Autumn School : Il Terrorismo dopo Raqqa. Disarticolare il Jihad della parola

Autumn School : Il Terrorismo dopo Raqqa. Disarticolare il Jihad della parola 
SIOI, Roma 9-21 novembre 2018 


Il Corso, promosso dalla SIOI e dalla NATO Defence College Foundation, ha l’obiettivo di fornire le conoscenze teoriche ed empiriche necessarie per interpretare le dinamiche politiche internazionali e favorirne il dibattito sugli aspetti più significativi attraverso il contributo di analisti ed esperti selezionati nei settori delle Istituzioni, della ricerca e del giornalismo. 

Destinatari: giovani laureati in tutte le discipline, ai pubblici funzionari civili e militari, operatori privati nel settore della sicurezza, analisti, giornalisti e ricercatori, diplomatici ed avvocati.

Articolazione 
Il Corso prevede sei incontri, il venerdì dalle ore 13.30 alle ore 17.30, ed il sabato dalle ore 9.00 alle ore 13.00.

Sezioni del Programma 
• Global Outlook del Terrore
• Osservatorio Geopolitico delle Aree di Crisi: dal Maghreb all'Asia
• Il Modello dell'Antiterrorismo in Italia
• Il Ruolo dell'Intelligence nel Contrasto al Terrorismo
• La Risposta di Israele al Terrorismo: Organizzazione e Strategie Antiterrorismo per la Sicurezza Nazionale
• Le Nuove forme di Finanziamento del Terrore: Riciclaggio e Criptovalute
• Cybersecurity e Cyberterrorismo
• Il Rapporto tra Terrorismo e Media nell'Era dei Social e delle Fake News
• Il Ruolo della Polizia delle Nazioni Unite nei Processi di Stabilizzazione delle Aree di Crisi
• Le Relazioni tra Traffici di Stupefacenti e Terrorismo

Coordinamento Didattico 
Sara Cavelli, Direttore della SIOI
Alessandro Politi, Direttore NDCF
Matteo Bressan, Emerging Challenges Analyst NDCF
Domitilla Savignoni, giornalista del TG5

Info e iscrizioni: www.sioi.org

19.9.18 | Posted in , , , , , , , , , , , , , , , | Continua »

Ecco cosa l’Italia può fare (e cosa no) nella crisi siriana. Parla Franco Frattini

Il presidente della Sioi invita il governo italiano a rimanere fuori dal conflitto siriano in ossequio alla nostra Costituzione. Urge un'indagine internazionale per chiarire i fatti di Douma e allentare le tensioni 

Intervista di Francesco Bechis 
12 aprile 2018 
Di ritorno dagli Emirati Arabi Uniti, dove ha potuto saggiare la preoccupazione del governo di un’escalation in Medio Oriente, il presidente della Sioi Franco Frattini, già commissario europeo e ministro degli Esteri, ha voluto condividere con Formiche.net tutti i suoi dubbi sulle manovre statunitensi in Siria all’indomani dell’attacco chimico a Douma. L’appello per la comunità internazionale è quello di evitare di accendere la polveriera mediorientale, dove anche un piccolo incidente (la storia lo insegna) è sufficiente a far deflagrare una guerra decennale. Un’investigazione internazionale, imparziale, sulle responsabilità dei crimini efferati a Douma è l’unica chance per dissipare i dubbi e allentare le tensioni. L’invito per l’Italia è ancora più netto: restare fuori a ogni costo da questo conflitto. 

Franco Frattini, dal governo italiano filtra una presa di distanza dall’attacco di Douma e dall’escalation nella regione, eppure dalla base siciliana di Sigonella decollano jet americani. Come si spiega questa contraddizione? 

Il problema è molto chiaro, l’Italia oggi con un governo dimissionario non può certamente prendere un impegno in Siria. Sempre che ci venga chiesto, perché al momento non è arrivata una richiesta ufficiale. Per un intervento del genere serve ben più di una telefonata, che peraltro ancora non c’è stata. Quando Obama nel 2013 ci chiese di prendere parte alla fornitura di armi ai ribelli e all’attacco contro Assad rispondemmo con due secchi no, e ci fecero eco subito dopo Regno Unito e Francia. 

A suo parere l’Italia dovrebbe offrire il suo aiuto agli Stati Uniti? 
 
Credo che ci debba essere un nettissimo rifiuto da parte dell’Italia di qualsiasi impegno che preveda azioni militari o sostegno ad azioni militari contro il governo siriano per due ragioni. 

Quali? 

La prima è di carattere costituzionale. Senza una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che autorizzi l’uso della forza noi non possiamo neanche ragionare di intervenire in un conflitto. Ricordo che nel 2003, all’alba della guerra in Iraq, noi non potemmo e soprattutto non volemmo partecipare al vertice delle Azzorre, dove fu deciso l’attacco a Saddam della “coalition of willings”. Carlo Azeglio Ciampi e Silvio Berlusconi, allora presidenti della Repubblica e del Consiglio, avendo letto la Costituzione dissero di no. Partecipammo solo dopo l’intervento delle Nazioni Unite, ad azione militare conclusa. 

E la seconda? 

Dobbiamo assolutamente evitare che scoppi una terza Guerra Mondiale seguendo una coalizione dai contorni ancora poco chiari. Nel 2011 in Libia aspettammo non una, ma ben due risoluzioni del Consiglio di Sicurezza prima di intervenire e ponemmo come precondizione per l’uso delle nostre basi militari che le operazioni rientrassero in una missione Nato. 

È pur vero che fornire le basi agli aerei americani significa prendere parte alle operazioni militari. C’è il rischio che questo supporto logistico rovini ulteriormente le nostre relazioni con Mosca. 

Fornire le basi è esattamente la stessa cosa di un intervento militare. Non dobbiamo prestarci a questa operazione, lo ripeto, innanzitutto per non violare la Costituzione. Poi certo c’è una questione geopolitica: con la necessità che abbiamo di combattere il terrorismo mettere Stati Uniti e Russia uno contro l’altro sarebbe un gravissimo errore. Già vedo i miliziani di Daesh festeggiare con lo champagne nelle roccaforti siriane. Anche un bambino si renderebbe conto che gli unici a trarne aiuto sarebbero i jihadisti. 

Che ruolo può avere dunque l’Italia per fermare l’escalation? 

Possiamo offrirci per partecipare allo smantellamento delle armi chimiche eventualmente trovate in Siria. Credo che Assad abbia tutto l’interesse a ospitare un’investigazione internazionale. Se trovano le armi può consegnarle per distruggerle: è successo nel 2013, quando una nave americana è giunta in Calabria nel porto di Gioia Tauro per caricare l’arsenale chimico consegnato da Assad e smantellarlo. Qualora non fosse scoperto alcun centro di produzione di queste armi, tanto meglio per Assad. In un caso e nell’altro l’esito è win-win per la comunità internazionale. 

I tweet di Donald Trump su un imminente attacco in Siria sono una mossa tattica o preludono a un intervento nelle prossime ore? 

Non credo che Trump sia così irresponsabile da lanciare i missili in una zona dove sono stanziati i soldati russi, ritengo più probabile che voglia dare una dura lezione ad Assad colpendo una base dove ci sono solo soldati siriani. Il vero rischio però è l’incidente: se un missile devia il percorso e cade sulle teste dei soldati russi il disastro è assicurato. Mettere le mani in una polveriera come il Medio Oriente significa rischiare di accendere la miccia di una Terza Guerra Mondiale: si può colpire l’esercito russo, ma nella regione ci sono anche le brigate di pasdaran iraniani, Israele non vede l’ora che un missile parta da Teheran per lanciargliene due in risposta. 

Secondo lei dunque il Presidente americano non passerà dalle parole ai fatti? 

La politica estera americana nel mondo non si fa su twitter. Trump ha definito il dittatore nordcoreano Kim Jong-un “rocket man”, ha detto di avere il dito sul bottone dell’atomica e adesso si parla di un prossimo incontro bilaterale. Mi auguro che anche alle frasi come “cari russi i missili stanno arrivando” seguano gesti di distensione. 
 
Al momento non c’è stata un’indagine internazionale per provare che le armi chimiche sono state usate da Assad. Sono sufficienti le supposizioni per minacciare un intervento bellico?

Siamo tornati di nuovo alla storia della “pistola fumante” agitata per la guerra in Iraq. Oppure al più recente caso Skripal, e alla figuraccia del ministro degli Esteri britannico Boris Johnson, che dopo aver scritto su twitter di aver le prove che si è trattato di un gas russo, ha dovuto eliminare la frase perché smentito dai suoi stessi esperti. Sono dichiarazioni usate per giustificare una decisione già presa: dare addosso ad Assad. Se questo è lo scopo, sarebbe più credibile affidare le indagini sul presunto attacco chimico a Douma a un’organizzazione internazionale come l’ESCWA. Ma la storia ci insegna che queste narrazioni hanno una finalità politica che non c’entra nulla con una investigazione trasparente e corretta. 

L’Unione Europea ha una voce in capitolo sull’escalation in Siria? 

Ancora una volta l’Unione Europea è assente, ormai non è un mistero che non esiste una politica estera europea. Fatto salvo l’orrore manifestato per i morti di Douma, ci mancherebbe, l’Europa farebbe meglio il suo mestiere se promuovesse un’investigazione internazionale per accertare le responsabilità di questi crimini.

12.4.18 | Posted in , , , , , , , , , , , , , , , | Continua »

MEDIA: Franco Frattini 's interview with Going Underground

MEDIA: Franco Frattini 's interview with Going Underground 
Frattini speaks about Brexit, on Libya and the refugee crisis, & why ISIS is the new One Direction






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11.9.17 | Posted in , , , , , , , , , , , , | Continua »

Frattini: Da Donald una scossa per l'Europa. Occorre diventare pro­dut­to­ri di si­cu­rez­za: finora ci pen­sa­va solo lo Zio Sam

Frat­ti­ni: «Da Do­nald una scos­sa per l’'Eu­ro­pa E ora la sfi­da è co­strui­re una di­fe­sa co­mu­ne» 
Le Interviste del Mattino 

L'ex Ministro: «Occorre diventare pro­dut­to­ri di si­cu­rez­za: finora ci pen­sa­va solo lo Zio Sam». 
di Francesco Romanetti


E o­ra, con­ chi­ sta­re? Con l’' Ame­ri­ca­no, il«bul­lo» che strap­pa gli im­pe­gni sul cli­ma, che si sfi­la da­gli ac­cor­di di Pa­ri­gi, che al G7 spin­ge via il­ pre­mier­ de­l Mon­te­ne­gro­ per­con­qui­sta­re la pri­ma fi­la (sul web è di­ven­ta­ta vi­ra­le la pa­ro­dia «Scan­si­te mo­ro»...), che non met­te le cuf­fie, nem­me­no per pu­ra cor­te­sia, per ascol­ta­re la tra­du­zio­ne dell’'in­ter­ven­to di Gen­ti­lo­ni, che fi­la via da Taor­mi­na sen­za nean­che un in­con­tro con la stam­pa? O con la Te­de­sca, la mac­chi­ni­sta del­la lo­co­mo­ti­va di un’' Eu­ro­pa a due ve­lo­ci­tà, la «mi­ni­stra-om­bra» dell’'Eco­no­mia di tutti (più o me­no) i go­ver­ni eu­ro­pei, che ora di­ce che dell’«ami­co ame­ri­ca­no» non ci si può più fi­da­re? In­som­ma, con Trump o con Mer­kel? 
Ne par­lia­mo con Fran­co Frat­ti­ni, ex mi­ni­stro de­gli Este­ri con Ber­lu­sco­ni, ex com­mis­sa­rio eu­ro­peo­per­ la­ si­cu­rez­za. E, da­ sem­pre, atlan­ti­sta­ con­vin­to. 

Ono­re­vo­le Frat­ti­ni, An­ge­la Mer­kel è sta­ta chia­ra nel pren­de­re le di­stan­ze da Trump. Di­ce in so­stan­za che di lui non ci si può fi­da­re e che l’' Eu­ro­pa de­ve ora pren­de­re il «suo de­sti­no nel­le sue ma­ni». Lei co­me la ve­de? 

«Mi sem­bra che sia sta­to lan­cia­to il mes­sag­gio che mol­ti at­ten­de­va­no. Io stes­so, quan­do di­ven­tò pre­si­den­te, so­sten­ni che l’'ele­zio­ne di Trump era la scos­sa di cui l’'Eu­ro­pa ave­va bi­so­gno. Og­gi noi dell’'Unio­ne Eu­ro­pea ab­bia­mo ne­ces­si­tà di tra­sfor­mar­ci in pro­dut­to­ri di si­cu­rez­za e sta­bi­li­tà. Fi­no ad og­gi in­ve­ce sia­mo sta­ti con­su­ma­to­ri di si­cu­rez­za. In­som­ma, ci pen­sa­va lo Zio Sam. Ora non è più co­sì». 

Si pro­fi­la una ri­de­fi­ni­zio­ne dei rap­por­ti tra Eu­ro­pa e Sta­ti Uni­ti. Sem­pli­fi­can­do: lei sta con Trump o con Mer­kel? 
«Con l’' Eu­ro­pa, non c’è dub­bio. E per un’'Eu­ro­pa che sia più for­te, ma non cer­to con­tro gli Sta­ti Uni­ti. Trump ha ra­gio­ne quan­do di­ce che l’'im­pe­gno eu­ro­peo per la di­fe­sa de­ve es­se­re mag­gio­re». 

Trump è sta­to an­che mol­to ru­de nel ri­pe­te­re che, se­con­do lui, gli al­lea­ti eu­ro­pei de­vo­no spen­de­re di più per la Na­to... 
«Le co­se so­no due: o spen­dia­mo di più per la Na­to o di più per una di­fe­sa eu­ro­pea. Le pa­ro­le del­la Mer­kel mi fan­no ca­pi­re che il suo è un in­vi­to ad an­da­re ver­so que­sta se­con­da di­re­zio­ne. In so­stan­za, pos­sia­mo non pa­ga­re tan­to per la Na­to se nel con­tem­po met­tia­mo in pie­di una ve­ra di­fe­sa eu­ro­pea. Pen­so al­la mol­ti­pli­ca­zio­ne di bat­ta­glio­ni in­ter­na­zio­na­li, co­me quel­li che già esi­sto­no: dell’'Italia con la Fran­cia o dell’'Italia con la Spa­gna. For­me di in­te­gra­zio­ne so­no già av­ve­nu­te con i con­tin­gen­ti eu­ro­pei in Iraq e in Af­gha­ni­stan. E ri­cor­do poi la vi­cen­da dei Bal­ca­ni, quan­do fu at­ti­va­to il “grup­po di con­tat­to” e la mis­sio­ne mi­li­ta­re Eu­for». 

Trump sembra muoversi senza tatto sulla scena internazionale: qualcuno ha parlato di "bullismo diplomatico". Non crede che questo sia oggettivamente un problema anche per gli alleati europei degli Stati Uniti?
«In­dub­bia­men­te Trump ha ne­ces­si­tà di im­pa­ra­re an­che cer­te re­go­le del­la di­plo­ma­zia. Ma è cir­con­da­to da per­so­nag­gi, co­me il se­gre­ta­rio di Sta­to Til­ler­son, che po­tran­no es­se­re per lui di buon esem­pio. Nel­la sua pri­ma usci­ta al G7, Trump si è com­por­ta­to co­me lo ab­bia­mo vi­sto in cam­pa­gna elet­to­ra­le. Cer­ti trat­ti del suo ca­rat­te­re do­vran­no cam­bia­re, ma non è dal ca­rat­te­re che si può giu­di­ca­re un pre­si­den­te de­gli Sta­ti Uni­ti. Io so­no sta­to a Ryad, do­ve ho po­tu­to ascol­ta­re il mi­glior di­scor­so di Trump. E lì non si so­no av­ver­ti­te fri­zio­ni. Trump a Ryad ha rin­sal­da­to al­lean­ze, per­ché ha bi­so­gno di al­lea­ti nel mon­do ara­bo, nel­la lot­ta con­tro il ter­ro­ri­smo. Ed ha ri­scos­so un suc­ces­so». 

Anche lì, però non è che tutto sia stato limpido. Trump punta a costruire "un fronte sunnita" in chiave anti - Iran. Ma lo ha fatto stringendo un patto con l'Arabia Saudita e con quegli stessi paesi accusati di aver finanziato e armato l'Isis.
«È ve­ro. Ma cre­do che Trump ab­bia vo­lu­to fa­re que­sto ge­sto per co­strin­ge­re cer­ti go­ver­ni ara­bi ad usci­re dall’' am­bi­gui­tà ri­spet­to al ter­ro­ri­smo. E pen­so che ab­bia fat­to be­ne, pun­tan­do ad un fron­te sun­ni­ta an­che per af­fron­ta­re la que­stio­ne si­ria­na e li­bi­ca». 


In que­sto mo­do col­la­bo­re­rà con mo­nar­chie as­so­lu­te e ti­ran­nie che ap­pog­gia­no il ter­ro­ri­smo. 
«È una scom­mes­sa. E in di­plo­ma­zia bi­so­gna fa­re scom­mes­se, an­che az­zar­da­te. Il Qa­tar è so­spet­ta­to di fi­nan­zia­re i grup­pi isla­mi­sti di Tri­po­li. Ma ha inviato i suoi ae­rei in ap­pog­gio del­la coa­li­zio­ne im­pe­gna­ta in Li­bia. Una “Na­to sun­ni­ta”, d’'al­tra par­te, può vo­ler di­re un po’ di di­sim­pe­gno per l’'Oc­ci­den­te in cer­te aree del mon­do». 


Tor­nia­mo al­lo scon­tro fra Trump e la Mer­kel e l’'Eu­ro­pa. E a quel­lo che sot­ten­de. Le dif­fe­ren­ze sul cli­ma so­no le più cla­mo­ro­se, ma non le uni­che. Usa ed Eu­ro­pa par­la­no or­mai lin­gue di­ver­se?  «Ci so­no dis­sen­si sul go­ver­no dei flus­si mi­gra­to­ri e di­ver­gen­ze su co­me in­ter­pre­ta­re il pro­te­zio­ni­smo e il li­be­ro mer­ca­to. Cer­ta­men­te Trump ha pro­ble­mi con la Ue su que­stio­ni che non ca­pi­sce e o non con­di­vi­de. Lui pen­sa a re­la­zio­ni bi­la­te­ra­li, con i sin­go­li Pae­si eu­ro­pei e non ad un rap­por­to con l’'Ue. D’al­tra par­te, al G7 la pre­sen­za del pre­si­den­te del Con­si­glio eu­ro­peo Do­nald Tu­sk e del pre­si­den­te del­la Com­mis­sio­ne Jean Clau­de Junc­ker, de­ve es­ser­gli ap­par­sa ir­ri­le­van­te. E lui ha af­fron­ta­to sin­go­li te­mi con sin­go­li lea­der. Da par­te sua, Mer­kel ha par­la­to da lea­der eu­ro­pea, ti­ran­do ver­so di sé Ma­cron, gio­va­ne pre­si­den­te emer­gen­te. E poi c’'è l’'Italia, che ha in­te­res­se a far par­te del­la “pat­tu­glia di te­sta” dell’'Unio­ne eu­ro­pea e che può ave­re un ruo­lo in­sie­me con Fran­cia e Ger­ma­nia, che coin­vol­ga poi an­che Spa­gna e Po­lo­nia. Per que­sto di­co che ci so­no le con­di­zio­ni per es­se­re più au­to­no­mi, per co­sti­tui­re una stra­te­gia di di­fe­sa co­mu­ne». 



30.5.17 | Posted in , , , , , , , , | Continua »

Conferenza Internazionale: Insieme nella testimonianza fino al martirio Cattolici e Ortodossi e le sfide del XXI secolo

Insieme nella testimonianza fino al martirio
Cattolici e Ortodossi e le sfide del XXI secolo 
24 maggio 2017 – ore 9,30 presso la Pontificia Accademia di Scienze Sociali Casina Pio IV 
– Città del Vaticano 

Programma 
Ore 9,30 – Saluti
S.E. Rev.ma Marcelo Sánchez Sorondo – Cancelliere Pontificia Accademia di Scienze Sociali 
P. Bernard Ardura – Presidente Pontificio Comitato di Scienze Storiche 
Cosimo M. Ferri– Sottosegretario di Stato - Ministero della Giustizia 

Ore 10,00 – I Sessione 
S.Em. Rev.ma Kurt Koch – Presidente Pont. Cons. per la Promozione dell’Unità dei Cristiani Aleksandr A. Avdeev – Ambasciatore della Federazione Russa presso la Santa Sede Natalija 
A. Naročnizkaja – Presidente Istituto della democrazia e della cooperazione 


Pausa 

S.E. Rev.ma Josif Tobij – Arcivescovo di Aleppo 
Michajl E. Švydkoj – Delegato del Presidente della Federazione Russa per la cooperazione culturale internazionale 
John Laughland – Direttore Istituto della democrazia e della cooperazione 

Ore 12,30 – Dibattito 

Ore 14,30 – II Sessione 
Franco Frattini – Presidente Istituto di Studi Eurasiatici 
Amvrosij Matsegora – Rettore chiesa S. Caterina d’Alessandria (Patriarcato di Mosca) 
Ralph Weimann – Professore Pontificia Università San Tommaso d’Aquino 
Vladimir V. Grigor’ev – Vicedirettore Rospechat 
Markus Graulich – Sottosegretario Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi 

Ore 15,45 – Dibattito 
Conclusioni 
S.Em. Rev.ma Gerhard Müller – Prefetto Congregazione per la Dottrina della Fede 

Modera Andrea Giannotti - Direttore Istituto di Studi Eurasiatici

25.5.17 | Posted in , , , , , , , , , | Continua »

Riyadh: Full text of President Trump's speech in Saudi Arabia

Full text of President Trump's speech in Saudi Arabia 

I want to thank King Salman for his extraordinary words, and the magnificent Kingdom of Saudi Arabia for hosting today’s summit. I am honored to be received by such gracious hosts. I have always heard about the splendor of your country and the kindness of your citizens, but words do not do justice to the grandeur of this remarkable place and the incredible hospitality you have shown us from the moment we arrived. You also hosted me in the treasured home of King Abdulaziz, the founder of the Kingdom who united your great people. Working alongside another beloved leader – American President Franklin Roosevelt – King Abdulaziz began the enduring partnership between our two countries. King Salman: your father would be so proud to see that you are continuing his legacy – and just as he opened the first chapter in our partnership, today we begin a new chapter that will bring lasting benefits to our citizens. Let me now also extend my deep and heartfelt gratitude to each and every one of the distinguished heads of state who made this journey here today. You greatly honor us with your presence, and I send the warmest regards from my country to yours. I know that our time together will bring many blessings to both your people and mine. I stand before you as a representative of the American People, to deliver a message of friendship and hope. That is why I chose to make my first foreign visit a trip to the heart of the Muslim world, to the nation that serves as custodian of the two holiest sites in the Islamic Faith. In my inaugural address to the American People, I pledged to strengthen America’s oldest friendships, and to build new partnerships in pursuit of peace. 

I also promised that America will not seek to impose our way of life on others, but to outstretch our hands in the spirit of cooperation and trust. Our vision is one of peace, security, and prosperity—in this region, and in the world. Our goal is a coalition of nations who share the aim of stamping out extremism and providing our children a hopeful future that does honor to God. And so this historic and unprecedented gathering of leaders—unique in the history of nations—is a symbol to the world of our shared resolve and our mutual respect. To the leaders and citizens of every country assembled here today, I want you to know that the United States is eager to form closer bonds of friendship, security, culture and commerce. For Americans, this is an exciting time. A new spirit of optimism is sweeping our country: in just a few months, we have created almost a million new jobs, added over 3 trillion dollars of new value, lifted the burdens on American industry, and made record investments in our military that will protect the safety of our people and enhance the security of our wonderful friends and allies – many of whom are here today. Now, there is even more blessed news I am pleased to share with you. 

My meetings with King Salman, the Crown Prince, and the Deputy Crown Prince, have been filled with great warmth, good will, and tremendous cooperation. Yesterday, we signed historic agreements with the Kingdom that will invest almost $400 billion in our two countries and create many thousands of jobs in America and Saudi Arabia. This landmark agreement includes the announcement of a $110 billion Saudi-funded defense purchase – and we will be sure to help our Saudi friends to get a good deal from our great American defense companies. This agreement will help the Saudi military to take a greater role in security operations. 
We have also started discussions with many of the countries present today on strengthening partnerships, and forming new ones, to advance security and stability across the Middle East and beyond. 
Later today, we will make history again with the opening of a new Global Center for Combating Extremist Ideology – located right here, in this central part of the Islamic World. 
This groundbreaking new center represents a clear declaration that Muslim-majority countries must take the lead in combatting radicalization, and I want to express our gratitude to King Salman for this strong demonstration of leadership. 
I have had the pleasure of welcoming several of the leaders present today to the White House, and I look forward to working with all of you. 
America is a sovereign nation and our first priority is always the safety and security of our citizens. We are not here to lecture—we are not here to tell other people how to live, what to do, who to be, or how to worship. Instead, we are here to offer partnership – based on shared interests and values – to pursue a better future for us all. 


Here at this summit we will discuss many interests we share together. But above all we must be united in pursuing the one goal that transcends every other consideration. That goal is to meet history’s great test—to conquer extremism and vanquish the forces of terrorism. 
Young Muslim boys and girls should be able to grow up free from fear, safe from violence, and innocent of hatred. And young Muslim men and women should have the chance to build a new era of prosperity for themselves and their peoples. 
With God’s help, this summit will mark the beginning of the end for those who practice terror and spread its vile creed. At the same time, we pray this special gathering may someday be remembered as the beginning of peace in the Middle East – and maybe, even all over the world. 
But this future can only be achieved through defeating terrorism and the ideology that drives it. 
Few nations have been spared its violent reach. 
America has suffered repeated barbaric attacks – from the atrocities of September 11th to the devastation of the Boston Bombing, to the horrible killings in San Bernardino and Orlando. The nations of Europe have also endured unspeakable horror. So too have the nations of Africa and even South America. India, Russia, China and Australia have been victims. But, in sheer numbers, the deadliest toll has been exacted on the innocent people of Arab, Muslim and Middle Eastern nations. They have borne the brunt of the killings and the worst of the destruction in this wave of fanatical violence. 
Some estimates hold that more than 95 percent of the victims of terrorism are themselves Muslim. We now face a humanitarian and security disaster in this region that is spreading across the planet. It is a tragedy of epic proportions. No description of the suffering and depravity can begin to capture its full measure. The true toll of ISIS, Al Qaeda, Hezbollah, Hamas, and so many others, must be counted not only in the number of dead. It must also be counted in generations of vanished dreams. The Middle East is rich with natural beauty, vibrant cultures, and massive amounts of historic treasures. It should increasingly become one of the great global centers of commerce and opportunity. 
This region should not be a place from which refugees flee, but to which newcomers flock. 
Saudi Arabia is home to the holiest sites in one of the world’s great faiths. Each year millions of Muslims come from around the world to Saudi Arabia to take part in the Hajj. In addition to ancient wonders, this country is also home to modern ones—including soaring achievements in architecture. 
Egypt was a thriving center of learning and achievement thousands of years before other parts of the world. The wonders of Giza, Luxor and Alexandria are proud monuments to that ancient heritage. 
All over the world, people dream of walking through the ruins of Petra in Jordan. Iraq was the cradle of civilization and is a land of natural beauty. And the United Arab Emirates has reached incredible heights with glass and steel, and turned earth and water into spectacular works of art. 
The entire region is at the center of the key shipping lanes of the Suez Canal, the Red Sea, and the Straits of Hormuz. The potential of this region has never been greater. 65 percent of its population is under the age of 30. Like all young men and women, they seek great futures to build, great national projects to join, and a place for their families to call home. 
But this untapped potential, this tremendous cause for optimism, is held at bay by bloodshed and terror. There can be no coexistence with this violence. There can be no tolerating it, no accepting it, no excusing it, and no ignoring it. 
Every time a terrorist murders an innocent person, and falsely invokes the name of God, it should be an insult to every person of faith.


Terrorists do not worship God, they worship death. 
If we do not act against this organized terror, then we know what will happen. Terrorism’s devastation of life will continue to spread. Peaceful societies will become engulfed by violence. And the futures of many generations will be sadly squandered. 
If we do not stand in uniform condemnation of this killing—then not only will we be judged by our people, not only will we be judged by history, but we will be judged by God. 
This is not a battle between different faiths, different sects, or different civilizations. 
This is a battle between barbaric criminals who seek to obliterate human life, and decent people of all religions who seek to protect it. 
This is a battle between Good and Evil. 
When we see the scenes of destruction in the wake of terror, we see no signs that those murdered were Jewish or Christian, Shia or Sunni. When we look upon the streams of innocent blood soaked into the ancient ground, we cannot see the faith or sect or tribe of the victims – we see only that they were Children of God whose deaths are an insult to all that is holy. 
But we can only overcome this evil if the forces of good are united and strong – and if everyone in this room does their fair share and fulfills their part of the burden. 


Terrorism has spread across the world. But the path to peace begins right here, on this ancient soil, in this sacred land. 
America is prepared to stand with you – in pursuit of shared interests and common security. 
But the nations of the Middle East cannot wait for American power to crush this enemy for them. The nations of the Middle East will have to decide what kind of future they want for themselves, for their countries, and for their children. 
It is a choice between two futures – and it is a choice America CANNOT make for you. 
A better future is only possible if your nations drive out the terrorists and extremists. 

For our part, America is committed to adjusting our strategies to meet evolving threats and new facts. We will discard those strategies that have not worked—and will apply new approaches informed by experience and judgment. We are adopting a Principled Realism, rooted in common values and shared interests.
Our friends will never question our support, and our enemies will never doubt our determination. Our partnerships will advance security through stability, not through radical disruption. We will make decisions based on real-world outcomes – not inflexible ideology. We will be guided by the lessons of experience, not the confines of rigid thinking. And, wherever possible, we will seek gradual reforms – not sudden intervention. 
We must seek partners, not perfection—and to make allies of all who share our goals. 
Above all, America seeks peace – not war. 
Muslim nations must be willing to take on the burden, if we are going to defeat terrorism and send its wicked ideology into oblivion. 
The first task in this joint effort is for your nations to deny all territory to the foot soldiers of evil. Every country in the region has an absolute duty to ensure that terrorists find no sanctuary on their soil. 
Many are already making significant contributions to regional security: Jordanian pilots are crucial partners against ISIS in Syria and Iraq. Saudi Arabia and a regional coalition have taken strong action against Houthi militants in Yemen. The Lebanese Army is hunting ISIS operatives who try to infiltrate their territory. Emirati troops are supporting our Afghan partners. In Mosul, American troops are supporting Kurds, Sunnis and Shias fighting together for their homeland. Qatar, which hosts the U.S. Central Command, is a crucial strategic partner. Our longstanding partnership with Kuwait and Bahrain continue to enhance security in the region. And courageous Afghan soldiers are making tremendous sacrifices in the fight against the Taliban, and others, in the fight for their country. 
As we deny terrorist organizations control of territory and populations, we must also strip them of their access to funds. We must cut off the financial channels that let ISIS sell oil, let extremists pay their fighters, and help terrorists smuggle their reinforcements. 
I am proud to announce that the nations here today will be signing an agreement to prevent the financing of terrorism, called the Terrorist Financing Targeting Center – co-chaired by the United States and Saudi Arabia, and joined by every member of the Gulf Cooperation Council. It is another historic step in a day that will be long remembered. 
I also applaud the Gulf Cooperation Council for blocking funders from using their countries as a financial base for terror, and designating Hezbollah as a terrorist organization last year. Saudi Arabia also joined us this week in placing sanctions on one of the most senior leaders of Hezbollah. 
Of course, there is still much work to do. 
That means honestly confronting the crisis of Islamist extremism and the Islamist terror groups it inspires. And it means standing together against the murder of innocent Muslims, the oppression of women, the persecution of Jews, and the slaughter of Christians. 


Religious leaders must make this absolutely clear: Barbarism will deliver you no glory – piety to evil will bring you no dignity. If you choose the path of terror, your life will be empty, your life will be brief, and YOUR SOUL WILL BE CONDEMNED. 
And political leaders must speak out to affirm the same idea: heroes don’t kill innocents; they save them. Many nations here today have taken important steps to raise up that message. Saudi Arabia’s Vision for 2030 is an important and encouraging statement of tolerance, respect, empowering women, and economic development. 
The United Arab Emirates has also engaged in the battle for hearts and souls—and with the U.S., launched a center to counter the online spread of hate. Bahrain too is working to undermine recruitment and radicalism. 
I also applaud Jordan, Turkey and Lebanon for their role in hosting refugees. The surge of migrants and refugees leaving the Middle East depletes the human capital needed to build stable societies and economies. Instead of depriving this region of so much human potential, Middle Eastern countries can give young people hope for a brighter future in their home nations and regions. 
That means promoting the aspirations and dreams of all citizens who seek a better life – including women, children, and followers of all faiths. Numerous Arab and Islamic scholars have eloquently argued that protecting equality strengthens Arab and Muslim communities. 
For many centuries the Middle East has been home to Christians, Muslims and Jews living side-by-side. We must practice tolerance and respect for each other once again—and make this region a place where every man and woman, no matter their faith or ethnicity, can enjoy a life of dignity and hope. 
In that spirit, after concluding my visit in Riyadh, I will travel to Jerusalem and Bethlehem, and then to the Vatican – visiting many of the holiest places in the three Abrahamic Faiths. If these three faiths can join together in cooperation, then peace in this world is possible – including peace between Israelis and Palestinians. I will be meeting with both Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu and Palestinian President Mahmoud Abbas. 
Starving terrorists of their territory, their funding, and the false allure of their craven ideology, will be the basis for defeating them. 
But no discussion of stamping out this threat would be complete without mentioning the government that gives terrorists all three—safe harbor, financial backing, and the social standing needed for recruitment. It is a regime that is responsible for so much instability in the region. I am speaking of course of Iran. 
From Lebanon to Iraq to Yemen, Iran funds, arms, and trains terrorists, militias, and other extremist groups that spread destruction and chaos across the region. For decades, Iran has fueled the fires of sectarian conflict and terror. 
It is a government that speaks openly of mass murder, vowing the destruction of Israel, death to America, and ruin for many leaders and nations in this room.
Among Iran’s most tragic and destabilizing interventions have been in Syria. Bolstered by Iran, Assad has committed unspeakable crimes, and the United States has taken firm action in response to the use of banned chemical weapons by the Assad Regime – launching 59 tomahawk missiles at the Syrian air base from where that murderous attack originated. 
Responsible nations must work together to end the humanitarian crisis in Syria, eradicate ISIS, and restore stability to the region. The Iranian regime’s longest-suffering victims are its own people. Iran has a rich history and culture, but the people of Iran have endured hardship and despair under their leaders’ reckless pursuit of conflict and terror. 
Until the Iranian regime is willing to be a partner for peace, all nations of conscience must work together to isolate Iran, deny it funding for terrorism, and pray for the day when the Iranian people have the just and righteous government they deserve. 


The decisions we make will affect countless lives. 
King Salman, I thank you for the creation of this great moment in history, and for your massive investment in America, its industry and its jobs. I also thank you for investing in the future of this part of the world. 
This fertile region has all the ingredients for extraordinary success – a rich history and culture, a young and vibrant people, a thriving spirit of enterprise. But you can only unlock this future if the citizens of the Middle East are freed from extremism, terror and violence. 
We in this room are the leaders of our peoples. They look to us for answers, and for action. And when we look back at their faces, behind every pair of eyes is a soul that yearns for justice. 
Today, billions of faces are now looking at us, waiting for us to act on the great question of our time. 
Will we be indifferent in the presence of evil? Will we protect our citizens from its violent ideology? Will we let its venom spread through our societies? Will we let it destroy the most holy sites on earth? If we do not confront this deadly terror, we know what the future will bring—more suffering and despair. But if we act—if we leave this magnificent room unified and determined to do what it takes to destroy the terror that threatens the world—then there is no limit to the great future our citizens will have. 
The birthplace of civilization is waiting to begin a new renaissance. Just imagine what tomorrow could bring. 
Glorious wonders of science, art, medicine and commerce to inspire humankind. Great cities built on the ruins of shattered towns. New jobs and industries that will lift up millions of people. Parents who no longer worry for their children, families who no longer mourn for their loved ones, and the faithful who finally worship without fear. 


These are the blessings of prosperity and peace. These are the desires that burn with a righteous flame in every human heart. And these are the just demands of our beloved peoples. 
I ask you to join me, to join together, to work together, and to FIGHT together— BECAUSE UNITED, WE WILL NOT FAIL.
Thank you. God Bless You. God Bless Your Countries. And God Bless the United States of America.


22.5.17 | Posted in , , , , , , , , | Continua »

The Riyadh Forum to Counter Extremism and Fight Terrorism “The Nature of Extremism and the Future of Terrorism"




The Riyadh Forum to Counter Extremism and Fight Terrorism  
“The Nature of Extremism and the Future of Terrorism”

RIYADH: The city will host a Forum on terrorism and extremism on May 21 under the sponsorship of the Islamic Military Alliance to Fight Terrorism (IMAFT), the Saudi Press Agency (SPA) said. The event is organized by the King Faisal Center for Research and Islamic Studies (KFCRIS). Saud Al-Sarhan, secretary-general of the KFCRIS, said the forum comes within the high-level global and political events in Riyadh during this month. 

The event will draw local and global experts who will explore the nature and types of terrorism, its future perception, the role of social media on terrorism and how to deal with it regionally, he said. The Kingdom has exploited its political, security, economic and social potentials to have a leading role in fight against terrorism where the Riyadh forum comes to enhance this role at regional and global levels, he said.
The forum will also feature four panel discussions focusing on finding possible mechanisms to deal with terrorism, which poses the most critical challenges not only to the Islamic world but globally. The panel discussions aim to explore four major themes: The future perception of terrorism, extremism on the Internet and social media, the linkage between terrorism and corruption, and finding mechanism in fight against terror and extremism in the Middle East. Established in 1983, the KFCRIS serves several functions that go in line with the vision of King Faisal Foundation. The Center aims to support and develop research and studies that spread King Faisal’s vision and expand knowledge on topics such as Islamic studies, politics, sociology and heritage. The KFCRIS maintains cooperation with research institutions in many countries of the world and keeps relationships with a number of researchers in various areas in Saudi Arabia and the world at large. 

The 34-state Islamic Military Alliance to Fight Terrorism (IMAFT), which will sponsor the event, was announced by Deputy Crown Prince Mohammed bin Salman on Dec. 15, 2015.

Franco Frattini, Former Italian Foreign Minister and President of SIOI-UN Association of Italy is the Keynote speaker at The Riyadh Forum to Counter Extremism and Fight Terrorism “The Nature of Extremism and the Future of Terrorism” 

18.5.17 | Posted in , , , , , , , , , , , , | Continua »

«Non tutti i Paesi islamici riconoscono che è terrorismo» (intervista)


Frattini: ora pressing sull' Onu ci sono Stati che restano silenti

Intervista con "Il Mattino", di Gigi Di Fiore 

Ministro degli Esteri in due governi Berlusconi, commissario europeo per la giustizia, libertà e sicurezza dal 2004 al 2008, tra i promotori del trattato di amicizia con la Libia di Gheddafi, Franco Frattini è osservatore attento sulle dinamiche internazionali legate al terrorismo islamico. Attualmente presiede la Società italiana per l' organizzazione internazionale, che svolge la sua attività sotto la vigilanza del ministero degli Esteri.

Presidente Frattini, l' attentato a Dacca segna un cambio di strategia dell' Isis?
«Sicuramente, Daesh - e volutamente uso questo termine per indicare l' Isis, che ha interpretazione dispregiativa anche tra gli islamisti che lo adottano - ha cambiato pelle. Più subisce sconfitte militari sul campo, nei Paesi che questo cosiddetto Stato vorrebbe controllare, più accentua la sua assimilazione e somiglianza alle suicide filosofie strategiche di Al Qaeda».

Significa anche un cambiamento di obiettivi?
«Credo sia una strategia che si prefigge di colpire i governi dei Paesi dove si eseguono gli attentati suicidi, per additarli come inaffidabili e instabili. Vedi gli episodi accaduti negli ultimi tempi in Turchia, in Pakistan e ora in Bangladesh, dove le vittime straniere sono solo bersagli strumentali con l' obiettivo invece di colpire politicamente i governi di quei Paesi. Ma c' è anche un ulteriore elemento che mi ha fatto riflettere in questo mutamento di strategia».

Quale?
«Dalle foto diffuse dei terroristi che hanno agito a Dacca pubblicate sui siti Internet vicini a Daesh, emerge un' età media di giovanissimi, con volti non più barbuti. Significa, a mio parere, che la strategia terroristica da kamikaze cerca solo militanti da usare come carne da macello. Vengono preferiti, quindi, giovanissimi poco esperti, semplici esecutori privi di esperienza la cui morte sicura non potrà danneggiare l' organizzazione nel suo complesso».

Quali politiche e scelte sono realisticamente percorribili contro la nuova strategia dello Stato islamico?
«Sul campo hanno subito sconfitte e arretramenti, perdendo territori e città.
Questo grazie all' impulso decisivo di Putin e delle milizie di Assad, oltre che di quelle curde, nell' intervento armato.
Ma le missioni suicide, con obiettivo unico la morte di civili e dei kamikaze, hanno finalità destabilizzanti in Paesi dove Daesh vorrebbe fare proseliti.
Questo rende difficile elaborare politiche fattibili».

Chi continua a finanziare le attività dell' Isis?
«Non è un mistero che ricchi simpatizzanti, in Arabia Saudita, foraggino Daesh. Dal 2014, il cosiddetto Stato islamico si è auto finanziato con il traffico di petrolio di contrabbando e il traffico di opere d' arte. Con la perdita di terreno, queste possibilità economiche si sono assottigliate.
Resta alto però il pericolo per l' Europa, come ha dimostrato il tragico attentato di Dacca».

Un attentato con il più alto numero di vittime civili italiane. È un segnale politico preciso?
«No, è stato un caso. L' obiettivo era un luogo frequentato da stranieri. In Bangladesh, da tempo gli imprenditori tessili italiani hanno delocalizzato la produzione, con manodopera a basso costo di alta capacità. È il risultato del mercato globale ed è per questo che c' erano così tanti italiani in quel locale».

Che risposta può dare l' Italia all' attentato di Dacca?
«Ci sono due scadenze importanti a fine anno. In primo luogo il segretario generale dell' Onu spetterà ad un europeo dell' Est. Poi, l' Italia entrerà nel consiglio di sicurezza sempre dell' Onu.
Queste due coincidenze possono essere utilizzate per raggiungere un importante obiettivo politico in materia di terrorismo».

A quale obiettivo allude?
«Far passare all' Onu una definizione accettata da più Paesi possibili sul concetto di terrorismo. Molti Stati islamici resistono, opponendo che il Corano prevede il concetto di martirio.
Deve essere l' Europa più degli Stati Uniti, che nel mondo arabo sono visti ancora come una specie di diavolo, a promuovere questo dibattito così importante».

Un obiettivo giuridico-formale dagli effetti concreti?
«Sicuramente. Se passasse all' Onu una definizione di terrorista universalmente accettata, ne potrebbe derivare una risposta internazionale condivisa su basi giuridiche certe. L' estremo oriente asiatico sta diventando uno dei fronti del terrorismo islamico e intendersi sulle interpretazioni di diritto in materia è fondamentale».

L' Europa deve migliorare la sua politica sul terrorismo?
«Certamente. Già nel 2006 proposi la tracciabilità dei traffici telefonici e della circolazione aerea dei passeggeri in Europa. Dopo l' attentato del Bataclan si sono resi conto che si era in ritardo e si sono affrettati ad attuare questi provvedimenti».

Non vede realizzabile un' ipotesi militare italiana, con maggiore presenza di soldati ad esempio in Libia?
«Mandare migliaia di soldati in quei territori serve a poco. Si viene visti solo come degli invasori. Meglio, invece, scegliere la strada degli addestratori come sembra, da notizie mai smentite, stia avvenendo proprio in Libia. I nostri carabinieri sono esperti in materia di antiterrorismo e hanno ricevuto più apprezzamenti dove hanno svolto questo lavoro, come in Iraq e in Afghanistan».

3.7.16 | Posted in , , , , , , , | Continua »

Per combattere l’Isis con più forza basta sanzioni a Mosca (intervista)



Dall'Ucraina, alla Siria, alla Libia, fino alla Somalia, i conflitti che insanguinano la scena internazionale hanno tutti in comune "la distruzione dell'essere umano come obiettivo”. L'analisi di Franco Frattini, Presidente della Sioi (Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale), già Ministro degli Affari Esteri dal 2008 al 2011.

di Laura Malandrino per il CorriereQuotidiano.it 
“Non si può combattere economicamente contro Mosca con le sanzioni e poi chiedere alla Russia di impegnarsi direttamente nella lotta all’Isis”. Lo ha detto nell'intervista a Corrierequotidiano.it Franco Frattini spiegando il ruolo della Russia nella lotta al terrorismo internazionale, nella tragedia siriana e nei rapporti con la Libia. Inoltre, l'ex ministro degli Affari Esteri, ha sottolineato perché, ed esattamente in che termini, si può parlare di terza guerra mondiale: il punto in comune a tutti i conflitti in atto nella nostra epoca è che “hanno la distruzione dell'essere umano come obiettivo”. Rispetto al dramma dei profughi e alle responsabilità della Comunità internazionale nella loro accoglienza, infine, ha ribadito le risposte deboli e del tutto insufficienti, soprattutto dell’Europa del Nord. 

D – Presidente Frattini, secondo lei, come si pone la Russia di Putin davanti al terrorismo internazionale dell’Isis?

R - Certamente la Russia ha il medesimo interesse dell'Occidente a contrastare e a battere definitivamente il califfato islamico, il Daesh (acronimo arabo di ISIS, ovvero Islamic State of Iraq and the Levant), anche per dare una risposta ai problemi molto seri al suo interno con l'estremismo islamico. Basti ricordare che dalla Cecenia sono partiti e partono spesso gruppi di terroristi che vanno a commettere attentati assai gravi non solo a Mosca, ma anche in altre città della Russia. È chiaro tuttavia che un coinvolgimento della Russia nell'azione diretta di contrasto al Daesh richiede un coinvolgimento di Mosca in un contesto assai più ampio. È impensabile, insomma, che da un lato si combatta economicamente contro Mosca con le sanzioni e dall'altro si chieda a Mosca di impegnarsi direttamente nella lotta all’Isis. Loro sono interessati comunque, ma è ovvio che per un coinvolgimento più forte, quello che in fondo è andato a chiedere anche il premier Renzi a Putin, noi in cambio dovremmo prospettare un coinvolgimento anche nelle prospettive strategiche.

D - Secondo lei c'è una connessione tra la crisi libica e la questione ucraina?

R - In Libia è noto che tra i Paesi europei l'Italia è quello che, per la sua storia e le profonde relazioni che ha sempre avuto, meglio conosce e meglio può ritenersi radicato con quel Paese. Ma dopo l'Italia c'è la Russia che ha una presenza, una penetrazione importante, diretta, in Libia. La Russia, inoltre, sta dando un aiuto fondamentale all'Egitto che gioca un ruolo essenziale nel contrastare il Daesh e nel fermare l'avanzata dei terroristi nelle varie città della Libia. Per questo motivo, quando il nostro premier ha chiesto a Putin un forte coinvolgimento della Russia per la soluzione Onu da trovare in Libia ha fatto una cosa perfettamente logica. Non dimentichiamo inoltre che la Russia è uno dei 5 Paesi che hanno il diritto di veto. Niente passa alle Nazioni Unite, come si è visto nella tragedia della Siria, se non c'è il consenso anche della Russia. Quindi non si può pensare che per contrasti con l'Europa e per la questione delle sanzioni si possa creare una sorta di isolamento e di non coinvolgimento della Russia che, invece, per le questioni strategiche globali è un alleato indispensabile. 

D - Il Papa ha parlato di "Terza guerra mondiale a pezzi, a capitoli, dappertutto". Secondo lei questi pezzi sono tutti capitoli autonomi o c'è un nesso, un collegamento tra i diversi conflitti?

R - Questa frase del Papa mi ha colpito molto perché io credo che oggi esistano davvero dei focolai di distruzione della nostra civiltà. Li vedo in Medio Oriente, ovviamente nella Siria e nella tragedia del Libano con la crisi umanitaria di milioni di rifugiati siriani che scappano; nell'Iraq con le devastazioni del Daesh che distrugge intere popolazioni, penso con particolare tristezza ai cristiani dell'Iraq e all'attacco a Ninive, che era una delle enclave cristiane, a Mosul. Ora c'è un'azione forte per recuperare Kirkuk. Poi, se scendiamo più giù, troviamo la tragedia somala. Anche in Somalia c'è un arco del terrore tra lo Yemen, la Somalia e il Sahel, e quindi tutta la zona del deserto del Sahara che vuol dire sud della Libia e sud dell'Algeria, un'area in cui si mescolano terrorismo, traffico della droga e traffico delle armi, con l'ulteriore tragedia nella tragedia del traffico di migranti. Queste sono tutte guerre che non possono definirsi locali, perché hanno riguardato e riguardano eventi epocali. Basti pensare le migrazioni di massa o le fughe di massa dei rifugiati. Quando scappano milioni di persone non è certo una crisi regionale. E quindi il Papa ha ragione, si tratta di una dimensione globale, con un filo conduttore che mette in connessione tutti questi conflitti: la negazione della persona umana come soggetto di diritti. Anzitutto il diritto alla vita, il diritto dei bambini a non essere sfruttati o venduti, il diritto delle donne. Il punto in comune è che tutte queste guerre, più o meno virulente, hanno la distruzione dell'essere umano come obiettivo perché considerano pari a zero il valore della vita umana. Esattamente la negazione della civiltà. È questa la realtà: siamo di fronte ad azioni, crisi , guerre che mirano a creare sistemi dittatoriali in cui la persona umana non conta niente. Il contrario di quello che il Santo Padre, e non solo, ci ricorda sempre.

D - Ci sono, secondo lei, i presupposti per internazionalizzare formalmente questi conflitti? 

R - Lo chiedono in molti per ciascuno di questi conflitti. La situazione in Libia andrà spero davanti alle Nazioni Unite molto presto. La crisi e la tragedia siriana c'è andata già, ma ancora una volta proprio per l'errore compiuto nei confronti della Russia non si è sortito qualche risultato importante. Oggi le Nazioni Unite chiedono all'Europa, formalmente, di darsi carico dei rifugiati siriani nel Medio Oriente. Quindi le Nazioni Unite sono già investite da tutto questo. È chiaro che per l'internazionalizzazione di ciascuno di questi conflitti la strada c'è. La terza guerra mondiale in senso formale, invece, le Nazioni Unite non hanno alcun titolo per dichiararla, e non penso che faranno mai una cosa di questo genere. Per questo la frase del Papa è ancora più giusta, perché parla di terza guerra mondiale frazionata, in aree del mondo diverse seppur con denominatori comuni. 

D - Secondo lei quale potrebbe essere la migliore azione di peacekeeping della comunità internazionale rispetto allo scenario odierno? E invece quale dovrebbe essere la risposta dell'Italia e della Comunità internazionale all'allarme di Frontex rispetto all'emergenza migrazioni?

R - Gli Stati e le organizzazioni regionali sono chiamati a farsi carico, con responsabilità, di quello che sta accadendo nello scenario internazionale. Penso allora innanzitutto all'Europa, e soprattutto all’Europa del Nord, purtroppo fortemente inadempiente per esempio rispetto alla questione dei profughi. L'Italia ha accolto 170 mila migranti in un anno. Ci sono Paesi, egualmente grandi ed importanti, che ne hanno accolti 1.700. Tutto invece chiama alla responsabilità collettiva. Nessuno si può tirare fuori. Quando essendo Commissario responsabile dell’Ue costituii Frontex, il sistema europeo sull'immigrazione, l’idea era che Frontex diventasse un corpo unitario ed integrato di guardie di frontiera europea. In realtà è rimasto un organismo intergovernativo in cui gli interessi nazionali prevalgono gli uni sugli altri. A dimostrarlo è la missione Triton, finanziata con circa un decimo di quello che solo l'Italia spendeva per Mare Nostrum. Ed invece questa è la risposta dell'intera Europa. Risposte deboli e del tutto insufficienti, insomma. Ci vorrebbe invece una trasformazione di questa strategia in una strategia realmente comunitaria. E se c'è un'agenzia a livello europeo che si occupa dell'immigrazione, questa deve anzitutto sostenere gli Stati in prima linea: Italia, Spagna, Malta, Grecia, in nome del principio di solidarietà che è uno dei pilastri dei trattati europei.

13.3.15 | Posted in , , , , , , , , , | Continua »

Libia: È inevitabile l’intervento dei caschi blu (intervista)


 «Un errore avere abbandonato Tripoli» 
«La comunità internazionale colpevole c'è stato un grave strappo in politica estera» 
«Va liberato quel Paese dai terroristi poi si potrà affrontare il nodo sicurezza» 

di Chello Alessandra per Il Mattino

Sulla sua pagina Facebook lo scrive chiaro e tondo: i terroristi non si fermeranno certo con i colloqui di pace. Franco Frattini, due volte ministro degli Esteri non ha dubbi: l'Onu deve affrontare in Consiglio di Sicurezza il caso-Libia.

Dunque l'intervento delle Nazioni Unite è l'unica strada? 
«Certo. L'Egitto e la Francia lo hanno già richiesto. A questo punto si tratta di un passo inevitabile legato a tre precondizioni. La prima, che il governo di Tobruch e il parlamento di Tripoli concordino sul fatto che la minaccia si chiama Daesh e chiedono perciò l'intervento dell'Onu. La seconda che lo voglia la Lega araba. E la terza che anche l'Unione Africana si esprima. Le Nazioni unite devono cambiare il mandato del commissario Leon che deve promuovere l'azione di forza contro il terrorismo». 

La Nato: 
Erano state gettate le basi per creare la guardia nazionale poi si è deciso di lasciar perdere tornare adesso sarebbe sbagliato 

La carta della coalizione dei volenterosi non era percorribile?
«No. Sarebbe stato un grave errore. La coalizione dei volonterosi si sarebbe esposta a diventare una coalizione dei crociati. E così non appena una forza dei Paesi europei avesse messo il piede sul territorio libico senza un quadro di legittimità internazionale avrebbe dato subito occasione di replica ai terroristi». 

E invece un intervento della Nato? 
«Il compito della missione politica è riprendere il dialogo con la Libia che noi abbiamo abbandonato da quattro anni. La Nato aveva fatto ben due missioni esplorative a Tripoli per creare la Guardia nazionale libica, ma poi ha gettato la spugna. Tornare dopo quel fallimento mi sembrerebbe un'assurdità. Si può pensare che l'avanzata dei terroristi, cui dal 2012 si è assistito senza agire, si fermi con i colloqui di pace? Assurdo. Ora l'Onu deve decidere in fretta per una missione di peacekeeping e peace enforcing». 

Non crede che con la Libia la politica italiana ha dimostrato di aver trascurato quella estera sottovalutando i pericoli di derive più o meno sopite? 
«L'errore più grave è stato andar via dalla Libia. Quando sono stato ministro degli Esteri parlavamo con il Qatar, gli Stati Uniti, la Turchia, il Regno Unito: con tutti facevamo riunioni operative sulle missioni che avrebbero dovuto rimpiazzare quelle militari. Eravamo pronti a mandare i formatori militari, gli addestratori e invece abbiamo abbandonato quella terra riproponendo quel che è accaduto negli anni 90 con la Somalia che oggi è diventato uno stato fallito. Lo sbaglio è stato non capire che la democrazia andava accompagnata non poteva nascere spontaneamente. Quel terreno è stato occupato dai terroristi e il prezzo ora sarà altissimo».

Insomma, chi è stato il colpevole di questo strappo?
Lo strappo è stato della comunità internazionale che dal 2012 ha mollato tutto mentre ci sarebbe stato bisogno di una forte leadership europea che si fosse mossa per prendere l'iniziativa chiedendosi come mai quella missione Nato fosse finita nelle secche. Questo è il fallimento dell'Europa della sicurezza».

Adesso è troppo tardi per rimediare? 
«No. Lo si deve fare, ma è chiaro che prima va liberato il Paese dai terroristi che ormai minacciano di salire e scendere in tutt'Europa. Ormai è emergenza sicurezza che solo le Nazioni Unite possono affrontare».

Esiste davvero un rischio attentati in casa nostra? 
«Il rischio è sempre esistito. L'Italia è a sole 50 miglia di mare da Sirte dove ci sono i terroristi. Certo ora è molto più forte perché l'Italia è il primo Paese di arrivo degli immigrati. La nostra Intelligence ha tutto sotto controllo e dunque non vanno lanciati facili allarmismi. Ma la minaccia esiste dopo i fatti di Parigi, Copenaghen e Bruxelles. Ma non è il flusso migratorio il veicolo principale del terrorismo, piuttosto lo è il flusso della paura. In Libia ci sono 800mila persone non libiche che vivono in condizioni estreme. Nel solo 2014 ne sono arrivati 140mila. Ancora una volta la responsabilità è dell'Europa. Quando ero ministro degli Esteri lanciai il Frontex che puntava proprio a creare la guardia costiera euroepa. Ma poi gli egoismi internazionali hanno bloccato tutto. Ora sento riparlare del Pnr europeo sulla tracciabilità degli spostamenti aerei, una cosa perla quale nel 2006 negoziai un accordo che poi però mi fu stoppato dicendo che violava la privacy. Già...quella del sospetto terrorista». 

Non sarà che la profezia della Fallaci sull'Islam fanatico si sta avverando: non esistono musulmani moderati. Condivide? 
«No. Sono convinto del contrario perché parlo per esperienza personale. Ho conosciuto tanti leader affidabili del Kuwait, dell'Egitto e della Tunisia con i quali un confronto è possibile. L'unica cosa che rimprovero loro è il silenzio. Ad esempio, prima che il rettore dell'Università di Alessandria d'Egitto si esponesse nella condanna dell'Isis, sono trascorse settimane. Perché? Perché la religione resta il solco più profondo. E ogni Imam si arroga il diritto di essere l'interprete più fedele del Corano. Il che fa sì che nessuno prenda mai posizioni alla luce del sole per il timore di essere messo in discussione. Un rischio troppo grande».

18.2.15 | Posted in , , , , , , , , , , | Continua »

Terrorismo: truppe di terra contro Is, bombardare non basta


 Frattini, senza l'Iran a bordo la coalizione internazionale non sconfiggerà lo Stato islamico
Senza l' Iran "a bordo", la coalizione internazionale non riuscirà a sconfiggere lo Stato islamico. Lo ha dichiarato oggi a Roma il presidente della Società italiana per l'Organizzazione Internazionale (Sioi), Franco Frattini, durante un incontro con il presidente del parlamento del Kurdistan iracheno, Yusuf Mohammed Sadiq. Secondo l'ex ministro degli Esteri, occorre "fare di più per aiutare i Peshmerga", impegnati "quasi da soli" nel contrasto ai jihadisti. "Con la distrazione della comunità internazionale, lo Stato islamico è cresciuto in Iraq e in Siria. Solo i curdi non erano distratti, e hanno mostrato coraggio e determinazione". 

Secondo Frattini, devono essere messe in campo "azioni concrete" per sostenere gli sforzi di Erbil: quelle decise finora "non sono state sufficienti". "Solo ora, dopo l' orribile assassinio del pilota giordano (Muaz al Kasasbeh, ndr), altri paesi della regione stanno facendo di più contro lo Stato islamico. Ma non si può solo bombardare con i caccia. Lo Stato islamico sta occupando territori e questo cambia la storia del terrorismo. Si tratta di un nuovo aspetto che impone una nuova risposta". Da questo punto divista, per il presidente della Sioi, anche "il governo di Baghdad deve fare molto di più che in passato, riconoscendo il ruolo dei curdi”. (Fonte Agenzia NOVA)

Iraq: Frattini, truppe di terra contro Is, bombardare non basta
'Impossibile sconfiggere jihadisti senza peshmerga e Iran'
Per sconfiggere lo Stato Islamico (Is) è necessario "moltiplicare gli sforzi sul territorio, bombardare non basta". Ne è convinto il presidente della Sioi (Società italiana per l' organizzazione internazionale) Franco Frattini, che ha incontrato a Roma il presidente del Parlamento del Kurdistan iracheno Youssef Mohammed Sadiq. 

"Oggi più che mai è noto che non è possibile sconfiggere il terrorismo senza gli eroi peshmerga", ha affermato accusando il governo dell' ex premier Nuri al-Maliki di aver creato "il terreno per la nascita di organizzazioni terroristiche come Daesh'', acronimo arabo dell' Is. "Dobbiamo moltiplicare gli sforzi sul territorio, non basta bombardare - ha detto Frattini - Perché Daesh sta conquistando territori e ha modificato la storia del terrorismo. Per questo è necessaria una nuova risposta e il governo di Baghdad deve fare molto di più rispetto al passato, con l' esercito, l' aiuto della comunità internazionale e il riconoscimento del ruolo dei curdi". Necessario, secondo Frattini, anche "il ruolo dell' Iran", con il quale non è possibile "fermarsi al passato" perché la minaccia dello Stato Islamico non è circoscritta, ma estesa "all' Europa, all' Africa". Per cui serve stringere "accordi con i Paesi della regione contro questa minaccia", ha concluso. (Fonte AKI – Adnkronos International)


Franco Frattini durante l'incontro in SIOI con il presidente del parlamento del Kurdistan iracheno Yusuf Mohammed Sadiq

Franco Frattini durante l'incontro in SIOI con il presidente del parlamento del Kurdistan iracheno Yusuf Mohammed Sadiq

12.2.15 | Posted in , , , , , , , , | Continua »

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