Frattini: “Di Maio vuole dall’Ue la completa revisione ​​​​​​​delle sanzioni a Putin”

Frattini: “Di Maio vuole dall’Ue la completa revisione ​​​​​​​delle sanzioni a Putin”
E sulla Libia: «Dialogare con Mosca e Ankara» 


Franco Frattini, magistrato e presidente dell' Associazione italiana per l' Onu-SIOI, è stato due volte ministro degli Esteri nei governi Berlusconi e Commissario europeo. Il suo è uno dei nomi più accreditati per l'incarico di inviato speciale dell'Italia in Libia. In questi giorni i suoi consigli sono molti utili al ministro degli Esteri Luigi Di Maio. La chiave per capire come intenda muoversi Roma sta in quello che lo stesso Di Maio ha confidato a Frattini: il responsabile della Farnesina ha chiesto all'Alto rappresentante Ue Borrell di ridiscutere le sanzioni alla Russia. 

Qual è il senso di questa mano tesa a Putin, sapendo che ci metteremo contro Trump? 

«A noi la Russia serve moltissimo per difendere i nostri interessi nazionali. Di Maio ha fatto un passo molto importante con Borrell. Un passo che avremmo dovuto fare tre, quattro anni fa. Noi avremmo dovuto dire basta con le sanzioni». 

Pensa che Borrell metterà il tema delle sanzioni all' ordine del giorno a Bruxelles? 

«Conoscendolo bene, visto che da commissario europeo ho lavorato con lui, credo proprio di sì». 

A parte Trump, anche Merkel e Macron saranno contrari a mettere in discussione le sanzioni a Mosca. 

«Può darsi, ma almeno si saprà da che parte stiamo noi e da che parte loro». 

Scusi, da che parte dovremmo stare noi? Ci spieghi perché adesso dobbiamo stare dalla parte della Russia? 

«Noi dobbiamo stare dalla parte dei nostri interessi nazionali come fanno gli altri Paesi, ma abbiamo un at out che gli altri non hanno, cioè possiamo parlare in amicizia con tutte le parti in causa sia in Libia sia in Medio Oriente. Noi come Italia possiamo avere un ruolo di mediazione nei conflitti. In ogni caso dobbiamo farci sentire ai tavoli delle potenze che hanno in mano le sorti di un Paese a poche miglia dalle coste italiane. In Libia abbiamo interessi di primaria grandezza, energetici, migratori, ma anche rapporti politici e di amicizia di lunghissima durata». 

Forse meglio dire "avevamo". Noi abbiamo sostenuto Sarraj, ma ora Di Maio pensa che Sarraj ci abbia tradito con la Turchia e apre ad Haftar. Abbiamo cambiato alleato? 

«Ho parlato con Di Maio e lui non parla di alleanza con Haftar ma si rende conto degli errori del passato: non possiamo schiacciarci su Sarraj. Il ministro degli Esteri si rende conto che potremmo avere una sponda forte a Mosca e allora perché appiattarsi con una delle parti quando possiamo aiutare gli uni e gli altri? La conferenza di Palermo sembrava che avesse segnato un equilibrio tra le due parti e ci siamo buttati tra le braccia di Sarraj». 

Con gli Stati Uniti che avevano promesso al premier Conte sostegno in Libia. 

«Gli americani avevano detto "bravi, occupatevi della Libia", ma poi ci hanno lasciato soli. Ecco perché dobbiamo discutere con la Russia, rimettendo in discussione le sanzioni economiche, e anche con la Turchia. Dopodomani (domani per chi legge, ndr) a Sochi si incontreranno Putin, che sostiene Haftar, ed Erdogan, che ha mandato i suoi soldati in difesa di Sarraj: decideranno il futuro della Libia, come hanno fatto per la Siria. Speriamo che la Libia non venga spartita in due, ma è tra le ipotesi in campo. Ecco perché dobbiamo riaprire la discussione pure con Ankara e difendere il lavoro di Eni. È stato un errore chiudere la porta in faccia alla Turchia come hanno fatto nel 2003 Chirac e Schröder». 

Insomma la piccola Italia a suo parere può diventare una potenza regionale, da sola, senza l'Europa. Questa logica vale anche per la vicenda iraniana? 

«Sì. Noi in Iraq abbiamo mille soldati. Va bene, siamo leali con gli Stati Uniti ed è giusto decidere anche con gli altri Paesi europei se rimanere. Ma una volta ribadita la nostra lealtà, dobbiamo poter dire come la pensiamo su certe iniziative come l'uccisione di Soleimani». 

Allora Di Maio ha fatto bene a prendere le distanze da Washington? 

«È una mossa ragionevole se il passo successivo sarà quello che io suggerisco: ridare all'Italia un ruolo di pontiere. Con l'Iran abbiamo un rapporto consolidato da sempre. Senza nulla togliere alla nostra forte amicizia con Israele, dobbiamo avere una posizione autonoma. Vediamo se gli iraniani ci snobberanno e se gli americani diranno che li abbiamo pugnalati alle spalle. Io so che il ministro degli Esteri iraniano sta facendo molte telefonate ai Paesi occidentali e spero che una la faccia anche a Roma. Francesi e tedeschi hanno fatto sponda con la Cina invece di fare un vertice subito per cercare l'unità europea». 

Lei pensa che Trump in questo momento ci voglia tra i piedi nel ruolo di pontieri e pompieri? 

«In un momento in cui molti degli alleati europei stanno esprimendo contrarietà al raid americano, Trump ha contro la Russia, la Turchia e la Cina. Nello scacchiere mediorientale, oltre Israele, hanno dalla loro parte i sauditi ma rischiano di imbarcarsi in una polveriera. Noi abbiamo un filo da riagganciare con gli iraniani».

8.1.20 | Posted in , , , , , , , , , , , , , , , | Continua »

La SIOI e il Ministero dell'Interno hanno siglato un Protocollo d'Intesa per istituire una partnership strutturata volta alla formazione dei Funzionari ed Ufficiali della Scuola per le Forze di Polizia


La SIOI e il Ministero dell'Interno hanno siglato un Protocollo d'Intesa per istituire una partnership strutturata volta alla formazione dei Funzionari ed Ufficiali della Scuola per le Forze di Polizia



Roma, 9 dicembre 2019

Il Presidente della SIOI, Franco Frattini e il Capo della Polizia, Prefetto Franco Gabrielli, hanno siglato il protocollo lo scorso 29 novembre, alla presenza del Ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese. 

“Con la collaborazione della Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale (SIOI), è stato pianificato un articolato percorso addestrativo per funzionari e ufficiali, che consentirà loro l’acquisizione dell’expertise necessario a ricoprire posizioni sempre più di vertice in seno ad organismi internazionali e, in particolare, alle istituzioni europee che operano sul fronte della sicurezza.” 





Queste le parole del Gen. D. G. di F. Giuseppe Bottillo, Direttore della Scuola di Perfezionamento per le Forze di Polizia, durante il suo intervento, il 3 dicembre scorso, in occasione della cerimonia di apertura dell’Anno Accademico 2019/2020, che si è svolta alla presenza del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella



9.12.19 | Posted in , , , , , , , , , , , | Continua »

È giusto stringere patti con la Cina se il governo sarà capace di non subirli. Parla Frattini

È giusto stringere patti con la Cina se il governo sarà capace di non subirli. Parla Frattini 

Conversazione con l'ex ministro degli Esteri, Franco Frattini: l'Italia deve avere un ruolo proattivo con Pechino e saper spiegare bene agli Usa le dinamiche di questa intesa. Sull'intelligence Di Maio sbaglia e occhio alla Francia in Libia... 


di Valentino Di Giacomo, Formiche 

Dalla Cina alla Libia, passando per lo scontro Di Maio-Salvini circa il riassetto, ricalcando il modello americano, dei nostri comparti di sicurezza e di intelligence. Franco Frattini, ex ministro degli Esteri e attualmente presidente del Sioi, ne parla con la moderazione di chi ha passato una vita negli ambienti diplomatici. 

Oggi Xi Jinping al Quirinale ha detto che con l’Italia vuole incrementare lo scambio di informazioni. Questo non rischia di allarmare ulteriormente i nostri alleati americani?
È sempre stato così, la Cina ha sempre attribuito ai Paesi occidentali e in particolare all’Italia un rilevante ruolo nel cosiddetto knowledge sharing. Ovviamente lo scambio di informazioni è un tema che il governo farebbe bene a delimitare proprio per non creare ulteriori frizioni con gli Usa. Escludo comunque possa mai avvenire uno scambio di informazioni a livello di intelligence con Pechino o per quanto riguarda i dossier riguardanti la Difesa e gli armamenti, ma su questo punto bene ha fatto il presidente del consiglio, rinforzando la golden power, a darsi la possibilità di intervenire qualora fossero messi a rischio settori strategici del nostro Paese. 

Andrebbe forse chiarito anche dal punto di vista comunicativo, gli americani potrebbero fraintendere. 
Certo, è un passaggio che sarà necessario. Il rischio è che gli Usa possano travisare la tipologia di informazioni a cui Xi Jinping si riferiva, i membri del governo devono chiarire di che informazioni si tratta. Tutto bene finché si parla di informazioni commerciali, ma su materie riservate come infrastrutture critiche, cablaggio di cavi, 5G non si può scherzare. 

A proposito di intelligence, ha letto le dichiarazioni di Di Maio e Salvini? Il primo vorrebbe adeguare i nostri comparti di sicurezza sulla forma dei modelli americani, il secondo rifiuta ogni confronto dicendo che abbiamo la migliore intelligence del mondo. Da che parte sta? 
Senza dubbio con Salvini, la nostra intelligence è tra le migliori del mondo e lo posso dire essendo stato per 5 anni presidente del Copaco (l’ex Copasir). Del resto basta vedere i risultati ottenuti in questi anni in tema di antiterrorismo. Parlare di riordino mi sembra fuori luogo. 

Questo accordo tra Roma e Pechino porterà più vantaggi o pericoli, non rischiamo di fornire ulteriore know-how alla Cina? 
Dipende se l’Italia sarà capace di avere un ruolo proattivo, l’incognita è tutta lì. Già oggi abbiamo diverse forme di collaborazione con loro, ad esempio i cinesi sono la terza popolazione di stranieri a studiare in Italia e già diamo loro strumenti di conoscenza con le università o i master. Dal canto suo Pechino, con l’ultima legge approvata dall’Assemblea del Popolo, ha equiparato le imprese cinesi a quelle straniere purché queste scambino informazioni e tecnologie, chiaramente sono molto interessate alla ricerca italiana in vari settori. Nella stessa legge però finalmente inaspriscono le sanzioni sui brevetti facendo un primo passo in una reale economia di mercato. 

L’interesse verso i nostri porti va vista come una mossa economica o geopolitica? 
Prevale il secondo aspetto. Ma devo dire, con una battuta, che l’Italia di Marco Polo non può restare fuori dalla nuova Via della Seta. E dobbiamo farlo senza pensare troppo alle proteste di alcuni Paesi europei. L’Italia, a partire dal governo Gentiloni, è già oggi membro dell’Asia Investment Bank, detenendo un 2,5 per cento di questa istituzione. Se usato bene questo accordo può rilanciare anche il ruolo dell’Italia nel Mediterraneo. Il Pireo comprato dai cinesi non si è rivelato così fruttuoso per loro perché al nord della Grecia non ci sono grandi infrastrutture, mentre da Trieste o da Genova gli scambi possono essere di ben altro livello. 

Stiamo spostando il nostro asse verso Est? 
Spero di no, dovremo essere bravi a spiegare, anche agli amici Usa, che se l’Italia gioca un ruolo con la Cina può essere un vantaggio anche per loro. È già avvenuto con l’Iran, Paese con cui continuiamo le nostre relazioni commerciali, ma siamo stati esentati dalle contro-sanzioni americane a differenza di altri Paesi. Per questo dico che l’Italia deve saper giocare un ruolo attivo, senza subire questo accordo, anche perché poi i cinesi vanno veloci come treni. Quando ero ministro degli Esteri dicemmo si al progetto russo sul South Stream, gli Usa ci guardarono con diffidenza. Mi chiamarono, li invitai a Roma e dissi loro che non avevamo segreti con i nostri amici facendo una full disclosure del progetto. Sia Hillary Clinton che Barack Obama restarono soddisfatti. 

Oggi, nel corso del loro incontro, Conte e Macron avranno parlato anche di Libia oltre che di Tav? In fondo non possiamo aspettarci che possa aiutarci la Cina sul dossier libico… 
Spero ne abbiano parlato e magari per trovare soluzioni comuni. La Cina in Libia non ha oggi un interesse diretto, ma quando cadde Gheddafi seguimmo l’evacuazione dal Paese e decine di migliaia di lavoratori cinesi erano in lì. Scoprimmo che erano quanto i turchi. Questo dimostra che se la Libia tornasse ad avere una stabilità anche la Cina potrà avere degli interessi. In altri Paesi africani, ad esempio, l’Italia già potrebbe sfruttare questo rapporto con loro per mitigare la loro tendenza coloniale. L’Italia dovrà essere capace di coinvolgere tanto Usa, Russia e anche l’Egitto. Abbiamo forse ecceduto in questi anni a schiacciare la nostra posizione solo sul governo di Tripoli e su Serraj. Oggi serve includere in un percorso anche il Generale Haftar e spero che la prossima conferenza organizzata dall’Onu a metà aprile riesca a fare chiarezza. Spero che questo avverrà prima che Haftar sarà arrivato a Tripoli e magari accompagnato da un generale francese… Già nei mesi scorsi il Feldmaresciallo ha conquistato il Sud libico grazie ai caccia francesi. 

Su questo attivismo francese ha influito l’incontro tra Di Maio e Di Battista con il leader dei gilet gialli? 

Loro certe cose se le legano al dito, non mi stupirebbe. Anche se è da tempo che la Francia intende scalzarci la leadership in Libia.

25.3.19 | Posted in , , , , , , , , , , | Continua »

Intervista a Franco Frattini - Frattini: costruiamo muri per poter nascondere le nostre responsabilità

Intervista a Franco Frattini - Frattini: costruiamo muri per poter nascondere le nostre responsabilità 
Avvenire, 19 Dicembre 2018



Paolo Lambruschi -II traffico di armi, gli squilibri che creano migrazioni, la corruzione e i vizi della politica e lo spazio negato ai giovani di qualità. Sono le sottolineature del Messaggio papale per la Giornata mondiale della pace 2019 che hanno toccato Franco Frattini, 61 anni, due volte ministro degli Esteri con i governi di Silvio Berlusconi e commissario europeo alla Giustizia, libertà e sicurezza. Oggi è tornato in magistratura. 

Partiamo dalle armi. Il Papa denuncia l'escalation e la proliferazione incontrollata. Cosa suggerisce la sua esperienza di governo? 
Il Papa ha toccato il tema più delicato, il primo pericolo. Dietro alla proliferazione c'è un enorme traffico che non risparmia nessuno. Gli Stati più grandi - Usa, Cina, Russia - vendono a Paesi "amici" grandi quantità di armi e la proliferazione crea aree del globo che sono autentiche polveriere. La minaccia di Trump di disdettare l'accordo di non proliferazione è pericolosa perché da 'impressione che ci si possa riarmare. Non a caso la Russia ha ricominciato a dispiegare missili di media gittata e nell'area mediorientale si fronteggiano due potenze probabilmente con armi nucleari come Israele e Iran e una terza, l'Arabia Saudita, che non avrebbe difficoltà a procacciarsele. C'è un esempio virtuoso, un gesto unilaterale da imitare, il Kazakistan, che pochi conoscono: dopo il crollo dell'Urss si ritrovò con il più grande numero di testate nucleari dell'impero sovietico e il presidente Nazarbayev decise di smantellarle. 

Perché sono minacce alla pace la xenofobia e la tendenza, non solo dei politici italiani, di incolpare in modo insostenibile i migranti di ogni male? Perché ci occupiamo di migranti solo quando arrivano a casa nostra per nascondere la colpa del mondo ricco di non avere investito nelle zone di origine. Invece di costruire muri, dovevamo promuovere sviluppo sostenibile in Africa, oggi semicolonizzata dalla Cina e terra di scorribande di milizie islamiche. Non c'è pace con i flussi dalle aree di origine e con queste tensioni in nazioni di destinazione mai state xenofobe dove la gente si sente invasa e vuole respingere. Ma questa Europa distratta e avara ha destinato meno di un miliardo all'Africa contro i 5 miliardi alla Turchia per fermare i rifugiati siriani. 

La corruzione e la sete di potere sono veri pericoli? 
La rettitudine è precondizione per la vita politica. Poi ci vogliono competenza, capacità di ascolto e possibilmente doti elencate nel decalogo del cardinale Van Thuan citato da Francesco. Dico solo che negli Usa le selezioni dei due partiti partono dal lavoro. Se uno non ha un mestiere né spalle robuste viene scartato. Da noi i giovani migliori vengono esclusi.

19.12.18 | Posted in , , , , , , , , , , , , , , | Continua »

Italia-Libia: Frattini, Roma ha portato Haftar a partecipare a conferenza Palermo grazie alla Russia


Mosca, 13 nov 08:41 - (Agenzia Nova) - La conferenza di Palermo per la Libia, inaugurata nella serata di ieri 12 novembre, deve in gran parte il suo successo alla Russia. Lo ha dichiarato Franco Frattini, già ministro degli Esteri italiano dal 2002 al 2004 e attualmente presidente della Società italiana per l'organizzazione internazionale (Sioi), durante un'intervista rilasciata all'agenzia di stampa russa "Tass". Se il comandante dell'autoproclamato Esercito nazionale libico, il generale Khakifa Haftar non si fosse recato a Palermo, la conferenza per la Libia "sarebbe stata un fallimento", ha aggiunto Frattini. Il presidente della Sioi ha poi affermato: "Spero che la conferenza di Palermo raggiunga un risultato: un incontro di Haftar con il capo del governo di accordo nazionale libico Fayez al Sarraj, che può portare a un accordo sulle prospettive per le elezioni del prossimo anno". Tuttavia, per Frattini "prima bisogna concordare un nuovo governo e un nuovo Consiglio nazionale, ossia rafforzare l'attuale governo, che attualmente non è in grado di controllare l'intero territorio nazionale". A ogni modo ha evidenziato il presidente della Sioi,"la Russia ha svolto un ruolo cruciale perché Mosca ha lavorato affinché Haftar partecipasse alla conferenza" di Palermo. "Se Haftar non fosse venuto, è ovvio che la conferenza sarebbe stata un fallimento", ha dichiarato Frattini. Secondo l'ex ministro degli Esteri, Roma è riuscita a ottenere l'appoggio di Mosca durante la recente visita del presidente del Consiglio Giuseppe Conte a Mosca. "Dovremmo essere grati alla Russia per l'aiuto", ha aggiunto Frattini. Il presidente della Sioi ha anche notato l'importanza della partecipazione alla conferenza di Palermo di Tunisia, Algeria ed Egitto, "il cui sostegno è stato è stato possibile ottenere con l'aiuto di Mosca".



13.11.18 | Posted in , , , , , , , , , , , , , | Continua »

Conferenza di Palermo, successo o passerella? Parla Franco Frattini

Conferenza di Palermo, successo o passerella? Parla Franco Frattini 

 di Francesco Bechis 


L'ex commissario europeo e ministro degli Esteri a Formiche.net: il rischio di una passerella è reale. Per trasformare la conferenza in un successo bisogna coinvolgere tutte le parti in causa, nessuno escluso. Ma i tempi non sono maturi per una nuova Pratica di Mare 


Mancano meno di due settimane alla Conferenza internazionale sulla Libia convocata dal governo Conte a Palermo per il 12-13 novembre. Molte, troppe le incognite sull’evento che, almeno nelle intenzioni, deve mettere una pietra sulla guerra civile e ridare all’Italia il ruolo di pivot che ha sempre avuto nella regione. Il successo è appeso a un filo. Di blitz e passerelle ce ne sono state tante in questi anni, tutte finite con una stretta di mano e poco più. 

Lo sa bene Franco Frattini, che oggi presiede la Sioi (Società italiana per l’organizzazione internazionale) ma pochi anni fa ha dovuto gestire da ministro degli Esteri la drammatica transizione della Libia dal regime del colonnello Gheddafi al caos dei bombardamenti e delle lotte tribali. A giugno l’ex Commissario europeo ha incontrato l’amico Sergej Lavrov, il ministro degli Esteri russo. È stata occasione per parlare anche di Libia. A Formiche.net Frattini confida dubbi e aspettative dei russi sulla conferenza siciliana. E fa un inventario puntuale degli errori da non commettere. 

 Franco Frattini, cosa può trasformare la conferenza di Palermo in un successo?
Credo che siano tre gli obiettivi da porsi. Punto primo, che tutte le fazioni libiche, compresi i gruppi tribali, si impegnino insieme per combattere il terrorismo e sottrarre al controllo dei trafficanti di esseri umani le rotte migratorie. Due, permettere al Paese di riavviare a pieno regime l’estrazione del petrolio. In questi anni la contrazione della produzione ha peggiorato le vite dei cittadini libici, che con Gheddafi erano abituati a non pagare i libri di scuola, alla sanità gratuita e ai prezzi stracciati della benzina. Guai se qualcuno dovesse pensare oggi: “Quando c’era Gheddafi si stava meglio”.   

Come si può evitare? 
Seguendo l’esempio del generale Haftar, che quando ha preso il controllo dei pozzi di estrazione ha avuto la saggezza di coinvolgere la Noc (National Oil Corporation, ndr). 

E il terzo obiettivo? 
Porre le basi per un vero governo di unità nazionale in cui Tobruk e Tripoli si riconoscano a vicenda, ma soprattutto in cui siano coinvolte anche le altre parti contraenti lasciate ai margini in questi anni, come i Tuareg o le tribù del Fezzan. 

C’è chi teme che a Palermo vada in scena l’ennesima passerella. Per dirla con le parole di Conte, che si tratti di una conferenza sulla Libia e non per la Libia… 
È un rischio. Molto dipenderà dalla capacità del governo italiano di impegnare i suoi interlocutori, soprattutto Haftar e Al Sarraj, al rispetto degli accordi. In passato è stato commesso l’errore, soprattutto con la Francia di Macron, di organizzare incontri-passerella in cui nessuno veniva chiamato ad assumersi le sue responsabilità. Tornati all’Eliseo gli alti ufficiali francesi non cambiavano di una virgola la loro opinione. 

Quali errori deve evitare il governo gialloverde? 
Non limitarsi ai memoranda of understanding, servono condizioni precise da far rispettare alle parti coinvolte. Al tempo stesso non bisogna dare l’impressione di voler fare della Libia un protettorato, limitandosi a dare ai libici una pacca sulla spalla e indicare una data per le prossime elezioni. Dobbiamo chiederci cosa possiamo fare noi per loro, non viceversa. 

Il generale Haftar ha confermato la sua partecipazione, e da Tobruk fanno sapere di accogliere con favore un ritorno dell’ambasciatore Perrone. Sono segnali incoraggianti? 
Assolutamente, Haftar ha un ruolo che nessuno può cancellare e la distensione con il governo italiano è una buona notizia. Conosco bene l’ambasciatore Perrone che è un eccellente diplomatico, ma non credo che il generale ce l’avesse con lui. Penso piuttosto che intendesse esprimere la sua approvazione per il cambio di policy italiana, dopo anni in cui lo Stivale, sbagliando, ha guardato esclusivamente a Tripoli. 

I francesi sembrano aver fatto un passo indietro. È così?
Fin dai tempi di De Gaulle la Francia non ha amici ma interessi. Oggi l’interesse dei francesi è rimanere seduti al tavolo. Hanno capito che da soli non ce la fanno e stanno riconoscendo, più per convenienza che per amicizia, la leadership italiana in Libia. 

Prima dell’estate ha avuto un incontro privato con il ministro degli Esteri russo Lavrov. Quali sono le aspettative dei russi su questa conferenza? 
Lavrov mi ha confermato quello che già immaginavo. Mosca spera che l’Italia giochi un ruolo di pacificatore, si fida di noi ed è pronta a darci una mano. Non scordiamo che i russi sono i primi a guadagnare dalla stabilità della Libia. Nel silenzio il governo russo sta lavorando, penso ad esempio all’accordo fra Rosneft e Noc per i prossimi 15 anni di collaborazione nel settore energetico. E poi i russi hanno un legame strettissimo con il presidente egiziano Al Sisi, che è l’unico che dispone di una leva su Haftar. Se, come sento, a Palermo arriverà il primo ministro russo Medvedev per l’Italia la conferenza sarà un successo. 

A Washington Trump e Conte avevano annunciato una cabina di regia Italia-Usa per la Libia. La conferenza di Palermo può essere occasione di una nuova Pratica di Mare? 
 I tempi non sono maturi, tanto più ora che Trump vede procedere l’inchiesta del procuratore Mueller sul caso Russiagate. È vero però che l’Italia può giocare la carta degli eccellenti rapporti con Mosca e Washington per favorire una stretta cooperazione fra le parti, che di fatto è già in atto. In Libia come in Siria c’è un filo diretto fra i vertici militari russi e americani per coordinare i bombardamenti e le operazioni anti-terrorismo.

5.11.18 | Posted in , , , , , , , , , , , , , | Continua »

Intervista: Vi spiego perché a Helsinki Trump e Putin hanno cambiato le regole del gioco. Parla Frattini

Vi spiego perché a Helsinki Trump e Putin hanno cambiato le regole del gioco. Parla Frattini 


Il presidente della Sioi, già commissario europeo e ministro degli Esteri, definisce il vertice di Helsinki "una grande vittoria". L'Europa ancora una volta non è pervenuta 

C’è chi griderà allo scandalo, accogliendo il presidente Trump al suo ritorno in patria con cartelli di sdegno per aver svenduto il Paese al nemico. Chi invece si farà prendere dall’entusiasmo, ringraziando il Tycoon per aver fatto l’America great again. Su un punto nessuno potrà litigare: il vertice di Helsinki fra Donald Trump e Vladimir Putin entra di diritto nella storia e cambia le regole del gioco. Il tifo da stadio non aiuta a capirne la portata. Per questo Formiche.net ha commentato a caldo il faccia a faccia con il presidente della Sioi Franco Frattini. Che da ex commissario europeo e ministro degli Esteri può dire senza timore di smentita di conoscere bene il Presidente russo. E sembra convinto che lo spirito di Pratica di Mare resti l’unica via per allontanare una volta per tutte la Guerra Fredda. 

Come con Kim Jong-un, anche questo incontro si è concluso fra sorrisi e strette di mano. Questa è una sconfitta per il Presidente americano? 

È stata una grande vittoria per entrambi, perché hanno dimostrato di essere in grado di superare tutte le critiche dell’establishment politico interno pur di arrivare a questo incontro. Le risposte di Trump sono state convincenti. L’offerta di Putin di consentire alla commissione di Mueller di recarsi in Russia per indagare gli agenti sospetti è stata una mossa spiazzante. 

In cambio ha chiesto di indagare in Russia gli agenti americani sospettati di interferenze. Davvero c’è da esultare? 
Putin ha fatto un esempio molto chiaro: quello di un americano che ha evaso il fisco sia in Russia che negli Stati Uniti e ha finanziato con 400 milioni di dollari la campagna elettorale di Hillary Clinton. È comprensibile che le autorità russe vogliano indagare. 

Mi sembra molto ottimista sul vertice.. 

In questi vertici internazionali non vengono quasi mai firmati veri accordi, ciò che conta è il messaggio. Tutti credevano che portandosi dietro John Bolton Trump volesse “dichiarare guerra” alla Russia. E invece il Presidente americano ha spiazzato l’establishment politico, tanto quello democratico quanto quello repubblicano. Al di là dei meriti, Trump ha dimostrato di rimanere coerente alle sue promesse. 

C’è il rischio che abbia spiazzato anche l’intelligence e i suoi vertici militari, solitamente poco disposti a mostrarsi accondiscendenti con i russi. 

Trump non è stato accondiscendente. Si è impegnato a uno scambio informativo fra le due parti per la lotta al terrorismo, una strategia che ha permesso di sventare l’attentato a San Pietroburgo. Ha detto che i rispettivi eserciti collaborano molto meglio dei politici. E questo mi rassicura molto: se in Siria americani e russi coordinano i bombardamenti diminuiscono le stragi e aumentano le chances di sconfiggere una volta per tutte Daesh. Ha parlato dei corridoi umanitari, e Putin ha promesso di inviare aerei cargo per soccorrere la popolazione civile. Scegliere di non agitare lo spettro della Guerra Fredda è una mossa saggia, non accondiscendente. 

Converrà con me che le rassicurazioni russe per la soluzione della crisi siriana sono state un po’ vaghe. 
E invece anche su questo il vertice è stato un successo. Per la prima volta Russia e Stati Uniti hanno preso posizione a favore di Israele, dopo anni in cui ci eravamo abituati a vedere una Russia anti-israeliana. La recente visita di Nethanyahu a Mosca ha fatto un altro centro: Putin ha detto di volersi impegnare per la sicurezza nelle alture del Golan, dove Tel Aviv fa fronte a gravi minacce. L’Europa è stata ancora una volta la grande assente. 

Il disgelo fra Russia e Stati Uniti sta mettendo all’angolino il Vecchio Continente? 
L’Europa ha dimostrato di essere del tutto inesistente. A furia di portare avanti crociate prima contro la Russia, poi contro l’America, l’Europa si è autoesclusa dal palcoscenico internazionale. Mi auguro che il presidente Juncker capisca che non si può fare allo stesso tempo il muso duro con Russia, Cina e Stati Uniti. L’Europa avrebbe dovuto anticipare il summit di Helsinki, dando una chance alla Russia e rivedere il regime delle sanzioni come proposto dal governo Conte. 

Che però ha votato le sanzioni in seno al Consiglio Ue senza battere ciglio… 
Non aveva altra scelta, era il suo primo vertice europeo e ha dovuto fare i conti con le ossessioni anti-russe di alcuni Stati membri. Sono sicuro che alla luce del faccia a faccia fra Trump e Putin durante il vertice europeo di ottobre Conte avrà un argomento più forte per far sentire la sua voce. Dopo il summit di Helsinki gli Stati membri sono messi di fronte a un aut aut: scomparire del tutto dall’orizzonte, o rientrare in gioco prima che Stati Uniti e Russia calino il sipario togliendosi reciprocamente le sanzioni. Se accadesse gli europei rimarrebbero gli ultimi samurai a combattere una guerra già finita. 

L’Italia ha qualche carta in più rispetto agli altri Stati membri? 

Assolutamente si. Anche durante le peggiori escalation, come nell’ultima, sciagurata fase dell’era Obama, quando sono stati piazzati missili in Polonia e Romania e la Guerra Fredda sembrava alle porte, l’Italia ha sempre detto no alla politica del muro contro muro. Lo hanno fatto Berlusconi, Renzi, Gentiloni e lo sta facendo magistralmente Giuseppe Conte. La Germania, che ha qualche risorsa in più, è stata più furba e ha detto si al gasdotto russo del Nord Stream 2 senza dar troppo peso alle proteste di Obama. 

A proposito del Nord Stream 2, Trump giorni fa ha fatto dichiarazioni pesanti sulla dipendenza energetica di Berlino da Mosca, ora ha fatto marcia indietro. Come si spiega? 
Trump, da buon uomo di affari, ha depoliticizzato la questione, riducendola a una contesa commerciale. Ha spiegato che gli Stati Uniti hanno interesse a vendere il loro gas e hanno intenzione di rimanere competitors dei russi. 

Rimane una contraddizione di fondo. L’Europa si schiera con l’Ucraina nel conflitto del Donbass, e poi apre le porte a un condotto di gas russo costruito appositamente per bypassare il territorio ucraino. 
È vero. Ma Putin è stato previdente e ha confermato non solo di voler mantenere, ma addirittura di voler ampliare il condotto sul territorio ucraino. Non aveva mai dato queste rassicurazioni. Anche questo è un successo che si deve alla leadership di Trump. 

Veniamo alla forma dell’incontro, che in questi vertici è anche sostanza. Ancora una volta Trump ha attaccato duramente il sistema mediatico americano, senza risparmiare il sistema giudiziario e perfino l’intelligence. Così non rischia di danneggiare la credibilità del Paese di fronte a uno storico avversario? 
Su questo siamo d’accordo, non si può parlare in questo modo delle proprie forze di intelligence di fronte a un competitor. Credo che questi attacchi nascondino una forte frustrazione. A differenza dei suoi predecessori, Trump non è ancora riuscito a fare uno spoil system. In America questo sistema rimuove 5-6.000 funzionari pubblici, parliamo di numeri importanti. Trump non ci è riuscito perché ha contro tanto la classe dirigente democratica quanto quella americana. 

Nel bel mezzo della conferenza Putin si è preso due minuti per spiegare ai giornalisti perché la Russia è una democrazia al pari degli Stati Uniti. L’impressione è che lo zar brami un riconoscimento internazionale che ancora non ha. È così? 
È verissimo. Fin dagli inizi Putin ha cercato questo riconoscimento, e a mio parere è riuscito a ottenerlo. Dopo otto anni di Boris Yeltsin l’Occidente fece l’errore di poter schiacciare quel che restava dell’Unione Sovietica, escludendola dal consesso internazionale. Così facendo ha ottenuto l’esatto contrario: l’umiliazione russa è stato il carburante del putinismo. Berlusconi lo aveva capito prima di tutti, chiedendo di inserire la Russia nel G8, ma non è stato ascoltato. E adesso vediamo le conseguenze.

17.7.18 | Posted in , , , , , , , , , , , , , | Continua »

L'Intervista a Franco Frattini - «L`hub di Napoli presidio anti-trafficanti Bravo Conte, ha ottenuto molti risultati»

L'intervista a Franco Frattini
L'hub di Napoli presidio Bravo Conte, ha ottenuto anti-trafficanti molti risultati

Valentino Di Giacomo 
Il Mattino
13 luglio 2018

«L'Italia ha ottenuto diversi risultati importanti al vertice, del resto conosco il presidente Conte da anni e sono certo che aveva ben studiato le carte per giocarsi al meglio la partita. Il Paese ne esce molto rafforzato». L'ex ministro degli Esteri, Franco Frattini, era anche lui a Bruxelles per una serie di incontri e ha potuto seguire il summit Nato da una posizione privilegiata.

La piena operatività dell'hub di Napoli è fra i successi italiani? 
«Una presenza fondamentale per presidiare le rotte del traffico d'armi, come in Libia, poi per garantire un pronto intervento in caso di minaccia terroristica via mare. L'Alleanza atlantica ha già delle missioni nel Mediterraneo e il risultato ottenuto di rafforzare ulteriormente il fronte meridionale darà al presidio di Napoli un ruolo chiave e ancora più incisivo. Ma non è stato l'unico successo». 

Ad esempio? 
«L'Italia offre un grande contributo militare con i suoi uomini in diversi scenari strategici. I nostri soldati all'estero rappresentano uno sforzo anche economico per il nostro Paese, aver chiesto di computare questo impiego tra le spese che versiamo al bilancio della Nato è stata una mossa giusta, al pari di aver reclamato all'Ue mutualità delle spese per la cybersecurity. Noi siamo assai più presenti nelle missioni Atlantiche rispetto a Paesi come Francia e Germania che offrono un contributo inferiore e questo lo riconoscono tutti, anche Trump». 

Germania e Francia sembrano uscire a mani vuote, non trova? 
«È stato un vertice che ha confermato lo scollamento tra i membri Nato europei e gli Usa. L'Italia ha potuto approfittare del fatto che sotto accusa sia finita la Germania, un governo già debole per le difficoltà che deve gestire Angela Merkel. Trump ha posto un tema serio: gli Usa investono risorse per difendere l'Europa mentre la Germania guadagna con il proprio surplus commerciale. Il summit ha confermato queste divisioni e ha fatto maggiormente pesare le relazioni bilaterali già esistenti tra i Paesi». 

E la Francia? 
«Sembrava un idillio quello tra Trump e Macron fino a qualche tempo fa, ora la Francia non ne esce bene e si conferma una sfiducia reciproca tra i due. Credo abbia influito anche l'atteggiamento francese sui migranti avuto con l'Italia. Colpo da maestro, quello di Conte, nel sottolineare con una battuta rivolta a Trump la sua distanza da Macron dicendo che il presidente francese non lo aiuta. Il presidente Usa ha gradito». 

Perché? 
«Trump non è così forte, anzi, ha bisogno di sponde. Avere un governo aderente alla Nato, fondatore Uè e terzo contributore europeo che agisce come farebbe lui, penso ad esempio alle politiche sui migranti, è una sponda importante. L'Italia fa bene a giovarsene». 

A proposito di migranti, non trova eccessiva la posizione di Salvini sullo sbarco della nave Diciotti? 

«Salvini fa bene a marcare il principio ed è necessario tenere il punto altrimenti tra qualche giorno ci ritroveremo altre navi che vogliono sbarcare i migranti che doverosamente salviamo in mare. Le ong, dopo il pugno duro, hanno già ridotto gli assetti. Bene il governo a chiedere anche le modifiche della missione Eunavformed per far sbarcare i migranti recuperati in altri porti trattandosi di un dispositivo UE». 

Sembrano però esserci resistenze dagli stessi apparati militari su questo indirizzo. 
«Perché la missione è sotto il nostro comando come ovvio che sia visto che si tratta praticamente di una missione italiana sotto cappello europeo fornendo 22 delle 24 navi. Si teme di perdere il comando che deve esserci riconosciuto soprattutto per il ruolo naturale che abbiamo nel Mediterraneo. Se ben spiegato il concetto cadrà ogni resistenza». 

La minaccia di Trump di uscire dalla Nato, poi rientrata, come la interpreta? 

«Una battuta per gli agricoltori del Wisconsin. L'impegno ad aumentare le spese dei membri Nato di 33 miliardi di euro è irrealistico, si era detto andava fatto entro il 2024, fino a quella data ne cambieranno di cose». 

Intanto il leader americano si prepara al vertice con Putin ad Helsinki. 
«Un risultato politico che Trump vuole assicurarsi bloccando questa sorta di guerra fredda, di qui anche il rafforzamento Nato sul fronte Sud. Fondamentale che l'Italia faccia da ponte, ciò che assicurò Berlusconi e il nostro governo a Pratica di Mare. Se i due leader mondiali siglano un'intesa questo potrebbe ridimensionare fortemente l'Europa. E poi vedo una mossa furba». 

Cioè? 
«Alla finale dei Mondiali ci sarà Macron con Putin allo stadio e so che Salvini volerà a Mosca da appassionato di calcio. Un'occasione per ribadire la presenza italiana. Della partita, non solo calcistica, si da il segnale che l'Italia ne fa parte anche perché oltre ad aver stretto un ottimo rapporto con gli Usa siamo anche il governo europeo più vicino a Putin». 


13.7.18 | Posted in , , , , , , , , , , , | Continua »

L'Intervista: «Non si possono uccidere lupi e orsi» Il ministro Costa impugna la legge


Le due province autonome di Trento e di Bolzano hanno approvato due leggi che consentono di poter abbattere gli animali senza avere l’approvazione a livello centrale.



di Alessandra Arachi 

 Ministro Sergio Costa ha visto cosa è successo con i lupi e con gli orsi in Trentino Alto Adige? «Ahimè sì. Hanno deciso di abbatterli». 

E lei come ministro dell’Ambiente vuole intervenire in qualche modo? 

«Io come ministro della Repubblica ho il dovere di intervenire. Quelle due leggi violano un principio costituzionale». 

E quindi cosa farà? 

«Sono obbligato a chiedere l’impugnazione dei provvedimenti davanti alla Corte Costituzionale. Anche se ...». 

Anche se cosa ministro? 

«Mi domando: dobbiamo arrivare per forza a questo punto? Per questo chiedo ai due presidenti delle province autonome di Trento e Bolzano se possono pensare di fare altrimenti» 

Cosa intende dire? 
 «Intendo: per risolvere il problema dei lupi e degli orsi nelle loro province autonome hanno come modo soltanto quelli di abbatterli?» 

E’ una domanda retorica la sua? 
«Certo. Basta vedere il piano lupo elaborato dall’Ispra che è arrivato ad un soffio dall’approvazione».  

E cosa si vede in quel piano? 
«Ci sono ventidue azioni per regolare il rapporto uomo lupo». 

E quindi? 
«Invito i due presidenti di Trento e Bolzano a fare un passo indietro. A ritirare quelle leggi che forse non sono state ancora nemmeno pubblicate sul bollettino. Poi li invito a venire a Roma, dove con l’Ispra potranno trovare le soluzioni per i loro lupi e i loro orsi. Ce ne sono davvero molte per regolamentare il rapporto con l’uomo». 

E se non succedesse tutto questo? 
«Ho già detto: devo impugnare le loro leggi davanti alla Corte Costituzionale. Il lupo è una specie protetta, un patrimonio per l’Italia». 

Lo fa soltanto perché è obbligato a farlo? 

«Sono obbligato a farlo come ministro e sento il peso come uomo Sergio. Stiamo parlando di vita e di morte. Perché dobbiamo uccidere gli animali che sono esseri viventi?» 

Quindi lei non è favorevole nemmeno alla caccia? 
«Per la caccia c’è una legge riconosciuta dallo Stato. Quindi come ministro della Repubblica sto con la legge». 

Ma in forma privata sarebbe contrario? 
«Non è importante qui la forma privata. Il cacciatore che si mantiene dentro la legge lo rispetto». 

E quello che non segue la legge? 
«Il bracconiere? Alcuni commettono dei reati orribili contro gli animali. Come accecare i cardellini per far sì che richiamino i loro simili. O andare a caccia durante i periodi dell’accoppiamento. O andare a caccia dei piccoli con le mamme. Veri crimini». 

Cosa vuole fare? 
«Sto pensando di inasprire le pene contro di loro innalzando il livello dei reati, passando da contravvenzionali a delitto». 

Cosa prevede il reato delitto? 
«Si innalza il livello penale, si prevede anche la reclusione». 

Quindi carcere per i bracconieri? 
«Sì, possiamo dirla così. Anche se nel programma di governo è previsto pure un intenso programma di prevenzione». 

Che vuol dire? 
«Che voglio aumentare così tanto i controlli per scovare i bracconieri che alla fine questi controlli devono essere vissuti dai bracconieri come deterrenza preventiva». 

Cioè? 
«Che alla fine non vanno a sparare senza regole per paura di essere beccati». 

Come fa ad aumentare i controlli? 
«Aumento la rete coinvolgendo le polizie locali. Ovvero le polizie municipali, provinciali, metropolitane.Anche i carabinieri forestali che agiscono sul territorio». 

Pensa di riuscirci? 
«E’ molto importante che questo succeda. Ci sono reati commessi dai bracconieri che sono davvero odiosi. Ci sono bracconieri che non esitano ad entrare e a sparare senza regole nei parchi nazionali, nelle aeree protette. E anche contro di loro che intendo innalzare il livello del reato, indurire le pene fino ad arrivare al carcere».

9.7.18 | Posted in , , , , , , , , , | Continua »

Frattini: Europa senz'anima, Conte blocchi il bilancio Ue

L'ex ministro degli Esteri: Italia ancora lasciata sola, subito una scossa. Mettiamo il veto su bilancio pluriennale e sanzioni alla Russia, solo così ci ascolteranno 


Arturo Celletti, sabato 30 giugno 2018 

«È un fallimento annunciato. Un fallimento totale. Un fallimento che mina le fondamenta dell’Europa». Franco Frattini ripete tre volte quella parola, poi prova a spiegarla. «Vincono solo e sempre interessi ed egoismi. Non c’è nemmeno una lontana idea di integrazione». L’ex ministro degli Esteri conosce in ogni dettaglio le dinamiche dei vertici internazionali. Sa cosa succede e cosa prevale. «Non mi ero fatto nessuna illusione. Sapevo che l’Europa non ci sarebbe venuta incontro. Ogni Paese ha la sua opinione pubblica che preme, le sue campagne elettorali... Declinare parole come "solidarietà" non è facile».


E chi scommetteva su un asse Macron-Conte? 

Non aveva capito nulla. De Gaulle diceva sempre «la Francia non ha amici, ha soltanto interessi». Macron è il nuovo interprete di quel messaggio.

Ha letto il documento finale?
Un guscio vuoto. Ne ho visti a decine di documenti così: costruiti per permettere a chiunque di raccontare la sua mezza finta vittoria. Ma la realtà per l’Italia è dura: le clausole negative sono subito operative. Quelle che potrebbero darci respiro assomigliano tanto a delle cambiali difficili da incassare. Sono solo impegni per il futuro.

Faccia una previsione... 
Al prossimo Consiglio Europeo la situazione sarà quella di ora. Un’Europa egoista e un’Italia sola con un’unica carta da giocare: marcare un principio. Una nave sbarca in un porto italiano solo se c’è un accordo su come redistribuire i migranti. Non è possibile che si dica «chi arriva in Italia arriva in Europa» e poi ci sia un muro corale alla redistribuzione.

L’Italia ha perso davvero?
C’è una frase che fotografa il vertice. È di Giuseppe Conte. «Avrei scritto il documento in maniera diversa», dice il premier. In quelle parole c’è il senso vero della sconfitta: l’Italia non ha ottenuto nulla di quello che sperava di ottenere.

A Bruxelles aveva a disposizione l’arma del veto...

Marcare il dissenso davanti un accordo a 27 non avrebbe avuto nessun valore. E comunque non si poteva davvero pretendere che Conte al suo primo vertice da premier usasse quell’arma.

Quell’arma su altri dossier può diventare decisiva... 
Esatto, ecco il punto. Dobbiamo essere capaci di usare il veto su quei dossier dove serve l’unanimità. Allora abbiamo in mano la bomba atomica.

Sta dando un consiglio a Conte? 
Il Bilancio europeo o è votato da tutti e 28 o non va. Il mantenimento delle sanzioni alla Russia o è votato da tutti i 28 o decade. È qui che l’Italia deve fare la voce grossa. Sono pronto a scommettere che sarebbero in tanti a cercare Conte. E a trasformarsi da intransigenti in malleabili. Lo dico con tristezza ma sono gli interessi a muovere l’Europa. Non la solidarietà. E allora bloccare il bilancio Ue può essere il solo sistema per scuotere questa Ue senza più un’anima.

Siamo all’Italia first? 

L’Italia è stanca di pagare e non ricevere. Ho visto troppi Consigli segnati da identiche dinamiche: belle parole, pacche sulle spalle e poi impegni traditi. Tra dieci giorni si apre la stagione della presidenza austriaca. Non saranno sei mesi facili.

L’altro tema è quello delle sanzioni alla Russia. 
E anche qui emerge con prepotenza la totale irrilevanza dell’Europa. Potevamo avere un ruolo nell’avvicinamento Trump-Putin e invece abbiamo lasciato che quell’avvicinamento avvenga con noi fuori dai giochi.

Che vuole dire? 
Che tra 15 giorni Trump e Putin si vedranno ad Helsinki e sarà il presidente americano a fare un passo deciso verso quello russo. L’Europa poteva dire "via le sanzioni" e essere il ponte tra Stati Uniti e Russia e invece ha perso un’altra occasione.

2.7.18 | Posted in , , , , , , , , , , , , | Continua »

"Frattini: “Migranti e Russia, l’occasione è a fine mese”

INTERVISTA a FRANCO FRATTINI, presidente Sioi e già ministro degli Esteri - Al Consiglio Europeo di fine giugno l'Italia ha l'occasione giusta per indurre la Ue a fare passi avanti su due questioni cruciali -"Sui migranti serviva una scossa, ma Salvini deve conoscere meglio il gruppo di Visegrad, che ha interessi contrari ai nostri "

di Franco Locatelli 


Dai migranti alla Russia: dal giorno del suo debutto, e ancor prima con il contratto di programma, il nuovo Governo Lega-Cinque Stelle non ha fatto mancare strappi e colpi a sopresa sulla politica internazionale. Ma dove porta la politica estera del Governo Conte e c’è davvero il rischio di mettere in discussione le tradizionali alleanze dell’Italia, su cui per fortuna vigila il Presidente della Repubblica? Due volte ministro degli Esteri nei governi Berlusconi e ora presidente della Sioi, l’ente che forma i futuri diplomatici, Franco Frattini è l’uomo giusto per analizzare la situazione italiana ed internazionale, con l’occhio agli imminenti appuntamenti europei ma anche alle mosse del premier Conte e dei ministri Salvini, Moavero Milanesi e Tria, senza trascurare gli orientamenti attuali della Francia, della Germania e del discusso gruppo di Visegrad. Ecco che cosa ha dichiarato nell’intervista rilasciata a FIRSTonline


Presidente Frattini, la politica estera e soprattutto la politica dell’immigrazione sono più che mai al centro della scena politica. Già il contratto di programma del Governo Cinque Stelle-Lega, con la richiesta di superamento unilaterale delle sanzioni contro la Russia e l’indicazione di Mosca come partner strategico in alcune delicate crisi internazionali, aveva sollevato dubbi sulla collocazione internazionale del nuovo Governo ma i successivi ondeggiamenti tra Usa e Russia del premier Conte al G7 e lo scontro sui migranti con Malta, Francia e Spagna li hanno accentuati: come valuta i primi passi di politica estera del nuovo Governo? 

 “Il contratto di programma è certamente un vincolo politico abbastanza rigido per il Premier e per il Ministro degli Esteri sul terreno della politica internazionale dell’Italia, che richiede un esercizio di flessibilità e di duttilità per garantire al nostro Paese di continuare ad essere un attore importante dentro e non contro l’Europa e una proiezione euroatlantica e mediterranea, che sono sempre stati i capisaldi della nostra politica estera. Non è un mistero che da tempo ci fosse in Italia una spinta favorevole al dialogo costruttivo, all’interno delle nostre tradizionali alleanze, con la Russia che, quand’ero ministro degli Esteri, si materializzò nel cosiddetto spirito di Pratica di Mare. Quel momento magico fu purtroppo smarrito per strada e l’Italia come l’Europa hanno avuto il torto di snobbare il lungimirante progetto dell’allora presidente russo Medvedev per garantire la sicurezza globale da Vladivostok a Vancouver, dalla Russia al Nord America. Fu un errore considerare velleitario quel progetto e sarebbe importante recuperarlo oggi. In questo quadro il ritorno della Russia nel G8 è un ragionevole punto d’arrivo”. 

Ma ci si può arrivare chiedendo l’abolizione preliminare delle sanzioni anti-Russia e senza alcuna contropartita di Mosca in cambio? 
“Naturalmente è irrealistico pensare che le sanzioni anti-Russia possano essere rimosse dall’oggi al domani, ma l’Europa deve avere il coraggio di riaprire un ragionamento di politica internazionale che avvicini la Russia ai nostri obiettivi e che valorizzi quanto Mosca può offrirci sul piano della lotta al terrorismo e nella stabilizzazione del Medio Oriente e della Libia. Da questo punto di vista, rilancerei senza esitazione al prossimo Consiglio Europeo di fine giugno uno dei punti, precisamente il quinto, del documento che l’Alto commissario europeo per la politica internazionale, l’Italiana Federica Mogherini, propose dopo la crisi in Ucraina e cioè il sostegno dell’Europa – come ha detto in Parlamento anche il Premier Conte – alla società civile russa attraverso un chiaro progetto che faccia ripartire i finanziamenti della Bers alle Pmi russe. Un progetto che sarebbe utile anche a noi e che farebbe capire che in campo c’è finalmente un piano per riavviare concretamente il dialogo, che può sostanziarsi altri passi importanti. Il superamento delle sanzioni anti-Russia è un passaggio cruciale, che va costruito con intelligenza e che richiede proposte e non solo proclami”. 

E’ realistico immaginare che oggi sul terreno della ripresa del dialogo con la Russia possano attestarsi anche Francia e Germania? 

 “Sì, se si è in grado di far comprendere ai quei due Paesi che riaprire il dialogo e la collaborazione con Mosca conviene anche a loro. Del resto, al di là delle dichiarazioni ufficiali, la Germania è sempre attenta a difendere prima di tutto i propri interessi nazionali e non ha certo esitato a impegnarsi nella realizzazione con la Russia del gasdotto North Stream, anche a costo di deludere i partner europei”. 

Al di là dei rapporti con la Russia, l’emergenza migranti sta spaccando l’Italia ma anche l’Europa, se si guarda ciò che sta succedendo in Francia e soprattutto in Germania: può diventare la mina vagante su cui l’Europa rischia davvero di dividersi? 

“In effetti la questione dei migranti mette fortemente a rischio l’Europa, come se tutti si fossero dimenticati che la solidarietà e la cooperazione reciproca sono uno dei pilastri dei Trattati europei. L’Italia è l’unico Paese ad avere le carte in regola ma per 10 anni siamo costretti a fronteggiare da soli gli enormi problemi che l’immigrazione di massa verso l’Europa pone. Prima con il ministro Minniti e ora con il ministro Salvini l’Italia ha posto e pone all’Europa proposte che non possono più essere eluse se l’Unione europea vuol recuperare credibilità anche nelle politiche di immigrazione”. 

In concreto, come si potrebbe disinnescare la mina migranti senza spaccare l’Unione europea?

“Portando e facendo approvare al prossimo Consiglio Europeo un piano realistico e concreto sui migranti che sancisca un patto dell’Unione non per la semplice redistribuzione dei migranti stessi ma per la loro gestione attiva. Penso a un piano articolato in più punti, il primo dei quali dovrebbe vertere sulla gestione di hotspot nei Paesi di transito sotto l’egida congiunta dell’Europa e dell’Onu, un’idea che era già stata considerata in passato ma che rimase lettera morta perchè in Libia c’era Gheddafi e in Egitto Mubarak, ma che può oggi essere ripresa con governi nordafricani più credibili. Il secondo punto del nuovo piano dovrebbe riguardare la gestione europea degli sbarchi, superando l’ipocrisia degli sbarchi nei porti più vicini ma anche l’ingresso in campo delle Ong come taxi degli ingressi e l’idea della chiusura unilaterale dei porti. Infine suggerirei un punto, che avevo cercato di realizzare quand’ero ministro degli Esteri ma che allora fu considerato prematuro, e cioè l’adozione di un nuovo Statuto per Frontex con la conseguente creazione di una Guardia costiera europea”. 

Tutte proposte ragionevoli ma per disinnescare la mina dei migranti servono le esibizioni muscolari di cui dà costantemente prova il ministro dell’Interno Salvini? 

“Obiettivamente, bisogna riconoscere che sull’emergenza migranti ci voleva una scossa per risvegliare le coscienze addormentate dell’Europa e il fatto che la Spagna abbia aperto i suoi porti è un segnale importante. Poi però tocca ad altri – e cioè al Presidente del Consiglio e al Ministro degli Esteri – trasformare la scossa in proposte accettabili da parte degli altri partners”. 

Tutti conoscono la grande esperienza internazionale e la sincera passione europeista del ministro degli Esteri, Moavero Milanesi, ma il fatto che sia un tecnico in un governo con due forti azionisti politici non limita fatalmente il suo raggio d’azione? 

“Proprio perchè l’attuale Governo ha la natura politica che ha e poggia su un contratto di programma, alla Farnesina serviva un tecnico di alto valore come Moavero Milanesi. Non sarebbe stato ragionevole affidare la gestione della politica estera a un politico che agisse in solitudine. E i primi risultati già si cominciano a vedere. Il nuovo titolare della Farnesina non è uomo di grandi proclami ma, come tutti i più abili diplomatici, agisce sotto traccia ma agisce efficamente, come ha fatto convocando subito l’ambasciatore di Francia dopo le polemiche che si erano aperte tra i due Paesi sul destino della nave Aquarius”. 

Ma non le sembra strano e anche molto pericoloso che il ministro Salvini non nasconda la sua aperta simpatia per l’Ungheria di Orban e per il gruppo euroscettico di Visegrad? 

 “Credo che Salvini debba conoscere meglio il gruppo di Visegrad e rendersi conto che gli interessi che quei Paesi rappresentano sono contrari a quelli dell’Italia, soprattutto nella gestione dei migranti, che Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Polonia si rifiutano di ospitare. Ma non è un caso che da qualche giorno Salvini faccia maggior riferimento al ministro tedesco dell’Interno, il bavarese Horst Seehofer che sta incalzando la Cancelliera Merkel sui respingimenti degli immigrati”. 

Sembra di capire che, nonostante gli ondeggiamenti del nuovo Governo di queste prime settimane, Lei non veda il rischio concreto che l’Italia cambi campo ed esca dalle tradizionali alleanze internazionali: è così? 

 “Vedremo. E’ presto per arrivare a giudizi definitivi. Ci vuole molta prudenza ma credo che, in questo momento, occorra dare al nuovo Governo la possibilità di lavorare. Osservo che all’ultimo G7 il Premier Conte si è presentato come un alieno e alla fine ha attivato contatti positivi con tutti e ha ricevuto un invito di Trump alla Casa Bianca, che suona come un riconoscimento all’Italia. Analogamente il ministro dell’Economia Tria ribadirà sicuramente al collega ministro delle Finanze tedesco la volontà dell’Italia di stare dentro le regole europee ma per cambiarle e credo che non perderà l’occasione per ricordare alla Germania che gli accordi prevedono che il surplus commerciale di un Paese non possa superare determinati limiti e debba essere reimpiegato per favorire la domanda e la crescita dell’intera Unione”. 

Il nuovo Governo italiano sembra particolarmente critico verso come la Germania della Cancelliera Merkel e la Francia di Macron: siamo sicuri che sia proprio nell’interesse dell’Italia accendere tensioni verso i nostri due partner storici? 

 “Non metterei i rapporti dell’Italia con la Germania e con la Francia sullo stesso piano e credo che, al di là delle frizioni dei primi giorni, sarà più facile collaborare con Berlino che con Parigi per almeno tre ragioni. In primo luogo perchè la Germania ha finito di considerarci il problema dell’Europa ed è consapevole delle nostre ma anche delle sue debolezze e ha bisogno di trovare una sponda nell’Italia. In secondo luogo perchè la Cancelliera Merkel non nasconde tutti i suoi dubbi sulle riforme costituzionali europee proposte dal Presidente francese Macron. In terzo luogo perchè tra Francia e Italia riaffiorano rivalità storiche in quanto siamo entrambi eccellenti in una serie di campi comuni (dalla cultura alla cucina e al vino) che accentuano la concorrenza e, in molti casi, i francesi vorrebbero comprare tanti nostri brand di successo suscitando da parte nostra diffidenza e reazioni contrastanti”. 

Al di là della politica estera, il rischio che l’Italia si allontani dall’euro e dall’Europa affiora anche nelle ambiguità delle nostra politica economica. Il ministro Tria ha giurato che il Governo non ha la minima intenzione di uscire dall’euro ma, come dimostrò il caso Varoufakis in Grecia, si può uscire dalla moneta unica anche senza volerlo o senza dichiararlo se si scardinano i conti pubblici con promesse insostenibili e si provoca la dura reazione dei mercati. Lei che ne pensa? 

“Conosco il ministro Tria da almeno 15 anni e sono certo che saprà ricondurre nell’ambito del fattibile le proposte previste dal contratto di programma. Aspettiamo perciò il nuovo Def e le nuove proposte del piano di stabilità finanziaria in vista del Bilancio comunitario 2021-28 su cui anche il ministro degli Affari comunitari, Paolo Savona, avrà voce in capitolo”. 

Proprio il fatto che su un terreno delicatissimo come il nuovo Bilancio europeo abbia voce in capitolo un ministro euroscettico come Savona, a cui sono state affidate deleghe che in altri governi erano di pertinenza del Ministro degli Esteri, non sembra un buon viatico: o no?

“Conosco e stimo Savona dai lontani tempi in cui eravamo insieme ministri del Governo Dini ma, francamente, non me lo immagino aderire acriticamente a un’idea come quella di uscire dall’euro ma nemmeno lo vedo accettare pedissequamente quanto proporrà Bruxelles. La speranza che si trovi il giusto equilibrio”.

Roma, 16 giugno 2018

18.6.18 | Posted in , , , , , , , , , , , , , , , , | Continua »

FRANCIA vs ITALIA/ Frattini: l'arma segreta di Conte per fermare il traffico dei migranti

FRANCIA vs ITALIA/ Frattini: l'arma segreta di Conte per fermare il traffico dei migranti 
E' scontro tra Italia e Francia su caso Aquarius e la gestione dei flussi migratori. Ma una soluzione c'è secondo l'ex ministro FRANCO FRATTINI e il governo potrebbe farla propria 

 "Abbiamo dato all'Europa molte responsabilità, non le abbiamo attribuito il compito di coordinare le regole sugli sbarchi". E' la proposta che fa al governo Franco Frattini, presidente della Sioi, ex commissario europeo e due volte ministro degli Esteri nei governi Berlusconi. Una iniziativa sulla quale il governo Conte potrebbe trovare il consenso di numerosi Stati europei. 

Il caso dell'Aquarius ripropone il problema dei flussi migratori. 

Sono due questioni che vanno tenute distinte. Il governo dei flussi è una questione certamente europea di cui l'Unione avrebbe dovuto farsi carico da molto tempo ma così non è stato. Altra questione è quella della chiusura o indisponibilità all'attracco ai porti, che è tipicamente nazionale.

Sicuro? 

Sì. Non a caso l'Unione Europea non è mai era intervenuta su analoghe misure francesi, spagnole, maltesi e anche italiane negli scorsi 10-15 anni. E non lo ha fatto perché non è materia su cui la Ue possa dettare regole. 

Dunque ogni Stato… 

Ogni Stato può valutare e prendere provvedimenti sulla base delle eventuali condizioni di crisi che si trova a fronteggiare, proprio come ha fatto l'attuale governo italiano. 

Salvini ha consentito l'attracco della Sea Watch a Reggio Calabria il 9 giugno, ma con l'Aquarius ha fatto un'altra scelta. Come giudica l'operato del governo? 

Salvini, in base alle informazioni in suo possesso, deve aver saputo che eravamo in vista di tre-quattro sbarchi in poco tempo e ha valutato che il veto sull'Aquarius fosse una misura "esemplare" per scoraggiare nuove partenze dalla Libia. E' una decisione dalla forte valenza politica, ma sotto il profilo europeo non è censurabile. 

Il premier spagnolo Sanchez ha concesso il porto di Valencia. E' un primo effetto della decisione italiana. 

Anche gli altri paesi, che lo vogliano o no, dovranno prendere posizione. Intanto, in Spagna ci sono state molte reazioni negative alla scelta di Sanchez. Non mi sorprende. 

E perché? 

Da commissario europeo ebbi a che fare con il governo Zapatero finito sotto accusa perché la polizia aveva sparato proiettili di gomma dura contro i migranti nelle enclavi di Ceuta e Melilla e due di questi erano morti. Il governo socialista di Zapatero, non quello popolare di Rajoy. Credo però che oggi ad essere chiamata in causa sia soprattutto la Francia. 

Ieri Macron ha accusato l'Italia di cinismo e irresponsabilità. 

Quando il governo Gentiloni esortò la Francia ad assumersi le sue responsabilità, Macron, che era da poco all'Eliseo, fece un summit a Parigi dicendo che l'Italia non poteva essere lasciata sola. Tempo una settimana e chiuse i porti. E' la Francia più della Spagna ad essere chiamata a una corresponsabilità, perché i casi "Aquarius" in estate aumenteranno. Ci vorrebbe una proposta risolutiva e il nostro governo se volesse potrebbe farla sua. 

Quale proposta? 

Quella di un coordinamento europeo non solo nella distribuzione dei migranti, ma nell'organizzazione degli sbarchi. Proprio quello che finora è mancato. 

Ha a che fare con la gestione dell'operazione Triton da parte del precedente governo? 

No. Triton è una missione europea finalizzata alla sicurezza delle frontiere, e gli sbarchi coordinati da Triton dobbiamo accettarli perché ci siamo impegnati a farlo. A meno che il governo non dia una disdetta formale; finora non lo ha fatto. Il punto è che occorre coordinare in sede europea anche gli sbarchi che non avvengono sotto bandiera europea, cioè da parte di navi private, come sono quelle delle Ong. 

Altrimenti? 

Altrimenti si verifica quello che vediamo: la nave privata chiede a un paese la possibilità di attraccare, ma quel paese chiude i porti; allora la nave va in un altro paese e anche questo può chiudere i porti. Se invece tutti gli sbarchi fossero coordinati dalla Ue, lo stato designato sarebbe obbligato ad accogliere. 

L'orientamento del governo è quello di impedire sbarchi da navi di Ong e di consentirli solo da navi della nostra marina. 

E' corretto, però manca la proposta formale. Il mio auspicio è che Conte porti al Consiglio europeo di fine giugno una proposta italiana, che potrebbe essere quella che ho citato. Se venisse accettata, l'Europa avrebbe tutti gli strumenti per valutare se questo o quel paese è maggiormente sotto pressione ed è in grado o non è in grado di accogliere. 

Insomma si tratterebbe di normare una zona grigia. 

Sì. Abbiamo dato all'Europa molte responsabilità, la missione Triton è una di queste, ma non abbiamo attribuito all'Europa il compito di coordinare le regole sugli sbarchi. 

Se la sua proposta venisse accettata? 

Il burden sharing (la condivisione degli oneri, ndr) non avverrebbe quando i migranti sono ormai sbarcati, ma quando sono in mare aperto. E' l'unico modo per risolvere la situazione. 

Chi potrebbero essere gli interlocutori dell'Italia in una iniziativa di questo tipo? 

Tutti gli Stati che non si affacciano sul Mediterraneo. Sarebbero i primi a giovarsi di un coordinamento degli sbarchi negli Stati marittimi. Perché se un'imbarcazione arriva a Valencia se ne occupa la Spagna, se arriva a Catania se ne occupa l'Italia, ma non se ne occupano mai né l'Austria né l'Ungheria né la Polonia. Poiché Salvini è molto interessato ai rapporti con il gruppo di Visegrad, su questa proposta quei paesi potrebbero essere nostri alleati. 

Non crede che in Libia Salvini e Minniti possano commettere lo stesso errore, negoziare accordi di contenimento illegali con i cosiddetti "sindaci", in realtà capi tribù libiche che non sono sotto la sovranità di nessuno? 

Vede, chi ha attaccato gli accordi fatti da Minniti conosce la Libia molto meno di chi, come me, se n'è occupato per anni. Se non facciamo quegli accordi, ci piacciano o no, ci saranno persone molto peggiori di quei sindaci che gestiranno comunque il traffico degli esseri umani. Molto meglio lavorare con i sindaci, che almeno nella struttura della Libia — che è tutta tribale — una qualche autorità ce l'hanno. 

Sicuro che non siano anche i trafficanti e gli schiavisti a trattare con i sindaci? 

Lo fanno di sicuro; infatti danno ai sindaci la tangente per passare. Noi dobbiamo dare ai sindaci le somme di denaro necessarie per far restare i migranti in Libia. Se ci accordiamo con i capi tribù, possiamo creare altre soluzioni. Una di queste potrebbe prevedere di pagare i capi tribù perché riaccompagnino i disperati ai paesi di origine. E' quello che tentammo di fare quando ero in Commissione europea e funzionò per due anni e mezzo. Poi la Libia esplose e non se ne fece più nulla. 

Che strada imboccare per una gestione dei flussi? 

Si va dal rafforzamento delle frontiere esterne (Austria, Slovenia) ai campi in Tunisia (Germania, Belgio), a chi insiste su Dublino (Francia, Svezia). L'unica cosa seria, su cui le Nazioni Unite hanno detto di essere d'accordo e quindi si tratterebbe solo di pigiare il bottone e andare avanti, è quella di fare degli hotspot nei paesi di transito: Marocco, Libia, Tunisia, sotto il controllo dell'Unhcr. Da parte sua, l'Europa dovrebbe aiutare anche economicamente i paesi di transito a far sì che questi hotspot non diventino campi di concentramento. Ci costerebbe meno, come Europa, che non fare la redistribuzione. Negli hotspot avverrebbe una scrematura preventiva, prima che le persone si avventurino in mare, e questo porterebbe un ulteriore vantaggio: il coordinamento degli sbarchi di cui ho parlato riguarderebbe solo rifugiati sicuri, non 100 candidati di cui solo 10 rifugiati riconosciuti. E' l'unica soluzione possibile e avrebbe, ripeto, il sì dell'Onu. 

Perché non sì è fatto? 
Manca la volontà politica. Penso però che il governo Conte sia favorevole anche a questa ipotesi. 


Si è mai pentito di avere firmato il regolamento di Dublino, nel 2003? 


Fu certamente un errore, visto con il senno di poi, però è evidente che nel 2003 nessuno poteva immaginare quello che sarebbe accaduto. La firma di Dublino fu in un certo senso necessitata, in quel momento avevamo la presidenza di turno dell'Unione e dovevamo negoziare addirittura il trattato costituzionale europeo. L'idea di un esodo epocale non esisteva, c'erano Gheddafi e Mubarak, i flussi erano controllati; il mondo era diverso. (Federico Ferraù)

13 giugno 2018

Foto La Presse 


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