Discorso pronunciato dal Presidente Frattini in occasione dell’Udienza al Quirinale - XIX Incontro di Alto livello sul tema "Libertà dalla violenza"


XIX INCONTRO DI ALTO LIVELLO LIBERTÀ DALLA VIOLENZA: PACE, SICUREZZA E PREVENZIONE DEI CONFLITTI NELL'AGENDA 2030 PER LO SVILUPPO SOSTENIBILE. ROMA, ITALIA 27-28 NOVEMBRE 2019.

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricevuto al Quirinale una delegazione di partecipanti al XIX incontro di Alto livello sul tema "Libertà dalla violenza: pace, sicurezza e prevenzione dei conflitti nell'Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile", organizzato dalla Società Italiana per l'Organizzazione Internazionale (SIOI) e dal Centro Internazionale Nizami Ganjavi (NGIC)

Dopo gli interventi del Presidente della SIOI, Franco Frattini, e dei Co-Presidenti del NGIC, Vaira Vīķe-Freiberga e Ismail Serageldin, il Presidente Mattarella ha rivolto un saluto ai presenti. 

Di seguito il discorso integrale pronunciato dal Presidente Frattini in occasione dell'Udienza al Quirinale: 

Quando – sessantadue anni fa – i Padri fondatori dell’Europa decisero di dare vita al sogno europeo e al progetto di integrazione, essi indicarono la pace e la prosperità come gli obiettivi da garantire ai cittadini europei dopo le tragedie della seconda guerra mondiale. Quell’obiettivo per noi cittadini d’Europa si è realizzato perché l’Europa è stata l’unica regione del mondo che in questi sessantadue anni non è stata mai attraversata da crisi e conflitti violenti come purtroppo – anche vicino ai nostri confini – abbiamo potuto vedere altrove. Ma quel messaggio di pace e di prosperità purtroppo non è stato e non è raccolto, ancora oggi, in molte parti del mondo. 

Assistiamo a crisi gravi, a dispute territoriali, ma anche a gravissimi fenomeni di diffusione del terrorismo internazionale che predica l’uc­cisione dell’uomo da parte di altri uomini e, ancora, alla proliferazione degli armamenti, anche di quelli nucleari; la pace e la sicurezza sono minacciate, quasi come una bomba a orologeria per quella minaccia che il Santo Padre, Papa Francesco, ha un giorno definito una Terza Guerra Mondiale disseminata a macchia di leopardo. È evidente che dove ci sono le armi non ci sono i commerci, non c’è la prosperità, non c’è la crescita delle società e tantomeno il superamento della povertà e la disperazione; e dunque l’insicurezza e il pericolo dei conflitti costituisce il principale ostacolo alla crescita e prosperità delle società in ogni parte del mondo. 

L’enorme commercio internazionale delle armi non porta né benefici né ricchezza né progresso, salvo l’arricchimento dei mercanti di armi, che spesso sono Stati sovrani. La proliferazione nucleare e la pericolosa ripresa degli esperimenti per avvicinarsi alla realizzazione di nuove bombe atomiche costituisce un ennesimo fattore che impoverisce i popoli e arricchisce Stati bellicosi. Molti tradizionali ruoli di leadership nel mondo stanno cambiando. 

Una politica americana ripiegata in sé stessa, una politica cinese di forte espansione e di grande proliferazione anche nel settore degli armamenti, un’azione della Russia verso aree del mondo dove il terreno abbandonato da altri viene occupato da Mosca ed un ruolo – purtroppo – debole e assente in molti scenari di crisi dell’Unione Europea. 

L’appello che i leaders, che i responsabili delle azioni degli Stati e dei governi dovrebbero moltiplicare a voce sempre più alta è “Fermatevi!” Fermate l’escalation militare, fermate il ricorso alla violenza che sostituisce il dialogo e la crescita. Fermate l’intolleranza e ponete la persona umana al centro di tutto. Cerchiamo un nuovo umanesimo che dia risposte alla sicurezza di ogni essere umano, non a scapito della sicurezza degli altri ma nel perseguire un bene comune a tutti. 

L’incontro tra laici e religiosi, tra governi e organizzazioni internazionali, tra Stati e società civile, anzitutto con il protagonismo dei giovani, sia il modo per risvegliare una Comunità internazionale dove la mancanza di leadership è spesso collegata alla carenza di risposte concrete e quindi alla crescita di sentimenti di disperazione, di intolleranza, di frustrazione che colpiscono nel mondo, milioni e milioni di persone. 

Ho sempre in mente, da italiano, l’appello del Presidente De Gasperi, padre fondatore dell’Europa: “Un politico guarda soltanto alle prossime elezioni, un uomo di Stato guarda alle prossime generazioni”. Generazioni che non ci perdoneranno, se non si agisce ora! 






29.11.19 | Posted in , , , , , , , , , , , | Continua »

Khamenei imbavaglia gli iraniani, ma continua a twittare. La lettura di Frattini (Sioi)

Khamenei imbavaglia gli iraniani, ma continua a twittare. La lettura di Frattini (Sioi) 



"Paradosso dei paradossi, il regime ha imbavagliato i suoi cittadini, ma mentre cerca di soffocare le proteste, Khamenei continua a twittare la sua linea". Conversazione con l’ex ministro degli Esteri sulla crisi iraniana, le proteste e la loro dimensione regionale 

L’Iran, il Golfo e il Medio Oriente: regione nevralgica quanto turbolenta, delicata e complessa. Le manifestazioni per le strade della Repubblica islamica in questi giorni sono un elemento centrale del momento, che si allineano a qualcosa di simile visto in Iraq e Libano. Altre tensioni con sullo sfondo l’aumento del confronto tra il blocco saudita e l’internazionale sciita che Teheran ha tentato di creare.  

Cosa sta succedendo? “Lo scontro tra i due blocchi si sta intensificando, con Riad che ha molti meno problemi a giocare influenza e l’Iran che si sente costretto a costruire quelle penetrazioni regionali attraverso attori proxy”, spiega a Formiche.net Franco Frattini, tra i tanti ruoli ricoperti, presidente della Sioi, già ministro degli Esteri. 

Repressioni e morti: la teocrazia iraniana ha per il momento spinto per schiacciare le proteste, ma cosa c’è dietro alle dimostrazioni di questi giorni scatenate dagli aumenti del carburante alla pompa? “Questa decisione di riduzione dei sussidi sul carburante è uno dei casi non frequenti in cui personalmente Ali Khamenei (la Guida Suprema, l’apice del sistema teocratico iraniano, ndr) ha seguito, si è interessato e si sta interessando alla situazione. Differentemente dalla norma in cui la Guida non è mai troppo coinvolta direttamente. Dalle sue dichiarazioni si comprende che la sua attenzione è molto forte”. 

“D’altra parte — aggiunge l’ex ministro — si è capito che una buona parte del Parlamento iraniano aveva chiesto di aiutare le categorie più deboli prima di far entrare in atto questa decisione. C’era dunque la sensazione che si potesse scatenare qualcosa, ma ciò nonostante sia la Guida sia la presidenza sono andate avanti”. 

Perché? Cosa ha portato la leadership iraniana a spingere, con la forza e la mano pesante, col rischio di attirarsi addosso vari riflettori? “Khamenei non è la prima volta che fa appello alla riduzione dello spreco energetico. La ritiene una necessità. Dal 2014 la Guida ha sempre sostenuto il dovere di limitare l’uso di automobili e carburante, secondo alcuni dati l’Iran ha un consumo pro-capite di energia superiore di diverse volte a quello della Turchia, per esempio, che è un paese molto più avviato”. 

Ma non è l’impronta verde della Guida a produrre questa necessità, giusto? “Khamenei sa da tempo che le sanzioni creano per l’Iran la possibilità concreta di dover importare carburante. Una cosa assurda per un paese produttore, ma che può diventare reale. L’Iran sta perdendo la sua autosufficienza energetica, le misure sanzionatorie lo hanno bloccato anche dal punto di visto dell’importazione delle tecnologie estrattive”. 

“Per questo Khamenei chiede di limitare i consumi. Bisogna capire la storia di queste misure dunque — aggiunge Frattini — e leggere i motivi di questo impegno personale della Guida, seguito nonostante gli dicessero di fare prima misure compensative anche dal parlamento conservatore“. 

Poi c’è anche il contesto pre-elettorale ad avere un peso? “È un’altra cosa importante da ricordare: nella primavera del prossimo anno ci sono le elezioni. Le forze si stanno posizionando, certamente. Sebbene questa protesta è senza una forza dietro, senza leader, non è pilotata. In questo è del tutto simile a quelle in Iraq e Libano. Gli iraniani, come iracheni e libanesi, ce l’hanno con l’intero establishment. Non a caso la prima mossa attuata dal regime è stata bloccare Internet, i social, perché Khamenei sa bene come le Primavere Arabe si sono sviluppate”. 

Sigillare Internet per impedire che le informazioni su quel che succede escano creando anche un effetto contagio… “Noi dall’Occidente non abbiamo un’idea completa di come accadano le cose, perché abbiamo solo due voci. I dissidenti, con parenti sul posto, che riferiscono di proteste oceaniche. Poi abbiamo le analisi delle ambasciate, che danno invece una immagine di moderazione. La cosa certissima è che non sarà questo che farà cadere il regime“. 

A proposito di Iraq e Libano, occasione per allargare la riflessione: a Beirut e in diverse città irachene abbiamo visto proteste che riguardavano anche l’Iran, il piano di penetrazione in altri Stati della regione, giocato attraverso proxy politico-militari strutturati sul modello dei Pasdaran. Finora ha retto forse, ma adesso? “Adesso, e lo vediamo in un Paese come l’Iraq, questa infiltrazione, lì molto forte, non è affatto gradita. Ricordiamo che alle ultime elezioni irachene il chierico-politico sciita Moqadta al Sadr, un tempo molto collegato agli ayatollah iraniani, ha vinto le elezioni con un motto semplice: fuori gli iraniani dall’Iraq”. Lo stesso che i ragazzi iraniani ripetono in queste settimane… “Nessuno apprezza più questa ambizione da potenza regionale, ma l’Iran continua ad averla perché se perde la presa sa che l’Arabia Saudita ha campo libero. Perché i sauditi hanno molto meno problemi a giocare influenza”. 

Un ruolo abbastanza attivo, o proattivo, in queste proteste lo stanno avendo gli Stati Uniti. Washington ha detto di essere dalla parte dei cittadini iraniani. Il dipartimento di Stato, che ha sanzionato il ministro iraniano della Tecnologia e delle Telecomunicazioni (Jazari Jahromi, un politico giovane e in realtà piuttosto apprezzato in Iran), sta chiedendo la riapertura di Internet; il segretario di Stato, Mike Pompeo, ha chiesto ai manifestanti iraniani di inviare i loro video, foto e informazioni che documentano la repressione del regime nei confronti dei manifestanti così che gli Usa “possano esporre e sanzionare gli abusi”. 

Secondo Frattini è una posizione “abbastanza naïf”: “Gli americani non comprendono che così facendo rischiano di danneggiare gravemente i manifestanti e gli oppositori, perché in Iran se c’è una cosa che mai, malgrado i cambiamenti dei regimi, non è mancata è l’orgoglio nazionale. Loro si sentono grande potenza, discendono dalla Grande Persia, e questa è l’unica cosa su cui non si può fare leva. Non a caso sia il governo che la Guida fanno ruotare la retorica per disinnescare le proteste dicendo che sono le forze straniere che vogliono mettere in crisi il messaggio khomeinista”. 

 “Forse — aggiunge l’ex ministro italiano — gli Stati Uniti però potrebbero prendere posizioni forti, basterebbe un gesto netto ma altamente simbolico: far in modo di oscurare il profilo Twitter di Ali Khamenei. Andare sul concreto mettendolo a tacere per via delle repressioni. Perché, paradosso dei paradossi, il regime ha imbavagliato i suoi cittadini, ma mentre cerca di soffocare le proteste, Khamenei continua a twittare la sua linea”.

25.11.19 | Posted in , , , , , , , , , , , , , , | Continua »

GUERRA IN SIRIA/ Frattini: gli errori dell’Ue che hanno regalato Erdogan alla Russia

GUERRA IN SIRIA/ Frattini: gli errori dell’Ue che hanno regalato Erdogan alla Russia 

02.11.2019 - int. Franco Frattini 



Il Medio Oriente è in totale subbuglio, con Erdogan che guarda a Est. Gli errori e le colpe del disastro 

Il Medio Oriente è in subbuglio e i focolai di conflitto si moltiplicano. Il centro della destabilizzazione è la Siria, che ha visto il riaccendersi degli scontri dopo l’ingresso nel suo teatro della Turchia di Erdogan, con la scusa di voler allontanare i curdi. Ma come siamo arrivati al disordine attuale? Analisti ed esperti militari sono concordi nell’individuare la causa scatenante dello sconquasso mediorientale: la guerra in Iraq del 2003. E oggi, perché la Turchia, in quegli anni vicina all’Europa, ora guarda a Est e pratica una politica di potenza? Perché l’Europa ha ormai abbandonato ogni prospettiva di coordinamento in politica estera? Il Sussidiario ne ha parlato con un protagonista della politica estera di quegli anni, Franco Frattini, per due volte ministro degli Esteri ed ex vicepresidente della Commissione europea, che offre una chiave di lettura in retrospettiva capace di portare al cuore e alla radice del caos mediorientale attuale. 

Analisti e militari concordano che la guerra in Iraq nel 2003 ha destrutturato il Medio Oriente, portando al caos che vediamo. Lo conferma? 

Questo è esattamente ciò che mi disse l’allora presidente egiziano Hosni Mubarak. L’Egitto era uno dei più forti alleati dell’Occidente. Mi confidò: “La missione in Iraq, con l’azione unilaterale anglo-americana, creerà i presupposti per lo scardinamento degli equilibri dell’area”. Noi non gli credemmo, anche se bisogna ricordare che l’Italia è arrivata in Iraq dopo la delibera Onu, perché la nostra Costituzione impedisce di partecipare ad azioni di guerra. Ma non è stato l’unico errore, forse neanche il più grande. 

E quale sarebbe stato questo sbaglio?

Una volta assunto il controllo dell’Iraq, gli anglo-americani hanno identificato il partito Baath con Saddam Hussein, come se tutti i funzionari pubblici fossero suoi seguaci. L’Iraq non era la Libia, aveva una burocrazia che funzionava, così come funzionava in Siria. E i funzionari non erano uomini di Saddam, la distruzione della burocrazia ha portato queste persone da un giorno all’altro a trovarsi senza lavoro. E loro ci hanno ripagati disseminando l’intero Medio Oriente di odio anti-occidentale. Noi cercammo in tutti i modi di evitarlo, premendo sul presidente Bush, ma senza successo. 

Un altro focolaio è quello della Turchia, che ai tempi della guerra in Iraq era pure vicina ad un possibile ingresso in Europa. Poi che cosa è successo? 

È cambiato il mondo. All’epoca, insieme al mio collega britannico, avevamo fondato il gruppo “Friends of Turkey”, con il compito di attuare azioni positive per allargare l’Europa alla Turchia, il che ci avrebbe aiutato moltissimo. Ai tempi, grazie al mio impegno, il partito Akp di Erdogan, che in quegli anni era un politico in ascesa, era diventato membro osservatore al Parlamento europeo. 

E poi che cosa è andato storto? 
Chirac e Schröder ci dissero di farla finita con questo tentativo, perché tutt’al più con la Turchia si sarebbe arrivati a un partenariato speciale. Bisogna conoscere la storia turca: è ottomana e post-ottomana, è un popolo che non si dimentica di essere erede di un grande impero. Non accettarono gli schiaffi dell’Europa e il loro orgoglio nazionale li ha fatti voltare da un’altra parte: alla Russia, all’Iran, a un ruolo di potenza regionale in Medio Oriente. 

È quello che sta accadendo oggi. Fu l’unica motivazione? 

Oltre a questo schiaffo ci furono le crisi migratorie e l’islamizzazione sempre più dura del partito di Erdogan. Oggi questo processo è irreversibile, per scelta stessa della Turchia. 

L’Europa sembra aver perso gran parte dell’attrattiva anche per Paesi che ne furono fondatori. Le carenze maggiori si notano proprio nella politica estera. Sull’invasione di Erdogan in Siria, per esempio, l’Ue non ha saputo avere una voce comune. Perché? 

Rispetto a quei tempi c’è stato un degrado progressivo dei rapporti tra gli Stati europei sui temi della sicurezza, della lotta al terrorismo, dell’immigrazione. Un’Europa a 27 non si governa come una a 14, prima dell’allargamento a Est avvenuto nel 2004: già con 24 membri era diventato tutto più complicato. Negli ultimi anni ho visto l’Europa votare in tre modi diversi sulla crisi israelo-palestinese: un gruppo a favore di Israele, uno pro palestinesi, un altro che si asteneva. Peggio di così… 

Un’altra prospettiva dimenticata da tempo è quella di creare un esercito europeo. Oggi l’Ue si accontenta di avere un Alto rappresentante per la politica estera, che di alto però ha solo di nome… 

Proprio io parlai di esercito europeo nel mio discorso di insediamento, quando l’Italia diventò presidente di turno dell’Europa nel 2003. Il giorno dopo uscì un articolo sul Financial Times che diceva: arrivano dall’Italia a farci perdere l’esercito della corona. Ma oltre al Regno Unito, e tranne forse Francia e Germania, anche gli altri Paesi si mostrarono riluttanti. 

Il collasso delle relazioni internazionali di cui si parla spesso ha colpito anche i rapporti tra Stati Ue? 

Sì, è uno scollamento dovuto alla mancanza di valori guida, ed è un fatto gravissimo. Come può essere rispettato il principio della fiducia reciproca, un pilastro del trattato europeo, se l’Italia viene lasciata sola davanti agli sbarchi a Lampedusa? Come può esserci fiducia se non si scambiano informazioni sui terroristi? L’attentatore del mercatino di Bruxelles ha attraversato ben 4 Paesi europei prima di essere arrestato in Italia. Stessa storia per i terroristi del Bataclan, che hanno varcato diverse frontiere prima di essere fermati. Tutto ciò può accadere solo perché questa fiducia totale, anche nell’intelligence, non c’è più. 

 (Lucio Valentini)

4.11.19 | Posted in , , , , , , , , , , , , , , , | Continua »

Intervista a Franco Frattini a In Blu Radio - In Venezuela Maduro farà brogli. Papa negli Emirati Arabi ha stupito il mondo

Frattini a InBlu Radio: “Maduro farà brogli. Papa in Emirati Arabi ha stupito il mondo” 
L’ex ministro degli Esteri a InBlu Radio: “Comunità italiana verrà accusata di essere amica dell’ex dittatore. Tanti italiani avranno problemi lavorativi” 


Intervista di Chiara Placenti: 

Roma 5 febbraio 2019. “Non ci può essere Maduro a guidare il percorso verso le elezioni. Maduro farà brogli e imbrogli”. Lo ha detto il presidente della Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale, due volte ministro degli Esteri, ex Commissario europeo, Franco Frattini, in un’intervista a InBlu Radio, il network delle radio cattoliche della Cei in merito alla situazione del Venezuela e la posizione del governo italiano. 

“Maduro – ha aggiunto Frattini – lo conosco bene, era mio collega ministro degli Esteri. Mi ha ricevuto tante volte quando c’era Chavez. Quando andavo a Caracas incontravo alla scaletta dell’aereo Maduro che mi veniva ad accogliere perché Chavez gli diceva ‘gli italiani sono nostri fratelli’. Sono quelle tipiche persone che quando prendono il potere, non essendo un leader come Chavez, usano la repressione non avendo autorevolezza. Purtroppo l’Italia avrebbe dovuto dire fin dal primo giorno ‘Maduro se ne vada e il Parlamento trovi un presidente ad interim’ perché a vincere deve essere la democrazia. Guidò dovrà vincere con il volere del popolo”. 

“Sono molto dispiaciuto – ha sottolineato Frattini – per questa posizione italiana. La politica italiana è una politica che deve guardare all’interesse che noi abbiamo in quelle aree del mondo in cui la nostra presenza è storica, radicata e consolidata. La comunità italiana è la più grande comunità non locale che sta in Venezuela. Ci sono milioni di italiani che hanno il doppio passaporto che vivono e lavorano in Venezuela. È chiaro che per questa comunità italiana chiunque verrà dopo Maduro sarà contro Maduro. Se il governo italiano si prende il ringraziamento pubblico dal dittatore, chiunque verrà dopo Maduro considererà la comunità italiana come dei paria cioè gli amici dell’ex dittatore”.

“Quando accadono queste cose – ha concluso Frattini – chi ci rimette è chi ha fatto degli investimenti nel Paese. Non dico che si sarebbe dovuto proclamare Guaidò presidente del Venezuela ma si sarebbe dovuto dire subito a Maduro di andarsene e si sarebbe dovuto dire di formare immediatamente un governo nazionale in cui il Parlamento doveva individuare un presidente ad interim che avrebbe dovuto guidare le elezioni”. 

Papa, Frattini: “Ha stupito il mondo. Emirati Arabi non sono off-limits per i cristiani” 
L’ex ministro degli Esteri a InBlu Radio: “Paese caratterizzato da dialogo interreligioso. Imam educati a tolleranza e non a prediche che incitano alla violenza” 

Roma 5 febbraio 2019. “Con questa mossa il Santo Padre ha stupito il mondo. Francesco ha scelto un Paese nel cuore del Golfo Persico che come noto è attraversato da enormi tensioni”. Lo ha detto il presidente della Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale, due volte ministro degli Esteri, ex Commissario europeo, Franco Frattini, in un’intervista a InBlu Radio, il network delle radio cattoliche della Cei. “Il Papa infatti – ha aggiunto Frattini – ha ricordato la tragedia dello Yemen che si svolge proprio a pochi chilometri dagli Emirati Arabi. Ha scelto un Paese che da sempre ha fatto dell’educazione al dialogo interreligioso una sua caratteristica”. “Il Papa – ha proseguito Frattini – ha fatto la scelta giusta. Gli Imam sono educati ad un dialogo di tolleranza, comprensione reciproca e mai a prediche di incitazione alla violenza. Un Paese che è stato ben scelto e non a caso il Grande Imam di Al Azhar che è il personaggio di più grande influenza nel mondo islamico-sunnita è andato lì proprio per incontrare il Papa. Con questo viaggio il Papa Francesco ha voluto dire che quella parte del mondo non è offl-imits per i cristiani”.

6.2.19 | Posted in , , , , , , , , , , , , , , | Continua »

Intervista a Franco Frattini - Frattini: costruiamo muri per poter nascondere le nostre responsabilità

Intervista a Franco Frattini - Frattini: costruiamo muri per poter nascondere le nostre responsabilità 
Avvenire, 19 Dicembre 2018



Paolo Lambruschi -II traffico di armi, gli squilibri che creano migrazioni, la corruzione e i vizi della politica e lo spazio negato ai giovani di qualità. Sono le sottolineature del Messaggio papale per la Giornata mondiale della pace 2019 che hanno toccato Franco Frattini, 61 anni, due volte ministro degli Esteri con i governi di Silvio Berlusconi e commissario europeo alla Giustizia, libertà e sicurezza. Oggi è tornato in magistratura. 

Partiamo dalle armi. Il Papa denuncia l'escalation e la proliferazione incontrollata. Cosa suggerisce la sua esperienza di governo? 
Il Papa ha toccato il tema più delicato, il primo pericolo. Dietro alla proliferazione c'è un enorme traffico che non risparmia nessuno. Gli Stati più grandi - Usa, Cina, Russia - vendono a Paesi "amici" grandi quantità di armi e la proliferazione crea aree del globo che sono autentiche polveriere. La minaccia di Trump di disdettare l'accordo di non proliferazione è pericolosa perché da 'impressione che ci si possa riarmare. Non a caso la Russia ha ricominciato a dispiegare missili di media gittata e nell'area mediorientale si fronteggiano due potenze probabilmente con armi nucleari come Israele e Iran e una terza, l'Arabia Saudita, che non avrebbe difficoltà a procacciarsele. C'è un esempio virtuoso, un gesto unilaterale da imitare, il Kazakistan, che pochi conoscono: dopo il crollo dell'Urss si ritrovò con il più grande numero di testate nucleari dell'impero sovietico e il presidente Nazarbayev decise di smantellarle. 

Perché sono minacce alla pace la xenofobia e la tendenza, non solo dei politici italiani, di incolpare in modo insostenibile i migranti di ogni male? Perché ci occupiamo di migranti solo quando arrivano a casa nostra per nascondere la colpa del mondo ricco di non avere investito nelle zone di origine. Invece di costruire muri, dovevamo promuovere sviluppo sostenibile in Africa, oggi semicolonizzata dalla Cina e terra di scorribande di milizie islamiche. Non c'è pace con i flussi dalle aree di origine e con queste tensioni in nazioni di destinazione mai state xenofobe dove la gente si sente invasa e vuole respingere. Ma questa Europa distratta e avara ha destinato meno di un miliardo all'Africa contro i 5 miliardi alla Turchia per fermare i rifugiati siriani. 

La corruzione e la sete di potere sono veri pericoli? 
La rettitudine è precondizione per la vita politica. Poi ci vogliono competenza, capacità di ascolto e possibilmente doti elencate nel decalogo del cardinale Van Thuan citato da Francesco. Dico solo che negli Usa le selezioni dei due partiti partono dal lavoro. Se uno non ha un mestiere né spalle robuste viene scartato. Da noi i giovani migliori vengono esclusi.

19.12.18 | Posted in , , , , , , , , , , , , , , | Continua »

Conferenza di Palermo, successo o passerella? Parla Franco Frattini

Conferenza di Palermo, successo o passerella? Parla Franco Frattini 

 di Francesco Bechis 


L'ex commissario europeo e ministro degli Esteri a Formiche.net: il rischio di una passerella è reale. Per trasformare la conferenza in un successo bisogna coinvolgere tutte le parti in causa, nessuno escluso. Ma i tempi non sono maturi per una nuova Pratica di Mare 


Mancano meno di due settimane alla Conferenza internazionale sulla Libia convocata dal governo Conte a Palermo per il 12-13 novembre. Molte, troppe le incognite sull’evento che, almeno nelle intenzioni, deve mettere una pietra sulla guerra civile e ridare all’Italia il ruolo di pivot che ha sempre avuto nella regione. Il successo è appeso a un filo. Di blitz e passerelle ce ne sono state tante in questi anni, tutte finite con una stretta di mano e poco più. 

Lo sa bene Franco Frattini, che oggi presiede la Sioi (Società italiana per l’organizzazione internazionale) ma pochi anni fa ha dovuto gestire da ministro degli Esteri la drammatica transizione della Libia dal regime del colonnello Gheddafi al caos dei bombardamenti e delle lotte tribali. A giugno l’ex Commissario europeo ha incontrato l’amico Sergej Lavrov, il ministro degli Esteri russo. È stata occasione per parlare anche di Libia. A Formiche.net Frattini confida dubbi e aspettative dei russi sulla conferenza siciliana. E fa un inventario puntuale degli errori da non commettere. 

 Franco Frattini, cosa può trasformare la conferenza di Palermo in un successo?
Credo che siano tre gli obiettivi da porsi. Punto primo, che tutte le fazioni libiche, compresi i gruppi tribali, si impegnino insieme per combattere il terrorismo e sottrarre al controllo dei trafficanti di esseri umani le rotte migratorie. Due, permettere al Paese di riavviare a pieno regime l’estrazione del petrolio. In questi anni la contrazione della produzione ha peggiorato le vite dei cittadini libici, che con Gheddafi erano abituati a non pagare i libri di scuola, alla sanità gratuita e ai prezzi stracciati della benzina. Guai se qualcuno dovesse pensare oggi: “Quando c’era Gheddafi si stava meglio”.   

Come si può evitare? 
Seguendo l’esempio del generale Haftar, che quando ha preso il controllo dei pozzi di estrazione ha avuto la saggezza di coinvolgere la Noc (National Oil Corporation, ndr). 

E il terzo obiettivo? 
Porre le basi per un vero governo di unità nazionale in cui Tobruk e Tripoli si riconoscano a vicenda, ma soprattutto in cui siano coinvolte anche le altre parti contraenti lasciate ai margini in questi anni, come i Tuareg o le tribù del Fezzan. 

C’è chi teme che a Palermo vada in scena l’ennesima passerella. Per dirla con le parole di Conte, che si tratti di una conferenza sulla Libia e non per la Libia… 
È un rischio. Molto dipenderà dalla capacità del governo italiano di impegnare i suoi interlocutori, soprattutto Haftar e Al Sarraj, al rispetto degli accordi. In passato è stato commesso l’errore, soprattutto con la Francia di Macron, di organizzare incontri-passerella in cui nessuno veniva chiamato ad assumersi le sue responsabilità. Tornati all’Eliseo gli alti ufficiali francesi non cambiavano di una virgola la loro opinione. 

Quali errori deve evitare il governo gialloverde? 
Non limitarsi ai memoranda of understanding, servono condizioni precise da far rispettare alle parti coinvolte. Al tempo stesso non bisogna dare l’impressione di voler fare della Libia un protettorato, limitandosi a dare ai libici una pacca sulla spalla e indicare una data per le prossime elezioni. Dobbiamo chiederci cosa possiamo fare noi per loro, non viceversa. 

Il generale Haftar ha confermato la sua partecipazione, e da Tobruk fanno sapere di accogliere con favore un ritorno dell’ambasciatore Perrone. Sono segnali incoraggianti? 
Assolutamente, Haftar ha un ruolo che nessuno può cancellare e la distensione con il governo italiano è una buona notizia. Conosco bene l’ambasciatore Perrone che è un eccellente diplomatico, ma non credo che il generale ce l’avesse con lui. Penso piuttosto che intendesse esprimere la sua approvazione per il cambio di policy italiana, dopo anni in cui lo Stivale, sbagliando, ha guardato esclusivamente a Tripoli. 

I francesi sembrano aver fatto un passo indietro. È così?
Fin dai tempi di De Gaulle la Francia non ha amici ma interessi. Oggi l’interesse dei francesi è rimanere seduti al tavolo. Hanno capito che da soli non ce la fanno e stanno riconoscendo, più per convenienza che per amicizia, la leadership italiana in Libia. 

Prima dell’estate ha avuto un incontro privato con il ministro degli Esteri russo Lavrov. Quali sono le aspettative dei russi su questa conferenza? 
Lavrov mi ha confermato quello che già immaginavo. Mosca spera che l’Italia giochi un ruolo di pacificatore, si fida di noi ed è pronta a darci una mano. Non scordiamo che i russi sono i primi a guadagnare dalla stabilità della Libia. Nel silenzio il governo russo sta lavorando, penso ad esempio all’accordo fra Rosneft e Noc per i prossimi 15 anni di collaborazione nel settore energetico. E poi i russi hanno un legame strettissimo con il presidente egiziano Al Sisi, che è l’unico che dispone di una leva su Haftar. Se, come sento, a Palermo arriverà il primo ministro russo Medvedev per l’Italia la conferenza sarà un successo. 

A Washington Trump e Conte avevano annunciato una cabina di regia Italia-Usa per la Libia. La conferenza di Palermo può essere occasione di una nuova Pratica di Mare? 
 I tempi non sono maturi, tanto più ora che Trump vede procedere l’inchiesta del procuratore Mueller sul caso Russiagate. È vero però che l’Italia può giocare la carta degli eccellenti rapporti con Mosca e Washington per favorire una stretta cooperazione fra le parti, che di fatto è già in atto. In Libia come in Siria c’è un filo diretto fra i vertici militari russi e americani per coordinare i bombardamenti e le operazioni anti-terrorismo.

5.11.18 | Posted in , , , , , , , , , , , , , | Continua »

The 15th Annual Meeting of Yalta European Strategy (YES) – “The Next Generation of Everything” – September 13-15, 2018 in Kyiv.

The 15th Annual Meeting of Yalta European Strategy (YES) – “The Next Generation of Everything” – September 13-15, 2018 in Kyiv. 














Over 400 leading politicians, diplomats, businessmen, civil activists and experts from 28 countries took part in the conference organized by the international forum YES in partnership with the Victor Pinchuk Foundation. 

The forum’s first day started off discussing the “big picture” of the global future as seen by different experts. The sessions continued with discussions of the future of democracy in an age of disinformation and elections meddling, the futures of the US and Europe, the impact of new trade wars to the future of the global economy, and the future of NATO. Special attention was paid to the promise of blockchain technologies. 

The concluding panel of the first day featured an in depth discussion on creating a digital society with President of Estonia Kersti Kaljulaid. 

The speakers included: Alejandro Alvargonzález, Assistant Secretary General for Political Affairs and Security Policy, NATO; Tony Blair, Executive Chairman of the Tony Blair Institute and former UK Prime Minister; Jared Cohen, Founder and CEO, Jigsaw; Valdis Dombrovskis, Vice-President for the Euro and Social Dialogue, also in charge of Financial Stability, Financial Services and Capital Markets Union, European Commission; Niall Ferguson, Senior Fellow, Hoover Institution, Stanford University; Bill Ford, Chief Executive Officer, General Atlantic; Franco Frattini, President of SIOI, Special Representative of the OSCE Chairperson-in-Office for the Transdniestrian Settlement Process, Minister of Foreign Affairs of Italy (2008-2011); Yasmin Green, Director of research and development, Jigsaw; Pavlo Klimkin, Minister of Foreign Affairs of Ukraine; Ray Kurzweil, inventor, author, futurist; Bernard-Henri Lévy, Philosopher and Writer; Michael McFaul, U.S. Ambassador to the Russian Federation (2012-2014), Stanford Professor and Hoover Institution Senior Fellow; Anders Fogh Rasmussen, Founder of Rasmussen Global, Secretary General of NATO (2009-2014), Prime Minister of Denmark (2001-2009); Condoleezza Rice, 66th U.S. Secretary of State (2005-2009); Hernando de Soto, President, Institute for Liberty and Democracy; Larry Summers, Charles W. Eliot University Professor, Harvard University; Manuel Valls, Prime Minister of the French Republic (2014 – 2016).

In addition to Richard Haass, Stephen Sackur, host of BBC HARDtalk, Gillian Tett, U.S. Managing Editor of the Financial Times, and Fareed Zakaria, host of CNN’s Fareed Zakaria GPS, moderated the discussions. 








Watch the full version of the Panel The future of Europehttps://youtu.be/bJK4bV7_zqk




The official Twitter handle of the 15th YES Annual Meeting is @yes_ukraine, and participants and followers can include the hash tag: #YESUkraine2018



24.9.18 | Posted in , , , , , , , , , | Continua »

FRATTINI CONTRO L'EUROPA. «Sui migranti non decidono UE e pm»

FRATTINI CONTRO L'EUROPA. «Sui migranti non decidono UE e pm»
L'ex ministro degli Esteri smonta l'inchiesta diAgrigento e sferza il Ppe: «Segua Orban»

LAURA TECCE
Libero, 2 settembre 2018

Due volte ministro degli Esteri nei governi Berlusconi, vice presidente della Commissione europea e Commissario per la giustizia, libertà e sicurezza. Franco Frattini, che oggi nella sua veste di magistrato si occupa di immigrazione e processi di mafia, lue e i suoi meccanismi li conosce bene. 

Hanno ragione gli euroscettici quando affermano che l'attuale assetto dell'Ue non funziona? È davvero il regno dei burocrati? 

«Da vice presidente della Commissione ho messo più volte all'indice l'eccesso di burocratizzazione rispetto alla politica, problema che si è aggravato negli ultimi anni. In un momento in cui abbiamo il terrorismo, problemi legati alla crescita economica e all'immigrazione, la percezione è quella di un'Europa che si occupa di argomenti lontani, addirittura fastidiosi per i cittadini». 

Come sul cambio dell'ora... 
«Fanno una consultazione su un campione di 5 milioni di europei su 500 milioni e con una direttiva calata da Bruxelles pensano di farci cambiare le abitudini di vita. Questo da l'idea che l'Ue sceglie di occuparsi di questioni meno complicate invece che prendere di petto quelle più critiche: sono anni che si prendono impegni che poi non vengono rispettati. Nel Trattato di Lisbona del 2009 una norma ribadisce che le questioni migratorie sono una competenza comunitaria, non dei singoli Stati. Un principio vincolante che purtroppo è rimasto sulla carta. L'unica cosa positiva che vedo è il semestre di presidenza austriaca, con il cancelliere Sebastian Kurz che ha scelto come motto «L'Europa che protegge»: dal terrorismo, dalla speculazione e che protegge i confini. Ha colto nel segno, questi sono i desideri dei cittadini europei». 

L'incontro tra Salvini e Orban ha gettato le basi per un progetto europeo alternativo all'assetto attuale. È possibile l'ingresso della Lega nel Ppe? 
«Quello di Milano è stato un incontro tra due capi di partito che stanno ragionando anche in vista delle Europee. Non è un caso che sia Orban che Kurz siano tutt'ora nel Ppe: è in corso una riflessione interna e se i due si espongono con frasi severe sicuramente c'è la volontà di rivedere alcune posizioni. In veste di coordinatore della politica estera dell'Ue varai la direttiva sui rimpatri e una norma che prevedeva banche dati per mettere in connessione le polizie europee, anche per schedare le impronte digitali di chi entra e chi esce dal territorio europeo. Se queste iniziative le avessero fatte funzionare, i terroristi del Bataclan non sarebbero stati liberi di muoversi indisturbati». 

Cos'è che l'ha impedito? 
«La Corte europea dei diritti dell'uomo, con la direttiva sulla privacy, ha smantellato le norme più rigorose sulla sicurezza. Poi all'interno del Parlamento europeo i liberali, i liberaldemocratici e i socialisti si sono coalizzati e hanno portato avanti politiche molto morbide sui principi di protezione dei cittadini e sulla lotta al terrorismo». 

Salvini parla di Lega delle Leghe. 
«Il progetto potrebbe non essere alternativo al Ppe, ma è evidente che la voce di Kurz e Orban, che rispondono alle attese della popolazione, vada ascoltata. L'altra ipotesi del tutto opposta è che Orban si secchi di essere attaccato dai suoi alleati europei e confluisca in una nuova formazione guidata da Salvini, a quel punto il Ppe potrebbe non avere più la maggioranza a Bruxelles». 

Nei confronti di Salvini la procura di Agrigento ha aperto un fascicolo con 50 pagine di accuse, 5 reati contestati, 30 anni di carcere come pena massima. 
«Pur senza commentare le azioni di un altro magistrato, ricordo che chi dovrà formulare i capi di imputazione per il Tribunale dei ministri è Palermo, che potrebbe non condividerli, e in ogni caso i giudizi non li emettono le procure, ma i tribunali. Detto ciò, se io incrimino per sequestro di persona vuoi dire che contesto di aver privato della libertà personale una persona che è libera di muoversi. Ora, chi non è identificato ed identificabile non è libero di andare dove vuole. Si contestano poi gli arresti illegali, ma io non ho visto mandati di arresto, è stato solo dato ordine di non identificare: l'inerzia equivale ad un arresto illegale? Se la contestazione riguarda la politica del governo sulla questione dell'immigrazione, questa deve essere giudicata dagli elettori e non dai magistrati»

6.9.18 | Posted in , , , , , , , , , , , | Continua »

"Frattini: “Migranti e Russia, l’occasione è a fine mese”

INTERVISTA a FRANCO FRATTINI, presidente Sioi e già ministro degli Esteri - Al Consiglio Europeo di fine giugno l'Italia ha l'occasione giusta per indurre la Ue a fare passi avanti su due questioni cruciali -"Sui migranti serviva una scossa, ma Salvini deve conoscere meglio il gruppo di Visegrad, che ha interessi contrari ai nostri "

di Franco Locatelli 


Dai migranti alla Russia: dal giorno del suo debutto, e ancor prima con il contratto di programma, il nuovo Governo Lega-Cinque Stelle non ha fatto mancare strappi e colpi a sopresa sulla politica internazionale. Ma dove porta la politica estera del Governo Conte e c’è davvero il rischio di mettere in discussione le tradizionali alleanze dell’Italia, su cui per fortuna vigila il Presidente della Repubblica? Due volte ministro degli Esteri nei governi Berlusconi e ora presidente della Sioi, l’ente che forma i futuri diplomatici, Franco Frattini è l’uomo giusto per analizzare la situazione italiana ed internazionale, con l’occhio agli imminenti appuntamenti europei ma anche alle mosse del premier Conte e dei ministri Salvini, Moavero Milanesi e Tria, senza trascurare gli orientamenti attuali della Francia, della Germania e del discusso gruppo di Visegrad. Ecco che cosa ha dichiarato nell’intervista rilasciata a FIRSTonline


Presidente Frattini, la politica estera e soprattutto la politica dell’immigrazione sono più che mai al centro della scena politica. Già il contratto di programma del Governo Cinque Stelle-Lega, con la richiesta di superamento unilaterale delle sanzioni contro la Russia e l’indicazione di Mosca come partner strategico in alcune delicate crisi internazionali, aveva sollevato dubbi sulla collocazione internazionale del nuovo Governo ma i successivi ondeggiamenti tra Usa e Russia del premier Conte al G7 e lo scontro sui migranti con Malta, Francia e Spagna li hanno accentuati: come valuta i primi passi di politica estera del nuovo Governo? 

 “Il contratto di programma è certamente un vincolo politico abbastanza rigido per il Premier e per il Ministro degli Esteri sul terreno della politica internazionale dell’Italia, che richiede un esercizio di flessibilità e di duttilità per garantire al nostro Paese di continuare ad essere un attore importante dentro e non contro l’Europa e una proiezione euroatlantica e mediterranea, che sono sempre stati i capisaldi della nostra politica estera. Non è un mistero che da tempo ci fosse in Italia una spinta favorevole al dialogo costruttivo, all’interno delle nostre tradizionali alleanze, con la Russia che, quand’ero ministro degli Esteri, si materializzò nel cosiddetto spirito di Pratica di Mare. Quel momento magico fu purtroppo smarrito per strada e l’Italia come l’Europa hanno avuto il torto di snobbare il lungimirante progetto dell’allora presidente russo Medvedev per garantire la sicurezza globale da Vladivostok a Vancouver, dalla Russia al Nord America. Fu un errore considerare velleitario quel progetto e sarebbe importante recuperarlo oggi. In questo quadro il ritorno della Russia nel G8 è un ragionevole punto d’arrivo”. 

Ma ci si può arrivare chiedendo l’abolizione preliminare delle sanzioni anti-Russia e senza alcuna contropartita di Mosca in cambio? 
“Naturalmente è irrealistico pensare che le sanzioni anti-Russia possano essere rimosse dall’oggi al domani, ma l’Europa deve avere il coraggio di riaprire un ragionamento di politica internazionale che avvicini la Russia ai nostri obiettivi e che valorizzi quanto Mosca può offrirci sul piano della lotta al terrorismo e nella stabilizzazione del Medio Oriente e della Libia. Da questo punto di vista, rilancerei senza esitazione al prossimo Consiglio Europeo di fine giugno uno dei punti, precisamente il quinto, del documento che l’Alto commissario europeo per la politica internazionale, l’Italiana Federica Mogherini, propose dopo la crisi in Ucraina e cioè il sostegno dell’Europa – come ha detto in Parlamento anche il Premier Conte – alla società civile russa attraverso un chiaro progetto che faccia ripartire i finanziamenti della Bers alle Pmi russe. Un progetto che sarebbe utile anche a noi e che farebbe capire che in campo c’è finalmente un piano per riavviare concretamente il dialogo, che può sostanziarsi altri passi importanti. Il superamento delle sanzioni anti-Russia è un passaggio cruciale, che va costruito con intelligenza e che richiede proposte e non solo proclami”. 

E’ realistico immaginare che oggi sul terreno della ripresa del dialogo con la Russia possano attestarsi anche Francia e Germania? 

 “Sì, se si è in grado di far comprendere ai quei due Paesi che riaprire il dialogo e la collaborazione con Mosca conviene anche a loro. Del resto, al di là delle dichiarazioni ufficiali, la Germania è sempre attenta a difendere prima di tutto i propri interessi nazionali e non ha certo esitato a impegnarsi nella realizzazione con la Russia del gasdotto North Stream, anche a costo di deludere i partner europei”. 

Al di là dei rapporti con la Russia, l’emergenza migranti sta spaccando l’Italia ma anche l’Europa, se si guarda ciò che sta succedendo in Francia e soprattutto in Germania: può diventare la mina vagante su cui l’Europa rischia davvero di dividersi? 

“In effetti la questione dei migranti mette fortemente a rischio l’Europa, come se tutti si fossero dimenticati che la solidarietà e la cooperazione reciproca sono uno dei pilastri dei Trattati europei. L’Italia è l’unico Paese ad avere le carte in regola ma per 10 anni siamo costretti a fronteggiare da soli gli enormi problemi che l’immigrazione di massa verso l’Europa pone. Prima con il ministro Minniti e ora con il ministro Salvini l’Italia ha posto e pone all’Europa proposte che non possono più essere eluse se l’Unione europea vuol recuperare credibilità anche nelle politiche di immigrazione”. 

In concreto, come si potrebbe disinnescare la mina migranti senza spaccare l’Unione europea?

“Portando e facendo approvare al prossimo Consiglio Europeo un piano realistico e concreto sui migranti che sancisca un patto dell’Unione non per la semplice redistribuzione dei migranti stessi ma per la loro gestione attiva. Penso a un piano articolato in più punti, il primo dei quali dovrebbe vertere sulla gestione di hotspot nei Paesi di transito sotto l’egida congiunta dell’Europa e dell’Onu, un’idea che era già stata considerata in passato ma che rimase lettera morta perchè in Libia c’era Gheddafi e in Egitto Mubarak, ma che può oggi essere ripresa con governi nordafricani più credibili. Il secondo punto del nuovo piano dovrebbe riguardare la gestione europea degli sbarchi, superando l’ipocrisia degli sbarchi nei porti più vicini ma anche l’ingresso in campo delle Ong come taxi degli ingressi e l’idea della chiusura unilaterale dei porti. Infine suggerirei un punto, che avevo cercato di realizzare quand’ero ministro degli Esteri ma che allora fu considerato prematuro, e cioè l’adozione di un nuovo Statuto per Frontex con la conseguente creazione di una Guardia costiera europea”. 

Tutte proposte ragionevoli ma per disinnescare la mina dei migranti servono le esibizioni muscolari di cui dà costantemente prova il ministro dell’Interno Salvini? 

“Obiettivamente, bisogna riconoscere che sull’emergenza migranti ci voleva una scossa per risvegliare le coscienze addormentate dell’Europa e il fatto che la Spagna abbia aperto i suoi porti è un segnale importante. Poi però tocca ad altri – e cioè al Presidente del Consiglio e al Ministro degli Esteri – trasformare la scossa in proposte accettabili da parte degli altri partners”. 

Tutti conoscono la grande esperienza internazionale e la sincera passione europeista del ministro degli Esteri, Moavero Milanesi, ma il fatto che sia un tecnico in un governo con due forti azionisti politici non limita fatalmente il suo raggio d’azione? 

“Proprio perchè l’attuale Governo ha la natura politica che ha e poggia su un contratto di programma, alla Farnesina serviva un tecnico di alto valore come Moavero Milanesi. Non sarebbe stato ragionevole affidare la gestione della politica estera a un politico che agisse in solitudine. E i primi risultati già si cominciano a vedere. Il nuovo titolare della Farnesina non è uomo di grandi proclami ma, come tutti i più abili diplomatici, agisce sotto traccia ma agisce efficamente, come ha fatto convocando subito l’ambasciatore di Francia dopo le polemiche che si erano aperte tra i due Paesi sul destino della nave Aquarius”. 

Ma non le sembra strano e anche molto pericoloso che il ministro Salvini non nasconda la sua aperta simpatia per l’Ungheria di Orban e per il gruppo euroscettico di Visegrad? 

 “Credo che Salvini debba conoscere meglio il gruppo di Visegrad e rendersi conto che gli interessi che quei Paesi rappresentano sono contrari a quelli dell’Italia, soprattutto nella gestione dei migranti, che Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Polonia si rifiutano di ospitare. Ma non è un caso che da qualche giorno Salvini faccia maggior riferimento al ministro tedesco dell’Interno, il bavarese Horst Seehofer che sta incalzando la Cancelliera Merkel sui respingimenti degli immigrati”. 

Sembra di capire che, nonostante gli ondeggiamenti del nuovo Governo di queste prime settimane, Lei non veda il rischio concreto che l’Italia cambi campo ed esca dalle tradizionali alleanze internazionali: è così? 

 “Vedremo. E’ presto per arrivare a giudizi definitivi. Ci vuole molta prudenza ma credo che, in questo momento, occorra dare al nuovo Governo la possibilità di lavorare. Osservo che all’ultimo G7 il Premier Conte si è presentato come un alieno e alla fine ha attivato contatti positivi con tutti e ha ricevuto un invito di Trump alla Casa Bianca, che suona come un riconoscimento all’Italia. Analogamente il ministro dell’Economia Tria ribadirà sicuramente al collega ministro delle Finanze tedesco la volontà dell’Italia di stare dentro le regole europee ma per cambiarle e credo che non perderà l’occasione per ricordare alla Germania che gli accordi prevedono che il surplus commerciale di un Paese non possa superare determinati limiti e debba essere reimpiegato per favorire la domanda e la crescita dell’intera Unione”. 

Il nuovo Governo italiano sembra particolarmente critico verso come la Germania della Cancelliera Merkel e la Francia di Macron: siamo sicuri che sia proprio nell’interesse dell’Italia accendere tensioni verso i nostri due partner storici? 

 “Non metterei i rapporti dell’Italia con la Germania e con la Francia sullo stesso piano e credo che, al di là delle frizioni dei primi giorni, sarà più facile collaborare con Berlino che con Parigi per almeno tre ragioni. In primo luogo perchè la Germania ha finito di considerarci il problema dell’Europa ed è consapevole delle nostre ma anche delle sue debolezze e ha bisogno di trovare una sponda nell’Italia. In secondo luogo perchè la Cancelliera Merkel non nasconde tutti i suoi dubbi sulle riforme costituzionali europee proposte dal Presidente francese Macron. In terzo luogo perchè tra Francia e Italia riaffiorano rivalità storiche in quanto siamo entrambi eccellenti in una serie di campi comuni (dalla cultura alla cucina e al vino) che accentuano la concorrenza e, in molti casi, i francesi vorrebbero comprare tanti nostri brand di successo suscitando da parte nostra diffidenza e reazioni contrastanti”. 

Al di là della politica estera, il rischio che l’Italia si allontani dall’euro e dall’Europa affiora anche nelle ambiguità delle nostra politica economica. Il ministro Tria ha giurato che il Governo non ha la minima intenzione di uscire dall’euro ma, come dimostrò il caso Varoufakis in Grecia, si può uscire dalla moneta unica anche senza volerlo o senza dichiararlo se si scardinano i conti pubblici con promesse insostenibili e si provoca la dura reazione dei mercati. Lei che ne pensa? 

“Conosco il ministro Tria da almeno 15 anni e sono certo che saprà ricondurre nell’ambito del fattibile le proposte previste dal contratto di programma. Aspettiamo perciò il nuovo Def e le nuove proposte del piano di stabilità finanziaria in vista del Bilancio comunitario 2021-28 su cui anche il ministro degli Affari comunitari, Paolo Savona, avrà voce in capitolo”. 

Proprio il fatto che su un terreno delicatissimo come il nuovo Bilancio europeo abbia voce in capitolo un ministro euroscettico come Savona, a cui sono state affidate deleghe che in altri governi erano di pertinenza del Ministro degli Esteri, non sembra un buon viatico: o no?

“Conosco e stimo Savona dai lontani tempi in cui eravamo insieme ministri del Governo Dini ma, francamente, non me lo immagino aderire acriticamente a un’idea come quella di uscire dall’euro ma nemmeno lo vedo accettare pedissequamente quanto proporrà Bruxelles. La speranza che si trovi il giusto equilibrio”.

Roma, 16 giugno 2018

18.6.18 | Posted in , , , , , , , , , , , , , , , , | Continua »

FRANCIA vs ITALIA/ Frattini: l'arma segreta di Conte per fermare il traffico dei migranti

FRANCIA vs ITALIA/ Frattini: l'arma segreta di Conte per fermare il traffico dei migranti 
E' scontro tra Italia e Francia su caso Aquarius e la gestione dei flussi migratori. Ma una soluzione c'è secondo l'ex ministro FRANCO FRATTINI e il governo potrebbe farla propria 

 "Abbiamo dato all'Europa molte responsabilità, non le abbiamo attribuito il compito di coordinare le regole sugli sbarchi". E' la proposta che fa al governo Franco Frattini, presidente della Sioi, ex commissario europeo e due volte ministro degli Esteri nei governi Berlusconi. Una iniziativa sulla quale il governo Conte potrebbe trovare il consenso di numerosi Stati europei. 

Il caso dell'Aquarius ripropone il problema dei flussi migratori. 

Sono due questioni che vanno tenute distinte. Il governo dei flussi è una questione certamente europea di cui l'Unione avrebbe dovuto farsi carico da molto tempo ma così non è stato. Altra questione è quella della chiusura o indisponibilità all'attracco ai porti, che è tipicamente nazionale.

Sicuro? 

Sì. Non a caso l'Unione Europea non è mai era intervenuta su analoghe misure francesi, spagnole, maltesi e anche italiane negli scorsi 10-15 anni. E non lo ha fatto perché non è materia su cui la Ue possa dettare regole. 

Dunque ogni Stato… 

Ogni Stato può valutare e prendere provvedimenti sulla base delle eventuali condizioni di crisi che si trova a fronteggiare, proprio come ha fatto l'attuale governo italiano. 

Salvini ha consentito l'attracco della Sea Watch a Reggio Calabria il 9 giugno, ma con l'Aquarius ha fatto un'altra scelta. Come giudica l'operato del governo? 

Salvini, in base alle informazioni in suo possesso, deve aver saputo che eravamo in vista di tre-quattro sbarchi in poco tempo e ha valutato che il veto sull'Aquarius fosse una misura "esemplare" per scoraggiare nuove partenze dalla Libia. E' una decisione dalla forte valenza politica, ma sotto il profilo europeo non è censurabile. 

Il premier spagnolo Sanchez ha concesso il porto di Valencia. E' un primo effetto della decisione italiana. 

Anche gli altri paesi, che lo vogliano o no, dovranno prendere posizione. Intanto, in Spagna ci sono state molte reazioni negative alla scelta di Sanchez. Non mi sorprende. 

E perché? 

Da commissario europeo ebbi a che fare con il governo Zapatero finito sotto accusa perché la polizia aveva sparato proiettili di gomma dura contro i migranti nelle enclavi di Ceuta e Melilla e due di questi erano morti. Il governo socialista di Zapatero, non quello popolare di Rajoy. Credo però che oggi ad essere chiamata in causa sia soprattutto la Francia. 

Ieri Macron ha accusato l'Italia di cinismo e irresponsabilità. 

Quando il governo Gentiloni esortò la Francia ad assumersi le sue responsabilità, Macron, che era da poco all'Eliseo, fece un summit a Parigi dicendo che l'Italia non poteva essere lasciata sola. Tempo una settimana e chiuse i porti. E' la Francia più della Spagna ad essere chiamata a una corresponsabilità, perché i casi "Aquarius" in estate aumenteranno. Ci vorrebbe una proposta risolutiva e il nostro governo se volesse potrebbe farla sua. 

Quale proposta? 

Quella di un coordinamento europeo non solo nella distribuzione dei migranti, ma nell'organizzazione degli sbarchi. Proprio quello che finora è mancato. 

Ha a che fare con la gestione dell'operazione Triton da parte del precedente governo? 

No. Triton è una missione europea finalizzata alla sicurezza delle frontiere, e gli sbarchi coordinati da Triton dobbiamo accettarli perché ci siamo impegnati a farlo. A meno che il governo non dia una disdetta formale; finora non lo ha fatto. Il punto è che occorre coordinare in sede europea anche gli sbarchi che non avvengono sotto bandiera europea, cioè da parte di navi private, come sono quelle delle Ong. 

Altrimenti? 

Altrimenti si verifica quello che vediamo: la nave privata chiede a un paese la possibilità di attraccare, ma quel paese chiude i porti; allora la nave va in un altro paese e anche questo può chiudere i porti. Se invece tutti gli sbarchi fossero coordinati dalla Ue, lo stato designato sarebbe obbligato ad accogliere. 

L'orientamento del governo è quello di impedire sbarchi da navi di Ong e di consentirli solo da navi della nostra marina. 

E' corretto, però manca la proposta formale. Il mio auspicio è che Conte porti al Consiglio europeo di fine giugno una proposta italiana, che potrebbe essere quella che ho citato. Se venisse accettata, l'Europa avrebbe tutti gli strumenti per valutare se questo o quel paese è maggiormente sotto pressione ed è in grado o non è in grado di accogliere. 

Insomma si tratterebbe di normare una zona grigia. 

Sì. Abbiamo dato all'Europa molte responsabilità, la missione Triton è una di queste, ma non abbiamo attribuito all'Europa il compito di coordinare le regole sugli sbarchi. 

Se la sua proposta venisse accettata? 

Il burden sharing (la condivisione degli oneri, ndr) non avverrebbe quando i migranti sono ormai sbarcati, ma quando sono in mare aperto. E' l'unico modo per risolvere la situazione. 

Chi potrebbero essere gli interlocutori dell'Italia in una iniziativa di questo tipo? 

Tutti gli Stati che non si affacciano sul Mediterraneo. Sarebbero i primi a giovarsi di un coordinamento degli sbarchi negli Stati marittimi. Perché se un'imbarcazione arriva a Valencia se ne occupa la Spagna, se arriva a Catania se ne occupa l'Italia, ma non se ne occupano mai né l'Austria né l'Ungheria né la Polonia. Poiché Salvini è molto interessato ai rapporti con il gruppo di Visegrad, su questa proposta quei paesi potrebbero essere nostri alleati. 

Non crede che in Libia Salvini e Minniti possano commettere lo stesso errore, negoziare accordi di contenimento illegali con i cosiddetti "sindaci", in realtà capi tribù libiche che non sono sotto la sovranità di nessuno? 

Vede, chi ha attaccato gli accordi fatti da Minniti conosce la Libia molto meno di chi, come me, se n'è occupato per anni. Se non facciamo quegli accordi, ci piacciano o no, ci saranno persone molto peggiori di quei sindaci che gestiranno comunque il traffico degli esseri umani. Molto meglio lavorare con i sindaci, che almeno nella struttura della Libia — che è tutta tribale — una qualche autorità ce l'hanno. 

Sicuro che non siano anche i trafficanti e gli schiavisti a trattare con i sindaci? 

Lo fanno di sicuro; infatti danno ai sindaci la tangente per passare. Noi dobbiamo dare ai sindaci le somme di denaro necessarie per far restare i migranti in Libia. Se ci accordiamo con i capi tribù, possiamo creare altre soluzioni. Una di queste potrebbe prevedere di pagare i capi tribù perché riaccompagnino i disperati ai paesi di origine. E' quello che tentammo di fare quando ero in Commissione europea e funzionò per due anni e mezzo. Poi la Libia esplose e non se ne fece più nulla. 

Che strada imboccare per una gestione dei flussi? 

Si va dal rafforzamento delle frontiere esterne (Austria, Slovenia) ai campi in Tunisia (Germania, Belgio), a chi insiste su Dublino (Francia, Svezia). L'unica cosa seria, su cui le Nazioni Unite hanno detto di essere d'accordo e quindi si tratterebbe solo di pigiare il bottone e andare avanti, è quella di fare degli hotspot nei paesi di transito: Marocco, Libia, Tunisia, sotto il controllo dell'Unhcr. Da parte sua, l'Europa dovrebbe aiutare anche economicamente i paesi di transito a far sì che questi hotspot non diventino campi di concentramento. Ci costerebbe meno, come Europa, che non fare la redistribuzione. Negli hotspot avverrebbe una scrematura preventiva, prima che le persone si avventurino in mare, e questo porterebbe un ulteriore vantaggio: il coordinamento degli sbarchi di cui ho parlato riguarderebbe solo rifugiati sicuri, non 100 candidati di cui solo 10 rifugiati riconosciuti. E' l'unica soluzione possibile e avrebbe, ripeto, il sì dell'Onu. 

Perché non sì è fatto? 
Manca la volontà politica. Penso però che il governo Conte sia favorevole anche a questa ipotesi. 


Si è mai pentito di avere firmato il regolamento di Dublino, nel 2003? 


Fu certamente un errore, visto con il senno di poi, però è evidente che nel 2003 nessuno poteva immaginare quello che sarebbe accaduto. La firma di Dublino fu in un certo senso necessitata, in quel momento avevamo la presidenza di turno dell'Unione e dovevamo negoziare addirittura il trattato costituzionale europeo. L'idea di un esodo epocale non esisteva, c'erano Gheddafi e Mubarak, i flussi erano controllati; il mondo era diverso. (Federico Ferraù)

13 giugno 2018

Foto La Presse 


13.6.18 | Posted in , , , , , , , , , , , , , | Continua »

PRESS: Le Autorità Russe proibiranno lo sterminio di cani e gatti randagi durante i Mondiali di Calcio 2018. Grande vittoria per i giovani di ZeroHackathon firmatari dell’appello #stopanimalcrueltyinsport

COMUNICATO STAMPA 
Le Autorità Russe proibiranno lo sterminio di cani e gatti randagi durante i Mondiali di Calcio 2018. Grande vittoria per i giovani di ZeroHackathon firmatari dell’appello #stopanimalcrueltyinsport 


MOSCA, 6 Giugno 2018 - Il Ministro degli Esteri Sergey Lavrov ha raccolto l’appello dei 300 giovani di ZeroHackathon 2018, ai Leader Mondiali contro lo strage degli animali negli eventi sportivi. 

Una grande vittoria per i giovani della SIOI che hanno firmato, insieme alle personalità e ai relatori illustri, l’appello di ZeroHackathon, la competizione giovanile di idee sullo Sport come strumento per lo sviluppo e la pace svoltasi a Roma  dal 2 al 4 maggio 2018 e organizzata dalla SIOI. 

L’appello è arrivato al Presidente Putin. Messaggero illustre il Presidente della SIOI Franco Frattini nella sua recente visita a Mosca. 

Le Autorità Russe proibiranno lo sterminio di cani e gatti randagi durante i Mondiali di Calcio 2018 costituendo dei centri di custodia intorno alla città di Mosca per la cura e sterilizzazione degli animali randagi. 

L’appello è stato promosso insieme al Comitato #Unitiperloro di Andrea Cisternino. Testimonial Giacomo Lucchetti e la sua cagnolina Juliet. 

Facciamo vincere la vita …sempre! 

 “Grandezza e progresso morale di una nazione si possono giudicare dal modo in cui tratta gli animali” (Mahatma Gandhi)


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APPEAL TO THE WORLD LEADERS “STOP ANIMAL CRUELTY IN SPORT!” 
Rome, May 2, 2018 

When sporting events arrive in the host countries, they are always accompanied by joy, happiness and a desire to present the best side of yourself. This desire to do well almost always turns into a death sentence for innocent stray creatures that suddenly turn into collateral damage for cities and places where sporting events take place. Ukraine, Brazil, Russia, Korea, Sicily and Morocco are just a few of the Nations that have become hell on earth for millions of stray dogs and cats. Sport is life, civil growth, respect for the weakest, be it human or animal. We appeal to the World Leaders to strive to make sure that sport is no longer synonymous with discrimination and violence but with a place where the absolute respect of the weakest and therefore of animals and environment, triumphs. We demand that the massacres of strays be stopped permanently during sporting events and that during the same events awareness campaigns are organized to respect the animals and the weakest among us. The necessary conditions that all Nations should be required to have in order to host a sporting event must be the protection of animals and the environment. Finally, we ask that a campaign be established to promote cruelty free sports nutrition, because respect for nature and the environment start right from the sportsman's meal. Let LIFE win. Always!


7.6.18 | Posted in , , , , , , , , , , , , , | Continua »

Video – Appello #StopAnimalCrueltyinSport

Video – Appello #StopAnimalCrueltyinSport


Il video e il testo dell’Appello #StopAnimalCrueltyinSport lanciato da #ZEROHackathon 2018 in occasione della cerimonia di apertura che si è svolta il 2 maggio 2018 al CONI affinché “si fermino definitivamente le stragi di randagi in occasione degli eventi sportivi e che durante gli stessi vengano organizzati momenti di sensibilizzazione per il rispetto delle creature e dei più deboli. Lo sport è vita, crescita civile, rispetto per il più debole, umano o animale che sia. Facciamo vincere la VITA. Sempre!“ 



Il testo integrale dell’appello: Gli eventi sportivi quando arrivano nei paesi ospitanti sono accompagnati da gioia, felicità e voglia di mostrare il lato migliore di noi. Quella voglia di fare bene si trasforma quasi sempre in condanna a morte per innocenti creature randagie che diventano improvvisamente rifiuti per le città e i luoghi dove si svolgono gli eventi sportivi. Ucraina, Brasile, Russia, Corea, Sicilia e Marocco sono solo alcuni paesi diventati inferno in terra per milioni di cani e gatti randagi. 
Lo sport è vita, crescita civile, rispetto per il più debole, umano o animale che sia. Facciamo appello al Presidente del Coni Giovanni Malagò, alle federazioni sportive, agli atleti tutti affinché lo sport non sia più sinonimo di discriminazioni e violenza ma luogo dove trionfi il rispetto assoluto dei più deboli e dunque degli animali e dell’ambiente. Chiediamo che si fermino definitivamente le stragi di randagi in occasione degli eventi sportivi e che durante gli stessi vengano organizzati momenti di sensibilizzazione per il rispetto delle creature e dei più deboli. Condizione necessaria per ospitare un evento sportivo deve essere la tutela di animali e ambiente. Chiediamo infine che venga istituita una campagna per promuovere un’alimentazione sportiva cruelty free perché il rispetto per la natura e l’ambiente comincia proprio dal pasto dello sportivo.
Facciamo vincere la VITA. Sempre!





English version: 

“When sporting events arrive in the host countries, they are always accompanied by joy, happiness and a desire to present the best side of yourself. This desire to do well almost always turns into a death sentence for innocent stray creatures that suddenly turn into collateral damage for cities and places where sporting events take place. Ukraine, Brazil, Russia, Korea, Sicily and Morocco are just a few of the Nations that have become hell on earth for millions of stray dogs and cats. Sport is life, civil growth, respect for the weakest, be it human or animal. We appeal to the President of Coni Mr. Giovanni Malagò, to sports federations and to all athletes to strive to make sure that sport is no longer synonymous with discrimination and violence but with a place where the absolute respect of the weakest and therefore of animals and environment, triumphs. We demand that the massacres of strays be stopped permanently during sporting events and that during the same events awareness campaigns are organized to respect the animals and the weakest among us. The necessary conditions that all Nations should be required to have in order to host a sporting event must be the protection of animals and the environment. Finally, we ask that a campaign be established to promote cruelty free sports nutrition, because respect for nature and the environment start right from the sportsman’s meal. 

Let LIFE win. Always!”

10.5.18 | Posted in , , , , , , , , , , | Continua »

#ZEROHACKATHON 2018: SPORT COME STRUMENTO DI PACE

Lo Sport per la pace e lo sviluppo: voce alle idee dei giovani! 

#ZEROHackathon2018


Roma – “In un panorama internazionale caratterizzato da crescenti tensioni, non c’è momento migliore che questo per guardare allo Sport come un potente strumento di dialogo tra le nazioni, di avanzamento verso la pace e lo sviluppo”.

Con le parole del Presidente della SIOI, Franco Frattini, si è aperta la seconda edizione di #ZEROHackathon, la competizione internazionale di idee per under 30 che dal 2 al 4 maggio riunisce a Roma più di 200 brillanti menti provenienti da tutto il mondo e che si concluderà questa mattina nella Sala delle Conferenze Internazionali della Farnesina.

Unire l’apprendimento non formale con i valori dello Sport è l’obiettivo principale dell’iniziativa, inaugurata il 2 maggio al Centro di Preparazione Olimpica “Giulio Onesti” alla presenza di Franco Frattini, Giovanni Malagò, Kelly Degnan, Sabrina Bono, Beatrice Covassi, Luigi Maria Vignali, Daniela Bas,  Paolo Glisenti, Alfio Giomi, Andrea Cisternino. Testimonial d’eccezione i campioni olimpici Francesca Lollobrigida, Giovanni Pellielo e Giacomo Lucchetti.

“Stand up per la difesa degli animali non solo oggi ma che sia il mantra di ogni giorno” ha concluso il Presidente Malagò a sostegno dell’Appello, promosso dalla SIOI con il Comitato #UnitiperLoro, contro la strage degli animali per motivi sportivi.







Dopo la staffetta simbolica organizzata dalla FIDAL, il campo da gioco è diventato Palazzetto Venezia, sede della SIOI, dove i 20 Team di studenti, di scuola superiore e università, hanno dato vita ad una 24 ore di co-progettazione confrontandosi sulle principali sfide che lo Sport affronta nel suo ruolo di promotore del dialogo tra i popoli, del rispetto dei Diritti Umani, sull’integrità dello Sport e il suo potere inclusivo.



Quali saranno le idee progettuali più originali e realizzabili verrà decretato questa mattina dalla Giuria d’eccezione composta dai rappresentanti delle principali istituzioni nazionali e internazionali che hanno sostenuto l’evento, tra cui il Luigi Maria Vignali e Pietro Sferra Carini del MAECI (Farnesina), Alvio La Face del CONI, Simona Montesarchio del MIUR, Menaka Nayyar dell’Ambasciata USA in Italia, Paola Bocchia della Rappresentanza in Italia della Commissione europea, Enrico Varriale della RAI, Cristina Puccia della SIOI e Angela Scicchitano del MSOI

Solo il Team che avrà saputo unire creatività, innovazione, interdisciplinarietà e capacità di impatto nei loro progetti multimediali si aggiudicherà il podio. Che vinca il migliore!

And the Winners are....to be continued ....

Gallery Flickr: SIOI #ZeroHackathon 























4.5.18 | Posted in , , , , , , , , , , , , , , , | Continua »

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