto ucraino, come l'Italia ha sempre fatto. Certamente io mi auguro, ma questo è un augurio personale, perché non so chi si sarà nel governo, che il nuovo esecutivo riveda la posizione nei confronti della Federazione Russa per quanto riguarda la politica delle sanzioni. A giugno ci sarà una decisione da prendere al Consiglio dell'Ue e mi auguro che in quella decisione governo italiano, che sarà in carica, aprirà una discussione politica per ridiscutere il tema delle sanzioni in uno spirito di cooperazione con la Federazione Russa. Questo è il mio auspicio personale, però ho visto che uno dei leader che ha vinto le elezioni, l'On.Salvini si muove in questa direzione. Credo che farebbe bene a tutti di avere una nuova discussione sulla politica delle sanzioni che francamente, a mio avviso, non è una politica giusta per le relazioni tra l'Occidente e la Federazione Russa. 

— L'Italia si mira a rafforzare il lavoro dell'Osce per affrontare gli altri conflitti attraverso i formati esistenti: le Discussioni Internazionali di Ginevra nell'affrontare le conseguenze del conflitto del 2008 in Georgia, i colloqui 5+2 per una soluzione in Transnistria e gli sforzi dei tre co-presidenti per il conflitto in Nagorno-Karabakh. Quale, a Suo avviso, potrebbe essere il contributo della Russia alle trattative sulla regolarizzazione della Transnistria? 

— L'appoggio e dell'impulso della Federazione Russa è necessario, la Russia è uno dei componenti del 5+2. Ho parlato al telefono con il capo negoziatore russo e anche con il capo negoziatore ucraino per la questione Transnistria, che sono due rappresentanti speciali di rispettivi governi. Dopo visita a Chisinau e a Tiraspol ho ottimismo che tutti i componenti del 5+2 aiuteranno la soluzione del negoziato. Durante la mia visita a Chisinau ho avuto anche un incontro con i partner internazionali e il rappresentante della Federazione Russa era presente intorno al tavolo, dove fra l'altro sedeva l'ambasciatore americano. Quindi questo vuol dire che sulla questione Transnistria c'è una convergenza degli interessi e io mi auguro che le due parti Chisinau e Tiraspol trovino le soluzioni tecniche in poche settimane, in modo che il 5+2 al livello politico possa definire questo aspetto del negoziato. Questo sarebbe molto importante.

9.4.18 | Posted in , , , , , , , , , | Continua »

Perché l’Italia è stata lungimirante sul caso Skripal. Mentre Merkel e Macron… Parla Franco Frattini

Perché l’Italia è stata lungimirante sul caso Skripal. Mentre Merkel e Macron… Parla Franco Frattini 
di Francesco Bechis 


Dal rapporto transatlantico con la Russia alla missione in Niger fino alle parole (inappropriate) dei leader di Germania e Francia sul voto italiano. Il presidente della Sioi dice la sua sulla politica estera del Paese 

Sul caso Skripal, l’ex spia russa trovata avvelenata su una panchina a Salisbury assieme alla figlia, la reazione italiana è stata certamente tardiva. Tagliata fuori ancora una volta dal concerto europeo, che ha subito serrato le fila con un comunicato congiunto con Washington, l’Italia dimostra forse di non avere una politica estera autonoma. Ma, a detta di Franco Frattini, presidente della Sioi, già ministro degli Esteri e commissario europeo, questa volta la ragione sta dalla parte del nostro governo. 

Intervistato da Formiche.net, Frattini ritiene poco saggia l’accusa del ministro degli Esteri britannico Boris Johnson contro Mosca, perché, in vista delle elezioni presidenziali russe di domenica, “fa solo un favore a Putin”. L’invito per l’Italia è di rialzare la testa e farsi sentire in Europa all’alba di importanti riforme. Le parole di Merkel e Macron dall’Eliseo sul voto italiano sono “inappropriate”, segno di una mancanza di rispetto per il voto degli italiani. 

Presidente Frattini, cosa dimostra la tardività della risposta italiana sul caso Skripal? 

Questa reazione, nella sua tardività e timidezza, era prevedibile e prevista, tanto che Francia, Germania e Stati Uniti non ci hanno chiesto di sottoscrivere il documento quando lo hanno pensato. Gentiloni era consapevole, e i fatti gli hanno dato ragione, che un’adesione entusiasta a quella nota sarebbe stata rapidamente smentita da quelli che hanno vinto le elezioni: Salvini, Meloni, Di Maio. C’è poi un elemento di sostanza: la politica estera italiana, pur comprendendo le ragioni della lealtà atlantica e avendo accettato il sistema delle sanzioni che così tanto ci danneggia, ha sempre lavorato, dal nostro governo fino a Renzi e Gentiloni, per incentivare un dialogo piuttosto che un isolamento rispetto alla Russia. 

Cosa non la convince della risposta diplomatica di Downing Street? 

Boris Johnson ha dichiarato che un coinvolgimento di Putin è “altamente probabile”. Non è saggio ritirare i diplomatici e minacciare la Guerra Fredda se si ritiene “altamente probabile” la responsabilità del Cremlino, su queste cose non si scherza. Forse chi ha subito tracciato il verdetto senza aver fatto indagini non ricorda che qualche mese fa, cioè a fine settembre del 2017, con una sontuosa cerimonia all’Aja l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac), Nobel per la pace nel 2013, ha celebrato il completamento della totale distruzione delle armi chimiche possedute dalla Federazione Russa. Nella lista delle armi non è stato inserito il veleno che ha intossicato Skripal e sua figlia. 

Dunque è presto per tirare conclusioni su un episodio così grave? 

Sono stato presidente del Comitato parlamentare per il controllo dei Servizi segreti, e so bene che gli scambi di spie si realizzano nell’ambito di programmi di collaborazione fra Stati non amici. Che senso avrebbe consegnare una spia, e provare a ucciderla molti anni dopo peraltro con un gesto così clamoroso, lasciando le tracce? Cui prodest? Non ritengo condivisibile questo modo tranchant di fare il nome di Putin alla vigilia delle elezioni. 

La crisi diplomatica con Londra può avere ripercussioni sull’opinione pubblica russa in vista del voto di domenica? 

Un attacco del genere fa solo un favore a Putin. La sua forza deriva dalla capacità di suscitare un senso di orgoglio nazionale per il ritorno della “Grande Russia”, che si sente assediata dall’Occidente. Per questo l’Italia ha fatto bene, pur esprimendo la doverosa solidarietà agli alleati, ad aspettare a tirare conclusioni. 

Qual è a suo parere oggi il naturale collocamento di Roma fra Washington e Mosca? 

La naturale vocazione dell’Italia è quella di fare da ponte fra le due sponde. Dobbiamo manifestare alla Russia le nostre ragionevoli preoccupazioni, soprattutto su alcuni gesti simbolici di cui si parla poco, come la scelta di far coincidere le elezioni a Mosca con l’anniversario dell’annessione della Crimea. L’Italia però deve rimanere amica sincera della Russia, senza puntare il dito come fanno gli inglesi. Come è logico, il nostro governo riconosce nella Russia un attore internazionale che resta indispensabile per affrontare la minaccia terroristica, l’instabilità del terrorismo e la questione siriana. In Europa ci sono altri Stati che ritengono poco saggio isolare il Cremlino: penso alla Grecia, alla Spagna, al piccolo e influente Lussemburgo, ma anche a Stati dell’Est Europa come l’Ungheria e la Slovenia. 

A proposito di credibilità all’estero, la scorsa settimana il ministro della Difesa del Niger ha smentito una missione militare italiana di contrasto all’immigrazione. 

 È stato fatto un errore tipico da campagna elettorale, dare per fatta qualcosa senza averla in tasca, la famosa pelle dell’orso prima di avergli sparato. Conosco il Niger e gli altri Paesi di origine e transito dell’immigrazione, la loro opinione pubblica non è fatta di tamburi, ma di internet e social networks. Quando giunge la notizia di una missione di soldati italiani in terra nigerina la reazione è inevitabilmente furibonda. È lo stesso errore di calcolo che l’Italia fa sui rimpatri: per rimpatriare un migrante il nostro governo deve pagargli una borsa di opportunità per aprire una piccola attività. Ma l’accordo deve essere concluso con il Paese d’origine, non consegnando al migrante 500 euro.

Veniamo al nostro collocamento in Europa. In un vertice congiunto con Angela Merkel all’Eliseo Macron ha dichiarato che le elezioni italiane “hanno scosso il contesto europeo” e “hanno visto imporsi gli estremismi”. 

 Francamente io ho rispettato l’esito delle elezioni francesi così come delle elezioni tedesche, i lunghi mesi che hanno portato alla formazione del governo in Germania, le clamorose dimissioni di Schulz. Gli italiani hanno votato, Francia e Germania dovrebbero avere lo stesso rispetto. Quando prenderà forma il nuovo governo italiano capiremo quali ripercussioni ci saranno in Europa, mi sembra del tutto inappropriato parlare di una scossa a Bruxelles. Questi due Paesi devono abituarsi ad essere più rispettosi dell’esito delle elezioni italiane. 

Alla vigilia di una stagione di riforme, dall’Eurozona al sistema di Dublino, in un momento di delicata transizione politica interna, l’Italia avrà la credibilità necessaria per far sentire la sua voce? 
L’Italia deve fare di tutto per inserirsi come attore di primo piano in questo percorso di negoziato. Conta più questo dei risultati effettivi delle trattative che sono in bilico. Se infatti Macron continua a spingere sull’acceleratore su proposte come il ministro delle Finanze unico e una maggiore integrazione della governance, Angela Merkel comincia a frenare, ora che al governo non ha più Schauble ma un leader del partito socialdemocratico che è molto più cauto sulla cessione di sovranità all’Europa e le politiche di austerity. 

Ci sono speranze che il sistema di Dublino sull’accoglienza venga riformato verso una responsabilità più condivisa fra gli Stati membri? 

Questa è senz’altro una delle riforme prioritarie, dobbiamo esserci per chiedere il rispetto del principio di solidarietà, che è già nei Trattati. Il gruppo di Visegrad ha però già dichiarato compatto di non avere neanche intenzione di affrontare la materia, l’unica strada sarà dare inizio a un’Europa a più velocità. C’è uno strumento previsto dai Trattati: una cooperazione rafforzata fra almeno nove Paesi, che può risultare decisiva anche in materia di Difesa comune. 

C’è poi il lato economico: fra un anno inizieranno i negoziati per il quadro settennale per il bilancio europeo. 


Quella sarà la battaglia delle battaglie per il prossimo governo italiano. Noi siamo uno dei pochi Paesi, assieme alla Francia, che spendono molto più di quanto ricevono. Alcune grandi città del Sud Italia non stanno meglio di Varsavia, Katowice o Breslavia, eppure ricevono meno fondi. Siamo ormai al paradosso per cui i soldi dei risparmiatori di Trapani finiscono per finanziare la bella e ricca Budapest.

19.3.18 | Posted in , , , , , , , , , , , , , | Continua »

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