Libia: Frattini a “Nova”, dialogo esponenti militari dovrà essere seguito da maggiore impegno Usa e Italia







Roma, 03 giu 18:10 - (Agenzia Nova) - Il possibile ritorno al dialogo tra gli esponenti militari delle parti in conflitto in Libia, mediati dalle Nazioni Unite, rappresenta un “ultimo tentativo” da parte della rappresentanza delle Nazioni Unite in Libia per trovare una soluzione al conflitto, ma dovrà essere seguito da una scossa più forte e profonda con un impegno statunitense per una mediazione con la Turchia e anche da un passo avanti dell'Italia che potrebbe avviare colloqui con la Russia. Lo ha dichiarato ad “Agenzia Nova”, Franco Frattini, presidente della Società italiana per l’organizzazione internazionale (Sioi), già ministro degli Esteri italiano e vicepresidente della Commissione europea, commentando l’annuncio fatto ieri dalla missione delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil) di un possibile incontro della Commissione militare libica, formata da cinque ufficiali militari di entrambe le parti in conflitto – Governo di accordo nazionale (Gna) ed Esercito nazionale libico (Lna) - a Ginevra. Giudicando positivamente l’eventuale incontro, Frattini ha sottolineato la necessità che il dialogo tra forze militari sia “in buona fede” perché se le due parti pensano di poter “monetizzare la rendita di terreno che hanno conquistato combattendo nessuno accetterà di dare all’altro il vantaggio di prendere tempo in modo che si possa consolidare e rafforzare”. Per l’ex ministro degli Esteri “se le forze militari si impegnano a sedersi intorno a un tavolo l’aspetto più importante è che discutano senza pensare ai paesi che li difendono”. “Il mio auspicio – ha aggiunto - è che le autorità militari che si incontreranno pensino a una soluzione di cessate il fuoco solido come pre-condizione per un dialogo politico”.

Per Frattini, per il futuro successo di un dialogo politico sarà importante un maggiore impegno degli Stati Uniti, che purtroppo finora hanno guardato alla crisi libica solamente per contestare la presenza russa in Cirenaica, commettendo a detta dell’ex ministro degli Esteri “un grave errore”. Infatti, secondo il presidente della Sioi, Russia e Turchia non hanno intenzione di combattersi sul campo, limitandosi a schermaglie. “I russi sono sufficientemente pragmatici per mettersi d’accordo con Erdogan come avvenuto nella crisi in Siria a Idlib”, ha osservato Frattini citando l’accordo tra Ankara e Mosca per evitare un’escalation militare nella provincia nord-occidentale siriana ancora in parte controllata dai ribelli siriani appoggiati dalla Turchia. Per Frattini, Washington dovrebbe avviare un colloquio con Ankara, che è un paese Nato, per fare pressioni sulla Russia. In questo contesto, Frattini sostiene che l’Italia potrebbe avere un ruolo, “parlando con la Russia con cui ha un ottimo rapporto”. In caso contrario, per l’ex ministro degli Esteri, l’Italia non verrebbe più considerata a causa di un rapporto con le due le parti in conflitto che di fatto viene percepito in modo sospetto da entrambe le parti. In merito al dialogo politico, finora l’unico tentativo importante è stato quello avviato dal presidente della Camera dei rappresentanti della Libia, Aguila Saleh, il quale ha riconosciuto l’errore del generale Khalifa Haftar di autoproclamarsi rais del paese. “Questo è un tentativo che consiglierei alle parti, ovvero di andare a guardare nella sostanza. Se tutti continuano ad arroccarsi sul sostegno esterno è chiaro che nessuna proposta futura prenderà il volo e l’unica possibilità è che la Libia consolidi due o tre sfere di influenza – Cirenaica, Tripolitania e forse Fezzan – in modo da arrivare a quella che alcuni, pure con onestà, hanno paventato: una confederazione che nei fatti sarebbe una partizione della Libia”. (Res)

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Libia, parla Frattini: "Russia e Turchia si spartiscono le zone d'influenza, Italia tagliata fuori"




Roma, 30 mag 12:35 - (Agenzia Nova) - Una confederazione della Libia vorrebbe dire partizione, ovvero uno scenario “drammatico” per l’Italia, mentre lo status quo “conviene a tutti tranne che a noi”. Lo afferma ad “Agenzia Nova” Franco Frattini, presidente della Società italiana per l’organizzazione internazionale (Sioi), già ministro degli Esteri italiano e vicepresidente della Commissione europea. Frattini ha commentato l’appello all’Italia lanciato dal leader del Blocco federale in Libia, Ali al Hashemi, che parlando a “Nova” aveva invitato l’Italia a sostenere una soluzione politica basata su un sistema federale suddiviso nelle tre regioni storiche: Cirenaica (est), Tripolitania (ovest) e Fezzan (sud). “L’ipotesi che alcuni chiamano federazione sarebbe inevitabilmente una divisione. Nella storia della Libia, le tre regioni Tripolitania, Fezzan e Cirenaica si sono sempre sentite diversissime le une dalle altre: è difficile immaginare che i berberi e i tuareg del deserto possano prendere ordini da Tripoli da Tobruk. La Libia è una, basata su una struttura tribale, con le milizie che controllano ampie porzioni di territorio. Più che una confederazione, la chiamerei una partizione della Libia e questo per l’Italia, è evidente, sarebbe un’ipotesi drammatica”, afferma Frattini, sottolineando come una confederazione/partizione vorrebbe dire consolidare le sfere d’influenza.

“Oggi abbiamo la Tripolitania con i turchi e i qatarini, mentre in Cirenaica ci sono i russi che addirittura hanno recentemente mandato degli aerei da combattimento, Egitto, Emirati Arabi Uniti e ovviamente alla spalle l’Arabia Saudita”, spiega ancora l’ex titolare della Farnesina. Quanto al Fezzan, regione ricca di petrolio, oro e terre rare, un’eventuale divisione “vedrebbe prontissimi Emirati e paesi del Golfo”. L’Italia, in altre parole, vedrebbe un paese alleato Nato, la Turchia, e uno Stato con cui ha rapporti storici, la Russia, in una situazione di status quo in Libia. “E’ chiaro – prosegue Frattini - che quando un paese come la Turchia diventa mentore del governo di Tripoli non c’è spazio per nessun altro. Non c’è spazio per l’Europa, e lo abbiamo già visto, né per l’Italia. Con la Russia noi abbiamo rapporti importanti, malgrado l’Italia abbia purtroppo condiviso la politica delle sanzioni, ma in Cirenaica abbiamo storicamente meno rapporti”. L’Italia, in altre parole, “verrebbe di fatto tagliata fuori”.

Un discorso a parte merita l’Eni, l’unica compagnia straniera che ha continuato a operare nel paese dalla rivoluzione del 2011. “Sono convinto che non verrebbe tagliata fuori dalla mattina alla sera, perché Eni ha una radicatissima presenza con pozzi offshore e inshore, nonché la centrale elettrica che fornisce elettricità a Tripoli”, spiega ancora Frattini. L’Italia, tuttavia, rischia di perdere peso geostrategico. “La missione europea Irini, difficile da lanciare e modesta come obiettivi, è criticatissima da Tripoli. Il ministro dell’Interno della Libia (Fathi Bashaga, ndr) mi ha personalmente detto che Irini è stata creata per favorire la Russia, perché intercetterebbe qualche nave che porta le armi dalla Turchia, e le porta davvero, ma non fa assolutamente nulla per tutti gli assetti militari che arrivano da terra o dal cielo dall’Egitto, dagli Emirati e dalla Russia. C’è una critica frontale a una missione che comanda l’Italia e questa non è la mia opinione, ma quella dell’attuale ministro dell’Interno della Libia”, aggiunge il presidente della Sioi.

Malgrado l’auspicio di Ali al Hashemi che il governo di Roma possa intervenire per favorire una negoziazione, Frattini ritiene che in questa fase l’Italia non abbia “la forza sufficiente per metter intorno a un tavolo turchi e russi e dire che anzitutto serve un cessate il fuoco”. Tuttavia, Frattini invita a prendere sul serio il tentativo del presidente del parlamento libico, Agiula Saleh, di avviare una riconciliazione. Il politico libico ha recentemente proposto un “road map” in otto punti secondo cui ciascuna delle tre regioni della Libia (Tripolitania, Cirenaica e Fezzan) dovrebbe scegliere un suo rappresentante in un nuovo Consiglio presidenziale “ristretto”, il quale dovrebbe poi nominare un primo ministro e i suoi vice che rappresentano le tre regioni, per poi formare un governo da presentare alla Camera dei rappresentanti per ottenere la fiducia. “Se c’è una proposta da guardare io guarderei a quella del presidente del parlamento libico”, spiega Frattini. “Ho degli elementi – aggiunge - che mi fanno dire che ad esempio i sauditi e gli emiratini non escluderebbe questa ipotesi da approfondire, ma anzi la ascolterebbero”.

Il problema, secondo l’ex ministro degli Esteri, è che né Governo di accordo nazionale (Gna), né l’Esercito nazionale libico (Lna) sembrano contare sull’appoggio di Roma. “L’Italia è vista con sospetto perché prima guarda a uno, poi all’altro, poi guarda di nuovo al primo. Nessuna delle parti in Libia ritiene che l’Italia sia schierata, ma in quei paesi se non ti schieri non sei affidabile”. Turchia e Russia, da parte loro, hanno schierato le truppe sul campo. E l’Italia? “Alla conferenza di Palermo – aggiunge l’ex vicepresidente della Commissione europea - il vicepresidente della Turchia se ne andò sbattendo la porta perché ci eravamo permessi di invitare pure Haftar al tavolo dei colloqui. Questa cosa non sarebbe mai accaduta a Mosca. Putin e Erdogan hanno comunque un’alleanza: i due si parlano, anche se sul terreno si minacciano, e come hanno fatto nel nord della Siria possono trovare un accordo”.

L’Europa, a giudizio dell’ex ministro degli Esteri italiano, è “inesistente”. L’Italia, che pur comanda la missione Irini, “non è considerata un broker in grado di riunire i contendenti”. Ciononostante, il governo di Roma dovrebbe impegnarsi per dire a Russia e Turchia di prendere in considerazione le proposte sul tavolo, come quella del presidente del parlamento. “Funzionerà il piano di Saleh? Non lo so, ma l’esito dello status quo, e lo dico con un po’ di brutalità, conviene a tutti tranne che a noi. Conviene alla Russia, perché consolida la presenza in Cirenaica dove ci sono petrolio, vie comunicazioni importanti sul Mediterraneo, e dove sta creando una terza base dopo Egitto e Siria. L’Egitto consolida i confini, ed è altrettanto felice. La Turchia ritorna dove gli italiani l’avevano cacciata tanti anni fa, prendendo il controllo del Mediterraneo centrale”, conclude Frattini. (Asc)
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Mediterraneo: si riaccende lo scontro per la Libia e le rotte del gas

Mediterraneo: si riaccende lo scontro per la Libia e le rotte del gas 

Roma, 12 mag 17:20 - (Agenzia Nova) - Grecia, Cipro, Egitto, Francia ed Emirati condannano la politica espansionistica della Turchia del presidente Recep Tayyip Erdogan che segna una nuova escalation nel Mediterraneo Orientale, con l'Italia in una posizione defilata, ma potenzialmente decisiva. Attraverso un comunicato congiunto, i ministri degli Esteri di questi cinque paesi hanno denunciato le "attività illegali turche in corso" nella zona economica esclusiva (Zee) di Cipro e nelle sue acque territoriali e “gli interventi turchi in Libia”. 

“Agenzia Nova” ha parlato dell'argomento con l’ex ministro degli Esteri italiano e presidente della Società italiana per l’organizzazione internazionale (Sioi), Franco Frattini, e con Leonardo Bellodi, esperto rapporti internazionali e advisor della Libyan Investment Authority (Lia), il fondo sovrano libico.

“Non è la prima volta che l’Italia è riluttante a schierarsi con i paesi che hanno fortemente criticato Ankara”, afferma Frattini. Il riferimento è alla decisione del titolare della Farnesina, Luigi Di Maio, di non firmare il comunicato finale adottato lo scorso gennaio al Cairo, dove pure il capo della diplomazia italiana era in visita ufficiale, al termine di una riunione con i colleghi di Egitto, Francia, Grecia e Cipro sulle ingerenze militari della Turchia in Libia. 

“Questo gruppo di paesi attacca spesso e fortemente la Turchia essenzialmente per due ragioni. La prima è il sostegno della Turchia al Governo libico di accordo nazionale di Fayez al Sarraj, in contrasto rispetto al generale Khalifa Haftar che invece è apertamente sostenuto da egiziani ed emiratini”, aggiunge il presidente della Sioi e membro del Consiglio di Stato. La seconda ragione, invece, è la partita energetica nel Mediterraneo Orientale che coinvolge soprattutto Cipro e Grecia. “Firmando il recente accordo con Tripoli, Erdogan ha creato un corridoio energetico che lega la Libia di Sarraj ad Ankara, rafforzando il ruolo della Turchia di vero e proprio hub energetico”, afferma ancora l’ex titolare della Farnesina. 

La maggior parte delle rotte energetiche che vengono dalla Russia e dell’Azerbaigian passano in effetti per la Turchia, incluso ad esempio il gasdotto transadriatico (Tap) - che dovrebbe approdare in Puglia a breve - e il progetto Turkish Stream. “Tutte le rotte energetiche che attraverso il Mar Nero vanno verso occidente - aggiunge Frattini - vedono la Turchia come regista, facendosi pagare diritti sul transito non indifferenti. Ora la Turchia pretende che le zone offshore al largo di Cipro siano sfruttabili a sua discrezione. Ricordo che abbiamo pagato anche un prezzo molto elevato quando una nave italiana per le esplorazioni di Saipem fu circondata da navi da guerra turche mentre stava legittimamente esplorando una concessione offshore: noi siamo amici dei turchi, ma i turchi non si fanno scrupolo”. 

Alle spalle di questi cinque paesi, aggiunge il presidente della Sioi, “c’è anche la Russia che ovviamente è molto interessata a sostenere Haftar, anche se Haftar negli ultimi tempi ha sbagliato quasi tutto”. Quanto all’Italia, Frattini sottolinea come ci sia un altro aspetto, finora rimasto sottotraccia, che ha spinto il governo a non schierarsi con il “club” anti-Turchia. “L’Italia ha sempre giocato una partita di sponda con tutte e due le parti. In Libia abbiamo sempre sostenuto Sarraj, ma tutti ricorderanno che poco tempo fa il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha ricevuto a Palazzo Chigi Haftar addirittura prima di Sarraj, che è il primo ministro riconosciuto dall’Onu”, ricorda ancora Frattini. Quello “sgarbo”, peraltro, portò il capo del governo di Tripoli ad annullare una visita a Roma in quello stesso giorno. “L’Italia ha sempre ragionevolmente tenuto i rapporti con gli uni e con gli altri perché il problema più grande di tutti per l’Italia è una divisione della Libia in due. Questo status quo cristallizza da un alto questo gruppo di cinque paesi, più la Russia, mentre dall’altra parte c’è la Turchia e il terzo punto di cui nessuno ha parlato: il Qatar, il grande alleato arabo di Ankara sostegno di Sarraj”. 
“Possiamo immaginare che l’Italia potesse dare un pugno nell’occhio alla Turchia, alleata del Qatar, il giorno dopo che la Turchia ha dichiarato di aver liberato Silvia Romano, e poi di averla ceduta ai nostri, dopo che l’accordo per la liberazione era stato firmato in Qatar?”, si chiede Frattini, sottolineando come Qatar e Turchia siano i “registi” della liberazione della cooperante italiana. “Poi l’Italia ha pagato dei soldi su cui i magistrati competenti dovranno indagare, ma la questione geopolitica è chiarissima: è impensabile che l’Italia, all’indomani della liberazione della Romano esplicitamente comunicata alla stampa dai turchi con la mediazione di Doha, potesse unirsi al coro di condanne”, afferma ancora l’ex vicepresidente della Commissione europea. “Ecco dunque la spiegazione. Non c’è la questione energetica, su cui pure l’Italia è vittima; non c’è solo la questione libica, dove l’Italia comprensibilmente cerca di evitare una spaccatura irreversibile e parla con tutti. L’immediatezza dell’incontro ha reso assolutamente impossibile per l’Italia partecipare”, aggiunge Frattini, spiegando come il governo abbia fatto valere in questo contesto “un legittimo interesse di Stato”. Ciononostante, prosegue Frattini, “il comportamento della Turchia è stato in più occasioni contrario agli interessi di una leale collaborazione di un paese come l’Italia che invece è stato sempre amico della Turchia: credo che siamo tuttora i secondi partner commerciali tra i paesi europei”. La Turchia, malgrado i rapporti consolidati con l’Italia, “non guarda in faccia a nessuno” come del resto fanno gli altri cinque paesi firmatari della dichiarazione. “Degli egiziani e degli emiratini sapevamo già, paradossalmente la loro posizione è sempre stata chiara. I francesi, invece, dopo le dichiarazioni europee di sostegno comune al premier Sarraj, hanno poi confermato di lavorare da molto tempo con Haftar.

La cosa non mi turba: non siamo stati esclusi da un club prestigioso, ma da un gruppo di paesi che hanno interessi in comune”, aggiunge Frattini. A differenza di Francia, Egitto, Emirati, Cipro e Grecia, l’Italia “ha interesse alla riconciliazione in Libia, e non alla vittoria dell’uno sull’altro”. Per Leonardo Bellodi, il diritto internazionale è dalla parte dei paesi del comunicato anti-turco. “La violazione della Turchia è evidente, basti pensare che Cipro Nord è riconosciuta unicamente da Ankara, ma il tema è un altro e riguarda l’enforcement di questa dichiarazione: cosa faranno gli Stati firmatari, cosa farà l’Unione europea nel momento in cui potrebbero esserci azioni di forza da parte della Turchia? Non dimentichiamo che quella è una frontiera dell’Unione europea. 

Cosa farà l’Ue, al di là delle dichiarazioni politiche, per affermare il diritto internazionale e la sovranità internazionale a fronte di queste ingerenze?”, si è chiesto Bellodi. Non è tutto. L’esperto ha nettamente bocciato il memorandum d’intesa sulla delimitazione dei confini marittimi firmato da Ankara e il Governo di accordo nazionale (Gna) della Libia. “Non tiene minimamente in considerazione le istanze degli altri paesi. Taglia in due il progetto East-Med, è una prova di forza che non trova giustificazione dal punto di vista economico né giuridico: la vedo come una provocazione politica inutile”. Quanto al ruolo dell’Italia, Bellodi indica due possibilità, una positiva e l’altra estremamente negativa. “La prima è che l’Italia stia portando avanti un discorso di ‘real politik’, da paese profondamente coinvolto in quell’area, non prendendo posizione e acquisendo un margine negoziale”, ha detto Bellodi. Il governo italiano, in altre parole, si sarebbe defilato per divenire “lo strumento per arrivare a una risoluzione della controversia”. Si tratterebbe dunque di una scelta consapevole, studiata a tavolino, per accrescere la leva negoziale dell’Italia in un’area dove ha forti interessi. “La seconda ipotesi è che l’Italia non abbia preso posizione semplicemente perché non è interessata al quadrante o comunque non ci sta pensando. Spero vivamente che ci troviamo nella prima delle ipotesi”, ha detto ancora il manager. (Asc) © Agenzia Nova - Riproduzione riservata

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Come armonizzare comunicazione e compliance. I consigli di Frattini

Come armonizzare comunicazione e compliance. I consigli di Frattini



Pubblichiamo la prefazione al volume edito da The Skill Press dal titolo "Manuale su Trasparenza e Anticorruzione. La rivoluzione della Comunicazione trasparente", di Andrea Camaiora, scritto con i contributi di Antonio Bana, Edoardo Belli Contarini, Elisabetta Busuito, Carlotta Campeis, Cosimo Pacciolla 

Sviluppare forme di comunicazione coerenti con la compliance richiamata in modo sempre più stringente dal legislatore sia nel settore privato che in quello pubblico è l’obiettivo principale che si prefigge questo volume. L’esperienza ci dice che organizzazioni più pulite, oneste e trasparenti rimuovono anzitutto al loro interno gli spazi di opacità perché è in un ambiente segnato da scarsa trasparenza e intricate procedure che trovano terreno fertile sia odiati fenomeni corruttivi sia casi di gravissime inefficienze e inadempienze nei confronti dell’incolpevole cittadino. 
Portare ordine e chiarezza, in una parola trasparenza, all’interno della macchina statale vuol dire quindi risolvere due ordini diversi di problematiche, una legata al rispetto della legalità, l’altra alle risposte che la società ha il diritto di ricevere dalle amministrazioni pubbliche. 

Ho colto con estremo piacere dunque l’invito a firmare la prefazione a questa pubblicazione, perché ne condivido scopo e presupposti: l’intenzione del manuale scritto da un comunicatore e da cinque avvocati, Andrea Camaiora, Antonio Bana, Elisabetta Busuito, Edoardo Belli Contarini, Carlotta Campeis e Cosimo Pacciolla, è proprio fornire agli operatori del settore riferimenti, modelli, buone pratiche che sostanziano quella che Camaiora chiama “Comunicazione trasparente” e che riflette in gran parte le intuizioni raccolte nella direttiva 74/2002. 
Tra i meriti di questo libro c’è infatti sicuramente aver riscoperto questa direttiva, emanata dal ministero della Funzione Pubblica durante gli anni della mia guida del dicastero, specificamente rivolta all’attività di comunicazione delle pubbliche amministrazioni. Il testo voleva essere un’importante quanto fondamentale tappa di un progressivo disboscamento delle ampie fronde della burocrazia statale, un’opera di riordino che non può prescindere da un uso del linguaggio esperto, misurato, sapiente, efficiente ed efficace, ma anzitutto comprensibile. Ormai 18 anni fa, per tentare di penetrare più a fondo la cortina che circondava le pubbliche amministrazioni, inventammo anche il progetto Chiaro!, finalizzato ad offrire agli uffici tutti gli strumenti utili per implementare flussi comunicativi e utilizzo delle parole negli atti e nei documenti, interni ed esterni. Era il tentativo di rifondare il linguaggio amministrativo, in linea con gli altri grandi Paesi occidentali. 
Da questa visione nacque quella direttiva, dunque, che per la prima volta elencò vere e proprie regole di comunicazione e di struttura giuridica: regole di scrittura del testo pratiche e concrete, non più semplici indicazioni e raccomandazioni. Il ministero della Funzione Pubblica volle in questo modo dare attuazione a quanto già espresso in una legge, la n. 150 del 2000, predisponendo così un’opera di semplificazione e chiarificazione dei protocolli comunicativi in uso presso le pubbliche amministrazioni e che si inserisce nel solco di altre innovazioni legislative nel campo della PA di cui vado orgoglioso. Obiettivo dichiarato di queste iniziative è sviluppare le relazioni tra i cittadini e istituzioni, potenziando e armonizzando i flussi comunicativi interni ed esterni alle PA: è del resto un diritto riconosciuto quello ad una efficace azione comunicativa dell’amministrazione. 
A partire dalla l. 150/2000 e poi dalla direttiva n. 74 del 2002 si inizia a parlare finalmente di comunicazione pubblica non come qualcosa di superfluo, di un vezzo, ma come di un tassello fondamentale al pari dei dipartimenti di relazioni esterne nelle imprese private. Grazie alle linee guida offerte dalla normativa e dalla direttiva in questione, le pubbliche amministrazioni possono quindi puntare a implementare la propria visibilità e la propria immagine. Il testo della 74/2002 si inseriva nel solco di una serie di riforme: dal federalismo fiscale alla semplificazione della PA. Con il combinato disposto della direttiva e delle altre leggi che influenzano il settore si sarebbe sviluppata una coerente politica di comunicazione integrata su tutti i livelli, sia nei confronti dei cittadini che nei confronti delle imprese. Come già scrivevo nella premessa della direttiva, questa “si propone di contribuire al perseguimento, da parte delle pubbliche amministrazioni, di alcune finalità” tra le quali spiccano la “gestione professionale e sistematica dei rapporti con tutti gli organi di informazione”, la “realizzazione di un sistema di flussi di comunicazione interna incentrato sull’intenso utilizzo di tecnologie informatiche e banche dati” e “l’ottimizzazione, attraverso la pianificazione e il monitoraggio delle attività di informazione e comunicazione, dell’impiego delle risorse finanziarie”. Nel testo si stabilisce anche che “la formazione, oltre ad avere il compito di professionalizzare le risorse umane, dovrà essere la leva primaria per rendere omogeneo il livello di preparazione e la capacità del personale impegnato nella comunicazione pubblica”. Scopi della direttiva furono quindi quelli di garantire trasparenza nell’informazione della PA, pubblicizzando atti, documentazioni e processi utili, col vantaggio di ottimizzare l’efficienza e l’efficacia del servizio reso alla cittadinanza. 
La semplificazione dei linguaggi amministrativi, la “Comunicazione trasparente”, pilastri di compliance che vanno incontro a una rivoluzione nel modo di intendere e attuare i rapporti tra cittadini e pubblica amministrazione. Una rivoluzione però ancora difficile da raggiungere pienamente. L’intero sistema è affetto da un morbo cronico che distorce il linguaggio stesso, producendo un idioma parallelo al nostro, fatto di inutili giri di parole, vocaboli complessi, formalismi superflui. Se le neolingue – avvocatese, burocratese, tecnichese – continuano a sopravvivere è perché negli uffici di tutta Italia si continuano a copiare schemi e modelli sempre uguali, anche negli errori o nelle ipertrofie linguistiche, con l’erronea convinzione che la complessità del testo sia essa stessa condizione necessaria e sufficiente per conferirgli validità. Nulla di più sbagliato. 
Una amministrazione pubblica a misura di cittadino sarà possibile solo quando i modelli e le strategie comunicative delle istituzioni verranno adeguati alle esigenze di un mondo ormai velocissimo, di un mercato estremamente dinamico, di una società in continua fibrillazione. Perciò è e sarà sempre più importante fornire una formazione di qualità a tutti gli operatori, programmando inoltre ruoli specializzati e collaborazioni con professionisti qualificati.

7 aprile 2020

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Papa Francesco: 'I valori dello sport per rilanciare lo sviluppo"


Papa Francesco: 'I valori dello sport per rilanciare lo sviluppo" 
Il n.1 del Coni Malagò scrive per l'Ansa: "Orgogliosi delle sue parole"


Nello strano Angelus della domenica delle Palme, senza pellegrini, nella Basilica di San Pietro vuota causa coronavirus Papa Francesco ha pregato per lo sport, chiedendone il rilancio. Il Pontefice lo ha fatto alla vigilia della giornata mondiale che si celebra il 6 aprile, appunto, e il suo messaggio irrompe nel silenzio di una domenica, l'ennesima ormai, senza calcio, senza alcuno sport giocato.

"Lunedì 6 aprile ricorre la Giornata Mondiale dello Sport per la Pace e lo Sviluppo, indetta dalle Nazioni Unite" ha esordito il Pontefice. "In questo periodo, tante manifestazioni sono sospese, ma vengono fuori i frutti migliori dello sport - le parole di Francesco -: la resistenza, lo spirito di squadra, la fratellanza, il dare il meglio di sé. Dunque, rilanciamo lo sport per la pace e lo sviluppo".

Un messaggio di grande speranza che guarda al futuro anche attraverso la ripresa delle attività sportive, per le quali il Papa ha sempre mostrato grande ammirazione e sostegno. Le sue parole sono state infatti accolte con grande soddisfazione dal presidente del Coni, Giovanni Malagò che ha scritto per l'ANSA il suo pensiero. "Le parole di Papa Francesco riempiono di orgoglio e di gioia lo sport e gli sportivi tutti - scrive Malagò -. Per il nostro mondo sono un segnale di grande vicinanza che, per la verità, Sua Santità non ci ha mai fatto mancare, ma che oggi, in un periodo così difficile per tutti noi, risuona con maggiore eclatanza e rispettosa gratitudine".

La giornata mondiale si festeggia il 6 aprile perché nella stessa data nel 1986 "presero il via ad Atene i primi Giochi Olimpici dell'era moderna. Il 6 aprile è la nostra festa" ricorda Malagò. E le parole del Pontefice "rappresentano una simbolica benedizione verso la grande famiglia dello sport che anche da questo messaggio dovrà trarre quella forza d'animo necessaria ad affrontare e a superare le difficoltà di questi giorni attraverso appunto quelle caratteristiche che sono insite nella natura dei veri sportivi: resistenza, spirito di squadra e fratellanza. Soltanto se saremo uniti, potremo vincere questa battaglia. Grazie Papa Francesco per questo appello che il mondo dello sport non potrà esimersi dall'osservare con scrupolosa dedizione".

Fonte Ansa

6.4.20 | Posted in , , , , , , , , | Continua »

Su Mosca no a speculazioni. Così Frattini parla di russofobia, Cina e Nato


Su Mosca no a speculazioni. Così Frattini parla di russofobia, Cina e Nato


Intervista con l’ex ministro Franco Frattini: "La libertà di stampa non si tocca ma non è tempo di paranoie russofobiche. La Nato è essenziale soprattutto sulla frontiera Sud. La vera minaccia resta la Cina"


Gli aiuti russi? Dimostrano la generosità di un Paese da sempre amico dell’Italia e non c’è da fare alcuna speculazione né da eccitare paranoie russofobe. Lo spiega a Formiche.net Franco Frattini, due volte ministro degli Esteri (una durante la guerra di Bush in Iraq), ex commissario europeo, oggi presidente della Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale (Sioi) e presidente di sezione del Consiglio di Stato. 

Che aiuti sono arrivati dalla Russia contro la pandemia di coronavirus? 
Sono aiuti generosi di un Paese che con l’Italia ha mantenuto sempre, anche nei momenti più difficili, eccellenti rapporti. Evidentemente, di fronte alla prima fase dell’emergenza in cui i partner europei quasi ridevano di noi la Russia ha avuto buon gioco a dimostrare una solidarietà più concreta. E non a caso anche gli americani poi si sono affrettati a inviare aiuti. È quindi un’azione in primo luogo giusta e concreta, in secondo luogo, dalla prospettiva del presidente Vladimir Putin, una scelta scaltra: ha dimostrato agli altri Paesi come si possa fare qualcosa di molto concreto in tempi anche molto rapidi. 

È stata una scommessa politica la sua? 
 Di fronte a gesti davvero poco commendevoli come quelli dei Paesi che hanno bloccato gli aiuti destinati all’Italia, la Russia ha giocato la sua partita: ha dimostrato di essere amica dell’Italia. Non farei nessuna altra speculazione. Tant’è vero che poi Putin e il presidente statunitense Donald Trump si sono sentiti e hanno raggiunto un’intesa per l’acquisto di aiuti russi da parte degli Stati Uniti. Il che dimostra che ci sono cose rispetto a cui le solite speculazioni di principio sono sbagliate.

Qual è la sua valutazione della risposta dei ministeri di Esteri e Difesa alle parole del portavoce della Difesa russa contro La Stampa? 
È una dichiarazione ragionevole, il governo non si può mettere in mezzo tra un quotidiano nazionale e il portavoce di un ministero straniero. Hanno fatto bene Esteri e Difesa a richiamare un principio generale che la libertà di stampa.

C’è un però, come ha detto anche lei. Gli Stati Uniti hanno acquistato materiale dalla Russia, in Italia invece abbiamo assistito a qualcosa di molto vicino a parate militari. 
Abbiamo visto strumenti che servivano ad aiutare come medici e macchinari. Francamente non penso proprio che ci sia da eccitare la paranoia dei russi che sbarcano con la scusa del coronavirus. Sono veramente delle cose campate in aria. E qualche giorno fa alla ministeriale della Nato, il nostro governo ha deciso di guardare ai fatti grazie anche a un’intelligence capace di fare distinzione tra gli aiuti sinceri e quelli non. E finora non mi sembra sia uscito fuori qualcosa. Su Mosca no a speculazioni. Così Frattini parla di russofobia, Cina e Nato

Questi aiuti russi hanno un costo politico? La rimozione delle sanzioni?
Penso che le sanzioni siano un errore gravissimo, la mia posizione è nota. Ma devono essere rimosse dopo un dibattito politico e una decisione unanime a livello europeo. Non credo però sia questo l’obiettivo. Penso, al contrario, sia un’ulteriore conferma del fatto che in un mondo assai meno sicuro che in passato, partner come la Russia non vadano visti con sospetto. Serve, invece, impegnarli in azioni comuni. In un mondo che ha visto crollare la globalizzazione a causa del virus, ci mettiamo anche a fare le Guerre fredde?

Dovremmo ripensare la Nato?
La Nato, che è il nostro strumento di sicurezza collettiva, deve fare molto di più sul fronte della politica di prevenzione e per la stabilità del Medio Oriente. E deve rafforzare quegli strumenti di azione rapida per le emergenze non tradizionali come queste.

E il rapporto con la Russia?
La Nato non ha cancellato quello strumento che creammo nel 2002, cioè il consiglio Nato-Russia. Non si è più riunito dopo i fatti dell’Ucraina ma esiste ancora. Riaprire un dialogo su temi strategici è assolutamente necessario. Anche perché la Nato stessa ha tutti gli strumenti per individuare eventuali comportamenti ostili per alcuni membri come la Polonia per esempio. La Russia deve essere assolutamente coinvolta sulla Siria e sulla Libia. E su quest’ultimo tema è fondamentale, non fosse altro perché sostiene il generale Khalifa Haftar e le sue forze, che ora si trovano in posizione di forza, mentre noi stiamo cercando una conciliazione nazionale tra le due parti.

Quanto, invece, agli aiuti cinesi: possiamo fidarci? La Cina è certamente più problematica della Russia visto che ha ormai una vocazione da prima potenza mondiale: vuole superare gli Stati Uniti, non ci riuscirà, ma ha ambizioni da numero uno. Risponde a logiche espansionistiche e ha nel mirino un’area dove ci sono interessi occidentali molto forti ben più ampia di quella su cui la Russia tenta di mantenere la sua influenza e in cui comunque la Nato è presente. Invece, se pensiamo a Paesi come il Vietnam, l’India, il Giappone, la Corea del Sud vediamo che c’è un’enorme fetta di mondo su cui la Cina ha messo gli occhi.

E la Via della seta?
Non è gratis nemmeno quella. È un progetto politico di presenza e di influenza, non è un progetto economico per regalare infrastrutture all’Occidente. Per questo guarderei alla Cina con molta più attenzione rispetto a quanto si fa con la Russia, come mi sembra che anche la Nato stia facendo.


Intervista di Gabriele Carrer 
4 aprile 2020

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Coronavirus -Frattini a Sky tg24: Da Ue né unità né coordinamento



Coronavirus: Franco Frattini interviene a Sky tg 24 

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Roma, 29 marzo 2020

30.3.20 | Posted in , , , , , , , , , , | Continua »

Coronavirus: Frattini a "Il Tempo" l'Europa ci sta prendendo in giro

Coronavirus: Frattini a "Il Tempo" l'Europa ci sta prendendo in giro

"È clamoroso che in questa fase così delicata il presidente della Commissione Europea, forse per la prima volta nella storia, prenda una posizione di parte per il suo Paese su una materia che non doveva essere nelle mani della Commissione". Franco Frattini, già Ministro degli Esteri con Silvio Berlusconi, parla a "Il Tempo" e non fa sconti a Ursula von der Leyen dopo l'improvvisa uscita sui 'coronabond' che sarebbero solo 'uno slogan' e non uno strumento allo studio delle istituzioni continentali. Le parole della von der Leyen pesano. "Lei dice che la Germania ha i suoi satelliti che hanno ragioni per dire no ai Coronabond, dice che la Commissione preparerà cose diverse perché quello è uno slogan, facendo una cosa grave perché mai un Presidente di Commissione parteggia in questa maniera prima che si sia presa la decisione ufficiale. Anche perché i capi di governo non avevano incaricato lei, avevano incaricato l'Eurogruppo di prendere l'iniziativa e fare una proposta nei prossimi 15 giorni". "Quindi - continua - una doppia, grave violazione rispetto a quelli che sono i tradizionali confini in cui si deve muovere la Commissione Europea, una sulla sostanza e una sull'aver sbagliato addirittura la forma. Le reazioni che ci sono state credo siano perfettamente sintetizzabili non nelle parole che i politici italiani magari possono avere di sostegno delle azioni di governo, ma nelle parole del più grande presidente di Commissione Europea tuttora vivente, il presidente Delors, che è un signore di 94 anni che da lungo e lungo tempo taceva e che si è sentito in dovere di uscire con un comunicato ufficiale dicendo che se viene meno la solidarietà europea è un pericolo mortale per l'Europa. Detto da Jaques Delors, che è quello che ha creato i passaggi politici più importanti nella storia degli ultimi 40 anni della Commissione Europea, è molto significativo". 

Secondo Frattini "la Commissione Europea non solo crea sconcerto nei 14 Paesi che chiedono solidarietà europea, ma lo fa senza nemmeno ricordare che soltanto pochi giorni fa era stata decisa una procedura diversa". Queste due settimane di stallo rischiano di essere una perdita di tempo insostenibile in un momento di grave emergenza sanitaria. "Ho partecipato a centinaia di vertici internazionali, quando non c'è un accordo e si sa già che l'accordo non ci sarà, si propone o di fare una commissione tecnica o di rivedersi tra 15 giorni. Qui hanno fatto di meglio, hanno affidato l'incarico ai ministri delle Finanze. È mai pensabile che questi smentiscano i loro capi? Quando i capi di governo hanno appena detto che non c'era accordo è mai pensabile che i ministri che dipendono dai capi di governo diranno tra 15 giorni una cosa diversa? Quindi è stato il gesto furbesco di Germania e satelliti della Germania. Una cosa che io ritengo scandalosa è che uno di questi signori che dovrebbero decidere tra 15 giorni, il ministro delle Finanze dell'Olanda, ha pensato bene di cogliere l'occasione di proporre un'inchiesta sui Paesi del sud dell'Europa, perché non hanno risparmiato quando potevano". "Tirare fuori una cosa del genere - aggiunge - da parte di uno di quelli che dovrebbe, secondo il mandato ricevuto, trovare una soluzione è una cosa che si commenta da sola. E stata una decisione del tutto furbesca, sapendo tutti perfettamente che tra 15 giorni non accadrà nulla. Anzi, saranno 15 giorni perduti e purtroppo il virus non si ferma". Anche all'interno del governo italiano ci sono due linee, con Conte più duro e Gualtieri più accomodante nei confronti dell'Europa. "Dopo le parole che ho sentito l'altra sera del Presidente della Repubblica, dopo che Conte ha detto che magari che se questi continuano noi facciamo da soli, credo che la linea sia quella. Non so se Gualtieri in cuor suo pensi ancora che il Meccanismo europeo di stabilità, e quindi la Troika in casa dei Paesi membri, potrebbe essere una soluzione, ma avendo ascoltato le parole del Capo dello Stato e del Capo del Governo credo che la linea condivisa sia che oggi un Meccanismo europeo di stabilità con le condizionalità tradizionali, quindi la Troika in casa, non è nemmeno proponibile". Per quanto riguarda invece l'intervento di Mario Draghi, "conosco da talmente tanti anni Mario Draghi che so benissimo che lui di sicuro non si candida a nulla. Ha proposto una ricetta intelligente che è l'unica soluzione possibile, non è la ricetta Draghi ma è la ricetta che serve. E lui da presidente della Banca Centrale, ricordiamocelo, era stato un teorico del rigore. Ma siccome le condizioni sono profondamente cambiate, da persona intelligente adatta le ricette alle situazioni. Quindi penso che tirarlo per la giacchetta da un lato o dall'altro, magari per esorcizzarlo e invitarlo a stare alla larga, sia proprio la cosa più sbagliata di tutte", ha concluso Frattini.

Fonte Agenzia Nova






30.3.20 | Posted in , , , , , , , , , , , , | Continua »

L’Italia abbandonata dalla madre Europa. Intervista a Franco Frattini sul momento più buio dei nostri giorni

L’Italia abbandonata dalla madre Europa. Intervista a Franco Frattini sul momento più buio dei nostri giorni
Intervista di Giovanni Gregori


L’Italia mi ricorda in questo momento uno di quei cuccioli abbandonati dal padrone sulle afose strade estive, lasciato a girovagare nella calura dopo aver dato un’occhiata lacrimosa alla persona a cui fino al giorno prima aveva fatto le feste. L’Europa in questo momento incarna l’odiosa figura di quello che dimentica volutamente il cane per andarsi a fare le vacanze, vacanze brevi, anzi forse neanche iniziate. Il virus si è diffuso e ha permeato i gangli di un’Europa ostile e scellerata. Nello scaffale della libreria due mie tesi, una vicina all’altra, tecnicamente lontane come argomenti ma i cui due titoli messi insieme mi fanno riflettere: Ut unum sint (sull’Unione europea) e Geopolitica delle lacrime (sulla fenomenologia del jihad). Dopo pochi anni quella parvenza di Europa unita, che si era trovata impreparata di fronte al il virus del terrorismo islamico, si ritrova disperata nella lotta contro il COVID19; un rompete le righe, un tutti contro tutti, una fuga isolata e spasmodica difficile da perdonare. Tra tanti infettivologi, comunicatori, sociologi del web, molti di questi capaci di argomentare su ogni cosa, decido di chiedere un parere ad una personalità che l’Europa e, direi, il mondo intero li ha vissuti come figura istituzionale in prima linea: il Professor Franco Frattini. Tra le sue innumerevoli cariche è stato due volte Ministro degli Esteri, vice presidente della Commissione Europea, ora docente e rettore di Relazioni Internazionali, Presidente di sezione del Consiglio di stato e Presidente della SIOI. 

La prima domanda che rivolgo a lui, approfittando della sua cordialità e della disponibilità, forse è un po’ cruda ma pertinente alla situazione. 

Professore, l’Italia è stata abbandonata a sé stessa. Dove è finita la solidarietà e l’unità europea, quella che chiedeva De Gasperi citando “Ut unum Sint” nel 1953? A questo punto sembrerebbe che l’Italia dovrà confrontarsi e magari cooperare con gli Stati Uniti, Russia e Cina
L’ideale di De Gasperi di Shuman e di Adenauer purtroppo rischia di dissolversi perché personalità di quel tipo non ci sono più. Come non ci sono più neanche i Mitterand, i Kohl, la stessa Tatcher, gente che negli anni ottanta e negli anni novanta aveva, con difficoltà ma con successo, tenuto vivo l’ideale Europeo. Quando sento dire che durante il Consiglio Europeo, nel pieno di una tragedia mondiale come quella che stiamo attraversando, il Premier Olandese e il Premier Finlandese vogliono porre veti, dicendo che i propri debiti ognuno se li paga da sé e che a loro della solidarietà europea poco interessa, immagino che il povero De Gasperi si rivolti nella tomba. Nella statura di questi “non leader” c’è il rischio di vanificare completamente il sogno Europeo. È chiaro che oggi, ancor prima di contare su dei rapporti fondamentali con USA e Russia, che hanno dimostrato di darci aiuti anche concreti, così come la Cina, dovremmo usufruire degli strumenti europei che ancora potrebbero funzionare: la BCE, se mettesse davvero sul campo settecentocinquanta miliardi di euro si avvicinerebbe molto alle misure imposte dal bazooka di Draghi. Manca però tutto il resto: l’Europa politica, l’Europa delle decisioni comuni che francamente non esiste in questo momento. Forse questa volta c’è un po’ più l’idea di un mediterraneo che si ritrova unito perché Francia, Spagna, Grecia, Italia e Portogallo sono tutti d’accordo; in compenso abbiamo i “soliti nordici” che non capiscono affatto che domani tutta questa tragedia potrebbe capitare a loro. Tutto questo apre un pessimo precedente, perché noi siamo stati lasciati soli dinanzi alla tragedia dell’immigrazione e dei rifugiati e adesso ci ritroviamo nella stessa condizione di abbandono, magari non in questi giorni ma all’inizio dell’epidemia quando si diceva: “se la son beccata gli Italiani e gli Italiani se la tengono”. Sono state intercettate delle forniture sanitarie destinate all’Italia bloccate da paesi europei per non farcele arrivare. Cose impensabili. Oggi, ovviamente, tutti hanno capito che l’epidemia è arrivata in casa loro, non solo in casa nostra, però il segnale che l’Europa ha dato inizialmente è davvero devastante e spero che in queste ore il Consiglio europeo abbia un’illuminazione, cioè si renda conto che se continuano a mettere i veti su questioni di questo tipo si arriverà alla fine di ciò che l’ideale europeo rappresenta. È inutile poi mettersi a ragionare di procedure e di questioni tecniche. Mi auguro che le istituzioni europee, la Von der Leyen, il Presidente del Parlamento Europeo, che è anche un italiano, possano spingere per una decisione più lungimirante, cioè che non faccia scoraggiare quelli come me che ancora credono nell’Unione Europea. 

Italia e Spagna battono i pugni sul tavolo, chiedendo più vigore nel sostenere la situazione emergenziale e hanno respinto le proposte degli altri paesi nordici. Il Presidente Conte ha dato un ultimatum di dieci giorni di tempo di per rivedere strumenti ormai vecchi di salvaguardia economica europea, direi inesistenti. Possono essere un tempo sufficiente? 
Quando non ci sono gli accordi (io ho partecipato a centinaia di vertici europei internazionali) qualcuno dice: “prendiamoci una settimana di tempo per trovare una soluzione”. Se non si è trovata oggi, non si troverà neanche tra dieci giorni, questo è chiaro. Occorre la politica. Se la politica europea è imprigionata da egoismi assolutamente inaccettabili, sarà una strada difficilissima da percorrere; gli olandesi sono quelli che vogliono l’immunità di gregge, cioè sostengono di far ammalare tutti gli abitanti al fine di trovare la difesa contro il virus e potrebbero portare così a dimezzare la loro popolazione. E questo che vogliono? Sono cose talmente pazzesche che persino Johnson, che lo aveva detto, adesso ha istituito il blocco totale di tutta la Gran Bretagna. Gente che ragiona in questa maniera, che pensa che ognuno si possa fare gli affari propri in una casa comune, francamente non fa bene all’Europa. Non posso avere in casa mia un inquilino che mi dice: “Quando rimani fuori di casa, rimani fuori di casa. Poi, quando tutto va bene puoi rientrare.” Questo non funziona proprio. 

L’aumento del debito pubblico e la cancellazione del debito privato secondo la ricetta Draghi è una giusta visione? Il bilancio dello stato può essere la mascherina protettiva dell’economia per gli italiani? 
Oggi è l’unica visione possibile, l’unica soluzione. In realtà il Presidente Draghi aveva fatto del suo, quando era Presidente della Banca Centrale Europea e aveva salvato l’Euro. In quella fase, tutti lo ricordiamo come un grande difensore del rigore, non certo del debito pubblico. Lavorava con successo per tenere bassa l’inflazione, per evitare che gli stati si indebitassero; appare chiaro che ogni momento però ha la sua ricetta, come hanno affermato tutte le forze politiche italiane. Non chiamiamola ricetta Draghi, è la soluzione necessaria per questo momento terribile di crisi. Il governo federale americano ha messo sul tappeto duemila miliardi di dollari. Non ci vogliono singole posizioni ma valutazioni generali. Oggi si può fare solo cosi: lo stato deve assumere debiti ulteriori perché noi siamo lo Stato e non un piccolo paese, siamo l’Italia, come la Gran Bretagna, gli Stati Uniti, la Francia. La stessa la Germania ha messo in campo un’altra enorme quantità di aiuto pubblico, questa è la soluzione. Il Presidente Draghi ha ricordato ai governanti: “Io che ero il difensore del rigore e della regola dell’inflazione bassa, oggi vi dico che bisogna spendere denaro pubblico altrimenti le economie muoiono.” Penso quindi che su questa via non ci siano oggi obiezioni, non a caso la stessa Germania ha in qualche modo cercato di sedare i soliti falchi europei scatenati, che ancora continuavano con il ritornello del rigore a tutti i costi. La Merkel ha riposto sul piatto non so quante centinaia di miliardi, mettendo a tacere un po’ tutti. 

La situazione che stiamo vivendo sul fronte sanitario può spingere ad una revisione del trattato di Maastricht e altri trattati attraverso un nuovo patto federativo fra stati europei?
Escludo l’ipotesi di rivedere il Trattato di Maastricht o i trattati europei. Se non c’è capacità di un accordo unanime nemmeno sull’aiuto d’emergenza per fare i coronabond o per fare gli eurobond, per un periodo limitato e per contenere una pandemia, è impensabile immaginare che ci si possa mettere intorno ad un tavolo per cambiare un trattato di una portata del genere. 

In un suo post su Twitter Professore lei scrive: “L’Olanda blocca l’eurogruppo, veto sui coronabond, ci ricorderemo di questa Europa.” Che Europa ci ricorderemo? 
Ci ricorderemo un’Europa degli egoismi, un’Europa in cui ci sono un manipolo di paesi che, a costo di mandare a picco l’ideale per cui l’Unione è nata, decidono di tenersi il proprio gruzzoletto per loro stessi senza pensare che, se cade l’idea di Europa, prima o poi cadranno anche loro. Vorrei vedere la Finlandia andare in giro per il mondo a competere e negoziare con la Cina o con l’India. Non si rendono forse conto che qui non stiamo parlando di piccole e marginali questioni: se vanno in crisi l’Italia, la Francia o la Spagna, saranno i finlandesi o gli olandesi a sostenere il peso dell’Europa rispetto alla Cina, l’India o alla Corea. È una visione di assoluta miopia istituzionale e noi dovremmo ricordarci che purtroppo c’è poco spazio per questa Europa confederale o stati uniti d’Europa di cui si parla, di quello che fu il sogno di De Gasperi. 

Professore, da giurista mi dia un parere sull’annoso dilemma sui poteri tra il governo centrale e le regioni. Oggi vediamo problematiche in tema di emergenza sanitaria. I rapporti tra governo e parlamento non sarebbero’ da rimodulare secondo concezioni di democrazia rappresentativa affiancate dalla democrazia diretta? Io sono sempre stato favorevole nel riparto delle competenze tra stato, autonomie territoriali e regioni ma ci sono temi che sono troppo comuni a tutta l’Italia per poter essere affrontati diversamente dall’uno e dall’altro territorio e questo certamente riguarda l’emergenza. Quando ci sono le situazioni come quella che stiamo vivendo, non a caso c’è la Protezione Civile Nazionale ed esiste ciò che la Costituzione chiama “poteri di indirizzo e coordinamento del Presidente del Consiglio”. Questi poteri non vogliono dire però sostituzione rispetto alle regioni, vogliono segnalare la funzione di indirizzo e coordinamento per cui, se una regione chiude tutto non è possibile che la regione vicina tenga aperto e che soprattutto, non essendoci frontiere tra regione e regione, la gente si trasferisca favorendo il contagio, come purtroppo è accaduto. Certamente questo è il passaggio più delicato di tutti perché siamo in piena emergenza e non dovremmo rimodulare i rapporti tra stato e regioni; dobbiamo pensare ad un futuro in cui questa situazione tragica non ci sarà più. In questo momento è giusto applicare il decreto emergenziale ma bisogna pensare ad un ritorno alla normalità. Nella normalità non è possibile che lo stato centrale faccia tante cose che le singole regioni possono fare autonomamente, è giusto però che lo Stato si riprenda cose che purtroppo le regioni si sono accaparrate nel corso degli anni: penso alle grandi infrastrutture energetiche, al trasporto di livello nazionale. È chiaro che ci sono temi che presuppongono l’unità di indirizzo dello Stato e l’emergenza sanitaria non può che essere statale, al fine di gestire in maniera uniforme i pochi strumenti a disposizione: dove mettere i ventilatori, dove mandare i medici d’emergenza, dove aprire un nuovo ospedale ecc. Sperando che l’emergenza passerà, non si tenti con questa normativa d’urgenza di dare un assetto stabile alla Costituzione del paese; ci sono state conferenze costituzionali, dibattiti parlamentari sulla riforma della Costituzione, non basta uno schiocco di dita per cambiare questo assetto. Facciamolo fino a che l’emergenza non sarà finita. 

Il coronavirus cambierà per sempre i nostri libri di storia? 
Il coronavirus cambierà i nostri libri di storia, perché è una tragedia paragonabile forse a quella che gli Italiani hanno sofferto durante la seconda guerra mondiale e gli americani giudicheranno seconda solo all’11 settembre. Il livello di dimensione e di gravità è immenso. Questa pandemia però, ci insegnerà che si devono rispettare semplici regole spicciole, basilari: se ti dicono di non andare a correre, pensare di eludere il divieto inventandoti qualche scusa può diventare un problema per gli altri. Cambieremo la nostra mentalità, quella stessa che porta molte persone a parcheggiare in terza fila senza preoccuparsi di nulla. Stavolta in ballo c’è la nostra vita. In ultima cosa, sono felicissimo di vedere che in questi giorni in Campania, dove il governatore sceriffo De Luca è sceso in campo personalmente, i contagi aumentano in misura più contenuta. Si può dire che, con la carota ed il bastone, in una regione in cui si temeva il dilagarsi del contagio, le persone abbiano recepito il messaggio. 


Ringrazio il Professor Frattini, come sempre persona illuminata e competente. Dopo aver sentito per giorni dotti medici e sapienti di facebook, l’eloquio del professore ha riconciliato la mia mente. Per una questione scaramantica separo i due volumi delle mie vecchie tesi. Vicino a quella riguardante l’Unità dell’Europa trovo Confessioni di una maschera di Yukio Mishima, (avrebbe dovuto chiamarsi magari Confessioni di una mascherina, se fosse stato scritto al giorno d’oggi) e nella collocazione dell’altro volume “Geopolitica delle lacrime” scelgo di affiancarlo a Psicomagia di Jodorowsky. Come invertire la rotta delle nostre paure, sciogliere i nodi del nostro malessere, semplicemente restando a casa. Andrà tutto bene.

29.3.20 | Posted in , , , , , , , , , | Continua »

EU left Italy ‘practically alone' to fight coronavirus, so Rome looked for help elsewhere, incl Russia – ex-FM Frattini to RT

EU left Italy ‘practically alone' to fight coronavirus, so Rome looked for help elsewhere, incl Russia – ex-FM Frattini to RT

The EU’s initial response to the massive outbreak of coronavirus in Italy was largely “inadequate,” and a lack of European solidarity opened the doors for Russia and China, former Italian Foreign Minister Franco Frattini told RT. 

The new epicenter of the dreaded pandemic, Italy, has been struggling to stop the spread of Covid-19 for weeks now. The disease has already killed more than six thousand people in the country, with over 60 thousand people infected. 

EU tried to pin the blame on Italy
The EU clearly underestimated the virus, blaming the outbreak in Italy on its national healthcare system flaws, according to the two-time foreign minister and OSCE representative. As a result, Brussels, which preaches pan-European solidarity, failed to act when this solidarity was needed in the face of a crisis that eventually affected the entire bloc. Frankly speaking, Brussels is not doing enough. At the very first moment, Italy was practically alone against the virus. Many said it was all because of the Italian habits, because Italians do not respect the rules. Suddenly, they realized all the other countries were equally affected. The situation in other major EU states like Germany and France deteriorated rapidly, forcing them to deal with thousands of infected on their own soil. “Everyone just focused on the situation at home before even thinking about helping others,” Andrea Giannotti, the executive director of the Italian Institute of Eurasian Studies, told RT.

25.3.20 | Posted in , , , , , , , , , , | Continua »

Coronavirus, c’era una volta l’Europa

A Berlino si è deciso di cancellare in un attimo la convenzione di Schengen, simbolo di un accordo storico per una nuova Unione senza confini 
DI STEFANO FOLLI

Tutti coloro che per lunghi anni hanno creduto nell'Europa oggi devono cerchiare la data sul calendario con un lapis nero, in mancanza del sassolino ugualmente nero usato dagli antichi romani per segnalare i giorni funesti. E la ragione va cercata a Berlino. Lì, nella capitale della nazione egemonica in Europa, il perno dell'architettura economica e istituzionale su cui si regge l'Unione, lì si è deciso di cancellare in un attimo la convenzione di Schengen...



16.3.20 | Posted in , , , , , , , | Continua »

Un’autocertificazione per chi sfama i randagi

Un’autocertificazione per chi sfama i randagi

In epoca di Coronavirus c'è chi pur rispettando l'obbligo di restare a casa e di uscire solo se strettamente necessario si preoccupa di sfamare gli animali randagi.






15.3.20 | Posted in , , , | Continua »

Una nuova conferenza di Palermo per provare ad avere un ruolo in Libia. Parla Frattini

Una nuova conferenza di Palermo per provare ad avere un ruolo in Libia. Parla Frattini
Il Foglio 
22 gennaio 2020


Una nuova conferenza di Palermo, è la proposta che il due volte ministro degli Esteri Franco Frattini, già vicepresidente della Commissione UE, lancia dalle colonne del Foglio come unica via italiana per uscire dall'isolamento e giocare un ruolo in Libia. 

"La spartizione in due aree, Tripolitania e Cirenaica, sotto le influenze turca e russa, sarebbe l'esito più drammatico per i nostri interessi regionali. Il governo italiano dovrebbe convocare i paesi della sponda nord e sud dell'Iniziativa 5+5: solo in una dimensione mediterranea possiamo tornare a contare". 

All'indomani del vertice di Berlino, l'idea di una forza di interposizione europea pare definitivamente sfumata. "In Libia i due principali mentori, Erdogan e Putin, non gradiscono disturbatori europei, e hanno gioco facile visto che l'Europa non c'è: la Germania è intervenuta in ritardo, la Francia continua a intralciare ogni piano italiano. Nella situazione attuale la Russia è l'interlocutore più affidabile perché condivide con noi l'interesse del terrorismo e dell'immigrazione clandestina; inoltre, al contrario di Erdogan, Putin non ha la necessità di rafforzare ulteriormente la propria presenza in medio oriente ne deve agire da protettore naturale della Fratellanza musulmana schierata con Tripoli". 

La partita energetica non è secondaria: la Turchia ha sottoscritto con Sarraj un memorandum per lo sfruttamento delle risorse marittime. "Ankara considera da sempre il Mediterraneo orientale come un prolungamento della propria sovranità, perciò ostacola le esplorazioni offshore al largo di Cipro. A febbraio dello scorso anno una nave dell'Eni, impegnata in attività di perforazione nella zona economica esclusiva di Nicosia, è stata bloccata da un'unità militare turca. L'Italia rischia di restare schiacciata tra le ambizioni espansionistiche turche, in accordo con Sarraj, e le mire di Haftar che blocca le esportazioni petrolifere per piegare la National Oil Company". 

Secondo la cancelliera tedesca Merkel, a Berlino si sarebbero compiuti "piccoli passi avanti". 
"Io parlerei piuttosto di piccolissimi passi - prosegue Frattini - E' un fatto importante avere raccolto tutti gli attori nello stesso luogo, anche se non allo stesso tavolo. La presenza contestuale di Putin e Erdogan ha dato legittimazione all'intero vertice. Tuttavia il mancato invito alla Tunisia è un grave errore imputabile al protocollo tedesco". 

Non c'era neppure la Grecia, per il veto turco. 
"Questo è un errore di sostanza politica. Atene ha una storia di rapporti complicati con la Turchia, il paese che nella vicenda libica svolge la parte del leone: detta tempi e modi, ribadisce la volontà di non ritirare le truppe, a Berlino Erdogan è andato via tré ore prima della fine del vertice. La Grecia, per ragioni geografiche, è il paese destinatario dei flussi migratori provenienti dal territorio turco ed è stata direttamente toccata dall'intesa stipulata tra Erdogan e Sarraj sulla questione del Mediterraneo orientale, un'area che la Turchia rivendica". 

Come lei ricordava, i due contendenti, Sarraj e Haftar, non si sono incontrati ne hanno firmato il cessate il fuoco. 
"La fine dello scontro armato dipenderà dalla loro volontà. Se assisteremo a una stabilizzazione temporanea, non sarà merito del vertice berlinese dal quale Sarraj esce indebolito visto che il maresciallo di Bengasi è stato, di fatto, equiparato al premier riconosciuto. Nel documento finale si accenna a una cabina di sicurezza a due ma le posizioni restano molto distanti: pur nell'ipotesi di un governo di unità nazionale, chi andrebbe a presiederlo?". 

Forse l'unica, vera proposta uscita dal vertice di tregua è che la missione navale Sophia, varata nel 2015, torni in mare. "E' una buona notizia dal momento che Sophia ha finito per svolgere una funzione umanitaria: soccorreva i migranti in alto mare e li faceva sbarcare nei porti italiani. I contorni dell'iniziativa però rest
ano incerti".

Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio si è affrettato a spiegare che Sophia dovrà bloccare le armi, non recuperare barconi. "Serve una base giuridica apposita perché una missione incaricata di svolgere pattugliamento marittimo possa essere destinata al blocco delle armi. L'intercettazione del traffico vietato prevede controlli, verifiche, ispezioni forzose e sequestri: senza una nuova regola di ingaggio che autorizzi il ricorso alla forza, tali operazioni, al di fuori dei confini marittimi europei, equivarrebbero ad abbordaggio piratesco. E' necessaria una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'Onu". 

A detta di Haftar, 41 dei 2.400 combattenti siriani filoturchi spediti da Erdogan si sarebbero spostati in Italia: finti migranti, puri jihadisti. "Non darei eccessivo credito ai messaggi apocalittici scagliati come minacce nei momenti di tensione. I nostri servizi di intelligence sono in grado di individuare eventuali infiltrazioni. E' tuttavia innegabile che a una instabilità maggiore corrisponda un rischio maggiore di terrorismo. Nel documento finale di Berlino non si accenna al problema delle milizie: saranno reintegrate o annientate? Più le milizie prosperano più aumenta l'instabilità con i pericoli connessi". 

Annalisa Chirico

Foto La Presse 

22.1.20 | Posted in , , , , , , , , , | Continua »

Frattini: “Di Maio vuole dall’Ue la completa revisione ​​​​​​​delle sanzioni a Putin”

Frattini: “Di Maio vuole dall’Ue la completa revisione ​​​​​​​delle sanzioni a Putin”
E sulla Libia: «Dialogare con Mosca e Ankara» 


Franco Frattini, magistrato e presidente dell' Associazione italiana per l' Onu-SIOI, è stato due volte ministro degli Esteri nei governi Berlusconi e Commissario europeo. Il suo è uno dei nomi più accreditati per l'incarico di inviato speciale dell'Italia in Libia. In questi giorni i suoi consigli sono molti utili al ministro degli Esteri Luigi Di Maio. La chiave per capire come intenda muoversi Roma sta in quello che lo stesso Di Maio ha confidato a Frattini: il responsabile della Farnesina ha chiesto all'Alto rappresentante Ue Borrell di ridiscutere le sanzioni alla Russia. 

Qual è il senso di questa mano tesa a Putin, sapendo che ci metteremo contro Trump? 

«A noi la Russia serve moltissimo per difendere i nostri interessi nazionali. Di Maio ha fatto un passo molto importante con Borrell. Un passo che avremmo dovuto fare tre, quattro anni fa. Noi avremmo dovuto dire basta con le sanzioni». 

Pensa che Borrell metterà il tema delle sanzioni all' ordine del giorno a Bruxelles? 

«Conoscendolo bene, visto che da commissario europeo ho lavorato con lui, credo proprio di sì». 

A parte Trump, anche Merkel e Macron saranno contrari a mettere in discussione le sanzioni a Mosca. 

«Può darsi, ma almeno si saprà da che parte stiamo noi e da che parte loro». 

Scusi, da che parte dovremmo stare noi? Ci spieghi perché adesso dobbiamo stare dalla parte della Russia? 

«Noi dobbiamo stare dalla parte dei nostri interessi nazionali come fanno gli altri Paesi, ma abbiamo un at out che gli altri non hanno, cioè possiamo parlare in amicizia con tutte le parti in causa sia in Libia sia in Medio Oriente. Noi come Italia possiamo avere un ruolo di mediazione nei conflitti. In ogni caso dobbiamo farci sentire ai tavoli delle potenze che hanno in mano le sorti di un Paese a poche miglia dalle coste italiane. In Libia abbiamo interessi di primaria grandezza, energetici, migratori, ma anche rapporti politici e di amicizia di lunghissima durata». 

Forse meglio dire "avevamo". Noi abbiamo sostenuto Sarraj, ma ora Di Maio pensa che Sarraj ci abbia tradito con la Turchia e apre ad Haftar. Abbiamo cambiato alleato? 

«Ho parlato con Di Maio e lui non parla di alleanza con Haftar ma si rende conto degli errori del passato: non possiamo schiacciarci su Sarraj. Il ministro degli Esteri si rende conto che potremmo avere una sponda forte a Mosca e allora perché appiattarsi con una delle parti quando possiamo aiutare gli uni e gli altri? La conferenza di Palermo sembrava che avesse segnato un equilibrio tra le due parti e ci siamo buttati tra le braccia di Sarraj». 

Con gli Stati Uniti che avevano promesso al premier Conte sostegno in Libia. 

«Gli americani avevano detto "bravi, occupatevi della Libia", ma poi ci hanno lasciato soli. Ecco perché dobbiamo discutere con la Russia, rimettendo in discussione le sanzioni economiche, e anche con la Turchia. Dopodomani (domani per chi legge, ndr) a Sochi si incontreranno Putin, che sostiene Haftar, ed Erdogan, che ha mandato i suoi soldati in difesa di Sarraj: decideranno il futuro della Libia, come hanno fatto per la Siria. Speriamo che la Libia non venga spartita in due, ma è tra le ipotesi in campo. Ecco perché dobbiamo riaprire la discussione pure con Ankara e difendere il lavoro di Eni. È stato un errore chiudere la porta in faccia alla Turchia come hanno fatto nel 2003 Chirac e Schröder». 

Insomma la piccola Italia a suo parere può diventare una potenza regionale, da sola, senza l'Europa. Questa logica vale anche per la vicenda iraniana? 

«Sì. Noi in Iraq abbiamo mille soldati. Va bene, siamo leali con gli Stati Uniti ed è giusto decidere anche con gli altri Paesi europei se rimanere. Ma una volta ribadita la nostra lealtà, dobbiamo poter dire come la pensiamo su certe iniziative come l'uccisione di Soleimani». 

Allora Di Maio ha fatto bene a prendere le distanze da Washington? 

«È una mossa ragionevole se il passo successivo sarà quello che io suggerisco: ridare all'Italia un ruolo di pontiere. Con l'Iran abbiamo un rapporto consolidato da sempre. Senza nulla togliere alla nostra forte amicizia con Israele, dobbiamo avere una posizione autonoma. Vediamo se gli iraniani ci snobberanno e se gli americani diranno che li abbiamo pugnalati alle spalle. Io so che il ministro degli Esteri iraniano sta facendo molte telefonate ai Paesi occidentali e spero che una la faccia anche a Roma. Francesi e tedeschi hanno fatto sponda con la Cina invece di fare un vertice subito per cercare l'unità europea». 

Lei pensa che Trump in questo momento ci voglia tra i piedi nel ruolo di pontieri e pompieri? 

«In un momento in cui molti degli alleati europei stanno esprimendo contrarietà al raid americano, Trump ha contro la Russia, la Turchia e la Cina. Nello scacchiere mediorientale, oltre Israele, hanno dalla loro parte i sauditi ma rischiano di imbarcarsi in una polveriera. Noi abbiamo un filo da riagganciare con gli iraniani».

8.1.20 | Posted in , , , , , , , , , , , , , , , | Continua »

Iran, l’Italia preziosa nella mediazione. Frattini spiega a quali condizioni

Iran, l’Italia preziosa nella mediazione. Frattini spiega a quali condizioni
di Gabriele Carrer


Conte deve trovare unità in Parlamento e il presidente Mattarella potrebbe convocare un Consiglio supremo di Difesa: serve una linea condivisa. L’Italia vanta un credito verso l’Iran: può tornarci utile mediare per Trump e ritrovare la sua fiducia dopo il flop libico. Conversazione con Franco Frattini, due volte ministro degli Esteri, ex commissario europeo, oggi presidente della Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale (Sioi) e presidente di sezione del Consiglio di Stato 


L’Italia può avere un ruolo nella mediazione tra Stati Uniti e Iran ma serve un passaggio parlamentare e un Consiglio suprema di Difesa che ci facciano esprimere con un’unica voce. La mancata telefonata del presidente Donald Trump al premier Giuseppe Conte dopo l’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani? Paghiamo la delusione degli Stati Uniti causata dalla nostra incapacità di assumere la leadership in Libia. Sul ruolo dell’Italia e dell’Unione europea in questa crisi tra Stati Uniti e Iran abbiamo chiesto l’opinione di Franco Frattini, due volte ministro degli Esteri (una durante la guerra bushiana in Iraq), ex commissario europeo, oggi presidente della Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale (Sioi) e presidente di sezione del Consiglio di Stato.

Che cosa dovrebbe fare il governo in questo momento?

In primo luogo promuovere attraverso un dibattito parlamentare un’unità di tutto l’arco affinché l’Italia esprima con una sola voce. Abbiamo sentito quella di Matteo Salvini, quella di Giorgia Meloni, quella di Nicola Zingaretti, non si capisce quale sia la posizione dei 5 Stelle. Da un lato il ministro degli Esteri Luigi Di Maio fa osservazioni di buon senso, dall’altro vedo che un altro dei leader del Movimento, Alessandro Di Battista, sta partendo per Teheran – e forse non è il momento migliore. Se l’Italia trovasse una posizione convergente, avrebbe la forza di chiedere che un consiglio dei ministri degli Esteri, se non dei capi di Stato dell’Unione europea cercasse di avvicinare le posizioni tra i Paesi membri, oggi molto lontane. Il che rende l’Europa irrilevante. Almeno finora. 

Forse i continui appelli a una missione europea, pensiamo a quelli di Massimo D’Alema e del premier Giuseppe Conte, rivelano una mancanza di proposte. 

Certo. Rivelano che ogni Paese amerebbe moltissimo scaricare a qualcun altro la questione, in questo caso all’Unione europea. C’è un piccolo particolare: l’Unione europea non c’è. Osservazioni di ordinario buon senso come quella di Joseph Borrell, Alto rappresentante Ue, si scontrano con l’evidenza che per essere mediatore devi essere credibile con entrambe le parti. Ma con l’Iran l’Europa ha perso credibilità quando non ha difeso l’accordo nucleare dal presidente statunitense Donald Trump. E l’ha persa anche con gli Stati Uniti, come detto con grande chiarezza dal segretario di Stato americano Mike Pompeo.

Ogni Paese Ue si muove dimenticando l’unità europea. 

Non è sfuggito a nessuno che le posizioni più nette, come al solito, le hanno prese Francia e Germania. Il presidente francese Macron ha diffuso il comunicato congiunto di condanna assieme all’omologo russo Vladimir Putin – come se la Francia non avesse nulla a che fare con la Nato. Francia e Germania assieme hanno triangolato con il ministro degli Esteri cinese. 

Che cosa significa? 

Tutte queste cose fanno capire che c’è un attivismo forte di Macron, che vuole riposizionare il suo Paese come punto centrale nel Medio Oriente dopo aver perso il ruolo storico in Libano e dintorni. Ma l’Europa in quanto tale è assolutamente silente.

Che fare quindi, a livello europeo?

Prima di parlare di una missione europea occorre che ci sia l’Europa. Penso serve una discussione politica in cui ogni Paese dica con chiarezza che cosa fare. Qui tutti dicono di volere una de-escalation. Sì, ma come? In questo momento non vedo l’Iran lanciare una risposta di guerra. E non soltanto perché l’ayatollah Ali Khamenei al momento giusto ha sempre fermato le azioni di guerra vere e proprie. Ma soprattutto perché l’Iran non è circondato da amici, pensiamo a Paesi come Arabia Saudita, Egitto, Israele e Turchia. Il mio consiglio è evitare di far sentire l’Iran talmente in un angolo da incoraggiare un scatto rabbioso del leone ferito. Il tutto senza far perdere ovviamente la faccia gli Stati Uniti.

Come? 

Per esempio, riparlare dell’accordo nucleare disdettato da Trump e abbandonato dall’Iran. Inoltre, serve dire con chiarezza con il contesto regionale deve essere rinegoziato totalmente per evitare che l’Iran, come faceva con Qassem Soleimani, controlli un pezzo della Siria e tutto il Libano. 

Washington non ha telefonato a Roma né prima né dopo l’uccisione del generale. Uno schiaffo piuttosto pesante per il premier Conte. 

Lo è. Gli Stati Uniti si aspettavano qualcos’altro dall’Italia. Credo sia uno schiaffo dovuto non tanto a questa faccenda, visto che siamo del tutto marginali e che, come tutti sanno, l’Italia si è allineata all’Europa sul nucleare – ha limitato gli scambi con l’Iran quando era il momento di farlo, tanto che Trump ci aveva addirittura graziato per sei mesi dall’embargo. E non l’ha fatto per simpatia verso l’Iran ma perché tutto sommato avere un piccolo ponte, qualcuno che con Teheran ci parla ed è seriamente alleato occidentale, a Trump non dispiace.

Da dove arriva la delusione allora? 

Dalla Libia. Gli americani ci rimproverano di non aver preso finalmente – e ce lo chiedono da molti e molti mesi – una leadership in Libia che evitasse ciò che è accaduto. Siccome in politica estera è come in fisica che quando gli spazi sono lasciati vuoti qualcuno li occupa, nel disordine generale Russia e Turchia sono entrate in campo e si spartiranno le sfere di influenza. Come hanno fatto per la Siria, peraltro.

Ce lo chiedono dalla Conferenza di Palermo di fine 2018.

Proprio così. Noi abbiamo un giorno invitato Khalifa Haftar, il giorno dopo allisciato Fayez Al Serraj. E non ci siamo coordinati con i russi come avremmo dovuto. Con Russia e Turchia abbiamo rapporti che certo gli Stati Uniti non hanno e avremmo potuto giocare benissimo questo ruolo anche nell’interesse americano. Invece, si è visto che la Francia ha fatto quel che ha voluto – pensiamo al sostegno sotterraneo ad Haftar. Ciò ha mostrato all’America che su questo dossier, che è per l’Italia di interesse nazionale prioritario, siamo stati in ritardo. Non riguarda il ministro Di Maio ma certamente l’Italia in quanto tale.

A sentirla la questione sembra davvero essere davvero grave e superare il tema Iran.

Come possono gli Stati Uniti contare su una presenza importante dell’Italia su altri dossier se neppure in Libia c’è stata? Ecco perché è urgente che il presidente del Consiglio cerchi di trovare un’unità in Parlamento, per andare poi con due o tre idee concrete a dire all’Europa “qui c’è una proposta italiana”. Abbiamo visto i tentativi francese, franco-tedesco, austriaco per un vertice Usa-Iran a Vienna e perfino quello di coinvolgere la Svizzera. Iniziative spot, ma non si è vista la proposta. Credo che su questo l’Italia abbia ancora un margine per portare la sua idea. Anche perché noi italiani abbiamo dei crediti agli occhi degli iraniani: basti pensare che fummo noi a restaurare dopo il terremoto la cittadella sacra di Qom, quella dove ora adesso è stata issata una bandiera rossa. Esistono rapporti che permetterebbero all’Italia di fare una proposta credibile. Ma non basta dire “facciamo la de-escalation”, serve spiegare come. 

Sarebbe sufficiente un passaggio parlamentare?

Valuterei – questa non è materia del Parlamento ma del presidente della Repubblica – se non sia l’occasione di un Consiglio supremo di Difesa. Non è immaginabile che una mattina si svegli il ministro della Difesa Lorenzo Guerini – che ha fatto una cosa che condivido come sospendere l’addestramento italiano – e quella dopo il ministro degli Esteri Luigi Di Maio che va adesso in Egitto. Francamente vedrei più un dibattito parlamentare, con la consacrazione di un Consiglio supremo di Difesa per dire “ecco, questa è l’Italia”. E allora anche il presidente del Consiglio avrebbe più forza in Europa.

Che ruolo possiamo avere?

Serve ricordare all’Europa che siamo tra i pochi che possono parlare con l’Iran senza che ci tirino addosso un missile: con l’Italia non c’è che una diffidenza per l’allineamento alla posizione europea, quella che ha lasciato cadere quell’accordo nucleare per obbedire alle richieste americane. Ma di più non c’è. C’è più molta irritazione verso altri Paesi europei. E agli americani faremmo anche un bel favore se la proposta italiana riducesse la tensione facendo riaprire il dialogo agli iraniani sul nucleare. Tuttavia, leggendo i giornali vedo che le divisioni tra le forze politiche sono ancora forti sul decreto Milleproroghe, sulla revoca ad Autostrade ma di questo tema, che è materia di interesse nazionale, chi se ne occupa?

Che cosa cambia con l’uscita dell’Iran dall’accordo Jcpoa? Quest’uscita era del tutto prevedibile perché in realtà, fino a oggi, l’Iran si era ritenuto vincolato politicamente all’accordo nonostante la disdetta di Trump. Non è una conseguenza legale quindi ma politica: gli iraniani hanno usato una condizione, cioè l’essere quell’accordo disdettato dagli Stati Uniti, aggiunta alla vicenda politica grave di queste ore per riprendere ad arricchire l’uranio.

Che cosa significa questa uscita dal patto? L’Iran avrà presto la bomba atomica? 

Non significa che domani l’Iran avrà la bomba atomica ma che stiamo andando verso una fase devastante di proliferazione nucleare nel Grande Medio Oriente, in cui quantomeno Iran, Arabia Saudita e Israele saranno in grado di avere deterrenza nucleare. Sarà quella dell’epoca della Guerra fredda in cui si diceva “vogliamo l’arma atomica per non doverla usare mai” oppure no? Questo non possiamo dirlo adesso. Ma la scelta dell’Iran apre a conseguenze di medio termine estremamente preoccupanti. Mi chiedo se i consiglieri del presidente Trump avessero pensato a questa ripercussione.

L’uscita dall’accordo nucleare può essere intesa come la disponibilità da parte di Teheran a riaprire i negoziati? 

È una carta da cogliere. In Iran c’è sempre stato il partito della pace, di cui è esponente anche Khamenei che sa bene che nonostante oggi non se ne parli più le manifestazioni di piazza, con le sanzioni che pesano e la gente che si impoverisce, restano. Soleimani, che era il capo del partito della guerra, no: aveva fatto dell’Iran un Paese sempre in conflitto per amministrare in questo modo il bilancio. Ora questo non c’è più. Quindi la mossa di uscire dall’accordo nucleare non necessariamente significa che l’raia avrà l’arma atomica domani né tantomeno che sarà pronto a usarla. Ecco perché proprio questo passo potrebbe riaprire un tentativo negoziale. Uso il termine tentativo perché la riuscita non è affatto scontata.

6 gennaio 2020

https://formiche.net/2020/01/italia-iran-frattini/



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