Una nuova conferenza di Palermo per provare ad avere un ruolo in Libia. Parla Frattini

Una nuova conferenza di Palermo per provare ad avere un ruolo in Libia. Parla Frattini
Il Foglio 
22 gennaio 2020


Una nuova conferenza di Palermo, è la proposta che il due volte ministro degli Esteri Franco Frattini, già vicepresidente della Commissione UE, lancia dalle colonne del Foglio come unica via italiana per uscire dall'isolamento e giocare un ruolo in Libia. 

"La spartizione in due aree, Tripolitania e Cirenaica, sotto le influenze turca e russa, sarebbe l'esito più drammatico per i nostri interessi regionali. Il governo italiano dovrebbe convocare i paesi della sponda nord e sud dell'Iniziativa 5+5: solo in una dimensione mediterranea possiamo tornare a contare". 

All'indomani del vertice di Berlino, l'idea di una forza di interposizione europea pare definitivamente sfumata. "In Libia i due principali mentori, Erdogan e Putin, non gradiscono disturbatori europei, e hanno gioco facile visto che l'Europa non c'è: la Germania è intervenuta in ritardo, la Francia continua a intralciare ogni piano italiano. Nella situazione attuale la Russia è l'interlocutore più affidabile perché condivide con noi l'interesse del terrorismo e dell'immigrazione clandestina; inoltre, al contrario di Erdogan, Putin non ha la necessità di rafforzare ulteriormente la propria presenza in medio oriente ne deve agire da protettore naturale della Fratellanza musulmana schierata con Tripoli". 

La partita energetica non è secondaria: la Turchia ha sottoscritto con Sarraj un memorandum per lo sfruttamento delle risorse marittime. "Ankara considera da sempre il Mediterraneo orientale come un prolungamento della propria sovranità, perciò ostacola le esplorazioni offshore al largo di Cipro. A febbraio dello scorso anno una nave dell'Eni, impegnata in attività di perforazione nella zona economica esclusiva di Nicosia, è stata bloccata da un'unità militare turca. L'Italia rischia di restare schiacciata tra le ambizioni espansionistiche turche, in accordo con Sarraj, e le mire di Haftar che blocca le esportazioni petrolifere per piegare la National Oil Company". 

Secondo la cancelliera tedesca Merkel, a Berlino si sarebbero compiuti "piccoli passi avanti". 
"Io parlerei piuttosto di piccolissimi passi - prosegue Frattini - E' un fatto importante avere raccolto tutti gli attori nello stesso luogo, anche se non allo stesso tavolo. La presenza contestuale di Putin e Erdogan ha dato legittimazione all'intero vertice. Tuttavia il mancato invito alla Tunisia è un grave errore imputabile al protocollo tedesco". 

Non c'era neppure la Grecia, per il veto turco. 
"Questo è un errore di sostanza politica. Atene ha una storia di rapporti complicati con la Turchia, il paese che nella vicenda libica svolge la parte del leone: detta tempi e modi, ribadisce la volontà di non ritirare le truppe, a Berlino Erdogan è andato via tré ore prima della fine del vertice. La Grecia, per ragioni geografiche, è il paese destinatario dei flussi migratori provenienti dal territorio turco ed è stata direttamente toccata dall'intesa stipulata tra Erdogan e Sarraj sulla questione del Mediterraneo orientale, un'area che la Turchia rivendica". 

Come lei ricordava, i due contendenti, Sarraj e Haftar, non si sono incontrati ne hanno firmato il cessate il fuoco. 
"La fine dello scontro armato dipenderà dalla loro volontà. Se assisteremo a una stabilizzazione temporanea, non sarà merito del vertice berlinese dal quale Sarraj esce indebolito visto che il maresciallo di Bengasi è stato, di fatto, equiparato al premier riconosciuto. Nel documento finale si accenna a una cabina di sicurezza a due ma le posizioni restano molto distanti: pur nell'ipotesi di un governo di unità nazionale, chi andrebbe a presiederlo?". 

Forse l'unica, vera proposta uscita dal vertice di tregua è che la missione navale Sophia, varata nel 2015, torni in mare. "E' una buona notizia dal momento che Sophia ha finito per svolgere una funzione umanitaria: soccorreva i migranti in alto mare e li faceva sbarcare nei porti italiani. I contorni dell'iniziativa però rest
ano incerti".

Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio si è affrettato a spiegare che Sophia dovrà bloccare le armi, non recuperare barconi. "Serve una base giuridica apposita perché una missione incaricata di svolgere pattugliamento marittimo possa essere destinata al blocco delle armi. L'intercettazione del traffico vietato prevede controlli, verifiche, ispezioni forzose e sequestri: senza una nuova regola di ingaggio che autorizzi il ricorso alla forza, tali operazioni, al di fuori dei confini marittimi europei, equivarrebbero ad abbordaggio piratesco. E' necessaria una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'Onu". 

A detta di Haftar, 41 dei 2.400 combattenti siriani filoturchi spediti da Erdogan si sarebbero spostati in Italia: finti migranti, puri jihadisti. "Non darei eccessivo credito ai messaggi apocalittici scagliati come minacce nei momenti di tensione. I nostri servizi di intelligence sono in grado di individuare eventuali infiltrazioni. E' tuttavia innegabile che a una instabilità maggiore corrisponda un rischio maggiore di terrorismo. Nel documento finale di Berlino non si accenna al problema delle milizie: saranno reintegrate o annientate? Più le milizie prosperano più aumenta l'instabilità con i pericoli connessi". 

Annalisa Chirico

Foto La Presse 

22.1.20 | Posted in , , , , , , , , , | Continua »

Frattini: “Di Maio vuole dall’Ue la completa revisione ​​​​​​​delle sanzioni a Putin”

Frattini: “Di Maio vuole dall’Ue la completa revisione ​​​​​​​delle sanzioni a Putin”
E sulla Libia: «Dialogare con Mosca e Ankara» 


Franco Frattini, magistrato e presidente dell' Associazione italiana per l' Onu-SIOI, è stato due volte ministro degli Esteri nei governi Berlusconi e Commissario europeo. Il suo è uno dei nomi più accreditati per l'incarico di inviato speciale dell'Italia in Libia. In questi giorni i suoi consigli sono molti utili al ministro degli Esteri Luigi Di Maio. La chiave per capire come intenda muoversi Roma sta in quello che lo stesso Di Maio ha confidato a Frattini: il responsabile della Farnesina ha chiesto all'Alto rappresentante Ue Borrell di ridiscutere le sanzioni alla Russia. 

Qual è il senso di questa mano tesa a Putin, sapendo che ci metteremo contro Trump? 

«A noi la Russia serve moltissimo per difendere i nostri interessi nazionali. Di Maio ha fatto un passo molto importante con Borrell. Un passo che avremmo dovuto fare tre, quattro anni fa. Noi avremmo dovuto dire basta con le sanzioni». 

Pensa che Borrell metterà il tema delle sanzioni all' ordine del giorno a Bruxelles? 

«Conoscendolo bene, visto che da commissario europeo ho lavorato con lui, credo proprio di sì». 

A parte Trump, anche Merkel e Macron saranno contrari a mettere in discussione le sanzioni a Mosca. 

«Può darsi, ma almeno si saprà da che parte stiamo noi e da che parte loro». 

Scusi, da che parte dovremmo stare noi? Ci spieghi perché adesso dobbiamo stare dalla parte della Russia? 

«Noi dobbiamo stare dalla parte dei nostri interessi nazionali come fanno gli altri Paesi, ma abbiamo un at out che gli altri non hanno, cioè possiamo parlare in amicizia con tutte le parti in causa sia in Libia sia in Medio Oriente. Noi come Italia possiamo avere un ruolo di mediazione nei conflitti. In ogni caso dobbiamo farci sentire ai tavoli delle potenze che hanno in mano le sorti di un Paese a poche miglia dalle coste italiane. In Libia abbiamo interessi di primaria grandezza, energetici, migratori, ma anche rapporti politici e di amicizia di lunghissima durata». 

Forse meglio dire "avevamo". Noi abbiamo sostenuto Sarraj, ma ora Di Maio pensa che Sarraj ci abbia tradito con la Turchia e apre ad Haftar. Abbiamo cambiato alleato? 

«Ho parlato con Di Maio e lui non parla di alleanza con Haftar ma si rende conto degli errori del passato: non possiamo schiacciarci su Sarraj. Il ministro degli Esteri si rende conto che potremmo avere una sponda forte a Mosca e allora perché appiattarsi con una delle parti quando possiamo aiutare gli uni e gli altri? La conferenza di Palermo sembrava che avesse segnato un equilibrio tra le due parti e ci siamo buttati tra le braccia di Sarraj». 

Con gli Stati Uniti che avevano promesso al premier Conte sostegno in Libia. 

«Gli americani avevano detto "bravi, occupatevi della Libia", ma poi ci hanno lasciato soli. Ecco perché dobbiamo discutere con la Russia, rimettendo in discussione le sanzioni economiche, e anche con la Turchia. Dopodomani (domani per chi legge, ndr) a Sochi si incontreranno Putin, che sostiene Haftar, ed Erdogan, che ha mandato i suoi soldati in difesa di Sarraj: decideranno il futuro della Libia, come hanno fatto per la Siria. Speriamo che la Libia non venga spartita in due, ma è tra le ipotesi in campo. Ecco perché dobbiamo riaprire la discussione pure con Ankara e difendere il lavoro di Eni. È stato un errore chiudere la porta in faccia alla Turchia come hanno fatto nel 2003 Chirac e Schröder». 

Insomma la piccola Italia a suo parere può diventare una potenza regionale, da sola, senza l'Europa. Questa logica vale anche per la vicenda iraniana? 

«Sì. Noi in Iraq abbiamo mille soldati. Va bene, siamo leali con gli Stati Uniti ed è giusto decidere anche con gli altri Paesi europei se rimanere. Ma una volta ribadita la nostra lealtà, dobbiamo poter dire come la pensiamo su certe iniziative come l'uccisione di Soleimani». 

Allora Di Maio ha fatto bene a prendere le distanze da Washington? 

«È una mossa ragionevole se il passo successivo sarà quello che io suggerisco: ridare all'Italia un ruolo di pontiere. Con l'Iran abbiamo un rapporto consolidato da sempre. Senza nulla togliere alla nostra forte amicizia con Israele, dobbiamo avere una posizione autonoma. Vediamo se gli iraniani ci snobberanno e se gli americani diranno che li abbiamo pugnalati alle spalle. Io so che il ministro degli Esteri iraniano sta facendo molte telefonate ai Paesi occidentali e spero che una la faccia anche a Roma. Francesi e tedeschi hanno fatto sponda con la Cina invece di fare un vertice subito per cercare l'unità europea». 

Lei pensa che Trump in questo momento ci voglia tra i piedi nel ruolo di pontieri e pompieri? 

«In un momento in cui molti degli alleati europei stanno esprimendo contrarietà al raid americano, Trump ha contro la Russia, la Turchia e la Cina. Nello scacchiere mediorientale, oltre Israele, hanno dalla loro parte i sauditi ma rischiano di imbarcarsi in una polveriera. Noi abbiamo un filo da riagganciare con gli iraniani».

8.1.20 | Posted in , , , , , , , , , , , , , , , | Continua »

Iran, l’Italia preziosa nella mediazione. Frattini spiega a quali condizioni

Iran, l’Italia preziosa nella mediazione. Frattini spiega a quali condizioni
di Gabriele Carrer


Conte deve trovare unità in Parlamento e il presidente Mattarella potrebbe convocare un Consiglio supremo di Difesa: serve una linea condivisa. L’Italia vanta un credito verso l’Iran: può tornarci utile mediare per Trump e ritrovare la sua fiducia dopo il flop libico. Conversazione con Franco Frattini, due volte ministro degli Esteri, ex commissario europeo, oggi presidente della Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale (Sioi) e presidente di sezione del Consiglio di Stato 


L’Italia può avere un ruolo nella mediazione tra Stati Uniti e Iran ma serve un passaggio parlamentare e un Consiglio suprema di Difesa che ci facciano esprimere con un’unica voce. La mancata telefonata del presidente Donald Trump al premier Giuseppe Conte dopo l’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani? Paghiamo la delusione degli Stati Uniti causata dalla nostra incapacità di assumere la leadership in Libia. Sul ruolo dell’Italia e dell’Unione europea in questa crisi tra Stati Uniti e Iran abbiamo chiesto l’opinione di Franco Frattini, due volte ministro degli Esteri (una durante la guerra bushiana in Iraq), ex commissario europeo, oggi presidente della Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale (Sioi) e presidente di sezione del Consiglio di Stato.

Che cosa dovrebbe fare il governo in questo momento?

In primo luogo promuovere attraverso un dibattito parlamentare un’unità di tutto l’arco affinché l’Italia esprima con una sola voce. Abbiamo sentito quella di Matteo Salvini, quella di Giorgia Meloni, quella di Nicola Zingaretti, non si capisce quale sia la posizione dei 5 Stelle. Da un lato il ministro degli Esteri Luigi Di Maio fa osservazioni di buon senso, dall’altro vedo che un altro dei leader del Movimento, Alessandro Di Battista, sta partendo per Teheran – e forse non è il momento migliore. Se l’Italia trovasse una posizione convergente, avrebbe la forza di chiedere che un consiglio dei ministri degli Esteri, se non dei capi di Stato dell’Unione europea cercasse di avvicinare le posizioni tra i Paesi membri, oggi molto lontane. Il che rende l’Europa irrilevante. Almeno finora. 

Forse i continui appelli a una missione europea, pensiamo a quelli di Massimo D’Alema e del premier Giuseppe Conte, rivelano una mancanza di proposte. 

Certo. Rivelano che ogni Paese amerebbe moltissimo scaricare a qualcun altro la questione, in questo caso all’Unione europea. C’è un piccolo particolare: l’Unione europea non c’è. Osservazioni di ordinario buon senso come quella di Joseph Borrell, Alto rappresentante Ue, si scontrano con l’evidenza che per essere mediatore devi essere credibile con entrambe le parti. Ma con l’Iran l’Europa ha perso credibilità quando non ha difeso l’accordo nucleare dal presidente statunitense Donald Trump. E l’ha persa anche con gli Stati Uniti, come detto con grande chiarezza dal segretario di Stato americano Mike Pompeo.

Ogni Paese Ue si muove dimenticando l’unità europea. 

Non è sfuggito a nessuno che le posizioni più nette, come al solito, le hanno prese Francia e Germania. Il presidente francese Macron ha diffuso il comunicato congiunto di condanna assieme all’omologo russo Vladimir Putin – come se la Francia non avesse nulla a che fare con la Nato. Francia e Germania assieme hanno triangolato con il ministro degli Esteri cinese. 

Che cosa significa? 

Tutte queste cose fanno capire che c’è un attivismo forte di Macron, che vuole riposizionare il suo Paese come punto centrale nel Medio Oriente dopo aver perso il ruolo storico in Libano e dintorni. Ma l’Europa in quanto tale è assolutamente silente.

Che fare quindi, a livello europeo?

Prima di parlare di una missione europea occorre che ci sia l’Europa. Penso serve una discussione politica in cui ogni Paese dica con chiarezza che cosa fare. Qui tutti dicono di volere una de-escalation. Sì, ma come? In questo momento non vedo l’Iran lanciare una risposta di guerra. E non soltanto perché l’ayatollah Ali Khamenei al momento giusto ha sempre fermato le azioni di guerra vere e proprie. Ma soprattutto perché l’Iran non è circondato da amici, pensiamo a Paesi come Arabia Saudita, Egitto, Israele e Turchia. Il mio consiglio è evitare di far sentire l’Iran talmente in un angolo da incoraggiare un scatto rabbioso del leone ferito. Il tutto senza far perdere ovviamente la faccia gli Stati Uniti.

Come? 

Per esempio, riparlare dell’accordo nucleare disdettato da Trump e abbandonato dall’Iran. Inoltre, serve dire con chiarezza con il contesto regionale deve essere rinegoziato totalmente per evitare che l’Iran, come faceva con Qassem Soleimani, controlli un pezzo della Siria e tutto il Libano. 

Washington non ha telefonato a Roma né prima né dopo l’uccisione del generale. Uno schiaffo piuttosto pesante per il premier Conte. 

Lo è. Gli Stati Uniti si aspettavano qualcos’altro dall’Italia. Credo sia uno schiaffo dovuto non tanto a questa faccenda, visto che siamo del tutto marginali e che, come tutti sanno, l’Italia si è allineata all’Europa sul nucleare – ha limitato gli scambi con l’Iran quando era il momento di farlo, tanto che Trump ci aveva addirittura graziato per sei mesi dall’embargo. E non l’ha fatto per simpatia verso l’Iran ma perché tutto sommato avere un piccolo ponte, qualcuno che con Teheran ci parla ed è seriamente alleato occidentale, a Trump non dispiace.

Da dove arriva la delusione allora? 

Dalla Libia. Gli americani ci rimproverano di non aver preso finalmente – e ce lo chiedono da molti e molti mesi – una leadership in Libia che evitasse ciò che è accaduto. Siccome in politica estera è come in fisica che quando gli spazi sono lasciati vuoti qualcuno li occupa, nel disordine generale Russia e Turchia sono entrate in campo e si spartiranno le sfere di influenza. Come hanno fatto per la Siria, peraltro.

Ce lo chiedono dalla Conferenza di Palermo di fine 2018.

Proprio così. Noi abbiamo un giorno invitato Khalifa Haftar, il giorno dopo allisciato Fayez Al Serraj. E non ci siamo coordinati con i russi come avremmo dovuto. Con Russia e Turchia abbiamo rapporti che certo gli Stati Uniti non hanno e avremmo potuto giocare benissimo questo ruolo anche nell’interesse americano. Invece, si è visto che la Francia ha fatto quel che ha voluto – pensiamo al sostegno sotterraneo ad Haftar. Ciò ha mostrato all’America che su questo dossier, che è per l’Italia di interesse nazionale prioritario, siamo stati in ritardo. Non riguarda il ministro Di Maio ma certamente l’Italia in quanto tale.

A sentirla la questione sembra davvero essere davvero grave e superare il tema Iran.

Come possono gli Stati Uniti contare su una presenza importante dell’Italia su altri dossier se neppure in Libia c’è stata? Ecco perché è urgente che il presidente del Consiglio cerchi di trovare un’unità in Parlamento, per andare poi con due o tre idee concrete a dire all’Europa “qui c’è una proposta italiana”. Abbiamo visto i tentativi francese, franco-tedesco, austriaco per un vertice Usa-Iran a Vienna e perfino quello di coinvolgere la Svizzera. Iniziative spot, ma non si è vista la proposta. Credo che su questo l’Italia abbia ancora un margine per portare la sua idea. Anche perché noi italiani abbiamo dei crediti agli occhi degli iraniani: basti pensare che fummo noi a restaurare dopo il terremoto la cittadella sacra di Qom, quella dove ora adesso è stata issata una bandiera rossa. Esistono rapporti che permetterebbero all’Italia di fare una proposta credibile. Ma non basta dire “facciamo la de-escalation”, serve spiegare come. 

Sarebbe sufficiente un passaggio parlamentare?

Valuterei – questa non è materia del Parlamento ma del presidente della Repubblica – se non sia l’occasione di un Consiglio supremo di Difesa. Non è immaginabile che una mattina si svegli il ministro della Difesa Lorenzo Guerini – che ha fatto una cosa che condivido come sospendere l’addestramento italiano – e quella dopo il ministro degli Esteri Luigi Di Maio che va adesso in Egitto. Francamente vedrei più un dibattito parlamentare, con la consacrazione di un Consiglio supremo di Difesa per dire “ecco, questa è l’Italia”. E allora anche il presidente del Consiglio avrebbe più forza in Europa.

Che ruolo possiamo avere?

Serve ricordare all’Europa che siamo tra i pochi che possono parlare con l’Iran senza che ci tirino addosso un missile: con l’Italia non c’è che una diffidenza per l’allineamento alla posizione europea, quella che ha lasciato cadere quell’accordo nucleare per obbedire alle richieste americane. Ma di più non c’è. C’è più molta irritazione verso altri Paesi europei. E agli americani faremmo anche un bel favore se la proposta italiana riducesse la tensione facendo riaprire il dialogo agli iraniani sul nucleare. Tuttavia, leggendo i giornali vedo che le divisioni tra le forze politiche sono ancora forti sul decreto Milleproroghe, sulla revoca ad Autostrade ma di questo tema, che è materia di interesse nazionale, chi se ne occupa?

Che cosa cambia con l’uscita dell’Iran dall’accordo Jcpoa? Quest’uscita era del tutto prevedibile perché in realtà, fino a oggi, l’Iran si era ritenuto vincolato politicamente all’accordo nonostante la disdetta di Trump. Non è una conseguenza legale quindi ma politica: gli iraniani hanno usato una condizione, cioè l’essere quell’accordo disdettato dagli Stati Uniti, aggiunta alla vicenda politica grave di queste ore per riprendere ad arricchire l’uranio.

Che cosa significa questa uscita dal patto? L’Iran avrà presto la bomba atomica? 

Non significa che domani l’Iran avrà la bomba atomica ma che stiamo andando verso una fase devastante di proliferazione nucleare nel Grande Medio Oriente, in cui quantomeno Iran, Arabia Saudita e Israele saranno in grado di avere deterrenza nucleare. Sarà quella dell’epoca della Guerra fredda in cui si diceva “vogliamo l’arma atomica per non doverla usare mai” oppure no? Questo non possiamo dirlo adesso. Ma la scelta dell’Iran apre a conseguenze di medio termine estremamente preoccupanti. Mi chiedo se i consiglieri del presidente Trump avessero pensato a questa ripercussione.

L’uscita dall’accordo nucleare può essere intesa come la disponibilità da parte di Teheran a riaprire i negoziati? 

È una carta da cogliere. In Iran c’è sempre stato il partito della pace, di cui è esponente anche Khamenei che sa bene che nonostante oggi non se ne parli più le manifestazioni di piazza, con le sanzioni che pesano e la gente che si impoverisce, restano. Soleimani, che era il capo del partito della guerra, no: aveva fatto dell’Iran un Paese sempre in conflitto per amministrare in questo modo il bilancio. Ora questo non c’è più. Quindi la mossa di uscire dall’accordo nucleare non necessariamente significa che l’raia avrà l’arma atomica domani né tantomeno che sarà pronto a usarla. Ecco perché proprio questo passo potrebbe riaprire un tentativo negoziale. Uso il termine tentativo perché la riuscita non è affatto scontata.

6 gennaio 2020

https://formiche.net/2020/01/italia-iran-frattini/



7.1.20 | Posted in , , , , , , , , , , , | Continua »

Aree del sito