Franco Frattini to RT International: West has golden opportunity to restore or even normalize relations with Russia

Russian President Vladimir Putin has met his American counterpart, Joe Biden, in the Swiss city of Geneva


Franco Frattini to RT International: West has golden opportunity to restore or even normalize relations with Russia 



Watch the full video: https://youtu.be/3dXOs3T84-g



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Franco Frattini, magistrato e politico interviene a SOUL Tv2000

Franco Frattini, magistrato e politico interviene a SOUL Tv2000

15 Maggio 2021 




Franco Frattini, magistrato, politico, due volte Ministro degli Esteri, Commissario UE, Presidente dell’Alta Corte di Giustizia del Coni, appena nominato Presidente aggiunto del Consiglio di Stato…parliamo di Europa, di un’unità necessaria ma mai pienamente raggiunta, dal tema della sicurezza all’accoglienza, alle azioni e reazioni in questa pandemia; parliamo di necessaria riforma della giustizia e di separazione delle carriere dei magistrati; di presenza dell’Italia nei grandi vertici internazionali, dell’emergenza in Libia e del rapporto con la Turchia, del ddl Zan e della proprietà intellettuale dei vaccini. 

L’ex ministro degli Esteri ospite del programma Soul: “Sulla Libia bene Draghi. Partecipazione alla guerra in Iraq ex post non fu decisione giusta” “Sul caso Turchia “abbiamo fatto noi degli errori, ma non c’è dubbio che oggi la deriva del presidente Erdogan non è quella che noi ci saremmo aspettati”. 

Lo afferma l’ex ministro degli Esteri e da poco nominato Presidente aggiunto del Consiglio di Stato, Franco Frattini, ospite del programma ‘Soul’ in onda su Tv2000 sabato 15 maggio ore 20.50 e lunedì 17 alle 21 su InBlu2000. 

“Il presidente Draghi – aggiunge Frattini – ha espresso nei confronti di Erdogan un sentimento che gli veniva molto spontaneo e certamente che si tratti di una autocrazia io l’ho visto da quando creai il gruppo degli amici della Turchia per cercare nel 2003 di farli entrare nell’Unione Europea. A forza di spingerli verso est in tanti e tanti anni invece di portarli verso l’occidente li abbiamo messi nelle mani della Russia e forse anche della Cina”. 

Frattini a Tv2000 affronta anche la questione libica: “In Libia credo che il presidente Draghi abbia fatto una cosa molto importante. È stata una scelta coraggiosa di andare subito dal nuovo primo ministro libico diciamo di transizione, perché poi si dovrebbe votare il 24 dicembre di quest’anno in Libia, e il ministro Di Maio abbia fatto bene ad andare insieme ai colleghi francese e tedesco per dimostrare che il nucleo forte dell’Europa c’è. Tutt’altra cosa è se la Libia rimarrà una Libia o vi saranno due Libie. Perché è un po’ difficile far immaginare a coloro che sono sul campo che domani la Turchia, che ha 5000 uomini che proteggono Tripoli e la Russia che ne ha altrettanti che proteggono la Cirenaica, salutino e mettano tutto nelle mani dei libici”. 

“La partecipazione alla guerra in Iraq ex post – conclude Frattini – non fu sicuramente una decisione giusta, ma il primo ad essere ingannato fu proprio il segretario di stato americano, il generale Colin Powell che portò in consiglio di sicurezza la famosa pistola fumante che purtroppo non corrispondeva alla verità perché a lui avevano dato dati non veri”. 

➡ Rivedi su YouTube l'incontro di sabato di Monica Mondo con Franco Frattini a SOUL:

        https://www.youtube.com/watch?v=CAkfA7iWBo8


17.5.21 | Posted in , , , , , , , | Continua »

Così Biden può spegnere la polveriera Gaza. Parla Frattini

Così Biden può spegnere la polveriera Gaza. Parla Frattini

Franco Frattini, presidente della Sioi e già ministro degli Esteri, legge il conflitto israelo-palestinese e auspica un intervento americano. “L’Europa? Temo che non possa fare tanto, vista la grande crisi di leadership e le divisioni che la percorrono”




Di Federico Di Bisceglie | 15/05/2021 - Esteri 
 

Ormai ai morti, si preferisce contare i razzi. Sarebbero 2300 gli ordini scagliati contro Israele da quando il conflitto si è riacceso. Il Medioriente ribolle. L’ala militare di Hamas ha rivendicato la paternità dell’attacco missilistico sferrato contro l’intera area urbana attorno a Tel Aviv. D’altro canto lo Stato Ebraico ha, in queste ore, colpito il grattacielo al-Jala, nel pieno centro di Gaza. In mezzo alla carneficina, c’è ancora chi è fermamente convinto che la diplomazia debba fare la sua parte. Anzi, “l’America deve tornare a fare l’America”. Non ha dubbi su questo Franco Frattini, due volte Ministro degli Esteri nei Governi Berlusconi, oltre che ex Commissario europeo. Da quest’anno presidente aggiunto del Consiglio di Stato e dal 2012 presidente della SIOI. 
 

Frattini, il cambio di leadership in Usa ha di fatto lasciato in mezzo al guado gli Accordi di Abramo. Che significa dunque che l’America deve tornare a fare l’America? 

L’inviato di Biden deve fare chiarezza e convincere Netanyahu che Israele è molto più tutelata di prima. Non solo: le reazioni dello Stato Ebraico non possono sempre essere così asimmetriche e sproporzionate. Un gigante contro un nano. Da quelle parti è come se fosse sempre la lotta fra Davide e Golia. Al contempo, l’America deve continuare a fare pressione sull’Egitto per convincere Israele a fermare le ostilità. Sono gli egiziani, ad avere le chiavi dei tunnel di Gaza. 
 
I rapporti fra Biden e Netanyahu non potranno mai essere gli stessi che Netanyahu aveva con Trump. 
 
Infatti, anche perché attualmente non sappiamo quanto Biden voglia spingere sulla riconciliazione ottenuta attraverso la stipula dell’accordo di Abramo. Continuare su questa strada significherebbe confermare il ruolo da protagonista dell’Arabia Saudita. Ma Biden sembrava avere altre intenzioni… 
 
C’è un attore che soffia sul fuoco: l’Iran. 

L’Iran ha compiuto un atto impensabile: accettare la prospettiva di riprendere il dialogo con i sauditi grazie all’intercessione del Qatar. Ma questo è un problema, perché l’Iran, sentendosi meno accerchiata, ha ripreso vigore ed è tornata a sostenere Hamas in chiave anti israeliana. 
 
Al di là di quello che appare, ci sono problematiche politiche pesanti sia nell’autorità nazionale palestinese che nello Stato Ebraico. 

Sicuramente si. Da un lato abbiamo Netanyahu che, per la quinta volta consecutiva, mira a farsi rieleggere. Dall’altro c’è un vulnus nell’autorità nazionale palestinese. Abu Mazen si è trovato costretto a rimandare ancora una volta le urne perché non è riuscito a contrastare i pressing di Hamas. E questo è un tema dal quale non si deve distogliere l’attenzione. 
 
A suo giudizio, quali devono essere le mosse che deve compiere l’Europa per tentare una de-escalation del conflitto? 

L’Europa può fare ben poco a mio giudizio. Per almeno due fattori. Innanzitutto una grande divisione interna su queste tematiche fra gli stati membri. In secondo luogo perché l’Ue è, mai come in questo periodo, assolutamente priva di leadership forti. L’indebolimento della Germania, al crepuscolo dell’era di Angela Merkel e la Francia, infiacchita esattamente come il suo presidente Macron. L’unico leader europeo in questo momento è il presidente Mario Draghi, che però ha ben altri problemi da risolvere per occuparsi di Medioriente. 
 
Piero Fassino, pochi giorni fa proprio su Formiche, auspicava l’intervento del ‘Quartetto’. Che ne pensa? 

Il Quartetto io l’ho visto nascere, e l’ho visto prendere iniziative sempre molto blande, in particolare su questo tema. Il Quartetto sconta le stesse problematiche europee legate a una totale assenza di una leadership forte. Come detto, affinché cessino le ostilità, occorre un intervento statunitense. 
 
L’Italia che può fare? 

Differentemente da altri Paesi europei, il nostro può vantare ottimi rapporti sia con la Palestina sia con Israele. Da un lato infatti, noi ci opponemmo a determinate decisioni della comunità internazionale volte (surrettiziamente e non) a mettere in discussione la legittimità dello stato ebraico. Oltre ad aver espresso più volte la volontà di inserire Hamas nella lista nera delle organizzazioni terroristiche. Dall’altro i palestinesi, da Craxi in poi, hanno sempre potuto contare sul nostro appoggio. L’Italia quindi, potrebbe fare da ponte. Il mio consiglio al Ministro Di Maio è proprio quello di sfruttare questa nostra posizione, cercando di parlare con franchezza.

17.5.21 | Posted in , , , , , , , , , , | Continua »

Come scongiurare l’incubo delle “tre Libie”. Ecco il modello IRINI

Come scongiurare l’incubo delle “tre Libie”. Ecco il modello IRINI 

Di Marco Battaglia | 20/04/2021 


FORMICHE

I suggerimenti da “La politica europea di sicurezza comune e di difesa in Libia”, il webinar organizzato dall’operazione Eunavfor Med – Irini in collaborazione con la SIOI, primo passo della serie di incontri di Shade Med. Presenti il presidente della Sioi, Franco Frattini, il comandante di Irini, Fabio Agostini, il vice capo delegazione Ue in Libia, Nadim Karkutli e il capo missione di Eubam, Natalina Cea

 “Whatever it takes, l’Europa deve salvare la Libia”. Si è concluso così, ieri, il webinar organizzato dall’operazione europea Irini, al comando dell’ammiraglio Fabio Agostini (qui è possibile rivedere la diretta), in collaborazione con la SIOI, primo passo di “Shade Med”, un percorso di eventi che condurrà fino alla conferenza in autunno, per affrontare in maniera aperta ed efficace il dibattito sulla sicurezza del Mediterraneo. Sono intervenuti il presidente della Sioi, Franco Frattini, il comandante Agostini, il vice capo delegazione dell’Unione europea il Libia con delega agli affari politici, stampa e informazione, Nadim Karkutli, e il capo missione della European Union border assistance mission in Libya (Eubam), Natalina Cea

 “L’eventuale partizione della Libia in due o tre entità, dopo le prossime elezioni di dicembre, sarebbe un incubo”, ha espresso con chiarezza Frattini nel corso del suo intervento, sottolineando l’importanza del continuo supporto internazionale al processo di pacificazione interno al Paese rivierasco. La natura di questo supporto deve essere necessariamente politica, altrimenti “tutti i nostri sforzi sarebbero ininfluenti”. Per questo, ha continuato il presidente della Sioi, è indispensabile la continua cooperazione tra la missione europea in Libia Eubam, la missione delle Nazioni Unite Unsmil e l’operazione Irini, secondo un approccio omnicomprensivo che abbracci l’intera regione. Proprio in vista di questo approccio regionale è, secondo Frattini, necessario coinvolgere tutti gli attori interessati alla stabilità della regione, Russia e Turchia incluse, senza le quali ogni sforzo sarebbe parziale e inefficace.

L’APPROCCIO OLISTICO DI IRINI 

La situazione sul campo, infatti, è ancora tutt’altro che risolta, come ha illustrato l’ammiraglio Agostini: “la mancanza dello Stato in ogni sua diramazione comporta un proliferare delle attività illecite in Libia, comportando la necessità di mantenere la presenza dei controlli”. Inoltre, il quadro geopolitico libico è ulteriormente complicato dalla presenza di diversi attori intenti a perseguire ciascuno il proprio tornaconto, come la Cina e le stesse Russia e Turchia. In questo contesto così sfaccettato, la missione Irini ha dimostrato, fin dalla sua attivazione nel marzo dell’anno scorso, la sua efficacia nel combattere le attività illegali che passano per la Libia, grazie al suo approccio olistico alle varie criticità che affliggono quella porzione di Mediterraneo. 

“Irini non è la soluzione – ha commentato Agostini – ma è lo strumento per creare le condizioni per arrivare a una soluzione”. La lotta ai traffici illeciti, dal traffico illecito di petrolio a quelle delle armi a quello, purtroppo, di esseri umani, non è una mera operazione di securizzazione. Come illustrato dal comandante di Irini: “le attività di contrabbando creano una condizione di squilibrio nei redditi libici”, peggiorando ulteriormente le condizioni economico-sociali del Paese. 

IL COINVOLGIMENTO DELLA SOCIETÀ CIVILE 

Condizione necessaria e indispensabile per il miglioramento della situazione in Libia è, secondo Natalina Cea: “la partecipazione dei libici e la loro titolarità in tutti i programmi e processi verso la stabilizzazione”. Proprio in un momento nel quale è forte nel Paese il desiderio di sostegno internazionale, per arrivare ad una normalizzazione della situazione interna, il coinvolgimento della società civile e della popolazione diventa un aspetto fondamentale. Questo coinvolgimento, inoltre, servirà anche come collante tra le tre aree del Paese, Tripolitania, Cirenaica e Fezzan, la cui deriva e frammentazione porterebbe a quello scenario “da incubo” profilato da Frattini. 

Per questo l’avvento del governo di unità nazionale guidato da Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh è, per Nadim Karkutli, un fattore cruciale verso la soluzione della crisi libica: “nel nuovo governo sono presenti rappresentanti provenienti da tutte e tre le regioni della Libia, il che migliora l’efficacia dei colloqui anche a livello governativo”. Nonostante questo positivo passo, le difficoltà permangono, soprattutto perché, sempre secondo il vice capo delegazione dell’Unione europea il Libia: “il Paese non ha mai avuto delle forti istituzioni della società civile, e le tre aree storiche non hanno mai collaborato tra di loro durante il periodo di Muʿammar Gheddafi. Ora queste istituzioni vanno costruite”.


Link allo streaming sul canale  YouTube SIOI UNA ITALY


23.4.21 | Posted in , , , , , , , , , , | Continua »

NATO Defense College: si conclude il NATO Regional Cooperation Course 25. Ospite d’onore Franco Frattini (23 aprile 2021 h 10 in streaming)

NATO Defense College: domani si conclude il NATO Regional Cooperation Course 25. Ospite d’onore Franco Frattini 




Roma, 22 aprile 2021- Dopo 10 settimane di lezioni svolte secondo un format ibrido, il NATO Regional Cooperation Course 25, il corso di studi del NATO Defense College con focus sui Paesi partner dell’Alleanza Atlantica, si concluderà, il 23 aprile 2021, con la cerimonia di rito e la consegna dei diplomi ai 29 partecipanti, provenienti da 14 Stati. 

Ospite d’onore l’ex ministro degli Esteri Franco Frattini, attualmente presidente della SIOI (Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale) che pronuncerà il discorso alla platea del College concentrandosi sul ruolo della NATO e il fianco Sud: “NATO 2030 looking to the South”.

Alla cerimonia parteciperanno come di consueto autorità del panorama civile e militare, in forma virtuale e nel rispetto delle vigenti direttive anti COVID. 

Sarà possible seguire l’evento in streaming, sulle piattaforme social del NATO Defense College, a partire dalle ore 10 del 23 aprile 2021.

Link per seguire l'evento:

Youtube:  https://youtu.be/4z-E4UVI6Hw

Twitter: https://twitter.com/i/broadcasts/1nAKELQavvvxL

Facebookhttps://www.facebook.com/NATODefenseCollege

Linkedinhttps://www.linkedin.com/company/nato-defense-college/



 

22.4.21 | Posted in , , , , , , , , , | Continua »

Fermezza e realismo. La linea di Draghi con la Turchia spiegata da Frattini a Formiche

Fermezza e realismo. La linea di Draghi con la Turchia spiegata da Frattini 

Di Emanuele Rossi | 12/04/2021 




Draghi ha fatto una wake-up call all’Ue, chiedendo che con la Turchia si proceda verso una politica unita e organica, senza fare passi indietro sui diritti, ma non dimenticando l’insostituibilità di Ankara. 
Conversazione con Franco Frattini, presidente della Sioi e già ministro degli Esteri 
 
“Il presidente del Consiglio Mario Draghi ha detto quello che altri leader europei dicono nei corridoi ma non hanno il coraggio di dire pubblicamente, usando per altro un’espressione onnicomprensiva che rappresenta bene il problema di fondo che allontana la Turchia all’Ue, ossia il tema dei diritti”. Franco Frattini, presidente della Sioi, già ministro degli Esteri e commissario europeo, parla con Formiche.net di quel “dittatori” che il capo del governo italiano ha usato qualche giorno fa per descrivere il presidente turco, Recep Tayyp Erdogan. 
 
L’ex capo della diplomazia italiana ricorda la telefonata che Draghi e Erdogan hanno avuto recentemente (che Frattini commentava positivamente su queste colonne) e da lì allunga il ragionamento oltre la cronaca. Serve un contatto diretto e un ammonimento sulle violazioni sui diritti umani, ma c’è anche un’inevitabilità di un rapporto con i turchi? 

“La Turchia è un interesse per Europa e Occidente: è il terzo esercito della Nato, e questo significa che è una potenza di stabilizzazione in grado di giocare un ruolo proprio la Nato, l’Europa e l’Occidente in un’ampia parte del mondo. 

Oppure può farlo contro di noi”, spiega. “Ripropongo – continua Frattini – la domanda che feci a tedeschi e francesi quando la Turchia propose la domanda di annessione all’Ue e loro risposero subito negativamente: ossia, vogliamo schiacciare la Turchia nella braccia della Russia e dell’Iran, e poi adesso della Cina, oppure vogliamo tenerla vicino a noi?”. Russia e Cina hanno interesse strategico nel tirare dalla propria parte la Turchia, anche come forma di disarticolazione della Nato. In più Ankara è presente come sfera di influenza in diversi contesti che Mosca e Pechino ritengono strategicamente rilevanti. Per esempio il Caucaso e i Balcani o l’Eurasia, ma anche l’Africa e chiaramente il Mediterraneo e il Medio Oriente. 

“La Turchia – continua Frattini – gioca un ruolo da potenza regionale. Pensiamo agli equilibri con Egitto, oppure quello che abbiamo visto in questi giorni, con Ankara che ha preso una posizione molto dura sull’indipendenza dell’Ucraina. E mentre il Donbas è in posizione difficile, la Russia, che si è sempre messa d’accordo con la Turchia, ora riceve una doccia fredda su quella crisi. Questo ci deve far ragionare sulla capacità della Turchia di muovere la propria politica estera in tanti fronti”. 

Oggi, lunedì 12 aprile, il primo ministro libico e metà del governo che guida sotto egida Onu è in Turchia. La Libia è un altro dei teatri in cui Ankara negli anni scorsi ha mosso la sua politica estera, intervenendo a sostegno del precedente esecutivo onusiano di Tripoli sotto aggressione militare dalla Cirenaica. In Libia la Turchia è presente anche militarmente, mentre sull’altro lato sono presenti contractor militari russi. 

“Come pensiamo di rendere la Libia, un nostro interesse nazionale, indipendente, se non parliamo con i turchi?”, si chiede Frattini. “È evidente – continua – che un dialogo critico ci deve essere, riconoscendo le massicce violazioni di diritti umani, ma è pure evidente che la politica estera si gioca su interessi fondamentali. Prendiamo per esempio, Joe Biden: il presidente americano è molto attento ai diritti, ma si guarda bene dal voler tagliare con la Turchia”. 

Draghi, secondo l’ex ministro italiano, “ha fatto una wake-up call a tutta l’Unione europea, un messaggio per far sì che le relazioni con la Turchia non siano a corrente alternata, frutto degli interessi del momento, ma di un’elaborazione di una politica organica e comune. Ossia, allargando l’ottica, dobbiamo capire se c’è un’Europa capace di pensare la propria politica estera”.

13.4.21 | Posted in , , , , , , , , | Continua »

Turchia, ecco perché Biden scommette su Draghi. Parla Frattini

Turchia, ecco perché Biden scommette su Draghi. Parla Frattini

Di Francesco Bechis | 27/03/2021 - Esteri 




Conversazione con il presidente della Sioi e già ministro degli Esteri. Draghi ha capito il legame strategico fra Italia e Turchia, Biden scommette anche su Roma per tenere Ankara nell’alveo Nato. In Libia e nei Balcani ormai siamo spettatori. Occhio a dare la Russia per finita: può nascerne un nuovo Putin 
 
“C’era un tempo in cui potevo invitare Erdogan alle riunioni del Partito popolare europeo”. Franco Frattini, presidente della Sioi, già ministro degli Esteri e commissario europeo, ricorda bene quando Europa e Turchia si parlavano. Quei tempi sono ormai tramontati, dice a Formiche.net. Non la necessità di un dialogo strategico di cui l’Italia di Mario Draghi, sotto gli occhi degli Stati Uniti, può e deve farsi carico. 
 
Frattini, cosa c’è dietro la recente telefonata di Draghi ad Erdogan? 

Credo che Draghi abbia capito l’antico ruolo dell’Italia come pontiere fra Occidente e Turchia. Ricordo quando ero ministro degli Esteri e la Turchia fu ammessa come candidata all’Ue. Insieme agli inglesi creai un gruppo che si chiamava “amici della Turchia”, volevamo evitare che fosse spinta verso Est nelle braccia di Iran, Russia e Cina. 
 
Come andò a finire? 
 
Schröder e Chirac chiusero subito la porta: mai la Turchia nell’Ue. Fu una mossa incauta. Oggi assistiamo a un asse Ankara-Teheran-Mosca che va contro ogni nostro interesse. E pensare che, quando ancora Erdogan era sindaco di Istanbul, lo invitavo insieme al suo partito alle riunioni del Ppe. 
 
Draghi ha fatto anche un severo richiamo sui diritti umani.  

Giusto così. Siamo tutti testimoni delle gravi violazioni in Turchia. Mentre parliamo ci sono migliaia di giornalisti, giudici e oppositori in prigione, condannati spesso con processi sommari. Ma l’Europa e l’Italia si stanno anche rendendo conto che non è suo interesse mantenere un’escalation come nei mesi scorsi, quando abbiamo rischiato il lancio di qualche missile fra Grecia e Turchia. 
 
Al vertice Nato a Bruxelles il segretario di Stato Antony Blinken ha parlato di “engagement” europeo con la Turchia. Perché questa attenzione degli Stati Uniti? 

Hanno capito gli errori commessi in passato. Quello gravissimo dell’amministrazione Trump e del secondo mandato di Obama, con un disimpegno in Medio Oriente che ha lasciato spazi riempiti da Russia e Turchia. Alla loro sfera di influenza l’Occidente ha abbandonato la Libia, l’Egitto. La Siria, dove Erdogan si è fermato a Idlib solo per un’imposizione di Putin. Abbiamo dato vita alla “Troika dell’Est”: Turchia, Russia e Iran. 
 
La Turchia può ancora stare a pieno titolo nella Nato? Piaccia o no, è un partner strategico cui è difficile rinunciare. Certo, alcuni atteggiamenti di Erdogan non sono compatibili con la Nato. Ma sappiamo tutti che ormai i giochi sono fatti: Ankara non restituirà a Mosca i missili S-400. E l’Europa non rinuncerà al controllo turco dei flussi migratori, pagato miliardi di euro. 
 
In Libia gli interessi di Italia e Turchia convergono? 

Anche qui, ormai è troppo tardi. La Turchia ha rivendicato la sua presenza in Libia, dove a suo dire è tornata secoli dopo sulle orme degli ottomani. Ha piazzato migliaia di aerei, mezzi, uomini. Con Ankara si può solo più ragionare in termini di condivisione del potere. E qui mi permetta un’aggiunta. 
 
Prego. 
 
Ho letto e apprezzato su Formiche.net le parole dell’ammiraglio americano James Stavridis, quando dice che l’Italia deve assumere un ruolo di leader nelle operazioni Ue al largo della Libia. Temo tuttavia che questa finestra si sia chiusa anni fa. Obama ha chiesto al governo italiano allora guidato da Letta di fare il suo dovere, non è stato fatto. 
 
Insomma, l’Europa resta spettatrice? 
 
Finora questa è l’immagine che ha dato. Penso all’accordo fra Ankara e Tripoli per l’hub energetico e i corridoi nel Mediterraneo. Con un solo colpo Erdogan ha bypassato tutta l’Europa mediterranea. Eppure la Turchia già è uno snodo energetico, con i gasdotti e gli oleodotti che passano per il Kazakistan, l’Azerbaigian e il Mar Nero. 
 
L’Italia resta l’ultimo avamposto militare della Nato verso Est prima della Turchia. Anche per questo secondo lei gli Stati Uniti guardano a Roma per una mediazione? 

Certamente. Anche se, come già abbiamo visto con l’amministrazione Trump, il ruolo di un altro Paese Nato, la Grecia, è cresciuto enormemente. Oggi tutti guardano al governo di Mitsotakis come perno di stabilità nel Mediterraneo Orientale. È l’unico che può permettersi di tuonare un “altolà” ai turchi. L’investimento, anche politico, degli Stati Uniti sta portando frutto. Nel suo bilaterale con l’omologo turco, Blinken ha posto l’accento sulla situazione nei Balcani Occidentali e nel Caucaso. Sembra che l’Italia si sia disinteressata alle turbolenze della regione. Un errore? Nessuno in Europa conosce come l’Italia i Balcani Occidentali. Ma è anche vero che siamo isolati. Nel Caucaso e in Nagorno-Karabakh sono Turchia e Russia a dettare legge. Con una telefonata Putin ed Erdogan hanno imposto un cessate il fuoco dopo lunghi e vani sforzi del gruppo di Minsk guidato dalla Francia. Qui anche gli Stati Uniti stanno commettendo un errore. 
 
Cioè? 
 
Considerare la Russia una potenza decadente, avviata a un inesorabile declino. Forse c’è un fondo di verità. Ma colpirla in questo momento rischia di essere una mossa poco previdente. È stato fatto con Eltsin trent’anni fa, e ne è venuto fuori Vladimir Putin. La storia può ripetersi.

30.3.21 | Posted in , , , , , , , , , , , | Continua »

UNO SGUARDO SUL CAMPO - INSIEME AL PRESIDENTE FRATTINI (di Fabiana Raciti)

UNO SGUARDO SUL CAMPO - INSIEME AL PRESIDENTE FRATTINI (di Fabiana Raciti*)


D. Presidente, cos’è SIGA e quali sono gli obiettivi che si è prefissata? 

R. SIGA è un’Alleanza globale che comprende circa 120 componenti, il cui obiettivo è promuovere una buona governance, fissando a livello sovranazionale dei validi criteri guida per l’integrità dello sport in tutte le sue forme. Abbiamo costituito e varato il “SIGA Independent Rating and Verification System (SIRVS)”, un meccanismo che valuta l’organizzazione e le modalità di lavoro delle singole strutture e che, assegnando il “bollino di legalità”, assicura che le loro pratiche siano conformi ai valori sportivi, nonché alle regole di legalità internazionale. Inoltre, stiamo lavorando ad un modello di regole di condotta che tutti possano sottoscrivere liberamente, nell’organizzare grandi eventi, e lo facciamo pensando alla FIFA World Cup 22 o alla Ryder Cup 2023. Avremo questi eventi per pensare a delle regole di condotta efficaci. Magari un domani potrebbero essere tradotte in un principio guida e diventare vincolanti. 

D. Considerando le numerose vicende connesse allo sport, a Suo avviso, quali sono le maggiori pratiche che mettono a rischio l’integrità dello sport? 

R. Ma guardi, ci sono fenomeni che riguardano molti ambiti dello sport. Il primo fra tutti è quello della diffusione transnazionale delle scommesse illecite, successivamente il meccanismo di tracciatura del denaro che ruota intorno allo sport. La quantità è enorme e la tracciatura è fondamentale. Poi abbiamo un terzo filone, un settore di cui mi occupo da giudice, ed è la criminalità organizzata. Sono tanti i casi in cui le organizzazioni mafiose si propongono di sponsorizzare piccole iniziative sportive di quartiere, con il solo scopo di ripulire la loro immagine agli occhi dell’opinione pubblica locale, ma quella è solo contaminazione mafiosa... E poi c’è la classica violenza, che rappresenta il quarto filone. La violenza negli stadi o intorno ad essi. 

D. Non a caso Presidente, si rivolge proprio ad una persona ferita dal mondo del calcio e, recentemente, la rivista Humanities & Social Sciences Communications ha pubblicato una ricerca secondo cui la sportività aumenta quando gli spalti sono vuoti. 

R. Da giudice sportivo e da Presidente del Collegio di Garanzia dello Sport, ho preso decisioni abbastanza rigorose, quando si vedono tifoserie che inneggiano alla violenza, si chiude lo stadio. Purtroppo, la verità è che lo sport è sempre di più oggetto di attenzione di criminali, organizzati e non. E’ diventato un settore attrattivo, in cui gira molto denaro e ci sono tante opportunità. 

D. Guardando ai maggiori canali social, Facebook, Twitter, Instagram ma anche Clubhouse e LinkedIn, quanto ritiene influente la comunicazione per salvaguardare i valori dello sport? 

R. La comunicazione è fondamentale e penetrare nel mondo dei social è assolutamente essenziale. Ma ho notato che vanno sulle reti principalmente le notizie negative e/o le denunce, e quasi mai le positive. Come Presidente di SIGA ho proposto l’applicazione, al mondo dello sport, di una regola importantissima che abbiamo nel codice antimafia, secondo cui il denaro e gli asset confiscati ai mafiosi vengono reinvestiti per finalità sociale. Anche nello sport si confisca denaro e sono tanti i beni sottratti ai criminali, così, magari una quota di questi potrebbe essere destinata alla realizzazione di un campo di calcio, da tennis o un piccolo centro sportivo, in un quartiere degradato della città. Di conseguenza, quello che era denaro sporco verrebbe utilizzato per finalità pulite. 

D. Parlando di giovani, recentemente ho avuto il piacere di seguire in diretta lo YOUTH Forum 2021 organizzato da SIGA e so che l’operato dell’Alleanza sia principalmente rivolto ai giovani, futura classe dirigente. Avete mai pensato di collaborare con i giovanissimi delle scuole italiane, al fine di diffondere la cultura dello sport sano? 

 R. SIGA è un’organizzazione internazionale e quindi abbiamo difficoltà a coinvolgere le singole scuole di ogni Paese. La scelta di dedicare un forum ai giovani nasce dalla volontà di far emergere casi in cui proprio i giovani siano vittime di pratiche di illegalità. Si pensi alle molestie all’interno delle squadre, oppure ai giovani che vengono acquistati direttamente dalle famiglie in Paesi poveri come “promettenti giocatori”, e poi, dietro l’apparenza, rimangono immigrati clandestini fra le vie delle nostre città. Due principi devono essere instillati nelle giovani generazioni, protezione ed educazione alla legalità. Spiegando loro che quando si gioca in campo, non ci deve essere mai imbroglio, né mai violenza… 

D. Purtroppo in Italia c’è ancora tanto da fare. Io stessa ho notato difficoltà a diffondere il messaggio di non violenza nelle scuole: talvolta è proprio il genitore ad istigare il figlio. 

 R. Questa è la cosa più grave, dimenticare l’essenza dello sport nelle competizioni. Il genitore invece di dare il buon esempio, troppe volte lo spinge a compiere atti violenti. 

D. In conclusione del nostro incontro, vorrei parlare di come prevenire la violenza insieme alla Polizia di Stato. Avete mai pensato di collaborare con le Forze dell’Ordine, cercando di diffondere un messaggio di non violenza? 

R. In effetti lo facciamo già, SIGA ha sempre coinvolto nei Paesi con cui collaboriamo le autorità di law enforcement. Riteniamo che l’aspetto della prevenzione e della reazione nei casi di violenza debba necessariamente coinvolgere chi questo servizio lo fa per mestiere. La Polizia di Stato è molto impegnata su queste vicende e per tali motivi cercheremo di fondare dei programmi di cooperazione gemellata con le autorità di polizia dei singoli Paesi, ai quali abbiamo già iniziato a chiedere quali siano le loro esperienze. Il Capo della polizia portoghese è venuto ad uno dei nostri incontri impegnandosi a mettere a disposizione un Report sul tema dello sport, chiedendo ai suoi omologhi delle altre forze europee di fare lo stesso.


*Fabiana Raciti, studentessa della SIOI, Master in Comunicazione e Lobbying nelle Relazioni Internazionali 2021





23.3.21 | Posted in , , , , , , , , | Continua »

Libia, Frattini a Nova: "L'Onu ha commesso gravi errori, i veri vincitori sono Turchia e Russia"


Roma, 08 feb  Agenzia Nova

La Missione di supporto delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil) e l’inviata Onu ad interim uscente, la statunitense Stephanie Williams, hanno commesso “errori marchiani” nel processo che a Ginevra ha portato alla nascita di una nuova autorità transitoria del Paese nordafricano, favorendo in tal modo Turchia e Russia. Lo ha detto ad “Agenzia Nova” Franco Frattini, presidente della Società italiana per l’organizzazione internazionale (Sioi), già ministro degli Affari esteri e vicepresidente della Commissione europea. 

“Io credo che ci siano stati degli errori importanti nella preparazione di questa prima tornata di voto e poi nei ballottaggi che hanno portato all’elezione del presidente ad interim e del premier ad interim”, ha detto Frattini, in riferimento alla lista guidata dall'imprenditore misuratino Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh e dall’ambasciatore Mohammed al Manfi, eletti rispettivamente premier e presidente “ad interim” fino alle elezioni che dovrebbero tenersi il prossimo 24 dicembre. 

 “Il primo errore è stato quello di spingere in modo eccessivo, da parte della rappresentante dell’Onu che poi ha lasciato l’incarico, per un ticket capeggiato dal presidente del parlamento (Aguila Saleh) con il ministro dell’Interno uscente (Fathi Bashagha)”, ha detto Frattini. “Spingere molto su questo ticket da un lato ha scoraggiato altre figure che avrebbero potuto aver delle chance, ho in mente il vicepremier (Ahmed) Matieeq e il ministro della Difesa uscente (Salah al Din al Namrush), cioè personaggi autorevoli e forti che evidentemente si sono sfilati. Questo ha determinato che il voto alla fine sia stato un voto contro il ticket, non un voto a favore. Ecco il perché della sorpresa del risultato. Evidentemente, rispetto ad una percepita ingerenza o forzatura, non si è capito che i libici hanno delle reazioni molto prevedibili: la reazione in questo caso è votare contro, senza riflettere su alcune conseguenze di questo voto”, ha aggiunto l’ex titolare della Farnesina. 

La prima conseguenza degli errori dell’Onu, secondo Frattini, è lo sbilanciamento del nuovo esecutivo verso l’Islam politico. “Si tratta di due personalità (dell'imprenditore misuratino Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh e dell’ambasciatore Mohammed al Manfi) che hanno, diciamo così, tendenze islamiste. Il premier ad interim, in più, è un businessman che ha vissuto in giro per il mondo con forti richiami con la Russia. I veri vincitori sono proprio i due Stati mentori e protettori: da un lato la Fratellanza musulmana, quindi la Turchia, dall’altro la Russia, che avendo un rapporto con il premier ad interim manterrà sicuramene una leva sulla Libia”, ha osservato ancora il presidente della Sioi, evidenziando come Ankara e Mosca possano dirsi sodisfatte da questo risultato. Quanto al generale Khalifa Haftar, il generale della Cirenaica che ha tentato il golpe a Tripoli nell’aprile del 2019 sena riuscirci, “senza che gli altri se ne accorgessero, egli è rientrato in gioco perché ha fatto l’accordo con Maiteeq per sbloccare l’estrazione del petrolio, compiendo un gesto tra virgolette da ‘uomo di Stato’, e, seconda cosa, ha fatto fuori il suo più pericoloso rivale, cioè il presente Saleh che guida il parlamento della Cirenaica, e che quindi gravava nella sua medesima area di influenza. Queste sono situazioni su cui non si è riflettuto prima”. 

Secondo Frattini, ora paradossalmente, le elezioni potrebbero svolgersi davvero nei tempi previsti quindi il 24 dicembre, nel simbolico giorno del 70esimo anniversario dell’indipendenza della Libia. “C’è la clausola che chi farà parte di questo nuovo governo non si potrà poi candidare. Io credo che questo esecutivo sarà composto da personalità secondarie, dal momento che quelli per così dire ‘forti’ avranno tutto l’interesse a che le elezioni si facciano. I membri di questo governo che nascerà nei prossimi giorni non potranno che essere personalità di secondo piano”, ha evidenziato ancora l’ex vicepresidente dell’esecutivo comunitario. “Riuscirà questo nuovo ipotetico governo a mantenere una situazione di stabilità e di sicurezza nel Paese? Le influenze egiziane ed emiratine saranno sicuramente negative. Il tentativo a cui il premier uscente al Sarraj lavorava, cioè di tenere un comune equilibrio tra Turchia e Russia e stabilizzare temporaneamente il Paese (con personalità gradite sia ad Ankara che a Mosca), potrebbe essere compromesso con un governo espressione di forze islamiste. Nella squadra che si formerà bisognerà compensare più posizioni. Ci sono molti elementi di dubbio - ha aggiunto Frattini - in questa partita. Ma il dato più forte di tutti è che non si è capita la lezione degli ultimi dieci anni: se i libici li spingi con forza a fare una cosa, non è assolutamente detto che la facciano, anzi è probabile che accadrà il contrario”. 

Quanto a un’eventuale invio di osservatori per monitorare la tregua in Libia, ipotesi su cui il Consiglio di sicurezza dell'Onu si è recentemente espresso a favore, Frattini ha lanciato un appello alla prudenza. "Una missione di osservatori adesso significherebbe mandare un drappello di uomini nudi in mezzo a milizie super-armate e a contingenti turchi e russi che sono li per una politica di reciproco contenimento. L'unica cosa che (Mosca e Ankara) non vogliono è avere osservatori che vanno a ficcare il naso nella distribuzione di armi e uomini. Se la missione va li a non far nulla, è solo pericoloso e non vedo cosa dovrebbe osservare; se va in Libia con la pretesa di essere arbitro nella gestione di un confine molto labile, sicuramente è necessario che tale missione sia ben voluta da Russia e Turchia. E questo, francamente, per ora non lo vedo", ha concluso il presidente della Sioi. © Agenzia Nova -

8.2.21 | Posted in , , , , , , , , , | Continua »

Franco Frattini a sostegno dell'iniziativa del Partito Radicale per il riconoscimento del Diritto alla Conoscenza

Giovedì 21 gennaio 2021


Dichiarazione di Franco Frattini, Presidente della SIOI, a sostegno dell'iniziativa del Partito Radicale per il riconoscimento del Diritto alla Conoscenza"

https://www.radioradicale.it/scheda/626843/dichiarazione-di-franco-frattini-a-sostegno-delliniziativa-del-partito-radicale-per-il


21.1.21 | Posted in , , , , , , | Continua »

Italia chiama Artico. Artico la nuova frontiera (?) ne parla Franco Frattini al festival organizzato dall'Osservatorio Artico



Il Festival di Osservatorio Artico

Il 2020 è stato certamente un anno duro e complesso per tutti. Eppure, proprio grazie a una maggiore apertura sulle modalità di comunicazione online, Osservatorio Artico è cresciuto sotto tutti i punti di vista, creando nuove partnership e ricevendo numerosi nuovi collaboratori e collaboratrici.

Per meglio raccontare il tema artico – ancora molto distante dal palcoscenico di interesse della politica internazionale italiana – abbiamo voluto creare “Italia chiama Artico”, il primo festival online della rivista.




18.1.21 | Posted in , , , , , , , , , | Continua »

Frattini (Sioi) a Nova: per contrastare la minaccia del terrorismo la parola chiave è "cooperazione"

Frattini (Sioi) a Nova: per contrastare la minaccia del terrorismo la parola chiave è "cooperazione"

Roma 4 novembre 2020


Per contrastare il terrorismo la parola chiave è “cooperazione”. Lo ha detto ad “Agenzia Nova” il presidente della Sioi, Franco Frattini, interpellato sui recenti attacchi avvenuti in Francia e Austria. “Sicuramente era molto tempo che anche a livello internazionale dagli scambi informativi si segnalava un livello di attenzione necessaria, nessuno poteva immaginare che le organizzazioni jihadiste avrebbero abbandonato i loro propositi. Per questo motivo è sorprendente come non si sia fatto di più, per esempio in termini di scambio di informazioni e tracciamento dei movimenti”, ha detto Frattini. L’ex ministro degli Esteri ha ricordato che, oltre ai casi più recenti che vedono coinvolti in questi attacchi individui residenti nei paesi colpiti, permane anche il pericolo dei foreign fighter. “I Balcani sono un’area da cui provengono numerosi foreign fighter. Molti sono stati arrestati o uccisi in Iraq e in Siria, e alcune importanti operazioni antiterrorismo italiane hanno segnalato terroristi provenienti da paesi dell’area, come il Kosovo, la Bosnia-Erzegovina o l’Albania: purtroppo si tratta di una regione che è un serbatoio di reclutamento”, ha detto Frattini.

Nel caso specifico dell’attacco a Vienna, in cui l’attentatore coinvolto aveva la doppia cittadinanza austriaco-nord macedone, secondo il presidente della Sioi “c’era una possibilità di fare di più. Alle autorità austriache è sfuggito il ‘falso’ rientro nella legalità di questo giovane che aveva intrapreso un percorso di de-radicalizzazione. Queste situazioni avvengono in tutti i Paesi, ma questo percorso deve essere vagliato nella sua sincerità: in questo caso, probabilmente a causa della sua giovane età, le autorità gli hanno creduto, ma si trattava solo di un espediente per tornare in libertà”. Secondo l’ex ministro i fatti di Vienna mostrano due aspetti specifici: “L’area balcanica deve restare di speciale attenzione, vista la vicinanza. Sono caucasici, hanno molta meno difficoltà logistica rispetto a un tunisino, un algerino o un sudanese a raggiungere i nostri Paesi, e ciò li rende più pericolosi. In più vivendo spesso in Stati candidati all’adesione all’Ue e alla Nato sono persone che sanno capire meglio noi europei”, ha detto Frattini. Il secondo aspetto, secondo il presidente della Sioi, è che “molto di più va fatto in merito ai percorsi di de-radicalizzazione che nelle carceri sono attivi da molti nella convinzione, che ritengo giusta, di tentare questo approccio volto a reintegrare queste persone nelle rispettive società. Ogni caso è a sé stante, ma certamente l’impegno degli psicologi penitenziari e delle magistrature di sorveglianza deve essere ancora più forte e costante”.


La nota dolente, secondo Frattini, è proprio quella relativa alla cooperazione internazionale in termini di scambi e informazioni sugli spostamenti di queste persone. “Noi sperimentammo come italiani l’uccisione del terrorista del mercatino di Berlino a Sesto San Giovanni grazie a un controllo di polizia: quest’uomo aveva girato per mezza Europa, ma nessun servizio aveva comunicato che stava per entrare in Italia. Questo si poteva evitare”, ha detto Frattini, prendendo come esempio anche l’episodio più recente dell’attacco a Nizza, in cui l’attentatore tunisino era sbarcato a Lampedusa con un gruppo di migranti e avrebbe dovuto essere espulso. “Anche in questo caso è mancato un coordinamento forte sul tracciamento di queste persone, tra coloro che arrivano sui barconi carichi di disperati possono essere anche sospetti jihadisti e questo ce lo confermano i nostri servizi. Il tracciamento quando ci sono delle evidenze deve essere forte. Abbiamo scoperto, anche in questo caso molto tardi, che una di queste persone si era trattenuta in Sicilia per giorni, magari pianificando l’operazione compiuta poi in Francia. Bisogna rafforzare l’aspetto della prevenzione su cui i nostri servizi sono un’eccellenza mondiale”, ha aggiunto il presidente della Sioi.

Il tema del terrorismo richiama quello dello “scontro di civiltà”, ma secondo Frattini in questi casi sarebbe più giusto parlare di “scontro di potere”. “Lo scontro esiste all’interno della stessa dottrina coranica, fra coloro che ritengono che i messaggi del Profeta contengano degli inviti a uccidere gli infedeli e quelli che, come Ahmed al Fayed, il presidente di Al Azhar – il principale centro di formazione sunnita – sostengono che è blasfemia uccidere in nome di Dio”, ha spiegato Frattini. “Le debolezze sono inevitabili come obiettivi del terrorismo, si insinua dove c’è debolezza: pensiamo agli attentati del Bataclan a Parigi, seguiti da Bruxelles; e io da commissario Ue alla Sicurezza ho vissuto quelli di Londra del 2005: quanto più si finge di ignorare che il jihadismo esiste anche nel cuore dell’Occidente, tanto più il rischio aumenta. Le debolezze ci sono in molti Paesi e sono storiche: la gelosia nel condividere le informazioni; la riluttanza a consegnare un sospetto terrorista sono problemi concreti. Quando c’è un mandato di cattura europeo è giusto che la persona in questione venga consegnata senza indugi”, ha aggiunto Frattini.


Il presidente della Sioi ha ricordato anche quando propose “l’introduzione dello Schengen Information System II, una banca dati fra le polizie Ue incentrata su chi entra e chi esce dallo spazio Schengen. Sono passati dieci anni e purtroppo ancora ci sono riluttanze, gelosie, e magari si pensa che le informazioni sensibili possano trapelare sui giornali. Purtroppo, in alcuni casi, queste cose sono avvenute, ma ciò non giustifica questa difficoltà a una collaborazione più aperta. Più collabori e più elimini le debolezze”. Infine un passaggio sull’Italia. “In casa nostra i terroristi che venivano arrestati raccontavano che usavano l’Italia come base logistica ma non per colpire sul nostro territorio ma altrove e questo confermò che per quanto riguarda l’Italia il livello di prevenzione è buono. Tuttavia i casi più recenti ci mostrano livelli più bassi nell’operato d’intelligence: dobbiamo ricordare che quando una persona arriva sul suolo italiano, arriva in Europa e se manca un tracciamento questo terrorista può capitare che arrivi in Francia e colpisca quel Paese”, ha detto Frattini, che si è detto comunque “molto contento dell’attività nazionale di prevenzione, ma meno soddisfatto di quella svolta a livello europeo”. (Les)





5.11.20 | Posted in , , , , , , , , , , | Continua »

Libia, parla Frattini: "Russia e Turchia si spartiscono le zone d'influenza, Italia tagliata fuori"




Roma, 30 mag 12:35 - (Agenzia Nova) - Una confederazione della Libia vorrebbe dire partizione, ovvero uno scenario “drammatico” per l’Italia, mentre lo status quo “conviene a tutti tranne che a noi”. Lo afferma ad “Agenzia Nova” Franco Frattini, presidente della Società italiana per l’organizzazione internazionale (Sioi), già ministro degli Esteri italiano e vicepresidente della Commissione europea. Frattini ha commentato l’appello all’Italia lanciato dal leader del Blocco federale in Libia, Ali al Hashemi, che parlando a “Nova” aveva invitato l’Italia a sostenere una soluzione politica basata su un sistema federale suddiviso nelle tre regioni storiche: Cirenaica (est), Tripolitania (ovest) e Fezzan (sud). “L’ipotesi che alcuni chiamano federazione sarebbe inevitabilmente una divisione. Nella storia della Libia, le tre regioni Tripolitania, Fezzan e Cirenaica si sono sempre sentite diversissime le une dalle altre: è difficile immaginare che i berberi e i tuareg del deserto possano prendere ordini da Tripoli da Tobruk. La Libia è una, basata su una struttura tribale, con le milizie che controllano ampie porzioni di territorio. Più che una confederazione, la chiamerei una partizione della Libia e questo per l’Italia, è evidente, sarebbe un’ipotesi drammatica”, afferma Frattini, sottolineando come una confederazione/partizione vorrebbe dire consolidare le sfere d’influenza.

“Oggi abbiamo la Tripolitania con i turchi e i qatarini, mentre in Cirenaica ci sono i russi che addirittura hanno recentemente mandato degli aerei da combattimento, Egitto, Emirati Arabi Uniti e ovviamente alla spalle l’Arabia Saudita”, spiega ancora l’ex titolare della Farnesina. Quanto al Fezzan, regione ricca di petrolio, oro e terre rare, un’eventuale divisione “vedrebbe prontissimi Emirati e paesi del Golfo”. L’Italia, in altre parole, vedrebbe un paese alleato Nato, la Turchia, e uno Stato con cui ha rapporti storici, la Russia, in una situazione di status quo in Libia. “E’ chiaro – prosegue Frattini - che quando un paese come la Turchia diventa mentore del governo di Tripoli non c’è spazio per nessun altro. Non c’è spazio per l’Europa, e lo abbiamo già visto, né per l’Italia. Con la Russia noi abbiamo rapporti importanti, malgrado l’Italia abbia purtroppo condiviso la politica delle sanzioni, ma in Cirenaica abbiamo storicamente meno rapporti”. L’Italia, in altre parole, “verrebbe di fatto tagliata fuori”.

Un discorso a parte merita l’Eni, l’unica compagnia straniera che ha continuato a operare nel paese dalla rivoluzione del 2011. “Sono convinto che non verrebbe tagliata fuori dalla mattina alla sera, perché Eni ha una radicatissima presenza con pozzi offshore e inshore, nonché la centrale elettrica che fornisce elettricità a Tripoli”, spiega ancora Frattini. L’Italia, tuttavia, rischia di perdere peso geostrategico. “La missione europea Irini, difficile da lanciare e modesta come obiettivi, è criticatissima da Tripoli. Il ministro dell’Interno della Libia (Fathi Bashaga, ndr) mi ha personalmente detto che Irini è stata creata per favorire la Russia, perché intercetterebbe qualche nave che porta le armi dalla Turchia, e le porta davvero, ma non fa assolutamente nulla per tutti gli assetti militari che arrivano da terra o dal cielo dall’Egitto, dagli Emirati e dalla Russia. C’è una critica frontale a una missione che comanda l’Italia e questa non è la mia opinione, ma quella dell’attuale ministro dell’Interno della Libia”, aggiunge il presidente della Sioi.

Malgrado l’auspicio di Ali al Hashemi che il governo di Roma possa intervenire per favorire una negoziazione, Frattini ritiene che in questa fase l’Italia non abbia “la forza sufficiente per metter intorno a un tavolo turchi e russi e dire che anzitutto serve un cessate il fuoco”. Tuttavia, Frattini invita a prendere sul serio il tentativo del presidente del parlamento libico, Agiula Saleh, di avviare una riconciliazione. Il politico libico ha recentemente proposto un “road map” in otto punti secondo cui ciascuna delle tre regioni della Libia (Tripolitania, Cirenaica e Fezzan) dovrebbe scegliere un suo rappresentante in un nuovo Consiglio presidenziale “ristretto”, il quale dovrebbe poi nominare un primo ministro e i suoi vice che rappresentano le tre regioni, per poi formare un governo da presentare alla Camera dei rappresentanti per ottenere la fiducia. “Se c’è una proposta da guardare io guarderei a quella del presidente del parlamento libico”, spiega Frattini. “Ho degli elementi – aggiunge - che mi fanno dire che ad esempio i sauditi e gli emiratini non escluderebbe questa ipotesi da approfondire, ma anzi la ascolterebbero”.

Il problema, secondo l’ex ministro degli Esteri, è che né Governo di accordo nazionale (Gna), né l’Esercito nazionale libico (Lna) sembrano contare sull’appoggio di Roma. “L’Italia è vista con sospetto perché prima guarda a uno, poi all’altro, poi guarda di nuovo al primo. Nessuna delle parti in Libia ritiene che l’Italia sia schierata, ma in quei paesi se non ti schieri non sei affidabile”. Turchia e Russia, da parte loro, hanno schierato le truppe sul campo. E l’Italia? “Alla conferenza di Palermo – aggiunge l’ex vicepresidente della Commissione europea - il vicepresidente della Turchia se ne andò sbattendo la porta perché ci eravamo permessi di invitare pure Haftar al tavolo dei colloqui. Questa cosa non sarebbe mai accaduta a Mosca. Putin e Erdogan hanno comunque un’alleanza: i due si parlano, anche se sul terreno si minacciano, e come hanno fatto nel nord della Siria possono trovare un accordo”.

L’Europa, a giudizio dell’ex ministro degli Esteri italiano, è “inesistente”. L’Italia, che pur comanda la missione Irini, “non è considerata un broker in grado di riunire i contendenti”. Ciononostante, il governo di Roma dovrebbe impegnarsi per dire a Russia e Turchia di prendere in considerazione le proposte sul tavolo, come quella del presidente del parlamento. “Funzionerà il piano di Saleh? Non lo so, ma l’esito dello status quo, e lo dico con un po’ di brutalità, conviene a tutti tranne che a noi. Conviene alla Russia, perché consolida la presenza in Cirenaica dove ci sono petrolio, vie comunicazioni importanti sul Mediterraneo, e dove sta creando una terza base dopo Egitto e Siria. L’Egitto consolida i confini, ed è altrettanto felice. La Turchia ritorna dove gli italiani l’avevano cacciata tanti anni fa, prendendo il controllo del Mediterraneo centrale”, conclude Frattini. (Asc)
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4.6.20 | Posted in , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Continua »

Mediterraneo: si riaccende lo scontro per la Libia e le rotte del gas

Mediterraneo: si riaccende lo scontro per la Libia e le rotte del gas 

Roma, 12 mag 17:20 - (Agenzia Nova) - Grecia, Cipro, Egitto, Francia ed Emirati condannano la politica espansionistica della Turchia del presidente Recep Tayyip Erdogan che segna una nuova escalation nel Mediterraneo Orientale, con l'Italia in una posizione defilata, ma potenzialmente decisiva. Attraverso un comunicato congiunto, i ministri degli Esteri di questi cinque paesi hanno denunciato le "attività illegali turche in corso" nella zona economica esclusiva (Zee) di Cipro e nelle sue acque territoriali e “gli interventi turchi in Libia”. 

“Agenzia Nova” ha parlato dell'argomento con l’ex ministro degli Esteri italiano e presidente della Società italiana per l’organizzazione internazionale (Sioi), Franco Frattini, e con Leonardo Bellodi, esperto rapporti internazionali e advisor della Libyan Investment Authority (Lia), il fondo sovrano libico.

“Non è la prima volta che l’Italia è riluttante a schierarsi con i paesi che hanno fortemente criticato Ankara”, afferma Frattini. Il riferimento è alla decisione del titolare della Farnesina, Luigi Di Maio, di non firmare il comunicato finale adottato lo scorso gennaio al Cairo, dove pure il capo della diplomazia italiana era in visita ufficiale, al termine di una riunione con i colleghi di Egitto, Francia, Grecia e Cipro sulle ingerenze militari della Turchia in Libia. 

“Questo gruppo di paesi attacca spesso e fortemente la Turchia essenzialmente per due ragioni. La prima è il sostegno della Turchia al Governo libico di accordo nazionale di Fayez al Sarraj, in contrasto rispetto al generale Khalifa Haftar che invece è apertamente sostenuto da egiziani ed emiratini”, aggiunge il presidente della Sioi e membro del Consiglio di Stato. La seconda ragione, invece, è la partita energetica nel Mediterraneo Orientale che coinvolge soprattutto Cipro e Grecia. “Firmando il recente accordo con Tripoli, Erdogan ha creato un corridoio energetico che lega la Libia di Sarraj ad Ankara, rafforzando il ruolo della Turchia di vero e proprio hub energetico”, afferma ancora l’ex titolare della Farnesina. 

La maggior parte delle rotte energetiche che vengono dalla Russia e dell’Azerbaigian passano in effetti per la Turchia, incluso ad esempio il gasdotto transadriatico (Tap) - che dovrebbe approdare in Puglia a breve - e il progetto Turkish Stream. “Tutte le rotte energetiche che attraverso il Mar Nero vanno verso occidente - aggiunge Frattini - vedono la Turchia come regista, facendosi pagare diritti sul transito non indifferenti. Ora la Turchia pretende che le zone offshore al largo di Cipro siano sfruttabili a sua discrezione. Ricordo che abbiamo pagato anche un prezzo molto elevato quando una nave italiana per le esplorazioni di Saipem fu circondata da navi da guerra turche mentre stava legittimamente esplorando una concessione offshore: noi siamo amici dei turchi, ma i turchi non si fanno scrupolo”. 

Alle spalle di questi cinque paesi, aggiunge il presidente della Sioi, “c’è anche la Russia che ovviamente è molto interessata a sostenere Haftar, anche se Haftar negli ultimi tempi ha sbagliato quasi tutto”. Quanto all’Italia, Frattini sottolinea come ci sia un altro aspetto, finora rimasto sottotraccia, che ha spinto il governo a non schierarsi con il “club” anti-Turchia. “L’Italia ha sempre giocato una partita di sponda con tutte e due le parti. In Libia abbiamo sempre sostenuto Sarraj, ma tutti ricorderanno che poco tempo fa il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha ricevuto a Palazzo Chigi Haftar addirittura prima di Sarraj, che è il primo ministro riconosciuto dall’Onu”, ricorda ancora Frattini. Quello “sgarbo”, peraltro, portò il capo del governo di Tripoli ad annullare una visita a Roma in quello stesso giorno. “L’Italia ha sempre ragionevolmente tenuto i rapporti con gli uni e con gli altri perché il problema più grande di tutti per l’Italia è una divisione della Libia in due. Questo status quo cristallizza da un alto questo gruppo di cinque paesi, più la Russia, mentre dall’altra parte c’è la Turchia e il terzo punto di cui nessuno ha parlato: il Qatar, il grande alleato arabo di Ankara sostegno di Sarraj”. 
“Possiamo immaginare che l’Italia potesse dare un pugno nell’occhio alla Turchia, alleata del Qatar, il giorno dopo che la Turchia ha dichiarato di aver liberato Silvia Romano, e poi di averla ceduta ai nostri, dopo che l’accordo per la liberazione era stato firmato in Qatar?”, si chiede Frattini, sottolineando come Qatar e Turchia siano i “registi” della liberazione della cooperante italiana. “Poi l’Italia ha pagato dei soldi su cui i magistrati competenti dovranno indagare, ma la questione geopolitica è chiarissima: è impensabile che l’Italia, all’indomani della liberazione della Romano esplicitamente comunicata alla stampa dai turchi con la mediazione di Doha, potesse unirsi al coro di condanne”, afferma ancora l’ex vicepresidente della Commissione europea. “Ecco dunque la spiegazione. Non c’è la questione energetica, su cui pure l’Italia è vittima; non c’è solo la questione libica, dove l’Italia comprensibilmente cerca di evitare una spaccatura irreversibile e parla con tutti. L’immediatezza dell’incontro ha reso assolutamente impossibile per l’Italia partecipare”, aggiunge Frattini, spiegando come il governo abbia fatto valere in questo contesto “un legittimo interesse di Stato”. Ciononostante, prosegue Frattini, “il comportamento della Turchia è stato in più occasioni contrario agli interessi di una leale collaborazione di un paese come l’Italia che invece è stato sempre amico della Turchia: credo che siamo tuttora i secondi partner commerciali tra i paesi europei”. La Turchia, malgrado i rapporti consolidati con l’Italia, “non guarda in faccia a nessuno” come del resto fanno gli altri cinque paesi firmatari della dichiarazione. “Degli egiziani e degli emiratini sapevamo già, paradossalmente la loro posizione è sempre stata chiara. I francesi, invece, dopo le dichiarazioni europee di sostegno comune al premier Sarraj, hanno poi confermato di lavorare da molto tempo con Haftar.

La cosa non mi turba: non siamo stati esclusi da un club prestigioso, ma da un gruppo di paesi che hanno interessi in comune”, aggiunge Frattini. A differenza di Francia, Egitto, Emirati, Cipro e Grecia, l’Italia “ha interesse alla riconciliazione in Libia, e non alla vittoria dell’uno sull’altro”. Per Leonardo Bellodi, il diritto internazionale è dalla parte dei paesi del comunicato anti-turco. “La violazione della Turchia è evidente, basti pensare che Cipro Nord è riconosciuta unicamente da Ankara, ma il tema è un altro e riguarda l’enforcement di questa dichiarazione: cosa faranno gli Stati firmatari, cosa farà l’Unione europea nel momento in cui potrebbero esserci azioni di forza da parte della Turchia? Non dimentichiamo che quella è una frontiera dell’Unione europea. 

Cosa farà l’Ue, al di là delle dichiarazioni politiche, per affermare il diritto internazionale e la sovranità internazionale a fronte di queste ingerenze?”, si è chiesto Bellodi. Non è tutto. L’esperto ha nettamente bocciato il memorandum d’intesa sulla delimitazione dei confini marittimi firmato da Ankara e il Governo di accordo nazionale (Gna) della Libia. “Non tiene minimamente in considerazione le istanze degli altri paesi. Taglia in due il progetto East-Med, è una prova di forza che non trova giustificazione dal punto di vista economico né giuridico: la vedo come una provocazione politica inutile”. Quanto al ruolo dell’Italia, Bellodi indica due possibilità, una positiva e l’altra estremamente negativa. “La prima è che l’Italia stia portando avanti un discorso di ‘real politik’, da paese profondamente coinvolto in quell’area, non prendendo posizione e acquisendo un margine negoziale”, ha detto Bellodi. Il governo italiano, in altre parole, si sarebbe defilato per divenire “lo strumento per arrivare a una risoluzione della controversia”. Si tratterebbe dunque di una scelta consapevole, studiata a tavolino, per accrescere la leva negoziale dell’Italia in un’area dove ha forti interessi. “La seconda ipotesi è che l’Italia non abbia preso posizione semplicemente perché non è interessata al quadrante o comunque non ci sta pensando. Spero vivamente che ci troviamo nella prima delle ipotesi”, ha detto ancora il manager. (Asc) © Agenzia Nova - Riproduzione riservata

13.5.20 | Posted in , , , , , , , , , , , , | Continua »

Come armonizzare comunicazione e compliance. I consigli di Frattini

Come armonizzare comunicazione e compliance. I consigli di Frattini



Pubblichiamo la prefazione al volume edito da The Skill Press dal titolo "Manuale su Trasparenza e Anticorruzione. La rivoluzione della Comunicazione trasparente", di Andrea Camaiora, scritto con i contributi di Antonio Bana, Edoardo Belli Contarini, Elisabetta Busuito, Carlotta Campeis, Cosimo Pacciolla 

Sviluppare forme di comunicazione coerenti con la compliance richiamata in modo sempre più stringente dal legislatore sia nel settore privato che in quello pubblico è l’obiettivo principale che si prefigge questo volume. L’esperienza ci dice che organizzazioni più pulite, oneste e trasparenti rimuovono anzitutto al loro interno gli spazi di opacità perché è in un ambiente segnato da scarsa trasparenza e intricate procedure che trovano terreno fertile sia odiati fenomeni corruttivi sia casi di gravissime inefficienze e inadempienze nei confronti dell’incolpevole cittadino. 
Portare ordine e chiarezza, in una parola trasparenza, all’interno della macchina statale vuol dire quindi risolvere due ordini diversi di problematiche, una legata al rispetto della legalità, l’altra alle risposte che la società ha il diritto di ricevere dalle amministrazioni pubbliche. 

Ho colto con estremo piacere dunque l’invito a firmare la prefazione a questa pubblicazione, perché ne condivido scopo e presupposti: l’intenzione del manuale scritto da un comunicatore e da cinque avvocati, Andrea Camaiora, Antonio Bana, Elisabetta Busuito, Edoardo Belli Contarini, Carlotta Campeis e Cosimo Pacciolla, è proprio fornire agli operatori del settore riferimenti, modelli, buone pratiche che sostanziano quella che Camaiora chiama “Comunicazione trasparente” e che riflette in gran parte le intuizioni raccolte nella direttiva 74/2002. 
Tra i meriti di questo libro c’è infatti sicuramente aver riscoperto questa direttiva, emanata dal ministero della Funzione Pubblica durante gli anni della mia guida del dicastero, specificamente rivolta all’attività di comunicazione delle pubbliche amministrazioni. Il testo voleva essere un’importante quanto fondamentale tappa di un progressivo disboscamento delle ampie fronde della burocrazia statale, un’opera di riordino che non può prescindere da un uso del linguaggio esperto, misurato, sapiente, efficiente ed efficace, ma anzitutto comprensibile. Ormai 18 anni fa, per tentare di penetrare più a fondo la cortina che circondava le pubbliche amministrazioni, inventammo anche il progetto Chiaro!, finalizzato ad offrire agli uffici tutti gli strumenti utili per implementare flussi comunicativi e utilizzo delle parole negli atti e nei documenti, interni ed esterni. Era il tentativo di rifondare il linguaggio amministrativo, in linea con gli altri grandi Paesi occidentali. 
Da questa visione nacque quella direttiva, dunque, che per la prima volta elencò vere e proprie regole di comunicazione e di struttura giuridica: regole di scrittura del testo pratiche e concrete, non più semplici indicazioni e raccomandazioni. Il ministero della Funzione Pubblica volle in questo modo dare attuazione a quanto già espresso in una legge, la n. 150 del 2000, predisponendo così un’opera di semplificazione e chiarificazione dei protocolli comunicativi in uso presso le pubbliche amministrazioni e che si inserisce nel solco di altre innovazioni legislative nel campo della PA di cui vado orgoglioso. Obiettivo dichiarato di queste iniziative è sviluppare le relazioni tra i cittadini e istituzioni, potenziando e armonizzando i flussi comunicativi interni ed esterni alle PA: è del resto un diritto riconosciuto quello ad una efficace azione comunicativa dell’amministrazione. 
A partire dalla l. 150/2000 e poi dalla direttiva n. 74 del 2002 si inizia a parlare finalmente di comunicazione pubblica non come qualcosa di superfluo, di un vezzo, ma come di un tassello fondamentale al pari dei dipartimenti di relazioni esterne nelle imprese private. Grazie alle linee guida offerte dalla normativa e dalla direttiva in questione, le pubbliche amministrazioni possono quindi puntare a implementare la propria visibilità e la propria immagine. Il testo della 74/2002 si inseriva nel solco di una serie di riforme: dal federalismo fiscale alla semplificazione della PA. Con il combinato disposto della direttiva e delle altre leggi che influenzano il settore si sarebbe sviluppata una coerente politica di comunicazione integrata su tutti i livelli, sia nei confronti dei cittadini che nei confronti delle imprese. Come già scrivevo nella premessa della direttiva, questa “si propone di contribuire al perseguimento, da parte delle pubbliche amministrazioni, di alcune finalità” tra le quali spiccano la “gestione professionale e sistematica dei rapporti con tutti gli organi di informazione”, la “realizzazione di un sistema di flussi di comunicazione interna incentrato sull’intenso utilizzo di tecnologie informatiche e banche dati” e “l’ottimizzazione, attraverso la pianificazione e il monitoraggio delle attività di informazione e comunicazione, dell’impiego delle risorse finanziarie”. Nel testo si stabilisce anche che “la formazione, oltre ad avere il compito di professionalizzare le risorse umane, dovrà essere la leva primaria per rendere omogeneo il livello di preparazione e la capacità del personale impegnato nella comunicazione pubblica”. Scopi della direttiva furono quindi quelli di garantire trasparenza nell’informazione della PA, pubblicizzando atti, documentazioni e processi utili, col vantaggio di ottimizzare l’efficienza e l’efficacia del servizio reso alla cittadinanza. 
La semplificazione dei linguaggi amministrativi, la “Comunicazione trasparente”, pilastri di compliance che vanno incontro a una rivoluzione nel modo di intendere e attuare i rapporti tra cittadini e pubblica amministrazione. Una rivoluzione però ancora difficile da raggiungere pienamente. L’intero sistema è affetto da un morbo cronico che distorce il linguaggio stesso, producendo un idioma parallelo al nostro, fatto di inutili giri di parole, vocaboli complessi, formalismi superflui. Se le neolingue – avvocatese, burocratese, tecnichese – continuano a sopravvivere è perché negli uffici di tutta Italia si continuano a copiare schemi e modelli sempre uguali, anche negli errori o nelle ipertrofie linguistiche, con l’erronea convinzione che la complessità del testo sia essa stessa condizione necessaria e sufficiente per conferirgli validità. Nulla di più sbagliato. 
Una amministrazione pubblica a misura di cittadino sarà possibile solo quando i modelli e le strategie comunicative delle istituzioni verranno adeguati alle esigenze di un mondo ormai velocissimo, di un mercato estremamente dinamico, di una società in continua fibrillazione. Perciò è e sarà sempre più importante fornire una formazione di qualità a tutti gli operatori, programmando inoltre ruoli specializzati e collaborazioni con professionisti qualificati.

7 aprile 2020

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