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Europa: tra piccoli passi e scenari costituenti


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IN EUROPA TORNANO VISIONARI E STATISTI PRAGMATICI - IN EUROPA TORNANO VISIONARI E STATISTI


La settimana appena trascorsa si era aperta con il documento di un gruppo di europeisti italiani e tedeschi, che disegnava una sorta di road map volta a far passare l' Unione europea dalla integrazione fiscale in cui la sta portando l' accordo sulla disciplina dei bilanci (il Fiscal Compact), verso una solida integrazione politica, necessaria - essi scrivono - a fornire legittimazione democratica alle decisioni così trasferite a Bruxelles. Il documento era uscitopochi giorni prima dell' incontro fra il nostro Presidente del Consiglio MarioMonti e la Cancelliera tedesca Angela Merkel e, sebbene non si trattasse di una lettera aperta indirizzata a loro, i suoi autori non potevano non aspettarsi una loro reazione. Ebbene, da quell' incontro è uscita una reazione a dir poco tiepida nei confronti del documento, accompagnata dall' impegno a passi ulteriori su una rotta di sicuro diversa da quella che esso indicava. Di che si tratta? E, come qualcuno ha scritto, una rinnovata contrapposizione fra europeisti federalisti alla maniera di Altiero Spinelli e europeisti funzionalisti alla maniera di Jean Monnet? In certo senso lo è, nel senso che le due posizioni emerse sono di sicuro riconducibili a queste due etichette. 

Il documento, firmato fra gli altri dal sottoscritto, da Emma Bonino, da Daniel Cohn Bendit, da Pier Virgilio Dastoli, da Monica Frassoni, da Franco Frattini, da Karl Lamers, da Giacomo Marramao, da Hans Pottering, da Romano Prodi, da Alberto Quadrio Curzio, da Guido Rossi e da Barbara Spinelli, propone un percorso che partendo da un rapporto del Parlamento Europeo e dai dibattiti che conseguentemente si dovrebbero promuovere negli Stati membri, porti alla formazione di una Convenzione costituente. Per converso, la posizione dei governi, così come'è uscita dall' incontro fra Mario Monti e Angela Merkel, punta -come ama dire la Cancelliera- sui piccoli passi.

Mettiamoci d'accordo su ulteriori piattaforme di integrazione (oltre a quella che già si sta realizzando in tema di bilanci pubblici) nelle aree dei servizi, delle reti di distribuzione dell' energia e dell' acqua, o ancora della libertà di circolazione dei lavoratori. Una volta che le avremo definite, e solo a quel punto, sceglieremo pragmaticamente gli strumenti che servono a renderle operative, si tratti di regolamenti, di direttive o di eventuali nuovi accordi come il Fiscal Compact. Si tratta indiscutibilmente di percorsi diversi e può ben essere che riflettano anche culture diverse. Ma ciò che più conta è che di sicuro riflettono esigenze diverse, condizionamenti diversi, vincoli diversi e proprio per questo non è detto che portino alla fine a punti d' arrivo diversi e che, in vista di ciò, non abbiano in realtà bisogno l' uno dell' altro. E ben vero che il nostro documento reca le firme di autorevoli personalità tedesche e che lo abbiamo voluto italo-tedesco proprio per sottolineare che l'aspirazione ad un' Europa politicamente integrata è condivisa in primo luogo proprio in Germania. 

Sappiamo bene però che nella Germania di oggi c'è anche chi la pensa diversamente, che la crisi economica ha reso molti tedeschi assai meno solidali di quanto fossero in passato nei confronti di quegli europei del Sud che vedono come un peso a loro carico e che, di conseguenza, chi governa è necessariamente indotto alla cautela. I passi avanti li vuole piccoli e - aggiunge sempre la Cancelliera - è pronto a farli so- lo quando divengono inevitabili. Si aggiunga che in misura più o meno accentuata ciò vale anche per gli altri Stati-membri che godono di simili condizioni di buona salute (quelli con la tripla A per primi). Ciò che ne esce è quanto abbiamo vissuto nella tormentata vicenda che nel corso degli ultimi tre anni ha portato, a pezzi, a bocconi e sempre in ritardo, a strumenti finanziari comuni e a una rafforzata governance comune per fronteggiare la crisi dell'euro. 

Stando così le cose, sarebbe sbagliato aspettarsi molto di più, ma sarebbe anche incosciente, e lo sarebbe da parte degli stessi governi, non rendersi conto che l' effetto dei piccoli passi volti a creare aree molteplici di crescente integrazione è comunque quello di trasferire dai livelli nazionali al livello europeo un numero a sua volta crescente di decisioni, che incidono direttamente sulla vita di tutti noi. Io l' ho combattuta in prima persona la battaglia per rendere vincolanti per gli Stati in deficit le raccomandazioni della Commissione europea. Il Fiscal Compact finalmente lo prevede e ne sono contento. Ma i cittadini di quegli Stati come la prenderanno? Qual è verso di loro la responsabilità democratica della Commissione? Qual è in tutto ciò il ruolo dei parlamentari che essi eleggono? Insomma, l' integrazione per aree, l' integrazione alla Jean Monnet non fmisce per generare un insopprimibile bisogno di democrazia e quindi di integrazione anche politica? 

È una domanda retorica, tant'è che rispondeva di sì lo stesso Monnet, il quale era, come tutti sappiamo, un federalista e proprio questo sbocco si aspettava dal suo funzionalismo. Ma è qui che diviene essenziale il ruolo di quanti, federalisti alla Spinelli e liberi da responsabilità di governo, possono antivedere lo sbocco e prefigurare i modi per prepararlo, evitando che la sua necessità si manifesti domani in forme di rigetto antieuropeo da parte di opinioni pubbliche nazionali che vivano quella europea come un' intrusione non legittimata nelle loro vicende interne.

E quello che fa il nostro documento, nel quale si disegna non a caso un percorso incentrato sul lavoro di messa a fuoco del Parlamento europeo - istituzione allo stesso tempo rappresentativa e svincolata dai condizionamenti di governo - e sui dibattiti nazionali che dovrebbero seguirne. Certo, è impensabile che questo stesso percorso proceda nell' assenza o addirittura nell' ostilità dei governi. Ma ci sono formule, che l' eurocrazia di Bruxelles conosce benissimo, con le quali si può ottenere la lo- ro attenzione senza chiedere, all' inizio, più di quanto non possono dare. Evitiamo allora di creare conflitti e di amplificare contrapposizioni che la nostra stessa esperienza ha più volte smentito. Si cita spesso il progetto costituzionale di Altiero Spinelli del 1984, approvato dal Parlamento europeo eo e poi respinto dal Consiglio. E vero, ma se ne leggano i contenuti e li si raffronti alle successive riscritture del Trattato di Roma intervenute da Maastricht in là. Ci si accorgerà che buonissima parte di quei contenuti sono entrati nei nuovi Trattati. Nel suo Diario Spinelli scrisse che l' Europa la stavano facendo sia i visionari sia gli statisti pragmatici. Senza gli statisti pragmatici, i visionari non avrebbero realizzato nulla delle loro visioni... Ma senza i visionari gli statisti pragmatici non sarebbero andati da nessuna parte. Aveva e continua ad avere ragione.
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Pubblicato da Franco Frattini il giorno 18.3.12. per la sezione , . Puoi essere aggiornato sui post, i commenti degli utenti e le risposte utilizzando il servizio di RSS 2.0. Scrivi un commento e partecipa anche tu alla discussione su questo tema.

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