Report Top -10 Risk for Eurasia 2021

TOP-10 Risks for Eurasia Are Already Coming True in 2021 






Astana Club, one of the most esteemed geopolitical forums for Europe and Asia, announces the latest edition of the international rating “TOP-10 Risks for Eurasia in 2021”. 

The rating is developed by the Institute of World Economics and Politics (IWEP), comprising over 40 international experts and 1,200 professional respondents from 75 countries in Eurasia. The COVID-19 pandemic remains the key element to accelerate the risks in 2021 and affects recovery, social stability, digital and climate threats and the escalation of confrontations between key geopolitical players. 

A brief rundown of the TOP-10 risks is presented below: 

1. THE PANDEMIC 2.0 Given the absence of effective international cooperation mechanisms to combat the infection and the constant mutation of the virus, the pandemic threatens to continue throughout 2021, possibly longer. 

2. RECOVERY UNDER THREAT The pandemic, collapse of economic activity, geopolitical and social instability and the debt crisis of emerging markets are key factors that threaten the shaky recovery of the world economy. 

3. US-CHINA COLD WAR The US and China have crossed practically all “red lines” during the pandemic; this confrontation will transform into full scale systemic conflict in 2021. 

4. CRISIS AROUND IRAN Growing tensions around Iran may trigger a large-scale military confrontation, thus dealing a crushing blow to the international energy market. 

5. DECOUPLING Decoupling of the West and China will not only continue under the new US administration but will gain a dangerous new dynamic in 2021.

6. DISSOLUTION OF THE NUCLEAR NON-PROLIFERATION REGIME The erosion of key nuclear treaties and institutions along with outstripping developments in military technologies threaten to initiate a new nuclear arms race. 

7. EXPLODING SOCIAL PROTESTS Political systems in many countries will come under unprecedented pressure as the economic and social impact of COVID-19 mounts. 

8. GLOBAL CYBER CRISIS The absence of uniform rules in the digital domain opens the road to massive cyber-attacks, which may become the catalyst for a global-level crisis. 

9. DIGITAL TOTALITARIANISM Total digitalization, accelerated by the pandemic, offers unprecedented opportunities to control personal data and political censure, creating the risk of a new type of totalitarianism. 

10. FAILURE OF DECARBONISATION In 2021, the world will be concerned with recovering economic growth, meaning plans to decarbonize and reduce CO2 emissions will be pushed to one side, especially in developing countries. 




Rating of TOP-10 risks for Eurasia in 2020 is an analytical project aimed at evaluating major threats for Eurasian macroregion. 
 
The full report is available at: https://eurasiarisks2021.astanaclub.kz/#risks



 

2.3.21 | Posted in , , , , , , | Continua »

Papa Francesco: 'I valori dello sport per rilanciare lo sviluppo"


Papa Francesco: 'I valori dello sport per rilanciare lo sviluppo" 
Il n.1 del Coni Malagò scrive per l'Ansa: "Orgogliosi delle sue parole"


Nello strano Angelus della domenica delle Palme, senza pellegrini, nella Basilica di San Pietro vuota causa coronavirus Papa Francesco ha pregato per lo sport, chiedendone il rilancio. Il Pontefice lo ha fatto alla vigilia della giornata mondiale che si celebra il 6 aprile, appunto, e il suo messaggio irrompe nel silenzio di una domenica, l'ennesima ormai, senza calcio, senza alcuno sport giocato.

"Lunedì 6 aprile ricorre la Giornata Mondiale dello Sport per la Pace e lo Sviluppo, indetta dalle Nazioni Unite" ha esordito il Pontefice. "In questo periodo, tante manifestazioni sono sospese, ma vengono fuori i frutti migliori dello sport - le parole di Francesco -: la resistenza, lo spirito di squadra, la fratellanza, il dare il meglio di sé. Dunque, rilanciamo lo sport per la pace e lo sviluppo".

Un messaggio di grande speranza che guarda al futuro anche attraverso la ripresa delle attività sportive, per le quali il Papa ha sempre mostrato grande ammirazione e sostegno. Le sue parole sono state infatti accolte con grande soddisfazione dal presidente del Coni, Giovanni Malagò che ha scritto per l'ANSA il suo pensiero. "Le parole di Papa Francesco riempiono di orgoglio e di gioia lo sport e gli sportivi tutti - scrive Malagò -. Per il nostro mondo sono un segnale di grande vicinanza che, per la verità, Sua Santità non ci ha mai fatto mancare, ma che oggi, in un periodo così difficile per tutti noi, risuona con maggiore eclatanza e rispettosa gratitudine".

La giornata mondiale si festeggia il 6 aprile perché nella stessa data nel 1986 "presero il via ad Atene i primi Giochi Olimpici dell'era moderna. Il 6 aprile è la nostra festa" ricorda Malagò. E le parole del Pontefice "rappresentano una simbolica benedizione verso la grande famiglia dello sport che anche da questo messaggio dovrà trarre quella forza d'animo necessaria ad affrontare e a superare le difficoltà di questi giorni attraverso appunto quelle caratteristiche che sono insite nella natura dei veri sportivi: resistenza, spirito di squadra e fratellanza. Soltanto se saremo uniti, potremo vincere questa battaglia. Grazie Papa Francesco per questo appello che il mondo dello sport non potrà esimersi dall'osservare con scrupolosa dedizione".

Fonte Ansa

6.4.20 | Posted in , , , , , , , , | Continua »

Coronavirus, c’era una volta l’Europa

A Berlino si è deciso di cancellare in un attimo la convenzione di Schengen, simbolo di un accordo storico per una nuova Unione senza confini 
DI STEFANO FOLLI

Tutti coloro che per lunghi anni hanno creduto nell'Europa oggi devono cerchiare la data sul calendario con un lapis nero, in mancanza del sassolino ugualmente nero usato dagli antichi romani per segnalare i giorni funesti. E la ragione va cercata a Berlino. Lì, nella capitale della nazione egemonica in Europa, il perno dell'architettura economica e istituzionale su cui si regge l'Unione, lì si è deciso di cancellare in un attimo la convenzione di Schengen...



16.3.20 | Posted in , , , , , , , | Continua »

Un’autocertificazione per chi sfama i randagi

Un’autocertificazione per chi sfama i randagi

In epoca di Coronavirus c'è chi pur rispettando l'obbligo di restare a casa e di uscire solo se strettamente necessario si preoccupa di sfamare gli animali randagi.






15.3.20 | Posted in , , , | Continua »

Frattini: “Di Maio vuole dall’Ue la completa revisione ​​​​​​​delle sanzioni a Putin”

Frattini: “Di Maio vuole dall’Ue la completa revisione ​​​​​​​delle sanzioni a Putin”
E sulla Libia: «Dialogare con Mosca e Ankara» 


Franco Frattini, magistrato e presidente dell' Associazione italiana per l' Onu-SIOI, è stato due volte ministro degli Esteri nei governi Berlusconi e Commissario europeo. Il suo è uno dei nomi più accreditati per l'incarico di inviato speciale dell'Italia in Libia. In questi giorni i suoi consigli sono molti utili al ministro degli Esteri Luigi Di Maio. La chiave per capire come intenda muoversi Roma sta in quello che lo stesso Di Maio ha confidato a Frattini: il responsabile della Farnesina ha chiesto all'Alto rappresentante Ue Borrell di ridiscutere le sanzioni alla Russia. 

Qual è il senso di questa mano tesa a Putin, sapendo che ci metteremo contro Trump? 

«A noi la Russia serve moltissimo per difendere i nostri interessi nazionali. Di Maio ha fatto un passo molto importante con Borrell. Un passo che avremmo dovuto fare tre, quattro anni fa. Noi avremmo dovuto dire basta con le sanzioni». 

Pensa che Borrell metterà il tema delle sanzioni all' ordine del giorno a Bruxelles? 

«Conoscendolo bene, visto che da commissario europeo ho lavorato con lui, credo proprio di sì». 

A parte Trump, anche Merkel e Macron saranno contrari a mettere in discussione le sanzioni a Mosca. 

«Può darsi, ma almeno si saprà da che parte stiamo noi e da che parte loro». 

Scusi, da che parte dovremmo stare noi? Ci spieghi perché adesso dobbiamo stare dalla parte della Russia? 

«Noi dobbiamo stare dalla parte dei nostri interessi nazionali come fanno gli altri Paesi, ma abbiamo un at out che gli altri non hanno, cioè possiamo parlare in amicizia con tutte le parti in causa sia in Libia sia in Medio Oriente. Noi come Italia possiamo avere un ruolo di mediazione nei conflitti. In ogni caso dobbiamo farci sentire ai tavoli delle potenze che hanno in mano le sorti di un Paese a poche miglia dalle coste italiane. In Libia abbiamo interessi di primaria grandezza, energetici, migratori, ma anche rapporti politici e di amicizia di lunghissima durata». 

Forse meglio dire "avevamo". Noi abbiamo sostenuto Sarraj, ma ora Di Maio pensa che Sarraj ci abbia tradito con la Turchia e apre ad Haftar. Abbiamo cambiato alleato? 

«Ho parlato con Di Maio e lui non parla di alleanza con Haftar ma si rende conto degli errori del passato: non possiamo schiacciarci su Sarraj. Il ministro degli Esteri si rende conto che potremmo avere una sponda forte a Mosca e allora perché appiattarsi con una delle parti quando possiamo aiutare gli uni e gli altri? La conferenza di Palermo sembrava che avesse segnato un equilibrio tra le due parti e ci siamo buttati tra le braccia di Sarraj». 

Con gli Stati Uniti che avevano promesso al premier Conte sostegno in Libia. 

«Gli americani avevano detto "bravi, occupatevi della Libia", ma poi ci hanno lasciato soli. Ecco perché dobbiamo discutere con la Russia, rimettendo in discussione le sanzioni economiche, e anche con la Turchia. Dopodomani (domani per chi legge, ndr) a Sochi si incontreranno Putin, che sostiene Haftar, ed Erdogan, che ha mandato i suoi soldati in difesa di Sarraj: decideranno il futuro della Libia, come hanno fatto per la Siria. Speriamo che la Libia non venga spartita in due, ma è tra le ipotesi in campo. Ecco perché dobbiamo riaprire la discussione pure con Ankara e difendere il lavoro di Eni. È stato un errore chiudere la porta in faccia alla Turchia come hanno fatto nel 2003 Chirac e Schröder». 

Insomma la piccola Italia a suo parere può diventare una potenza regionale, da sola, senza l'Europa. Questa logica vale anche per la vicenda iraniana? 

«Sì. Noi in Iraq abbiamo mille soldati. Va bene, siamo leali con gli Stati Uniti ed è giusto decidere anche con gli altri Paesi europei se rimanere. Ma una volta ribadita la nostra lealtà, dobbiamo poter dire come la pensiamo su certe iniziative come l'uccisione di Soleimani». 

Allora Di Maio ha fatto bene a prendere le distanze da Washington? 

«È una mossa ragionevole se il passo successivo sarà quello che io suggerisco: ridare all'Italia un ruolo di pontiere. Con l'Iran abbiamo un rapporto consolidato da sempre. Senza nulla togliere alla nostra forte amicizia con Israele, dobbiamo avere una posizione autonoma. Vediamo se gli iraniani ci snobberanno e se gli americani diranno che li abbiamo pugnalati alle spalle. Io so che il ministro degli Esteri iraniano sta facendo molte telefonate ai Paesi occidentali e spero che una la faccia anche a Roma. Francesi e tedeschi hanno fatto sponda con la Cina invece di fare un vertice subito per cercare l'unità europea». 

Lei pensa che Trump in questo momento ci voglia tra i piedi nel ruolo di pontieri e pompieri? 

«In un momento in cui molti degli alleati europei stanno esprimendo contrarietà al raid americano, Trump ha contro la Russia, la Turchia e la Cina. Nello scacchiere mediorientale, oltre Israele, hanno dalla loro parte i sauditi ma rischiano di imbarcarsi in una polveriera. Noi abbiamo un filo da riagganciare con gli iraniani».

8.1.20 | Posted in , , , , , , , , , , , , , , , | Continua »

Incubi e miti: la difficile convivenza uomo-orso In Trentino continua la fuga di M49 ma la sua pericolosità è tutta da dimostrare

In Trentino continua la fuga di M49 ma la sua pericolosità è tutta da dimostrare 

MARIO TOZZI 
20 Luglio 2019 


Un milione di italiani, i trentini, con una densità di popolazione di 79 abitanti per km/q, non riescono a convivere con un orso bruno e con qualche decina di suoi compari sparsi in questo settore dell’arco alpino. E chi li amministra ha deciso, di suo proprio conto, che l’esemplare è pericoloso e va abbattuto quanto prima, pena danni inimmaginabili alle attività produttive e rischio per la vita delle persone. Altri protestano contro i ripopolamenti faunistici incentivati dagli animalisti e altri ancora temono per l’incolumità di chi si reca a fare una passeggiata, incolpando chi difende l’orso M49 (come tempo fa l’orsa Daniza) di farlo dal divano di casa sua e non in tuta mimetica nella foresta. Raramente ignoranza del mondo naturale e incompetenza sono andati così bene insieme. 

Intanto, nella vicinissima Slovenia, si convive tranquillamente con 450 orsi (da noi una cinquantina), registrando, di media, un caso pericoloso di aggressione all’anno, quasi sempre provocata dall’uomo, dimostrando che sono l’informazione e l’educazione gli elementi per la convivenza, non le battute di caccia. In secondo luogo, nessun presidente di regione può decidere l’esecuzione di un animale selvatico senza il parere vincolante dell’ISPRA. È bene precisare che la decisione della Corte Costituzionale, sbandierata come una giustificazione dell’eventuale abbattimento, non ha nulla a che vedere con l’attuale vicenda dell’orso M49. L’ordinanza urgente firmata dal Presidente della Provincia di Trento, senza alcuna motivazione concreta e dimostrabile, è illegittima, tanto che lo stesso Ministero dell’Ambiente ha diffidato la provincia di Trento ad abbattere l’animale che si è macchiato della grave colpa di aver razziato un po’ di cibarie. Insomma, è sempre necessario il parere positivo dello Stato e la dimostrazione concreta che non esistano valide soluzioni alternative alla cattura o all’abbattimento di animali protetti da leggi europee. 

Peraltro, invece di attaccare ‘la scienza’, il Presidente Fugatti dovrebbe spiegare come l’orso sia riuscito a scappare attraverso un recinto alto più di quattro metri e per di più elettrificato fino a 7000 volts, visto che gli orsi ancora non volano. In definitiva, M49 è tutt’al più da considerarsi un orso problematico perché ha causato danni economici ad attività produttive, danni favoriti dalla mancata adozione di strumenti di prevenzione adeguati. Mentre la sua pericolosità per le persone è ancora da dimostrare (‘potenziale’ è il termine più appropriato al momento). 

L’orso è una “specie-ombrello”, garantendone la sopravvivenza la si garantisce anche ad altre specie. È anche una “specie-critica”, visto che espleta una seria di funzioni fondamentali per l’intero ecosistema. Infine è una “specie-bandiera”, perché amato dalle persone e dai turisti e catalizzatore di interesse. Capendo questo si potrà anche comprendere che sapere che l’orso continuerà a sopravvivere vale bene il prezzo di qualche pecora o gallina in meno. Quando riflettiamo sugli orsi, dovremmo ricordare che sono esseri magici, a metà fra uomini, dei e animali: la ninfa dell’Arcadia Callisto fu trasformata in orsa per avere trasgredito il suo voto di castità. Peraltro lo tradì con Zeus, che, dopo averne approfittato, non impedì che fossa punita dagli dei. Per farsi perdonare, però, la trasformò in costellazione (insieme con il figlio Arcade). E in cielo abbiamo almeno due orse, una maggiore e una minore. L’orso ci somiglia da vicino, perciò lo abbiamo inserito nel mito: abbiamo iniziato insieme la nostra parabola da animali a dei, solo che noi ci siamo arrivati più vicini. 

Il ministro Costa: non ammazzate l’orso M49, si può convivere «Non ammazzate l'orso Papillon». 
Il ministro dell'Ambiente, Sergio Costa, ospite di Studio 24 su Rainews 24 è tornato a invocare la salvezza per il plantigrado in fuga nei boschi del Trentino. «La provincia autonoma di Trento - ha spiegato - per il suo statuto speciale ha una legittimità a determinate scelte. Io non solo le sto osservando, in termini di carta bollata e anche reagendo davanti al Consiglio di Stato, però diventa un tema squisitamente giuridico, di legittimità. Invece, entrando nelle vicende operative, io dico non ammazzatelo». All'animale, ha detto Costa, è stato cambiato il nome: invece di M49 «che sembra un'arma» «l'ho chiamato Papillon, perché sono innamorato del film di Steve McQueen. Ma al di là del nome mi chiedo: c'è la necessità di ammazzarlo? Io penso che possiamo vivere bene insieme. Lo abbiamo fatto finora, continuiamo a farlo».

22.7.19 | Posted in , , , , , , , | Continua »

Haftar non ce l’ha con l’Italia. Ma la Libia non è più una partita dell’Occidente. Parla Frattini

L'ex ministro degli Esteri e presidente della Sioi a Formiche.net: 

Haftar non deve tirare la corda, le milizie di Misurata e Zintan possono fermarlo. L'Italia? Non sarà toccata, ma ha perso credibilità come il resto dell'Europa. Trump non ci aiuterà, la partita è in mano agli arabi 


Continua l’avanzata di Khalifa Haftar su Tripoli. Di ora in ora le milizie del Feldmaresciallo stringono la cerchia attorno alla capitale. Fayez al-Sarraj è stato lasciato solo dalla comunità internazionale e da un’Europa schiantatasi sui veti francesi. L’Italia osserva da Palazzo Chigi con un vertice straordinario di governo convocato questo pomeriggio. “Contiamo quanto gli altri Paesi europei, cioè poco e niente – commenta scettico ai microfoni di Formiche.net Franco Frattini, già ministro degli Esteri e commissario europeo, oggi presidente della Sioi. L’ex titolare della Farnesina conosce bene il dossier libico e chiosa: “È una partita per procura fra Paesi arabi, l’Occidente oggi non ha voce in capitolo”. 

Cosa vuole dimostrare Haftar? 

Credo che Haftar punti a un posizionamento che gli permetta di arrivare alla futura conferenza internazionale più forte di prima, dimostrando che, se volesse, potrebbe avanzare a Tripoli senza incontrare opposizioni. Non deve tirare troppo la corda. Se Turchia e Qatar dovessero aumentare i finanziamenti alla Fratellanza Musulmana che controlla le milizie di Misurata e Zintan il Feldmaresciallo avrebbe la strada sbarrata. 

La produzione di petrolio è a rischio? 

Dal 2012 ad oggi l’unica entità nazionale che è sempre stata preservata è la Noc. Anche quando ha preso il controllo dei pozzi per un breve periodo Haftar ha sempre restituito la produzione alla Noc, perché sa che bloccarla distruggerebbe il suo Paese gettandolo in una paralisi petrolifera. Non conviene a nessuno tornare alle code chilometriche al benzinaio che vedevamo a Tripoli qualche anno fa, quando i libici realizzano di vivere da poveri in un Paese ricco di risorse iniziano i guai. 

Come ne sta uscendo la comunità internazionale? 

Sta facendo una pessima figura. Se l’Europa non si fosse divisa con il veto francese e la comunità internazionale avesse riconosciuto ad Haftar un ruolo all’altezza delle sue aspettative non ci troveremmo qui. L’errore fu commesso quando all’indomani dell’incontro con il segretario generale dell’Onu Antonio Gutierres ad Haftar venne riferito che la Difesa nazionale di un eventuale governo di coalizione sarebbe stata coordinata da un civile. Questo significa non conoscere gli arabi. 

C’è spazio per un ruolo politico di Serraj in un governo Haftar? 

Conosco il modo di ragionare dei Paesi arabi ed escludo tanto che Haftar voglia riconoscere un ruolo a Serraj quanto che Serraj sia disposto ad accettare un incarico subalterno. L’orgoglio libico gli impedirebbe di diventare ministro di un governo guidato da Haftar. Scommetterei piuttosto sul vicepremier di Serraj, Ahimed Maitig, che ha un forte legame con Misurata ed è portavoce di quelle istanze tribali senza le quali in Libia non vai da nessuna parte. A lui il generale potrebbe riconoscere un ruolo di leader nella Tripolitania. 

L’impressione è che Serraj sia stato scaricato dalla comunità internazionale. Anche la Nato si è espressa molto tiepidamente sull’avanzata di Haftar… 

Non mi stupisce la posizione della Nato, che ha informazioni di intelligence e ha capito che senza Haftar, che controlla la Cirenaica e il Fezzan, non c’è futuro in Libia. Il feldmaresciallo ha un esercito e detiene il controllo dei pozzi petroliferi, tutti devono fare i conti con lui. Sarraj è stato inventato dalle Nazioni Unite, ora ha perso ogni credibilità. 

Il premier Conte ha garantito in aula che gli interessi italiani in Libia saranno tutelati. Lei ci crede? 
Haftar non ce l’ha con l’Italia. Credo abbia apprezzato molto che in tempi non sospetti, quando non solo non sembrava l’uomo forte della Libia ma addirittura circolavano voci su una sua grave malattia, gli italiani abbiano prelevato all’aeroporto di Misurata anche i feriti delle sue milizie. Noi non abbiamo fatto distinzioni, a differenza di francesi e inglesi che formalmente sostenevano Tripoli e poi giocavano sottobanco dislocando unità speciali a Tobruk. 

Che ruolo resta da giocare all’Italia? 

L’Italia conta quanto gli altri Paesi occidentali, cioè poco e niente. Nessuno, neanche la Francia, può dare le carte sul presente e il futuro della Libia. Solo gli Stati Uniti potrebbero giocare un ruolo importante, mettendosi alla guida di un gruppo di contatto assieme a italiani e francesi con il coordinamento di altri Paesi mediterranei come Spagna e Grecia. 

Anche se della famosa cabina di regia Italia-Usa non si è vista neanche l’ombra… 

Iniziative rimaste sulla carta. Trump ha abbandonato al loro destino i curdi in Siria da un giorno all’altro, figuriamoci se ha intenzione di tornare in un luogo da cui Obama si è già ritirato. La verità è che quella libica è una partita per procura fra Turchia e Qatar da una parte ed Egitto, Emirati Arabi e Arabia Saudita dall’altra, l’Occidente c’entra poco.

12/04/2019

17.4.19 | Posted in , , , , , , , , , | Continua »

Intervista a Franco Frattini a In Blu Radio - In Venezuela Maduro farà brogli. Papa negli Emirati Arabi ha stupito il mondo

Frattini a InBlu Radio: “Maduro farà brogli. Papa in Emirati Arabi ha stupito il mondo” 
L’ex ministro degli Esteri a InBlu Radio: “Comunità italiana verrà accusata di essere amica dell’ex dittatore. Tanti italiani avranno problemi lavorativi” 


Intervista di Chiara Placenti: 

Roma 5 febbraio 2019. “Non ci può essere Maduro a guidare il percorso verso le elezioni. Maduro farà brogli e imbrogli”. Lo ha detto il presidente della Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale, due volte ministro degli Esteri, ex Commissario europeo, Franco Frattini, in un’intervista a InBlu Radio, il network delle radio cattoliche della Cei in merito alla situazione del Venezuela e la posizione del governo italiano. 

“Maduro – ha aggiunto Frattini – lo conosco bene, era mio collega ministro degli Esteri. Mi ha ricevuto tante volte quando c’era Chavez. Quando andavo a Caracas incontravo alla scaletta dell’aereo Maduro che mi veniva ad accogliere perché Chavez gli diceva ‘gli italiani sono nostri fratelli’. Sono quelle tipiche persone che quando prendono il potere, non essendo un leader come Chavez, usano la repressione non avendo autorevolezza. Purtroppo l’Italia avrebbe dovuto dire fin dal primo giorno ‘Maduro se ne vada e il Parlamento trovi un presidente ad interim’ perché a vincere deve essere la democrazia. Guidò dovrà vincere con il volere del popolo”. 

“Sono molto dispiaciuto – ha sottolineato Frattini – per questa posizione italiana. La politica italiana è una politica che deve guardare all’interesse che noi abbiamo in quelle aree del mondo in cui la nostra presenza è storica, radicata e consolidata. La comunità italiana è la più grande comunità non locale che sta in Venezuela. Ci sono milioni di italiani che hanno il doppio passaporto che vivono e lavorano in Venezuela. È chiaro che per questa comunità italiana chiunque verrà dopo Maduro sarà contro Maduro. Se il governo italiano si prende il ringraziamento pubblico dal dittatore, chiunque verrà dopo Maduro considererà la comunità italiana come dei paria cioè gli amici dell’ex dittatore”.

“Quando accadono queste cose – ha concluso Frattini – chi ci rimette è chi ha fatto degli investimenti nel Paese. Non dico che si sarebbe dovuto proclamare Guaidò presidente del Venezuela ma si sarebbe dovuto dire subito a Maduro di andarsene e si sarebbe dovuto dire di formare immediatamente un governo nazionale in cui il Parlamento doveva individuare un presidente ad interim che avrebbe dovuto guidare le elezioni”. 

Papa, Frattini: “Ha stupito il mondo. Emirati Arabi non sono off-limits per i cristiani” 
L’ex ministro degli Esteri a InBlu Radio: “Paese caratterizzato da dialogo interreligioso. Imam educati a tolleranza e non a prediche che incitano alla violenza” 

Roma 5 febbraio 2019. “Con questa mossa il Santo Padre ha stupito il mondo. Francesco ha scelto un Paese nel cuore del Golfo Persico che come noto è attraversato da enormi tensioni”. Lo ha detto il presidente della Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale, due volte ministro degli Esteri, ex Commissario europeo, Franco Frattini, in un’intervista a InBlu Radio, il network delle radio cattoliche della Cei. “Il Papa infatti – ha aggiunto Frattini – ha ricordato la tragedia dello Yemen che si svolge proprio a pochi chilometri dagli Emirati Arabi. Ha scelto un Paese che da sempre ha fatto dell’educazione al dialogo interreligioso una sua caratteristica”. “Il Papa – ha proseguito Frattini – ha fatto la scelta giusta. Gli Imam sono educati ad un dialogo di tolleranza, comprensione reciproca e mai a prediche di incitazione alla violenza. Un Paese che è stato ben scelto e non a caso il Grande Imam di Al Azhar che è il personaggio di più grande influenza nel mondo islamico-sunnita è andato lì proprio per incontrare il Papa. Con questo viaggio il Papa Francesco ha voluto dire che quella parte del mondo non è offl-imits per i cristiani”.

6.2.19 | Posted in , , , , , , , , , , , , , , | Continua »

L'Intervista: «Non si possono uccidere lupi e orsi» Il ministro Costa impugna la legge


Le due province autonome di Trento e di Bolzano hanno approvato due leggi che consentono di poter abbattere gli animali senza avere l’approvazione a livello centrale.



di Alessandra Arachi 

 Ministro Sergio Costa ha visto cosa è successo con i lupi e con gli orsi in Trentino Alto Adige? «Ahimè sì. Hanno deciso di abbatterli». 

E lei come ministro dell’Ambiente vuole intervenire in qualche modo? 

«Io come ministro della Repubblica ho il dovere di intervenire. Quelle due leggi violano un principio costituzionale». 

E quindi cosa farà? 

«Sono obbligato a chiedere l’impugnazione dei provvedimenti davanti alla Corte Costituzionale. Anche se ...». 

Anche se cosa ministro? 

«Mi domando: dobbiamo arrivare per forza a questo punto? Per questo chiedo ai due presidenti delle province autonome di Trento e Bolzano se possono pensare di fare altrimenti» 

Cosa intende dire? 
 «Intendo: per risolvere il problema dei lupi e degli orsi nelle loro province autonome hanno come modo soltanto quelli di abbatterli?» 

E’ una domanda retorica la sua? 
«Certo. Basta vedere il piano lupo elaborato dall’Ispra che è arrivato ad un soffio dall’approvazione».  

E cosa si vede in quel piano? 
«Ci sono ventidue azioni per regolare il rapporto uomo lupo». 

E quindi? 
«Invito i due presidenti di Trento e Bolzano a fare un passo indietro. A ritirare quelle leggi che forse non sono state ancora nemmeno pubblicate sul bollettino. Poi li invito a venire a Roma, dove con l’Ispra potranno trovare le soluzioni per i loro lupi e i loro orsi. Ce ne sono davvero molte per regolamentare il rapporto con l’uomo». 

E se non succedesse tutto questo? 
«Ho già detto: devo impugnare le loro leggi davanti alla Corte Costituzionale. Il lupo è una specie protetta, un patrimonio per l’Italia». 

Lo fa soltanto perché è obbligato a farlo? 

«Sono obbligato a farlo come ministro e sento il peso come uomo Sergio. Stiamo parlando di vita e di morte. Perché dobbiamo uccidere gli animali che sono esseri viventi?» 

Quindi lei non è favorevole nemmeno alla caccia? 
«Per la caccia c’è una legge riconosciuta dallo Stato. Quindi come ministro della Repubblica sto con la legge». 

Ma in forma privata sarebbe contrario? 
«Non è importante qui la forma privata. Il cacciatore che si mantiene dentro la legge lo rispetto». 

E quello che non segue la legge? 
«Il bracconiere? Alcuni commettono dei reati orribili contro gli animali. Come accecare i cardellini per far sì che richiamino i loro simili. O andare a caccia durante i periodi dell’accoppiamento. O andare a caccia dei piccoli con le mamme. Veri crimini». 

Cosa vuole fare? 
«Sto pensando di inasprire le pene contro di loro innalzando il livello dei reati, passando da contravvenzionali a delitto». 

Cosa prevede il reato delitto? 
«Si innalza il livello penale, si prevede anche la reclusione». 

Quindi carcere per i bracconieri? 
«Sì, possiamo dirla così. Anche se nel programma di governo è previsto pure un intenso programma di prevenzione». 

Che vuol dire? 
«Che voglio aumentare così tanto i controlli per scovare i bracconieri che alla fine questi controlli devono essere vissuti dai bracconieri come deterrenza preventiva». 

Cioè? 
«Che alla fine non vanno a sparare senza regole per paura di essere beccati». 

Come fa ad aumentare i controlli? 
«Aumento la rete coinvolgendo le polizie locali. Ovvero le polizie municipali, provinciali, metropolitane.Anche i carabinieri forestali che agiscono sul territorio». 

Pensa di riuscirci? 
«E’ molto importante che questo succeda. Ci sono reati commessi dai bracconieri che sono davvero odiosi. Ci sono bracconieri che non esitano ad entrare e a sparare senza regole nei parchi nazionali, nelle aeree protette. E anche contro di loro che intendo innalzare il livello del reato, indurire le pene fino ad arrivare al carcere».

9.7.18 | Posted in , , , , , , , , , | Continua »

Politica estera, i think tank: il nuovo governo riveda il ruolo dell’Italia in Europa

di Andrea Carli, Il Sole 24 Ore



Sì, c’è naturalmente la stabilizzazione della Libia tra le questioni di politica estera che il nuovo Governo si troverà sul tavolo, una volta e quando si sarà insediato. Ma tra i capitoli che, secondo think tank e istituti di formazione, dovranno essere affrontati con urgenza ci sono anche questioni più a 360 gradi, che investono il ruolo che l’Italia ha nell’Unione Europea, il rapporto con l’alleato tradizionale Usa e quello con il suo acerrimo nemico russo, e poi ancora l’approccio nei confronti del gigante cinese, interlocutore privilegiato soprattutto se si pensa alle opportunità offerte dalle nuove vie della Seta. 

Il Sole 24 Ore ha chiesto a Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale), Iai (Istituto affari internazionali) e Sioi (Società italiana per la organizzazione internazionale) di stendere un elenco delle questioni di politica estera italiana che andranno affrontate in via preliminare, con urgenza. Una politica estera italiana, è bene ricordarlo, che è rimasta quasi del tutto fuori dai programmi durante la campagna elettorale, fortemente incentrati sui temi della politica interna. 

Magri (Ispi): serve dialogo più forte con Bruxelles 
La priorità di politica estera per l’Italia, sottolinea Paolo Magri, vice presidente esecutivo e direttore dell’Ispi, «è l’Europa. Anche i partiti più euroscettici hanno abbandonato posizioni estreme di chiusura proponendo invece, seppure con toni e forme diverse, un dialogo più forte con Bruxelles». In Europa, aggiunge Magri, «dovremo continuare a essere credibili su riforme strutturali e conti pubblici per evitare di essere esclusi dal gruppo dei paesi di testa che gestiranno i timidi segnali di rilancio dell’Unione». E poi «la gestione dei flussi migratori sarà altrettanto prioritaria. Dovremo continuare a chiedere solidarietà all’Europa ma essere pronti a iniziative autonome (sul fronte degli aiuti come nel negoziare accordi bilaterali con paesi di transito e origine) qualora questa solidarietà non si traducesse in azioni concrete. E, comunque, sempre nel rispetto del diritto internazionale». Quanto poi alla stabilizzazione della Libia, «non solo in chiave di contrasto delle migrazioni irregolari, sarà determinante e richiederà un impegno anche al di fuori della “cornice Onu” come peraltro avviato dal governo nell’ultimo anno». L’ultima priorità, secondo il diretore dell’Ispi, «è quella dei rapporti con Russia e Usa. Siamo stati spesso, in passato, accusati di ambigue oscillazioni fra fedeltà atlantica e vicinanza a Mosca. Nell’attuale stagione di incertezza, quella che poteva apparire una posizione “cerchiobottista” appare al contrario un atto dovuto, di sano realismo». 

Tocci (Iai): in Europa ci conviene essere i primi della serie B 
Nathalie Tocci, direttore dello Iai, è convinta che le sfide che provengono da un Mediterraneo allargato al Medio oriente e l’Africa sub-Sahariana, dallo sviluppo, alla sicurezza, dal cambiamento climatico alla migrazione, siano il vero tema di politica estera per l’Italia, non solo nell’immediato ma anche nel medio-lungo termine. «Se l’Africa o in generale il Mediterraneo allargato, che comprende anche il Medio Oriente, sono le nostre priorità geografiche - osserva - è necessario che la politica estera abbia risorse adeguate alle sfide che deve affrontare. Dovremmo investire almeno il 3% del Pil tra difesa, cooperazione e diplomazia». Tocci non ha dubbi: «L’azione di tutela degli interessi italiani in questa macro regione deve inserirsi in un contesto europeo. Negli ultimi anni - aggiunge – spesso non abbiamo saputo giocare al meglio la partita europea. Non c’è mai stato un triangolo Roma-Parigi-Berlino, il motore di integrazione è sempre stato a trazione franco tedesca. Ci conviene essere i primi della serie B, dobbiamo giocare su più tavoli contemporaneamente, rafforzando sì i rapporti bilaterali con Francia e Germania, ma soprattutto costruendo il consenso con tutti gli altri Stati membri. Dobbiamo concentrarci laddove possiamo svolgere un ruolo, avere un impatto». Quanto poi al fenomeno migratorio, «che è strutturale, non legato a una situazione di crisi come ad esempio quella siriana, dobbiamo prestare più attenzione ai paesi di origine dei migranti, non solo a quelli di transito». 

Frattini (Sioi): la priorità assoluta? La riva Sud del Mediterraneo 
Secondo Franco Frattini,presidente della Sioi e già ministro degli Esteri e commissario europeo, la priorità assoluta del nuovo governo in materia di politica estera è «la riva Sud del Mediterraneo. Non solo la stabilizzazione della Libia, quindi, ma anche quella di altri paesi di quell’area come l’Algeria, la Tunisia». Più in generale, spiega l’ex responsabile della Farnesina sotto due governi Berlusconi, vanno poste con priorità due questioni relative all’Europa, e tre di politica internazionale extra europea. Partiamo dalle prime due. «Nel primo caso - spiega Frattini - l’Italia non deve lasciare l’unica scena possibile all’accordo franco-tedesco per la modifica dei trattati europei. Il trattato del Quirinale, che punta a un legame rafforzato tra Roma e Parigi, è un primo passo per inserirsi nel dibattito». L’altro elemento europeo è, continua il presidente della Sioi, «adoperarsi affinché l’Unione Europea diventi un attore più ascoltato dagli altri protagonisti della comunità internazionale. Occorre spingere sull’iniziativa della difesa comune europea. La Nato oggi è obsoleta: occorre ridarle un impulso politico, non può essere uno strumento di contenimento anti russo». 

Le prospettive legate alle nuove vie della Seta 
Fin qui l’ambito europeo, ma secondo Frattini ci sono delle priorità che hanno una portata che va oltre Bruxelles. «Per prima cosa l’Africa - ricorda Frattini -: dobbiamo spingere l’acceleratore degli investimenti soprattutto nei paesi di origine (Ghana, Nigeria) e su quelli di transito (la Libia è qui prioritaria). È opportuno cambiare il paradigma: meno cooperazione e più co-sviluppo». Inoltre l’Italia «può facilitare e smussare le distanze tra Occidente e Russia. Dobbiamo sfruttare il rapporto positivo che abbiamo con Mosca per promuovere un dialogo commerciale ed economico che faccia da apripista al superamento delle sanzioni». E poi, terzo nodo extra Ue, «la stabilizzazione del Medio Oriente, a cominciare dalle inziative di soft power che abbiamo promosso in quell’area e che hanno ottenuto risultati importanti». Infine, la Cina: «La via della Seta - sottolinea il presidente della Sioi - è un progetto globale dove tutti ci possono guadagnare qualcosa. Siamo ancora in tempo ad agganciarci. Trieste può diventare uno snodo commerciale rilevante, una stazionew intermedia in quei flussi».

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Il personaggio. «Nando», l'italiano che per primo ha portato lo sci a Kabul

di Massimiliano Castellani, Avvenire 
mercoledì 24 gennaio 2018

La storia straordinaria di Rollando, guida alpina in Bamiyan dove ha scoperto Sayed Alishah, il primo afghano a tentare la qualificazione per i giochi invernali, mancate per pochissimo


Ci sono piccoli eroi esemplari dello sport che non finiscono nella grande Storia per un motivo molto semplice: scelgono le vie meno battute, le più impervie, quelle dove restano tracce impercettibili, eppure profondissime nei cuori di chi li ha anche solo sfiorati.

È il caso di Ferdinando Rollando, per gli amici sparsi nel mondo, semplicemente “Nando”. Un percorso il suo che si è interrotto troppo presto, quando aveva appena 52anni: scomparso il 9 luglio 2014 e mai più ritrovato, assieme al giovane compagno di scalata, Jassim Mazouni, 16 anni, parigino, al quale voleva far conoscere le meraviglie del Monte Bianco. Fine tragica di un cammino molto umano, sempre carico di gioie e di entusiasmi quasi adolescenziali. Una personalità trasparente e puramente «doppia» quella di Nando, come i mari della natia Sestri Levante.

Nel suo destino c’erano tutte le rotte del giovane marinaio salpato sugli yacht dei miliardari, tanto per "sbarcare" il lunario. Dopo mille avventure e mille mestieri (architetto- urbanista, fotografo, costruttore edile, contadino) fatti e poi lasciati, l’ultima fase della sua esistenza l’aveva dedicata alla montagna. «Nando era un “mulo”, appena si appassionava a qualcosa mollava tutto e con testardaggine e talento si dedicava solo a quella cosa... Tipo diventare guida alpina tra lo scetticismo dei valdostani», racconta l’amico Massimo, uno dei tantissimi “senzaNando”. Diciottenne, Rollando era stato custode del rifugio alpino Chiarella Amiante, da qui il suo innamoramento per la Valpelline e la decisione di “mettere radici” a Ollomont. Luogo da cui si spostava per fare il «cacciatore di montagne in Cina» e infine il «mullah dello sci in Afghanistan». Eclettismo di chi si sentiva «sestrese, valdostano, rustico, artistico, letterario, local, 100% giramondo».

Tante facce di una stessa anima «bella e positivamente spigolosa», sottolinea Antonio Bettanini che ha curato il diario di Ferdinando Rollando: Il cielo di Kabul. La storia del Mullah dello sci( Il melangolo, pagine 218, euro 18,00). Bettanini con l’aiuto del figlio di Nando, Ernesto, ha scolpito per le nostre memorie il ritratto di Rollando attraverso le email che spediva da Kabul. Una missione cominciata con il solito spirito curioso, anticonformista e filantropico, dopo un progetto di «prevenzione al rischio valanghe» presentato all’allora ministro degli Esteri Franco Frattini. «Da grande amante delle nevi, Frattini con il quale allora collaboravo, accolse con grande interesse l’idea di Nando creando i presupposti per la realizzazione del suo progetto», spiega Bettanini. Zaino in spalla, nel gennaio 2011 Rollando lasciava le ricche montagne - care a Luigi Einaudi - di Ollomont, per salire sulle cime povere dell’Afghanistan. In quell’oasi pacifica del Bamiyan, a riparo della guerra e della follia terroristica talebana appena pacata, Nando era andato rispondendo all’appello dell’Aga Kahn Fundation, che aveva bisogno di un esperto di montagna per insegnare lo sci.

«Dopo qualche mese si rese conto che il problema era più grande, e che c’era bisogno di un intervento sulle valanghe. Tutto questo rientrava nella sua filosofia della “rivoluzione alpina”, quella che nel corso degli ultimi duecento anni ha cambiato completamente lo scenario delle montagne europee», spiega suo figlio Ernesto che lavora nella cooperazione e continua a seguire l’Afghanistan da vicino. Almeno 300 l’anno sono le vittime finite sepolte sotto la neve in quella regione, meta degli hippy italiani e occidentali negli anni ’70 e oggi purtroppo nota per lo scempio talebano compiuto nel 2001 con la distruzione delle due statue del Budda. Il vuoto delle nicchie a 2500 metri, così come le voragini culturali e finanziarie delle genti di quei monti, questo piccolo eroe esemplare italiano ha provato a riempirlo con l’idea di una «nuova economia turistica attraverso lo sci». La rivoluzione di Nando poi era scesa in pista. Con l’onlus italiana e l’Ong afghana “Alpistan” si era messo in testa di «insegnare a sciare ai ragazzi della montagna scrive Bettanini in prefazione a Il cielo di Kabul- E lo sci si rivela una formidabile leva di sopravvivenza contro le insidie della natura e nello stesso tempo una piattaforma di divertimento, di cambiamento e di sviluppo delle condizioni e dello stile di vita». E quello stil nuovo, con il consueto piglio carismatico e visionario, l’aveva subito trasmesso all’allora ventenne Sayed Alishah Farang, un giovane cresciuto nelle alture polverose della catena montuosa di Koh-e-Baba. Sayed è venuto su forte, temprato a tutto, a cominciare dall’assenza della luce elettrica e dell’acqua corrente se non quella del fiumiciattolo vicino casa, il torrente dove le donne del villaggio vanno a fare il bucato.

Per Alishah, Nando aveva predisposto degli sci veri in fibra al posto di quelli di legno (con cinghie di cuoio e lattine schiacciate come legacci alle caviglie) che gli aveva visto mettere ai piedi fino alla vigilia dell’Afghan Ski Challenge, il primo campionato nazionale di sci. Cose mai viste prima di allora in quella terra dimenticata da tanti, ma non dagli italiani che nel 1919 furono i primi a riconoscere l’indipendenza del Paese. Ancor prima di Rollando, a Kabul aveva lasciato la sua impronta indelebile l’orientalista Giuseppe Tucci, confinato negli anni ’30 da Mussolini in Afghanistan. La nostra prima missione umanitaria arrivò dai Barnabiti, ordine a cui appartiene padre Giuseppe Moretti che ha avuto modo di saggiare la profonda spiritualità di Rollando. Lo spirito del buon cristiano alla ricerca di un Dio, non distante da quello di Sayed. Con lui è volato a Trento: iscritto al al corso antivalanghe della Protezione civile. E poi assieme nella casa di Ollomont, poi la tappa a Milano, prima di risbarcare a Sestri Levante, «dove grazie a Nando per la prima volta in vita mia ho visto il mare», racconta commosso Sayed. Grazie ai consigli preziosi per sciare ad alto livello, il ragazzo del Bamiyan sfiorato la qualificazione alle Olimpiadi invernali di Pyeongchang.

Per arrivare in Corea del Sud, il primo sciatore afghano, fino a ieri si è preparato sulle piste di Sankt Moritz, sede del Bamyan Ski Club. Sayed non ce l’ha fatta per pochissimo, ma il suo rimane comunque un risultato straordinario. Memore della lezione di Nando, ha seguito una preparazione da guida alpina più che da sciatore professionista. Levataccia all’alba nel rifugio di Corviglia e arrampicata di quattrocinque ore sui monti sotto l’occhio vigile del coach Andreas Hanni. Le stesse rampicate con il “mulo skipass” alle quali Sayed Alishah Farang si è allenato fin da bambino. Il suo pensiero in questo momento va al proprio Paese, «che non è solo sinonimo di guerre e di bombe ma anche di sport e di sci ad alto livello» e poi naturalmente al suo «maestro italiano». La macchina di “Alpistan” dopo la sua scomparsa si è fermata ma è pronta per ripartire. Intanto nei rifugi del Bamiyan c’è chi ancora intona La canzone per Nando: «Così ad ogni passo inventavo le nuove parole. Da scrivere sopra la neve e poi raccontare...».

Il testo è di suo fratello Nicola e la canta con la band “I disertori”, un nome che sarebbe tanto piaciuto a Nando che nella sua vita non ha fatto altro che disertare i luoghi comuni per costruire piccoli centri di speranze future.

Pubblicato su Avvenire

25.1.18 | Posted in , , , , , | Continua »

Frattini: Spero che sia una fake news "Kevin e Dazz cani - eroi reduci dall'Afghanistan che verranno soppressi"












Frattini: Spero che sia una fake news "Kevin e Dazz, i cani-eroe reduci dall’Afghanistan che verranno soppressi"

Spero che sia una fake news. Spero che il giornalista abbia frainteso quando scrive che le forze armate di Sua Maestà hanno deciso di uccidere "perché pericolosi" due cani- soldato in pensione che hanno salvato tante vite umane scoprendo esplosivi durante le missioni in aree di crisi.

Sono cani che hanno subito traumi gravi, certo, come i loro istruttori che li accompagnavano a bonificare dagli esplosivi. Hanno servito il loro paese, li ucciderebbero cosi?

Penso che un sussulto di coscienza debba esplodere, anzitutto negli istruttori e soldati che con quei cani hanno diviso le azioni in guerra. E poi nei comandanti che ordinavano agli uomini di bonificare, sapendo che semmai ad esplodere sarebbero stati i cani.

Se li giudicano "pericolosi" vengono tenuti "a pensione" in condizioni degne del loro eroismo, da un paese come il Regno Unito che spende tanto per la difesa nazionale e dunque non ha certo problemi di tal genere...

Spero che nessuno, tra coloro che vestono l'uniforme britannica, voglia gettare una macchia di fango e sangue sulla sua divisa, dando ordine di uccidere cani-soldato che hanno servito come eroi coraggiosi.

Franco Frattini


*******
Kevin e Dazz, i cani-eroe reduci dall’Afghanistan che verranno soppressi: «Sono pericolosi» Gli animali sono stati in missione nella provincia di Helmand con l’esercito britannico. Il loro lavoro era rintracciare gli esplosivi. Petizione online per salvarli 

di Beatrice Montini 

@beamontini



Kevin e Dazz erano di stanza in Afghanistan, nella provincia di Helmand, al seguito delle truppe britanniche. Hanno salvato centinai di vite aiutando i soldati a individuare mine ed esplosivi. Poi quattro anni fa sono andati in pensione e sono rientrati in Gran Bretagna. Da allora sono ospitati in un centro ad hoc, nel Leicestershire. Adesso le autorità hanno deciso di sopprimerli: «Non possono essere affidati a nessuna famiglia, sono pericolosi». Come raccontano i media britannici, Kevin e Dazz saranno soppressi la prossima settimana. Ma gli ex colleghi dei due pastori belgi, i militari che li hanno avuti al loro fianco in missione, stanno tentando di salvarli. Per questo hanno scritto un appello al Defence Animal Centre. 

«Le persone che hanno lavorato a stretto contatto con questi cani sono devastati dalla notizia che i due animali verranno uccisi. Non esiste un protocollo per decidere se ex cane militare deve essere soppresso o no - spiegano i veterani - Il comandante decide e basta. È un modo terribilmente crudele di trattare animali che hanno dato così tanto. Faremo qualsiasi cosa per salvarli». 

 «Quando è possibile ci impegniamo a dare una nuova casa ai cani che hanno lavorato con noi - ha detto un portavoce dell’esercito britannico - . Purtroppo ci sono occasioni in cui questo non è possibile». Intanto è stata lanciata una petizione online per fare pressione sul ministero della Difesa. Nel 2013 fece scandalo la soppressione di due cani poliziotto che avevano fatto la guardia al principe William mentre serviva in un’unità di elicotteristi in Galles: furono uccisi tre giorni dopo il suo addio alla carriera militare. 

4.12.17 | Posted in , , , , , , | Continua »

Orsa Kj2, la Procura di Trento apre un’inchiesta per “uccisione di animali senza necessità”

Orsa Kj2, la Procura di Trento apre un’inchiesta per “uccisione di animali senza necessità”
Guido Minciotti 





Aperto dalla Procura di Trento un fascicolo a carico di ignoti in relazione all’abbattimento dell’orsa Kj2, disposto dalla Provincia autonoma di Trento. Il reato ipotizzato è quello di uccisione di animali senza necessità, art. 544 bis del codice penale. L’orsa, che secondo le indagini genetiche il 22 luglio aveva aggredito un 70enne nella zona dei laghi di Lamar, a Terlago, in Trentino, e nel 2015 si era resa responsabile di un’altra aggressione, è stata uccisa pochi giorni fa dalla forestale locale in attuazione di un’ordinanza di cattura o abbattimento del presidente Ugo Rossi. Ne abbiamo scritto qui su 24zampe. L’inchiesta è stata avviata dopo la presentazione di una relazione redatta dal Corpo forestale provinciale in cui vengono precisati i motivi dell’abbattimento. Secondo i forestali, alla base dell’intervento c’era il rischio di non potere salvaguardare la salute pubblica di fronte alle possibili nuove aggressioni da parte del plantigrado. Inoltre, pare ci fossero problemi tecnici per provvedere all’eventuale cattura in quanto sarebbe stato difficile avvicinare l’animale in modo da sedarlo. Sarà ora il procuratore di Trento, Marco Gallina, ad esaminare la relazione. Al momento non sono stati depositati esposti da parte delle associazioni animaliste, anche se sono state annunciate. A fronte delle spiegazioni di Rossi dei giorni scorsi, (“Quando il pericolo sale oltre ad una certa soglia, si procede all’abbattimento anche per garantire la sicurezza delle persone” e “non siamo qui a gioire per l’abbattimento, ma meglio commentare questo tipo di soluzione che qualcosa di ben più grave”), sul Trentino si è abbattuta una bufera mediatica innescata dalle reazioni degli animalisti all’abbattimento di Kj2. Su 24zampe abbiamo registrato le reazioni delle associazioni qui e qui. L’Enpa è arrivata a chiedere le dimissioni di Ugo Rossi e del ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti. L’Aidaa ha inviato una lettera al presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, per chiedere al Parlamento europeo di condannare “senza se e senza ma il folle gesto del presidente della Provincia di Trento”. Sui social network, infine, si sono registrati toni molto accesi con attacchi personali al governatore Rossi e appelli al boicottaggio turistico e economico del Trentino, ancora senza riscontri. 


Abbiamo scritto spesso dell’orsa Kj2 su 24zampe. Chi fosse interessato può cercare altri post scrivendo “Kj2” nell’ottimo motore di ricerca del blog.


19.8.17 | Posted in , , , , , , , | Continua »

Intervista a Libero "Contro l’invasione porti chiusi e maniere forti» «Per fermare gli sbarchi servono i blocchi, come fece la sinistra con gli albanesi. Macron sulla Libia si è mosso da principiante»

«Contro l’invasione porti chiusi e maniere forti» «Per fermare gli sbarchi servono i blocchi, come fece la sinistra con gli albanesi. Macron sulla Libia si è mosso da principiante» 

 Libero 14 Aug 2017
Paolo Emilio Russo

Franco Frattini è stato ministro degli Esteri per molti anni. Ma è stato anche alla Funzione Pubblica, a capo del Comitato di controllo dei Servizi segreti e, soprattutto, vicepresidente della Commissione europea con delega alla Sicurezza. Grandissimo esperto di politica estera, spiega così la regola aurea: «La politica estera è un po’ come la fisica: se c’è uno spazio vuoto qualcuno lo occupa». Ecco perché non bisognerebbe mai arretrare. 
Presidente, come giudica la “svolta” impressa da Marco Minniti alle politiche del governo contro gli sbarchi dalla Libia? 
«È una svolta attesa da tempo, il passo giusto che mancava in una strategia che guardava soltanto - e penso a Mare Nostrum e alle decisioni prese dal governo di Matteo Renzi - all’aspetto accoglienza trascurando però l’altra faccia della medaglia, cioè il suo limite». 

L’accoglienza non può essere illimitata, come sostiene qualcuno? 
«Il limite all’accoglienza sono l’integrazione e l’integrabilità delle persone. Se c’è un numero di richiedenti asilo e migranti economici che ha saturato i centri di accoglienza, questi devono essere ospitati magari a caro prezzo dentro strutture private requisite, magari si concede loro un bonus economico... è ovvio che questo comporta una reazione sociale pericolosa». 

Ci sono stati episodi di intolleranza grave, bombe. 
«È una reazione sbagliata e contraria alla storia dell’Italia, che è quella di un Paese tollerante. Evidentemente si è superato il livello di guardia». 

Non lo pensavano Graziano Delrio e i ministri che volevano fermare il Codice per le Ong?
 «Ha fatto bene il presidente Sergio Mattarella ad intervenire e convincere Minniti a non cedere a chi, dentro il governo, voleva far prevalere solo aspetto dell’accoglienza senza considerare appunto le possibilità di integrazione. Bisogna salvare vite umane, ma anche porre un limite agli sbarchi anche, se necessario, utilizzando le maniere forti. I migranti si bloccano da dove vengono». 

Vengono dalla Libia. Il centrodestra ha chiesto per mesi il blocco navale; era una buona idea? 
«Lo insegna la storia. Si ricorda il dramma dell’Albania, alla fine degli anni Novanta? Io ero al comitato di controllo dei Servizi, il governo era di centrosinistra e al Viminale c’era Giorgio Napolitano. Partivano gommoni velocissimi, imprendibili. Quell’emergenza si è conclusa soltanto quando l’Italia ha mandato le sue navi nelle aree antistanti i porti di Valona. Italia e Ue hanno finanziato progetti di sviluppo e oggi l’Albania è un Paese stabilizzato e addirittura membro Nato». 

Non tutte le Ong hanno firmato il codice, tre hanno sospeso le attività. La loro resistenza è stata una questione di diritto o più politica? 
«Certamente politica. Questi codici sono possibili, si usano in moltissimi campi. Le resistenze di alcune Ong dimostrano solo la loro volontà di continuare a fare quello che hanno fatto finora, ricevendo molti finanziamenti e, in qualche caso, sconfinando dalle regole. È inaccettabile che vogliano sottrarsi ad ogni tipo di controllo». 

Il governo voleva chiudere i porti, ma i suoi critici denunciavano una violazione del diritto internazionale. Era una soluzione possibile? 
«Assolutamente. Uno Stato può impedire l’accesso di navi straniere nei suoi porti, con la sola eccezione, ovviamente, delle navi militari impegnate in missioni internazionali e in avaria, a rischio affondamento. Se scopri che una nave, come dice qualcuno sta facendo da “taxi” ai migranti, la respingi. Non c’è un diritto assoluto ad entrare nei porti». 

A proposito di frontiere. Macron e Merkel starebbero lavorando a cambiare Schengen, a riformare la libera circolazione. È giusto? 
«Ci hanno provato in molti, ma non credo serva. Le regole per chiudere le frontiere temporaneamente ed eccezionalmente esistono già. Anche l’Italia lo ha fatto. Ci sono quasi 30 Paesi che fanno parte dell’accordo e troverei molto sbagliato se pensassero di riformarlo soltanto in due. Un loro intervento bilaterale sarebbe non buono, ma, soprattutto, inutile: se si vogliono cambiare le regole serve una maggioranza qualificata e io oggi non la vedo». 

I francesi non stanno abusando delle chiusure temporanee? 
«Già nel 2011 Nicholas Sarkozy, quando l’Italia era attraversata da un flusso di tunisini, provò a chiudere la frontiera di Ventimiglia. Da ministro degli Esteri feci una azione sulla Commissione europea che intimò alla Francia di riaprire la frontiera. Così si fa».

 L’invito di Macron al premier libico, il tentativo di evocare a sè la gestione di quella crisi, è stato una forzatura? «Più che altro è stata una mossa maldestra tipica di chi non ha esperienza di politica estera e, soprattutto, non conosce la Libia. Quando ci trovammo di fronte all’inizio della crisi libica dovuta alla caduta di Gheddafi, - proprio per colpa della Francia - una delle prime cose che abbiamo imparato è che quello è un Paese fondato su regole tribali. Pensare di chiamare due persone e credere che possano rappresentare berberi, tuareg, abitanti del Fezzan...». 

La Libia è solo il terminale di un esodo che parte dalla Siria. Non sarebbe più facile pacificare quella zona? 
«La drammatica situazione della Siria è risultato del più grande errore compiuto dall’amministrazione Usa di Obama. Dopo avere detto che Assad doveva essere cacciato, se ne sono andati lasciando campo libero agli altri attori della zona. La politica estera è come la fisica: se c’è uno spazio vuoto qualcuno lo occupa». 

Si è precipitato Putin.
 «Che non ne ha sbagliata una. È arrivato pure l’Iran. L’unico modo per affrontare quella crisi è creare un “gruppo di contatto” sul modello di quanto fatto per i Balcani: Usa, Russia, Turchia, Iran e Arabia Saudita devono sedersi attorno ad un tavolo». 

Non ha citato l’Europa. È “missing”, vero? «Purtroppo sì. Non è pervenuta». 

Gli altri Paesi arabi stanno contribuendo alla pacificazione dell’area? Lei è presidente dell’associazione Italia-Emirati Arabi.
 «Gli Emirati sono fortemente alleati con l’Arabia e, insieme, hanno un grosso problema col Qatar. Ho incontrato il ministro degli Esteri degli Emirati e l’ambasciatore del Qatar. Parlo con tutti e provo a dare una mano per la pacificazione. Quella del Golfo è una realtà ricca economicamente, ma anche molto forte militarmente: è bene evitare che arrivino a puntarsi le armi l’uno contro l’altro». 

L’Italia è fortemente impegnata nelle missioni all'estero: Afghanistan, Libano e molti altri Paesi. Queste missioni sono costose, oltre che rischiose. È ipotizzabile un disimpegno, almeno parziale?
 «Sono diverse tra loro, quella in Afghanistan è una missione più Nato, quella in Libano più Onu. Tutte sono uno strumento prezioso di politica estera. In Libano, per esempio, tutti sanno che ci dovesse essere una nuova crisi tra Hezbollah e Israele solo l’Italia avrà le carte in regola per mediare...». 

Lei è stato commissario europeo e capo della diplomazia. Federica Mogherini è tornata a Teheran e si è messa il velo. Lei è un uomo, certo, ma le risulta che esista un “obbligo protocollare assoluto” ad indossarlo, come dice l’Ue? 
«C’è un obbligo reale, che è quello di mettere un velo sulla testa. Ma c’è velo e velo, come c’è abito e abito. Emma Bonino, a Teheran, si presentò con un velo sgargiante. Se uno si presenta con un velo grigio su tunica grigia scura lunga fino ai piedi interpreta il protocollo a suo modo, dando l’idea della sottomissione... Oltretutto era la festa per la rielezione di Rohani. Forse le avevano suggerito di ingraziarsi gli interlocutori, ma anche questo in politica estera può essere un errore». 

Berlusconi parla sempre bene del suo lavoro, la rivorrebbe agli Esteri. Tornerebbe in squadra?
 «Con il presidente abbiamo un rapporto di stima, leale, quello tra due persone che hanno collaborato 11 anni. L’ho chiamato per ringraziarlo delle sue parole, che non erano dovute. Oggi, però, faccio con impegno un altro mestiere».

 Il centrodestra è davvero tornato competitivo? 
«Da “semplice” osservatore vedo che se ci sarà uno sforzo unitario il centrodestra si potrà giocare le sue carte. L’avversario più temibile, il M5s, va affrontato sul profilo della competenza e della qualità delle persone, non pensando di gridare più forte di loro. Noto che la linea di moderazione e di equilibrio dei mesi scorsi ha portato risultati insperati come le vittorie in Liguria, a Genova, dove non era semplice». 
Molti politici sostengono che la politica sia una “malattia incurabile”, eppure lei sembra guarito. Com’è la qualità della sua vita oggi? 
«Io ho sempre fatto una cosa sola: ho servito il Paese da ministro degli Esteri, poi l’Europa da Commissario, oggi continuo a farlo da magistrato, dopo che sono tornato a fare, senza alcuno strappo, il mestiere che mi ero scelto. Sono un magistrato da quando avevo 23 anni. Presiedo una importante sezione del Consiglio di Stato che si occupa tra altro delle interdettive anti-mafia e appalti nella sanità e sto benissimo. Ci sono modi diversi di servire le istituzioni, momenti per fare una cosa e momenti per farne altre. L’importante è stare bene con sè stessi».

14.8.17 | Posted in , , , , , , , , , | Continua »

FRATTINI: "PER LORO SERVE UN SANTUARIO"

FRATTINI: "PER LORO SERVE UN SANTUARIO" 
L'Ex Ministro racconta i viaggi sulle loro tracce: "Come in Canada, rispettiamoli nel loro habitat" 

di Sandra Mattei 
Trento 

Di lui si sa che è stato il più giovane componente nel Consiglio di Stato, nel 1986 e poi, ministro per la funzione pubblica, ed ancora degli Esteri nei due governi Berlusconi dal 2002 al 2004 e dal 2004 al 2011. Quello che non t'aspetti è che Frattini, oggi sessantenne e impegnato nell'Alta corte di giustizia sportiva del Coni, sia anche un appassionato di orsi. Del resto l'ex ministro ha casa a Bolzano e le sue vacanze è solito passarle in Val Badia, dove tra l'altro ha conosciuto la moglie, sposata nel 2010. Ed in questa bagarre di reazioni scatenata dall'ultima aggressione dell'orso a Terlago ha deciso di dire la sua, proponendo di realizzare un Santuario dell'orso proprio in Trentino.

Frattini, come mai questo interesse per l'orso? 

Sono sempre stato un appassionato di montagna e le mie vacanze le passo in Val Badia, ma sono affascinato dalla natura e dagli animali, ed in particolare dagli orsi, perché sono un simbolo della fauna selvatica alpina. I miei viaggi in giro per il mondo sono stati dettati da mete dove potessi osservare gli orsi nel loro habitat naturale. 

Ci può raccontare dov'è stato e cosa ha visto? 
Le dirò che non occorre andare chissà dove per scoprire gli orsi, perché in Val Badia, a San Cassiano, c'è il Museo dell'Ursus Ladinicus, dove sono esposti i resti dell'animale preistorico che 50 mila anni fa viveva nei boschi delle Alpi a 2600 metri di altezza. Tuttora in una grotta lunga un chilometro si possono ammirare gli scheletri dell'Ursus Ladinicus e questa è già una grande emozione. I miei viaggi sono sempre stati sulle tracce degli orsi, dai Grizzly del Denali National Park in Alaska a quelli dell'isola Kodiak, che sono i più grandi in assoluto, da quelli della Kamchatka agli orsi neri del Quebec. Ho visto orsi che pesano 500 chili, alti 3 metri, mamme con i piccoli, orsi che facevano il bagno e che mangiavano il miele; uno spettacolo unico. 

In che modo si muoveva in questi viaggi? 

Sono sempre stato in gruppi organizzati con una guida ed anche se gli incontri sono stati ravvicinati, a una cinquantina di metri distanza, non è mai successo niente. Nei parchi, le guide portano con se le bombole di gas urticante, ma anche in zone dove vivono liberi, come quelli in Quebec, le case sono circondate dai fili elettrificati, come quelli delle mucche e non danno fastidio alla gente. 

Ma non si può paragonare il territorio del Canada a quello del Trentino, no? 

Quello che voglio dire è che se si violano le zone dove sono soliti spostarsi, in uno spazio limitato come quello di un sentiero, è ovvio che se ci si imbatte in un orso, lui si sente in pericolo. In Quebec, dove vivono gli orsi neri delle dimensioni dei nostri, per evitare incontri ravvicinati se si va nei boschi, si mette sempre un campanaccio sullo zaino, come dire "se vieni a casa mia, almeno avvisa". Noi invece sappiamo organizzare solo le battute di caccia. 

Fatto sta che gli orsi in Trentino sono stati introdotti ed ora tutti sono preoccupati per il loro numero. Lei che soluzione propone? 

Con gli ingenti fondi che la Provincia di Trento ha ricevuto per il ripopolamento dell'orso, perché non creare un Santuario dell'orso, come al largo della Liguria c'è il Santuario delle balene? Un'area protetta dove si ammirano questi animali dei boschi a distanza, con la guida, e soprattutto con il rispetto che l'uomo dovrebbe verso chi in quei boschi c'era da millenni, prima che gli uomini. 

Ma i nostri spazi non sono nell'America del Nord. 

Anche inAbruzzo c'è il parco naturale con i lupi e gli orsi. Se ci sono riusciti loro, perché non provarci in Trentino? Io vorrei che i nostri nipoti potessero vedere l'orso nei luoghi dove può vivere e non la pelle stesa ai piedi di un camino. Chissà se i trentini si sveglieranno dalla ossessione e capiranno che un Santuario dell'orso sarebbe attrazione unica ed esempio unico di nobile civiltà.




28.7.17 | Posted in , , , , , , , , , , | Continua »

Il TEMPO Intervista a Franco Frattini

Sfogliando l'agenda dei temi di stretta attualità dalla crisi migranti al rapporto con l'Ue - non c'è capitolo che non abbia affrontato in prima persona...
Franco Frattini, ministro degli Esteri dei governi Berlusconi, ex vicepresidente della commissione europea, oggi è magistrato e presidente della Sioi.

Intervista a Franco Frattini - «Io di nuovo ministro? Meglio il magistrato» 
Parla Frattini «Il Cav mi rivorrebbe ma ho già dato. E al Consiglio di Stato i temi politici non mancano» 
di Antonio Rapisarda 















Onorevole buonasera... 
«Onorevole no, per cortesia!» 
Come allora? 
«Presidente di sezione del Consiglio di Stato. Questo è il mio mestiere. Ho sempre ritenuto che ciò che ci si guadagna con un concorso molto difficile, come quello per diventare prima magistrato e poi Consigliere di Stato, sia il titolo che si preferisce adottare. Onorevole uno se lo dice da solo, perché poi, insomma, nell'attività parlamentare ciascuno l'onorevolezza se la guadagna con le cose importanti che fa non con il titolo che gli viene affibbiato». 

Franco Frattini, ministro degli Esteri dei governi Berlusconi, ex vicepresidente della commissione europea, oggi è magistrato e presidente della Sioi. 
Sfogliando l'agenda dei temi di stretta attualità dalla crisi migranti al rapporto con l'Ue - non c'è capitolo che non abbia affrontato in prima persona già nella stagione più complessa del centrodestra italiano, in quel drammatico 2011. Tant'è che, pur nelle vesti di «osservatore esterno», sembra avere chiaro il percorso di un centrodestra "allargato" con cui sfidare e battere il centrosinistra renziano e scongiurare l'antipolitica al governo dei 5 Stelle. 

Di cosa si occupa oggi? 
«Presiedo una importante sezione giurisdizionale del Consiglio di Stato che si occupa delle interdettive anti-mafia, cioè dell'infiltrazione mafiosa nell'economia. Giudichiamo poi su tutti gli appalti nel settore della sanità pubblica. Mi occupo anche di immigrazione, valutiamo i provvedimenti di espulsione e di diniego del permesso di soggiorno. Materie estremamente delicate». 

A proposito di questo. Lo sa che il suo accordo con la Libia, ai tempi del governo Berlusconi, è una misura rimpianta oggi da tutti? 
«Perché era una misura equilibrata. Nel 2010 firmammo un accordo non con la persona di Gheddafi ma con uno Stato sovrano. È chiaro che quell'accordo aveva un do e un des: noi offrivamo alla Libia un piano di cooperazione molto importante, avevamo promesso di fare una grande autostrada che univa Tripoli e Tobruk e in cambio noi avremmo ottenuto il blocco del flusso irregolare di migranti e la galera per i trafficanti di essere umani. Certamente quell'accordo viene rimpianto: credo che oggi debba essere rivitalizzato, come penso che il ministro Minniti stia cercando di fare». 

L'Italia sulla crisi dei migranti è sempre più sola nel mare "mostrum"... 
«La responsabilità gravissima è di questa Europa divisa, burocratica, m cui non c'è una leadership politica. La Merkel è una leader che fa gli interessi della Germania non dell'Europa. Gli altri non sono leader». 

Ci sono Macron, Gentiloni, ops, Renzi... 
«Macron è appena arrivato. In Italia ci sono state posizioni diverse. Dopo aver detto che gli immigrati li prendevamo tutti - il patto dell'operazione Triton ormai è sta to rivelato in tutte le sue caratteristiche - l'ex premier Renzi, quello che mise quella firma, oggi dice quello che dicevamo noi quando eravamo al governo. Cioè, li possiamo aiutare ma li aiutiamo con progetti di cooperazione nei Paesi di origine. Quindi, la frase "aiutiamoli a casa loro" che oggi pronuncia Renzi la dicevamo io, Berlusconi e Maroni. Cattivi e razzisti? Non era così: avevamo visto giusto». 

È un'invasione come dice Salvini? 
«Quando vediamo che in un fine settimana arrivano 5mila persone possiamo usare parole diverse: afflusso di massa, afflusso incontrollato...» 

Nel 2011 ci fu o no questo "golpe bianco" nei confronti dell'Italia? 
«La chiamerei convergenza di interessi anti-italiani, fotografata da quella scena indecente di Merkel e Sarkozy che si fanno una risatina quando viene nominato Berlusconi, primo ministro eletto dagli italiani. Quella scena dimostrò che c'erano degli interessi convergenti contro di noi, perché l'Italia si opponeva su questioni scomode. Avevamo dubbi sul Fiscal compact, sulla necessità di prenderci la Trojka in casa nostra. Ricordo il vertice di Nizza in cui Berlusconi si mise di traverso e tornò dicendo: "Ci vogliono far cadere..."». 

Se guarda oggi il centrodestra che cosa vede? 
«Una grande divisione di posizioni, sicuramente negativa. Però vedo che tanti cittadini normali, come il sottoscritto, che avevano votato il centrodestra e che forse lo voteranno ancora, tornano a preferire una soluzione moderata. Tutti le città dove si è vinto sono state conquistate perché i candidati sindaci erano delle brave persone, non politici di mestiere. Vedo, quindi, una grande divisione che porta alla vittoria solo quando diventa unione». 

Berlusconi che ruolo deve avere a suo avviso? 
«È un leader naturale che può dare una visione, un indirizzo. Non credo che sarà lui il prossimo candidato premier. Nei fatti, però, è la persona a cui coloro che votano centrodestra devono ancora guardare. Tra le posizioni di Salvini, condivisibili per molti aspetti ma che io non condivido per quanto riguarda l'uscita dall'Ue, ad esempio, e le posizioni di Forza Italia, che invece è molto ancorata al Ppe, alla fine Berlusconi può trovare una sintesi. Non in quanto prossimo premier ma perché è stato per tré volte il capo del G8, il presidente che ha fatto la sintesi tra i Paesi più grandi del mondo. Questo in politica conta. Insomma, è finito il tempo del ragazzo che soltanto perché ragazzine deve fare politica. L'esperienza e la competenza sono fondamentali». 

È per questo che Berlusconi pensa a lei come prossimo ministro degli Esteri? 
«Ho ringranziato personalmente il presidente per la sua cortesia. Io adesso mi occupo delle interdettive anti-mafia, mi occupo dell'immigrazione. Quando uno fa una cosa deve fare quella. Ho dato il mio contributo alla politica estera italiana e sono lusingato di questo riconoscimento. Credo che Berlusconi lo abbia fatto sapendo che abbiamo lavorato insieme e bene per ben undici anni». 

C'è chi invoca il "Macron" di centrodestra. Il Cavaliere pensa a Marchionne... 
«Stimo Sergio Marchionne ma ha detto di non essere disponibile. Non è che il Macron italiano nasce per investitura di qualcuno. Nasce su progetti credibili. E se, come spero, voteremo con un proporzionale il leader non sarà dichiarato prima, perché ogni partito propone una sua ricetta, ma dopo. Vedo una squadra, vedo persone che lavorano insieme, non vedo un'investitura preventiva». 

E un Nazareno lo vede? 
«Nazareno è ormai una parolaccia. Perché sa di inciucio, di porcherie tra Berlusconi e Renzi a danno degli elettori. Scorgo una serie di proposte su cui mi auguro ci possa essere una maggioranza più larga del centrodestra, perché ci sono alcuni esponenti nell'attuale centrosinistra che possono essere portatori di idee condivise. C'è Calenda che tutti riconoscono essere, e qualcuno l'ha anche tirato per la giacchetta nel centrodestra, uno che guarda davvero allo sviluppo, alla crescita. C'è un altro signore che fa il ministro degli Interni, che viene da una storia post-comunista come Minniti, che sull'immigrazione ha detto cose che ai tempi miei e di Maroni avremmo accettato. E, malgrado nella casa del centrodestra non sia molto amato, c'è Alfano che continua a dire cose che potrebbero essere apprezzate: se davvero il suo partito si metterà di traverso sullo ius soli - legge sbagliata e ideologica - dirà una cosa tutto sommato condivisibile per tutto il centrodestra». 


Intervista Il tempo





17.7.17 | Posted in , , , , , , | Continua »

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