Franco Frattini, magistrato e politico interviene a SOUL Tv2000

Franco Frattini, magistrato e politico interviene a SOUL Tv2000

15 Maggio 2021 




Franco Frattini, magistrato, politico, due volte Ministro degli Esteri, Commissario UE, Presidente dell’Alta Corte di Giustizia del Coni, appena nominato Presidente aggiunto del Consiglio di Stato…parliamo di Europa, di un’unità necessaria ma mai pienamente raggiunta, dal tema della sicurezza all’accoglienza, alle azioni e reazioni in questa pandemia; parliamo di necessaria riforma della giustizia e di separazione delle carriere dei magistrati; di presenza dell’Italia nei grandi vertici internazionali, dell’emergenza in Libia e del rapporto con la Turchia, del ddl Zan e della proprietà intellettuale dei vaccini. 

L’ex ministro degli Esteri ospite del programma Soul: “Sulla Libia bene Draghi. Partecipazione alla guerra in Iraq ex post non fu decisione giusta” “Sul caso Turchia “abbiamo fatto noi degli errori, ma non c’è dubbio che oggi la deriva del presidente Erdogan non è quella che noi ci saremmo aspettati”. 

Lo afferma l’ex ministro degli Esteri e da poco nominato Presidente aggiunto del Consiglio di Stato, Franco Frattini, ospite del programma ‘Soul’ in onda su Tv2000 sabato 15 maggio ore 20.50 e lunedì 17 alle 21 su InBlu2000. 

“Il presidente Draghi – aggiunge Frattini – ha espresso nei confronti di Erdogan un sentimento che gli veniva molto spontaneo e certamente che si tratti di una autocrazia io l’ho visto da quando creai il gruppo degli amici della Turchia per cercare nel 2003 di farli entrare nell’Unione Europea. A forza di spingerli verso est in tanti e tanti anni invece di portarli verso l’occidente li abbiamo messi nelle mani della Russia e forse anche della Cina”. 

Frattini a Tv2000 affronta anche la questione libica: “In Libia credo che il presidente Draghi abbia fatto una cosa molto importante. È stata una scelta coraggiosa di andare subito dal nuovo primo ministro libico diciamo di transizione, perché poi si dovrebbe votare il 24 dicembre di quest’anno in Libia, e il ministro Di Maio abbia fatto bene ad andare insieme ai colleghi francese e tedesco per dimostrare che il nucleo forte dell’Europa c’è. Tutt’altra cosa è se la Libia rimarrà una Libia o vi saranno due Libie. Perché è un po’ difficile far immaginare a coloro che sono sul campo che domani la Turchia, che ha 5000 uomini che proteggono Tripoli e la Russia che ne ha altrettanti che proteggono la Cirenaica, salutino e mettano tutto nelle mani dei libici”. 

“La partecipazione alla guerra in Iraq ex post – conclude Frattini – non fu sicuramente una decisione giusta, ma il primo ad essere ingannato fu proprio il segretario di stato americano, il generale Colin Powell che portò in consiglio di sicurezza la famosa pistola fumante che purtroppo non corrispondeva alla verità perché a lui avevano dato dati non veri”. 

➡ Rivedi su YouTube l'incontro di sabato di Monica Mondo con Franco Frattini a SOUL:

        https://www.youtube.com/watch?v=CAkfA7iWBo8


17.5.21 | Posted in , , , , , , , | Continua »

Come scongiurare l’incubo delle “tre Libie”. Ecco il modello IRINI

Come scongiurare l’incubo delle “tre Libie”. Ecco il modello IRINI 

Di Marco Battaglia | 20/04/2021 


FORMICHE

I suggerimenti da “La politica europea di sicurezza comune e di difesa in Libia”, il webinar organizzato dall’operazione Eunavfor Med – Irini in collaborazione con la SIOI, primo passo della serie di incontri di Shade Med. Presenti il presidente della Sioi, Franco Frattini, il comandante di Irini, Fabio Agostini, il vice capo delegazione Ue in Libia, Nadim Karkutli e il capo missione di Eubam, Natalina Cea

 “Whatever it takes, l’Europa deve salvare la Libia”. Si è concluso così, ieri, il webinar organizzato dall’operazione europea Irini, al comando dell’ammiraglio Fabio Agostini (qui è possibile rivedere la diretta), in collaborazione con la SIOI, primo passo di “Shade Med”, un percorso di eventi che condurrà fino alla conferenza in autunno, per affrontare in maniera aperta ed efficace il dibattito sulla sicurezza del Mediterraneo. Sono intervenuti il presidente della Sioi, Franco Frattini, il comandante Agostini, il vice capo delegazione dell’Unione europea il Libia con delega agli affari politici, stampa e informazione, Nadim Karkutli, e il capo missione della European Union border assistance mission in Libya (Eubam), Natalina Cea

 “L’eventuale partizione della Libia in due o tre entità, dopo le prossime elezioni di dicembre, sarebbe un incubo”, ha espresso con chiarezza Frattini nel corso del suo intervento, sottolineando l’importanza del continuo supporto internazionale al processo di pacificazione interno al Paese rivierasco. La natura di questo supporto deve essere necessariamente politica, altrimenti “tutti i nostri sforzi sarebbero ininfluenti”. Per questo, ha continuato il presidente della Sioi, è indispensabile la continua cooperazione tra la missione europea in Libia Eubam, la missione delle Nazioni Unite Unsmil e l’operazione Irini, secondo un approccio omnicomprensivo che abbracci l’intera regione. Proprio in vista di questo approccio regionale è, secondo Frattini, necessario coinvolgere tutti gli attori interessati alla stabilità della regione, Russia e Turchia incluse, senza le quali ogni sforzo sarebbe parziale e inefficace.

L’APPROCCIO OLISTICO DI IRINI 

La situazione sul campo, infatti, è ancora tutt’altro che risolta, come ha illustrato l’ammiraglio Agostini: “la mancanza dello Stato in ogni sua diramazione comporta un proliferare delle attività illecite in Libia, comportando la necessità di mantenere la presenza dei controlli”. Inoltre, il quadro geopolitico libico è ulteriormente complicato dalla presenza di diversi attori intenti a perseguire ciascuno il proprio tornaconto, come la Cina e le stesse Russia e Turchia. In questo contesto così sfaccettato, la missione Irini ha dimostrato, fin dalla sua attivazione nel marzo dell’anno scorso, la sua efficacia nel combattere le attività illegali che passano per la Libia, grazie al suo approccio olistico alle varie criticità che affliggono quella porzione di Mediterraneo. 

“Irini non è la soluzione – ha commentato Agostini – ma è lo strumento per creare le condizioni per arrivare a una soluzione”. La lotta ai traffici illeciti, dal traffico illecito di petrolio a quelle delle armi a quello, purtroppo, di esseri umani, non è una mera operazione di securizzazione. Come illustrato dal comandante di Irini: “le attività di contrabbando creano una condizione di squilibrio nei redditi libici”, peggiorando ulteriormente le condizioni economico-sociali del Paese. 

IL COINVOLGIMENTO DELLA SOCIETÀ CIVILE 

Condizione necessaria e indispensabile per il miglioramento della situazione in Libia è, secondo Natalina Cea: “la partecipazione dei libici e la loro titolarità in tutti i programmi e processi verso la stabilizzazione”. Proprio in un momento nel quale è forte nel Paese il desiderio di sostegno internazionale, per arrivare ad una normalizzazione della situazione interna, il coinvolgimento della società civile e della popolazione diventa un aspetto fondamentale. Questo coinvolgimento, inoltre, servirà anche come collante tra le tre aree del Paese, Tripolitania, Cirenaica e Fezzan, la cui deriva e frammentazione porterebbe a quello scenario “da incubo” profilato da Frattini. 

Per questo l’avvento del governo di unità nazionale guidato da Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh è, per Nadim Karkutli, un fattore cruciale verso la soluzione della crisi libica: “nel nuovo governo sono presenti rappresentanti provenienti da tutte e tre le regioni della Libia, il che migliora l’efficacia dei colloqui anche a livello governativo”. Nonostante questo positivo passo, le difficoltà permangono, soprattutto perché, sempre secondo il vice capo delegazione dell’Unione europea il Libia: “il Paese non ha mai avuto delle forti istituzioni della società civile, e le tre aree storiche non hanno mai collaborato tra di loro durante il periodo di Muʿammar Gheddafi. Ora queste istituzioni vanno costruite”.


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23.4.21 | Posted in , , , , , , , , , , | Continua »

Libia, Frattini a Nova: "L'Onu ha commesso gravi errori, i veri vincitori sono Turchia e Russia"


Roma, 08 feb  Agenzia Nova

La Missione di supporto delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil) e l’inviata Onu ad interim uscente, la statunitense Stephanie Williams, hanno commesso “errori marchiani” nel processo che a Ginevra ha portato alla nascita di una nuova autorità transitoria del Paese nordafricano, favorendo in tal modo Turchia e Russia. Lo ha detto ad “Agenzia Nova” Franco Frattini, presidente della Società italiana per l’organizzazione internazionale (Sioi), già ministro degli Affari esteri e vicepresidente della Commissione europea. 

“Io credo che ci siano stati degli errori importanti nella preparazione di questa prima tornata di voto e poi nei ballottaggi che hanno portato all’elezione del presidente ad interim e del premier ad interim”, ha detto Frattini, in riferimento alla lista guidata dall'imprenditore misuratino Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh e dall’ambasciatore Mohammed al Manfi, eletti rispettivamente premier e presidente “ad interim” fino alle elezioni che dovrebbero tenersi il prossimo 24 dicembre. 

 “Il primo errore è stato quello di spingere in modo eccessivo, da parte della rappresentante dell’Onu che poi ha lasciato l’incarico, per un ticket capeggiato dal presidente del parlamento (Aguila Saleh) con il ministro dell’Interno uscente (Fathi Bashagha)”, ha detto Frattini. “Spingere molto su questo ticket da un lato ha scoraggiato altre figure che avrebbero potuto aver delle chance, ho in mente il vicepremier (Ahmed) Matieeq e il ministro della Difesa uscente (Salah al Din al Namrush), cioè personaggi autorevoli e forti che evidentemente si sono sfilati. Questo ha determinato che il voto alla fine sia stato un voto contro il ticket, non un voto a favore. Ecco il perché della sorpresa del risultato. Evidentemente, rispetto ad una percepita ingerenza o forzatura, non si è capito che i libici hanno delle reazioni molto prevedibili: la reazione in questo caso è votare contro, senza riflettere su alcune conseguenze di questo voto”, ha aggiunto l’ex titolare della Farnesina. 

La prima conseguenza degli errori dell’Onu, secondo Frattini, è lo sbilanciamento del nuovo esecutivo verso l’Islam politico. “Si tratta di due personalità (dell'imprenditore misuratino Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh e dell’ambasciatore Mohammed al Manfi) che hanno, diciamo così, tendenze islamiste. Il premier ad interim, in più, è un businessman che ha vissuto in giro per il mondo con forti richiami con la Russia. I veri vincitori sono proprio i due Stati mentori e protettori: da un lato la Fratellanza musulmana, quindi la Turchia, dall’altro la Russia, che avendo un rapporto con il premier ad interim manterrà sicuramene una leva sulla Libia”, ha osservato ancora il presidente della Sioi, evidenziando come Ankara e Mosca possano dirsi sodisfatte da questo risultato. Quanto al generale Khalifa Haftar, il generale della Cirenaica che ha tentato il golpe a Tripoli nell’aprile del 2019 sena riuscirci, “senza che gli altri se ne accorgessero, egli è rientrato in gioco perché ha fatto l’accordo con Maiteeq per sbloccare l’estrazione del petrolio, compiendo un gesto tra virgolette da ‘uomo di Stato’, e, seconda cosa, ha fatto fuori il suo più pericoloso rivale, cioè il presente Saleh che guida il parlamento della Cirenaica, e che quindi gravava nella sua medesima area di influenza. Queste sono situazioni su cui non si è riflettuto prima”. 

Secondo Frattini, ora paradossalmente, le elezioni potrebbero svolgersi davvero nei tempi previsti quindi il 24 dicembre, nel simbolico giorno del 70esimo anniversario dell’indipendenza della Libia. “C’è la clausola che chi farà parte di questo nuovo governo non si potrà poi candidare. Io credo che questo esecutivo sarà composto da personalità secondarie, dal momento che quelli per così dire ‘forti’ avranno tutto l’interesse a che le elezioni si facciano. I membri di questo governo che nascerà nei prossimi giorni non potranno che essere personalità di secondo piano”, ha evidenziato ancora l’ex vicepresidente dell’esecutivo comunitario. “Riuscirà questo nuovo ipotetico governo a mantenere una situazione di stabilità e di sicurezza nel Paese? Le influenze egiziane ed emiratine saranno sicuramente negative. Il tentativo a cui il premier uscente al Sarraj lavorava, cioè di tenere un comune equilibrio tra Turchia e Russia e stabilizzare temporaneamente il Paese (con personalità gradite sia ad Ankara che a Mosca), potrebbe essere compromesso con un governo espressione di forze islamiste. Nella squadra che si formerà bisognerà compensare più posizioni. Ci sono molti elementi di dubbio - ha aggiunto Frattini - in questa partita. Ma il dato più forte di tutti è che non si è capita la lezione degli ultimi dieci anni: se i libici li spingi con forza a fare una cosa, non è assolutamente detto che la facciano, anzi è probabile che accadrà il contrario”. 

Quanto a un’eventuale invio di osservatori per monitorare la tregua in Libia, ipotesi su cui il Consiglio di sicurezza dell'Onu si è recentemente espresso a favore, Frattini ha lanciato un appello alla prudenza. "Una missione di osservatori adesso significherebbe mandare un drappello di uomini nudi in mezzo a milizie super-armate e a contingenti turchi e russi che sono li per una politica di reciproco contenimento. L'unica cosa che (Mosca e Ankara) non vogliono è avere osservatori che vanno a ficcare il naso nella distribuzione di armi e uomini. Se la missione va li a non far nulla, è solo pericoloso e non vedo cosa dovrebbe osservare; se va in Libia con la pretesa di essere arbitro nella gestione di un confine molto labile, sicuramente è necessario che tale missione sia ben voluta da Russia e Turchia. E questo, francamente, per ora non lo vedo", ha concluso il presidente della Sioi. © Agenzia Nova -

8.2.21 | Posted in , , , , , , , , , | Continua »

Libia: Frattini a “Nova”, dialogo esponenti militari dovrà essere seguito da maggiore impegno Usa e Italia







Roma, 03 giu 18:10 - (Agenzia Nova) - Il possibile ritorno al dialogo tra gli esponenti militari delle parti in conflitto in Libia, mediati dalle Nazioni Unite, rappresenta un “ultimo tentativo” da parte della rappresentanza delle Nazioni Unite in Libia per trovare una soluzione al conflitto, ma dovrà essere seguito da una scossa più forte e profonda con un impegno statunitense per una mediazione con la Turchia e anche da un passo avanti dell'Italia che potrebbe avviare colloqui con la Russia. Lo ha dichiarato ad “Agenzia Nova”, Franco Frattini, presidente della Società italiana per l’organizzazione internazionale (Sioi), già ministro degli Esteri italiano e vicepresidente della Commissione europea, commentando l’annuncio fatto ieri dalla missione delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil) di un possibile incontro della Commissione militare libica, formata da cinque ufficiali militari di entrambe le parti in conflitto – Governo di accordo nazionale (Gna) ed Esercito nazionale libico (Lna) - a Ginevra. Giudicando positivamente l’eventuale incontro, Frattini ha sottolineato la necessità che il dialogo tra forze militari sia “in buona fede” perché se le due parti pensano di poter “monetizzare la rendita di terreno che hanno conquistato combattendo nessuno accetterà di dare all’altro il vantaggio di prendere tempo in modo che si possa consolidare e rafforzare”. Per l’ex ministro degli Esteri “se le forze militari si impegnano a sedersi intorno a un tavolo l’aspetto più importante è che discutano senza pensare ai paesi che li difendono”. “Il mio auspicio – ha aggiunto - è che le autorità militari che si incontreranno pensino a una soluzione di cessate il fuoco solido come pre-condizione per un dialogo politico”.

Per Frattini, per il futuro successo di un dialogo politico sarà importante un maggiore impegno degli Stati Uniti, che purtroppo finora hanno guardato alla crisi libica solamente per contestare la presenza russa in Cirenaica, commettendo a detta dell’ex ministro degli Esteri “un grave errore”. Infatti, secondo il presidente della Sioi, Russia e Turchia non hanno intenzione di combattersi sul campo, limitandosi a schermaglie. “I russi sono sufficientemente pragmatici per mettersi d’accordo con Erdogan come avvenuto nella crisi in Siria a Idlib”, ha osservato Frattini citando l’accordo tra Ankara e Mosca per evitare un’escalation militare nella provincia nord-occidentale siriana ancora in parte controllata dai ribelli siriani appoggiati dalla Turchia. Per Frattini, Washington dovrebbe avviare un colloquio con Ankara, che è un paese Nato, per fare pressioni sulla Russia. In questo contesto, Frattini sostiene che l’Italia potrebbe avere un ruolo, “parlando con la Russia con cui ha un ottimo rapporto”. In caso contrario, per l’ex ministro degli Esteri, l’Italia non verrebbe più considerata a causa di un rapporto con le due le parti in conflitto che di fatto viene percepito in modo sospetto da entrambe le parti. In merito al dialogo politico, finora l’unico tentativo importante è stato quello avviato dal presidente della Camera dei rappresentanti della Libia, Aguila Saleh, il quale ha riconosciuto l’errore del generale Khalifa Haftar di autoproclamarsi rais del paese. “Questo è un tentativo che consiglierei alle parti, ovvero di andare a guardare nella sostanza. Se tutti continuano ad arroccarsi sul sostegno esterno è chiaro che nessuna proposta futura prenderà il volo e l’unica possibilità è che la Libia consolidi due o tre sfere di influenza – Cirenaica, Tripolitania e forse Fezzan – in modo da arrivare a quella che alcuni, pure con onestà, hanno paventato: una confederazione che nei fatti sarebbe una partizione della Libia”. (Res)

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Libia, parla Frattini: "Russia e Turchia si spartiscono le zone d'influenza, Italia tagliata fuori"




Roma, 30 mag 12:35 - (Agenzia Nova) - Una confederazione della Libia vorrebbe dire partizione, ovvero uno scenario “drammatico” per l’Italia, mentre lo status quo “conviene a tutti tranne che a noi”. Lo afferma ad “Agenzia Nova” Franco Frattini, presidente della Società italiana per l’organizzazione internazionale (Sioi), già ministro degli Esteri italiano e vicepresidente della Commissione europea. Frattini ha commentato l’appello all’Italia lanciato dal leader del Blocco federale in Libia, Ali al Hashemi, che parlando a “Nova” aveva invitato l’Italia a sostenere una soluzione politica basata su un sistema federale suddiviso nelle tre regioni storiche: Cirenaica (est), Tripolitania (ovest) e Fezzan (sud). “L’ipotesi che alcuni chiamano federazione sarebbe inevitabilmente una divisione. Nella storia della Libia, le tre regioni Tripolitania, Fezzan e Cirenaica si sono sempre sentite diversissime le une dalle altre: è difficile immaginare che i berberi e i tuareg del deserto possano prendere ordini da Tripoli da Tobruk. La Libia è una, basata su una struttura tribale, con le milizie che controllano ampie porzioni di territorio. Più che una confederazione, la chiamerei una partizione della Libia e questo per l’Italia, è evidente, sarebbe un’ipotesi drammatica”, afferma Frattini, sottolineando come una confederazione/partizione vorrebbe dire consolidare le sfere d’influenza.

“Oggi abbiamo la Tripolitania con i turchi e i qatarini, mentre in Cirenaica ci sono i russi che addirittura hanno recentemente mandato degli aerei da combattimento, Egitto, Emirati Arabi Uniti e ovviamente alla spalle l’Arabia Saudita”, spiega ancora l’ex titolare della Farnesina. Quanto al Fezzan, regione ricca di petrolio, oro e terre rare, un’eventuale divisione “vedrebbe prontissimi Emirati e paesi del Golfo”. L’Italia, in altre parole, vedrebbe un paese alleato Nato, la Turchia, e uno Stato con cui ha rapporti storici, la Russia, in una situazione di status quo in Libia. “E’ chiaro – prosegue Frattini - che quando un paese come la Turchia diventa mentore del governo di Tripoli non c’è spazio per nessun altro. Non c’è spazio per l’Europa, e lo abbiamo già visto, né per l’Italia. Con la Russia noi abbiamo rapporti importanti, malgrado l’Italia abbia purtroppo condiviso la politica delle sanzioni, ma in Cirenaica abbiamo storicamente meno rapporti”. L’Italia, in altre parole, “verrebbe di fatto tagliata fuori”.

Un discorso a parte merita l’Eni, l’unica compagnia straniera che ha continuato a operare nel paese dalla rivoluzione del 2011. “Sono convinto che non verrebbe tagliata fuori dalla mattina alla sera, perché Eni ha una radicatissima presenza con pozzi offshore e inshore, nonché la centrale elettrica che fornisce elettricità a Tripoli”, spiega ancora Frattini. L’Italia, tuttavia, rischia di perdere peso geostrategico. “La missione europea Irini, difficile da lanciare e modesta come obiettivi, è criticatissima da Tripoli. Il ministro dell’Interno della Libia (Fathi Bashaga, ndr) mi ha personalmente detto che Irini è stata creata per favorire la Russia, perché intercetterebbe qualche nave che porta le armi dalla Turchia, e le porta davvero, ma non fa assolutamente nulla per tutti gli assetti militari che arrivano da terra o dal cielo dall’Egitto, dagli Emirati e dalla Russia. C’è una critica frontale a una missione che comanda l’Italia e questa non è la mia opinione, ma quella dell’attuale ministro dell’Interno della Libia”, aggiunge il presidente della Sioi.

Malgrado l’auspicio di Ali al Hashemi che il governo di Roma possa intervenire per favorire una negoziazione, Frattini ritiene che in questa fase l’Italia non abbia “la forza sufficiente per metter intorno a un tavolo turchi e russi e dire che anzitutto serve un cessate il fuoco”. Tuttavia, Frattini invita a prendere sul serio il tentativo del presidente del parlamento libico, Agiula Saleh, di avviare una riconciliazione. Il politico libico ha recentemente proposto un “road map” in otto punti secondo cui ciascuna delle tre regioni della Libia (Tripolitania, Cirenaica e Fezzan) dovrebbe scegliere un suo rappresentante in un nuovo Consiglio presidenziale “ristretto”, il quale dovrebbe poi nominare un primo ministro e i suoi vice che rappresentano le tre regioni, per poi formare un governo da presentare alla Camera dei rappresentanti per ottenere la fiducia. “Se c’è una proposta da guardare io guarderei a quella del presidente del parlamento libico”, spiega Frattini. “Ho degli elementi – aggiunge - che mi fanno dire che ad esempio i sauditi e gli emiratini non escluderebbe questa ipotesi da approfondire, ma anzi la ascolterebbero”.

Il problema, secondo l’ex ministro degli Esteri, è che né Governo di accordo nazionale (Gna), né l’Esercito nazionale libico (Lna) sembrano contare sull’appoggio di Roma. “L’Italia è vista con sospetto perché prima guarda a uno, poi all’altro, poi guarda di nuovo al primo. Nessuna delle parti in Libia ritiene che l’Italia sia schierata, ma in quei paesi se non ti schieri non sei affidabile”. Turchia e Russia, da parte loro, hanno schierato le truppe sul campo. E l’Italia? “Alla conferenza di Palermo – aggiunge l’ex vicepresidente della Commissione europea - il vicepresidente della Turchia se ne andò sbattendo la porta perché ci eravamo permessi di invitare pure Haftar al tavolo dei colloqui. Questa cosa non sarebbe mai accaduta a Mosca. Putin e Erdogan hanno comunque un’alleanza: i due si parlano, anche se sul terreno si minacciano, e come hanno fatto nel nord della Siria possono trovare un accordo”.

L’Europa, a giudizio dell’ex ministro degli Esteri italiano, è “inesistente”. L’Italia, che pur comanda la missione Irini, “non è considerata un broker in grado di riunire i contendenti”. Ciononostante, il governo di Roma dovrebbe impegnarsi per dire a Russia e Turchia di prendere in considerazione le proposte sul tavolo, come quella del presidente del parlamento. “Funzionerà il piano di Saleh? Non lo so, ma l’esito dello status quo, e lo dico con un po’ di brutalità, conviene a tutti tranne che a noi. Conviene alla Russia, perché consolida la presenza in Cirenaica dove ci sono petrolio, vie comunicazioni importanti sul Mediterraneo, e dove sta creando una terza base dopo Egitto e Siria. L’Egitto consolida i confini, ed è altrettanto felice. La Turchia ritorna dove gli italiani l’avevano cacciata tanti anni fa, prendendo il controllo del Mediterraneo centrale”, conclude Frattini. (Asc)
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Mediterraneo: si riaccende lo scontro per la Libia e le rotte del gas

Mediterraneo: si riaccende lo scontro per la Libia e le rotte del gas 

Roma, 12 mag 17:20 - (Agenzia Nova) - Grecia, Cipro, Egitto, Francia ed Emirati condannano la politica espansionistica della Turchia del presidente Recep Tayyip Erdogan che segna una nuova escalation nel Mediterraneo Orientale, con l'Italia in una posizione defilata, ma potenzialmente decisiva. Attraverso un comunicato congiunto, i ministri degli Esteri di questi cinque paesi hanno denunciato le "attività illegali turche in corso" nella zona economica esclusiva (Zee) di Cipro e nelle sue acque territoriali e “gli interventi turchi in Libia”. 

“Agenzia Nova” ha parlato dell'argomento con l’ex ministro degli Esteri italiano e presidente della Società italiana per l’organizzazione internazionale (Sioi), Franco Frattini, e con Leonardo Bellodi, esperto rapporti internazionali e advisor della Libyan Investment Authority (Lia), il fondo sovrano libico.

“Non è la prima volta che l’Italia è riluttante a schierarsi con i paesi che hanno fortemente criticato Ankara”, afferma Frattini. Il riferimento è alla decisione del titolare della Farnesina, Luigi Di Maio, di non firmare il comunicato finale adottato lo scorso gennaio al Cairo, dove pure il capo della diplomazia italiana era in visita ufficiale, al termine di una riunione con i colleghi di Egitto, Francia, Grecia e Cipro sulle ingerenze militari della Turchia in Libia. 

“Questo gruppo di paesi attacca spesso e fortemente la Turchia essenzialmente per due ragioni. La prima è il sostegno della Turchia al Governo libico di accordo nazionale di Fayez al Sarraj, in contrasto rispetto al generale Khalifa Haftar che invece è apertamente sostenuto da egiziani ed emiratini”, aggiunge il presidente della Sioi e membro del Consiglio di Stato. La seconda ragione, invece, è la partita energetica nel Mediterraneo Orientale che coinvolge soprattutto Cipro e Grecia. “Firmando il recente accordo con Tripoli, Erdogan ha creato un corridoio energetico che lega la Libia di Sarraj ad Ankara, rafforzando il ruolo della Turchia di vero e proprio hub energetico”, afferma ancora l’ex titolare della Farnesina. 

La maggior parte delle rotte energetiche che vengono dalla Russia e dell’Azerbaigian passano in effetti per la Turchia, incluso ad esempio il gasdotto transadriatico (Tap) - che dovrebbe approdare in Puglia a breve - e il progetto Turkish Stream. “Tutte le rotte energetiche che attraverso il Mar Nero vanno verso occidente - aggiunge Frattini - vedono la Turchia come regista, facendosi pagare diritti sul transito non indifferenti. Ora la Turchia pretende che le zone offshore al largo di Cipro siano sfruttabili a sua discrezione. Ricordo che abbiamo pagato anche un prezzo molto elevato quando una nave italiana per le esplorazioni di Saipem fu circondata da navi da guerra turche mentre stava legittimamente esplorando una concessione offshore: noi siamo amici dei turchi, ma i turchi non si fanno scrupolo”. 

Alle spalle di questi cinque paesi, aggiunge il presidente della Sioi, “c’è anche la Russia che ovviamente è molto interessata a sostenere Haftar, anche se Haftar negli ultimi tempi ha sbagliato quasi tutto”. Quanto all’Italia, Frattini sottolinea come ci sia un altro aspetto, finora rimasto sottotraccia, che ha spinto il governo a non schierarsi con il “club” anti-Turchia. “L’Italia ha sempre giocato una partita di sponda con tutte e due le parti. In Libia abbiamo sempre sostenuto Sarraj, ma tutti ricorderanno che poco tempo fa il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha ricevuto a Palazzo Chigi Haftar addirittura prima di Sarraj, che è il primo ministro riconosciuto dall’Onu”, ricorda ancora Frattini. Quello “sgarbo”, peraltro, portò il capo del governo di Tripoli ad annullare una visita a Roma in quello stesso giorno. “L’Italia ha sempre ragionevolmente tenuto i rapporti con gli uni e con gli altri perché il problema più grande di tutti per l’Italia è una divisione della Libia in due. Questo status quo cristallizza da un alto questo gruppo di cinque paesi, più la Russia, mentre dall’altra parte c’è la Turchia e il terzo punto di cui nessuno ha parlato: il Qatar, il grande alleato arabo di Ankara sostegno di Sarraj”. 
“Possiamo immaginare che l’Italia potesse dare un pugno nell’occhio alla Turchia, alleata del Qatar, il giorno dopo che la Turchia ha dichiarato di aver liberato Silvia Romano, e poi di averla ceduta ai nostri, dopo che l’accordo per la liberazione era stato firmato in Qatar?”, si chiede Frattini, sottolineando come Qatar e Turchia siano i “registi” della liberazione della cooperante italiana. “Poi l’Italia ha pagato dei soldi su cui i magistrati competenti dovranno indagare, ma la questione geopolitica è chiarissima: è impensabile che l’Italia, all’indomani della liberazione della Romano esplicitamente comunicata alla stampa dai turchi con la mediazione di Doha, potesse unirsi al coro di condanne”, afferma ancora l’ex vicepresidente della Commissione europea. “Ecco dunque la spiegazione. Non c’è la questione energetica, su cui pure l’Italia è vittima; non c’è solo la questione libica, dove l’Italia comprensibilmente cerca di evitare una spaccatura irreversibile e parla con tutti. L’immediatezza dell’incontro ha reso assolutamente impossibile per l’Italia partecipare”, aggiunge Frattini, spiegando come il governo abbia fatto valere in questo contesto “un legittimo interesse di Stato”. Ciononostante, prosegue Frattini, “il comportamento della Turchia è stato in più occasioni contrario agli interessi di una leale collaborazione di un paese come l’Italia che invece è stato sempre amico della Turchia: credo che siamo tuttora i secondi partner commerciali tra i paesi europei”. La Turchia, malgrado i rapporti consolidati con l’Italia, “non guarda in faccia a nessuno” come del resto fanno gli altri cinque paesi firmatari della dichiarazione. “Degli egiziani e degli emiratini sapevamo già, paradossalmente la loro posizione è sempre stata chiara. I francesi, invece, dopo le dichiarazioni europee di sostegno comune al premier Sarraj, hanno poi confermato di lavorare da molto tempo con Haftar.

La cosa non mi turba: non siamo stati esclusi da un club prestigioso, ma da un gruppo di paesi che hanno interessi in comune”, aggiunge Frattini. A differenza di Francia, Egitto, Emirati, Cipro e Grecia, l’Italia “ha interesse alla riconciliazione in Libia, e non alla vittoria dell’uno sull’altro”. Per Leonardo Bellodi, il diritto internazionale è dalla parte dei paesi del comunicato anti-turco. “La violazione della Turchia è evidente, basti pensare che Cipro Nord è riconosciuta unicamente da Ankara, ma il tema è un altro e riguarda l’enforcement di questa dichiarazione: cosa faranno gli Stati firmatari, cosa farà l’Unione europea nel momento in cui potrebbero esserci azioni di forza da parte della Turchia? Non dimentichiamo che quella è una frontiera dell’Unione europea. 

Cosa farà l’Ue, al di là delle dichiarazioni politiche, per affermare il diritto internazionale e la sovranità internazionale a fronte di queste ingerenze?”, si è chiesto Bellodi. Non è tutto. L’esperto ha nettamente bocciato il memorandum d’intesa sulla delimitazione dei confini marittimi firmato da Ankara e il Governo di accordo nazionale (Gna) della Libia. “Non tiene minimamente in considerazione le istanze degli altri paesi. Taglia in due il progetto East-Med, è una prova di forza che non trova giustificazione dal punto di vista economico né giuridico: la vedo come una provocazione politica inutile”. Quanto al ruolo dell’Italia, Bellodi indica due possibilità, una positiva e l’altra estremamente negativa. “La prima è che l’Italia stia portando avanti un discorso di ‘real politik’, da paese profondamente coinvolto in quell’area, non prendendo posizione e acquisendo un margine negoziale”, ha detto Bellodi. Il governo italiano, in altre parole, si sarebbe defilato per divenire “lo strumento per arrivare a una risoluzione della controversia”. Si tratterebbe dunque di una scelta consapevole, studiata a tavolino, per accrescere la leva negoziale dell’Italia in un’area dove ha forti interessi. “La seconda ipotesi è che l’Italia non abbia preso posizione semplicemente perché non è interessata al quadrante o comunque non ci sta pensando. Spero vivamente che ci troviamo nella prima delle ipotesi”, ha detto ancora il manager. (Asc) © Agenzia Nova - Riproduzione riservata

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Una nuova conferenza di Palermo per provare ad avere un ruolo in Libia. Parla Frattini

Una nuova conferenza di Palermo per provare ad avere un ruolo in Libia. Parla Frattini
Il Foglio 
22 gennaio 2020


Una nuova conferenza di Palermo, è la proposta che il due volte ministro degli Esteri Franco Frattini, già vicepresidente della Commissione UE, lancia dalle colonne del Foglio come unica via italiana per uscire dall'isolamento e giocare un ruolo in Libia. 

"La spartizione in due aree, Tripolitania e Cirenaica, sotto le influenze turca e russa, sarebbe l'esito più drammatico per i nostri interessi regionali. Il governo italiano dovrebbe convocare i paesi della sponda nord e sud dell'Iniziativa 5+5: solo in una dimensione mediterranea possiamo tornare a contare". 

All'indomani del vertice di Berlino, l'idea di una forza di interposizione europea pare definitivamente sfumata. "In Libia i due principali mentori, Erdogan e Putin, non gradiscono disturbatori europei, e hanno gioco facile visto che l'Europa non c'è: la Germania è intervenuta in ritardo, la Francia continua a intralciare ogni piano italiano. Nella situazione attuale la Russia è l'interlocutore più affidabile perché condivide con noi l'interesse del terrorismo e dell'immigrazione clandestina; inoltre, al contrario di Erdogan, Putin non ha la necessità di rafforzare ulteriormente la propria presenza in medio oriente ne deve agire da protettore naturale della Fratellanza musulmana schierata con Tripoli". 

La partita energetica non è secondaria: la Turchia ha sottoscritto con Sarraj un memorandum per lo sfruttamento delle risorse marittime. "Ankara considera da sempre il Mediterraneo orientale come un prolungamento della propria sovranità, perciò ostacola le esplorazioni offshore al largo di Cipro. A febbraio dello scorso anno una nave dell'Eni, impegnata in attività di perforazione nella zona economica esclusiva di Nicosia, è stata bloccata da un'unità militare turca. L'Italia rischia di restare schiacciata tra le ambizioni espansionistiche turche, in accordo con Sarraj, e le mire di Haftar che blocca le esportazioni petrolifere per piegare la National Oil Company". 

Secondo la cancelliera tedesca Merkel, a Berlino si sarebbero compiuti "piccoli passi avanti". 
"Io parlerei piuttosto di piccolissimi passi - prosegue Frattini - E' un fatto importante avere raccolto tutti gli attori nello stesso luogo, anche se non allo stesso tavolo. La presenza contestuale di Putin e Erdogan ha dato legittimazione all'intero vertice. Tuttavia il mancato invito alla Tunisia è un grave errore imputabile al protocollo tedesco". 

Non c'era neppure la Grecia, per il veto turco. 
"Questo è un errore di sostanza politica. Atene ha una storia di rapporti complicati con la Turchia, il paese che nella vicenda libica svolge la parte del leone: detta tempi e modi, ribadisce la volontà di non ritirare le truppe, a Berlino Erdogan è andato via tré ore prima della fine del vertice. La Grecia, per ragioni geografiche, è il paese destinatario dei flussi migratori provenienti dal territorio turco ed è stata direttamente toccata dall'intesa stipulata tra Erdogan e Sarraj sulla questione del Mediterraneo orientale, un'area che la Turchia rivendica". 

Come lei ricordava, i due contendenti, Sarraj e Haftar, non si sono incontrati ne hanno firmato il cessate il fuoco. 
"La fine dello scontro armato dipenderà dalla loro volontà. Se assisteremo a una stabilizzazione temporanea, non sarà merito del vertice berlinese dal quale Sarraj esce indebolito visto che il maresciallo di Bengasi è stato, di fatto, equiparato al premier riconosciuto. Nel documento finale si accenna a una cabina di sicurezza a due ma le posizioni restano molto distanti: pur nell'ipotesi di un governo di unità nazionale, chi andrebbe a presiederlo?". 

Forse l'unica, vera proposta uscita dal vertice di tregua è che la missione navale Sophia, varata nel 2015, torni in mare. "E' una buona notizia dal momento che Sophia ha finito per svolgere una funzione umanitaria: soccorreva i migranti in alto mare e li faceva sbarcare nei porti italiani. I contorni dell'iniziativa però rest
ano incerti".

Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio si è affrettato a spiegare che Sophia dovrà bloccare le armi, non recuperare barconi. "Serve una base giuridica apposita perché una missione incaricata di svolgere pattugliamento marittimo possa essere destinata al blocco delle armi. L'intercettazione del traffico vietato prevede controlli, verifiche, ispezioni forzose e sequestri: senza una nuova regola di ingaggio che autorizzi il ricorso alla forza, tali operazioni, al di fuori dei confini marittimi europei, equivarrebbero ad abbordaggio piratesco. E' necessaria una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'Onu". 

A detta di Haftar, 41 dei 2.400 combattenti siriani filoturchi spediti da Erdogan si sarebbero spostati in Italia: finti migranti, puri jihadisti. "Non darei eccessivo credito ai messaggi apocalittici scagliati come minacce nei momenti di tensione. I nostri servizi di intelligence sono in grado di individuare eventuali infiltrazioni. E' tuttavia innegabile che a una instabilità maggiore corrisponda un rischio maggiore di terrorismo. Nel documento finale di Berlino non si accenna al problema delle milizie: saranno reintegrate o annientate? Più le milizie prosperano più aumenta l'instabilità con i pericoli connessi". 

Annalisa Chirico

Foto La Presse 

22.1.20 | Posted in , , , , , , , , , | Continua »

GUERRA IN SIRIA/ Frattini: gli errori dell’Ue che hanno regalato Erdogan alla Russia

GUERRA IN SIRIA/ Frattini: gli errori dell’Ue che hanno regalato Erdogan alla Russia 

02.11.2019 - int. Franco Frattini 



Il Medio Oriente è in totale subbuglio, con Erdogan che guarda a Est. Gli errori e le colpe del disastro 

Il Medio Oriente è in subbuglio e i focolai di conflitto si moltiplicano. Il centro della destabilizzazione è la Siria, che ha visto il riaccendersi degli scontri dopo l’ingresso nel suo teatro della Turchia di Erdogan, con la scusa di voler allontanare i curdi. Ma come siamo arrivati al disordine attuale? Analisti ed esperti militari sono concordi nell’individuare la causa scatenante dello sconquasso mediorientale: la guerra in Iraq del 2003. E oggi, perché la Turchia, in quegli anni vicina all’Europa, ora guarda a Est e pratica una politica di potenza? Perché l’Europa ha ormai abbandonato ogni prospettiva di coordinamento in politica estera? Il Sussidiario ne ha parlato con un protagonista della politica estera di quegli anni, Franco Frattini, per due volte ministro degli Esteri ed ex vicepresidente della Commissione europea, che offre una chiave di lettura in retrospettiva capace di portare al cuore e alla radice del caos mediorientale attuale. 

Analisti e militari concordano che la guerra in Iraq nel 2003 ha destrutturato il Medio Oriente, portando al caos che vediamo. Lo conferma? 

Questo è esattamente ciò che mi disse l’allora presidente egiziano Hosni Mubarak. L’Egitto era uno dei più forti alleati dell’Occidente. Mi confidò: “La missione in Iraq, con l’azione unilaterale anglo-americana, creerà i presupposti per lo scardinamento degli equilibri dell’area”. Noi non gli credemmo, anche se bisogna ricordare che l’Italia è arrivata in Iraq dopo la delibera Onu, perché la nostra Costituzione impedisce di partecipare ad azioni di guerra. Ma non è stato l’unico errore, forse neanche il più grande. 

E quale sarebbe stato questo sbaglio?

Una volta assunto il controllo dell’Iraq, gli anglo-americani hanno identificato il partito Baath con Saddam Hussein, come se tutti i funzionari pubblici fossero suoi seguaci. L’Iraq non era la Libia, aveva una burocrazia che funzionava, così come funzionava in Siria. E i funzionari non erano uomini di Saddam, la distruzione della burocrazia ha portato queste persone da un giorno all’altro a trovarsi senza lavoro. E loro ci hanno ripagati disseminando l’intero Medio Oriente di odio anti-occidentale. Noi cercammo in tutti i modi di evitarlo, premendo sul presidente Bush, ma senza successo. 

Un altro focolaio è quello della Turchia, che ai tempi della guerra in Iraq era pure vicina ad un possibile ingresso in Europa. Poi che cosa è successo? 

È cambiato il mondo. All’epoca, insieme al mio collega britannico, avevamo fondato il gruppo “Friends of Turkey”, con il compito di attuare azioni positive per allargare l’Europa alla Turchia, il che ci avrebbe aiutato moltissimo. Ai tempi, grazie al mio impegno, il partito Akp di Erdogan, che in quegli anni era un politico in ascesa, era diventato membro osservatore al Parlamento europeo. 

E poi che cosa è andato storto? 
Chirac e Schröder ci dissero di farla finita con questo tentativo, perché tutt’al più con la Turchia si sarebbe arrivati a un partenariato speciale. Bisogna conoscere la storia turca: è ottomana e post-ottomana, è un popolo che non si dimentica di essere erede di un grande impero. Non accettarono gli schiaffi dell’Europa e il loro orgoglio nazionale li ha fatti voltare da un’altra parte: alla Russia, all’Iran, a un ruolo di potenza regionale in Medio Oriente. 

È quello che sta accadendo oggi. Fu l’unica motivazione? 

Oltre a questo schiaffo ci furono le crisi migratorie e l’islamizzazione sempre più dura del partito di Erdogan. Oggi questo processo è irreversibile, per scelta stessa della Turchia. 

L’Europa sembra aver perso gran parte dell’attrattiva anche per Paesi che ne furono fondatori. Le carenze maggiori si notano proprio nella politica estera. Sull’invasione di Erdogan in Siria, per esempio, l’Ue non ha saputo avere una voce comune. Perché? 

Rispetto a quei tempi c’è stato un degrado progressivo dei rapporti tra gli Stati europei sui temi della sicurezza, della lotta al terrorismo, dell’immigrazione. Un’Europa a 27 non si governa come una a 14, prima dell’allargamento a Est avvenuto nel 2004: già con 24 membri era diventato tutto più complicato. Negli ultimi anni ho visto l’Europa votare in tre modi diversi sulla crisi israelo-palestinese: un gruppo a favore di Israele, uno pro palestinesi, un altro che si asteneva. Peggio di così… 

Un’altra prospettiva dimenticata da tempo è quella di creare un esercito europeo. Oggi l’Ue si accontenta di avere un Alto rappresentante per la politica estera, che di alto però ha solo di nome… 

Proprio io parlai di esercito europeo nel mio discorso di insediamento, quando l’Italia diventò presidente di turno dell’Europa nel 2003. Il giorno dopo uscì un articolo sul Financial Times che diceva: arrivano dall’Italia a farci perdere l’esercito della corona. Ma oltre al Regno Unito, e tranne forse Francia e Germania, anche gli altri Paesi si mostrarono riluttanti. 

Il collasso delle relazioni internazionali di cui si parla spesso ha colpito anche i rapporti tra Stati Ue? 

Sì, è uno scollamento dovuto alla mancanza di valori guida, ed è un fatto gravissimo. Come può essere rispettato il principio della fiducia reciproca, un pilastro del trattato europeo, se l’Italia viene lasciata sola davanti agli sbarchi a Lampedusa? Come può esserci fiducia se non si scambiano informazioni sui terroristi? L’attentatore del mercatino di Bruxelles ha attraversato ben 4 Paesi europei prima di essere arrestato in Italia. Stessa storia per i terroristi del Bataclan, che hanno varcato diverse frontiere prima di essere fermati. Tutto ciò può accadere solo perché questa fiducia totale, anche nell’intelligence, non c’è più. 

 (Lucio Valentini)

4.11.19 | Posted in , , , , , , , , , , , , , , , | Continua »

CAOS SIRIA/ Frattini: se viene divisa tra Erdogan e Sauditi, salta anche la Libia



Erdogan non si sarebbe fermato, questo Trump doveva saperlo. Adesso il rischio da scongiurare è la divisione della Siria


Il Medio Oriente è tornato una polveriera, e ogni giorno il bollettino peggiora. Il governo di Hariri in Libano, in seguito alle proteste, ha rassegnato le dimissioni. In Siria, dopo il ritiro dei curdi dalla “zona cuscinetto” resta il rischio di una vera e propria guerra tra le truppe turche e quelle di Assad. In Iraq ci sono stati 250 morti da inizio ottobre tra i manifestanti, nell’ultimo caso uomini dal volto coperto hanno sparato sulla folla. La Giordania ha appena richiamato il suo ambasciatore da Israele, che a suo dire detiene due suoi cittadini illegalmente.
 Il centro del Medio Oriente sta sfuggendo di mano, e ai confini di questo nucleo “caldo” si trovano gli attori regionali più forti: Turchia, Iran, Arabia Saudita e Israele. Quattro Stati con interessi e alleanze divergenti. Col disimpegno Usa, l’unico attore di rilevanza globale nell’area resta la Russia. Il Sussidiario ha parlato con Franco Frattini, due volte ministro degli Esteri con Berlusconi a Palazzo Chigi, che ci ha delineato lo schema del pantano mediorientale, e i pericoli che ne derivano per tutto l’Occidente.

Qual è la strategia della Turchia in Siria?
Ha approfittato del vuoto di potere lasciato dagli Usa. Erdogan ha sempre voluto affermare un principio: i curdi devono vivere in zone sotto il controllo della Turchia, per Ankara questo è un interesse nazionale prioritario. Erdogan lo sta solo portando avanti concretamente, Trump ha sbagliato a credere che si sarebbe fermato.
Il presidente Usa pensava che bastasse una moral suasion per fermare i turchi?
Sì. Trump gli ha chiesto di “andarci piano”, ma Erdogan, saputo del ritiro Usa dal Nordest della Siria, ha agito come se il campo fosse sgombro. Anche lui ha fatto male i conti: dagli Usa ha preso le sanzioni e il riconoscimento del genocidio armeno, e appena gli americani hanno mollato la presa, la Russia si è incaricata della stabilità dell’area, e per ora Putin più o meno riesce a mantenere il cessate il fuoco tra Turchia e Assad. Conosco i turchi: senza un “amico” potente a chiederglielo, non si sarebbero fermati ai 30 km della “zona cuscinetto”. A Idlib, e non solo, avremmo visto un bagno di sangue.
Anche perché l’esercito turco, il secondo della Nato, ha i mezzi per farlo.
Sì, ma non bisogna sottovalutare il contingente di Assad, che è tutt’ora forte e combatte sul suo territorio, un luogo dove chiunque rischia di impantanarsi, questo Putin l’ha capito bene.
Lo stesso vale per Trump, che infatti se ne è tirato fuori. È questa la sua strategia?
Sì. D’altronde a Trump, all’inizio del suo mandato, è scappato detto: “Gli Usa devono smetterla di fare il poliziotto globale”.
Questo però lo dicono un po’ tutti i presidenti Usa. Poi le cose vanno diversamente.
Lui però ha cominciato a farlo. Ha detto agli alleati Nato: non pagheremo più per la vostra sicurezza. E questo si è tradotto nel disimpegno in Libia, ai danni dell’Italia, e in Siria, ai danni di tutto l’Occidente. Anche in Afghanistan e in Iraq ha diminuito gli sforzi. Poi, certo, restano alcune mosse estemporanee.
Tipo?
Prima ha detto di volersene andare dal Nordest della Siria, per poi spiegare che alcune truppe sarebbero rimaste. Allo stesso tempo, le forze speciali americane erano a caccia di Al Baghdadi, il califfo dell’Isis, che alla fine hanno trovato e ucciso. Ma l’idea dietro resta, anche se non è attuata in modo lineare.
Quella di un’America concentrata su se stessa. È questo il fine?
Vuole portare alle elezioni del prossimo anno un’America più ricca al suo interno e più lontana dai teatri di crisi. Trump disse: “Basta con le bare coperte dalla nostra bandiera, voglio che i nostri ragazzi si impegnino negli Usa per il bene della patria”.
A chi va il Medio Oriente? Alla Russia, alla Cina?
La Russia resta l’attore più importante sul campo, e gioca sempre di sponda con la Cina: 2 su 5 dei membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu hanno un occhio attento sulle vicende mediorientali. In più la Russia fa da pontiere con l’Iran, che presto potrebbe avere la bomba atomica. Il grande Medio Oriente si sta del tutto destabilizzando, lo scontro tra Qatar e blocco sunnita di Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita è uno scontro tra sunniti. Non si tratta più solo di scontri tra sunniti e sciiti.
Una vera polveriera, mentre ancora non si capisce come andrà a finire la spartizione della Siria.
La Turchia vuole la sua area d’influenza, questo oltre ai curdi è il motivo del suo attivismo in Siria. Ci saranno tre sfere d’influenza: la Turchia al nord vicino ai propri confini, al centro gli sciiti alawiti di Bashar al-Assad, e al sud i sunniti con influenza e soldi di Arabia Saudita. Sperando che tutto ciò basti a mantenerla unita, perché una sua partizione in due o tre parti sarebbe assolutamente devastante.
Più devastante del rischio che continui una guerra che dopo 8 anni ha lasciato solo macerie?
Sarebbe un rischio ancora più grosso perché creerebbe un effetto domino: perché dovrebbe rimanere unita la Libia se tra Cirenaica, Tripolitania e Fezzan ci sono differenze forse anche più grandi di quelle tra un curdo e un sunnita del sud della Siria?
La forma Stato in Africa non è mai attecchita del tutto. Ma è a rischio anche in Medio Oriente?
Questo è il vizio d’origine dell’accordo franco-britannico che, disegnando con la penna i confini degli Stati, pose le condizioni per aggregazioni e disaggregazioni che quei popoli non riconoscono. Se cade uno di questi Stati e si afferma il principio che la Siria si può dividere, altri la seguirebbero. L’opposto dell’interesse occidentale, che è nella stabilità dell’area.
In Libano, il primo ministro Hariri si è dimesso. Si andrà a elezioni o si rischia la guerra civile?
Hariri, e prima di lui suo padre, si è illuso per anni che la sua coalizione potesse fare accordi con Hezbollah, e ora ne paga il prezzo. Hezbollah è un partito sciita filo-iraniano del tutto assolutista, che vuole vincere e non concepisce accordi. Io non so se dietro le enormi proteste di piazza ci sia o no Nasrallah (il leader di Hezbollah, ndr), so che trovare un nuovo primo ministro sarà difficile per il presidente Aoun. Hariri ci mise un anno per creare il governo.
Anche Israele, paese diverso ma confinante, ha difficoltà nel creare un governo.
Israele uscirà da questa fase, è un paese più dinamico. E ha delle risorse che il Libano purtroppo non ha.
(Lucio Valentini, Il Sussidiario.net) 

31.10.19 | Posted in , , , , , , , , , , , , , , , , | Continua »

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