Frattini: “Di Maio vuole dall’Ue la completa revisione ​​​​​​​delle sanzioni a Putin”

Frattini: “Di Maio vuole dall’Ue la completa revisione ​​​​​​​delle sanzioni a Putin”
E sulla Libia: «Dialogare con Mosca e Ankara» 


Franco Frattini, magistrato e presidente dell' Associazione italiana per l' Onu-SIOI, è stato due volte ministro degli Esteri nei governi Berlusconi e Commissario europeo. Il suo è uno dei nomi più accreditati per l'incarico di inviato speciale dell'Italia in Libia. In questi giorni i suoi consigli sono molti utili al ministro degli Esteri Luigi Di Maio. La chiave per capire come intenda muoversi Roma sta in quello che lo stesso Di Maio ha confidato a Frattini: il responsabile della Farnesina ha chiesto all'Alto rappresentante Ue Borrell di ridiscutere le sanzioni alla Russia. 

Qual è il senso di questa mano tesa a Putin, sapendo che ci metteremo contro Trump? 

«A noi la Russia serve moltissimo per difendere i nostri interessi nazionali. Di Maio ha fatto un passo molto importante con Borrell. Un passo che avremmo dovuto fare tre, quattro anni fa. Noi avremmo dovuto dire basta con le sanzioni». 

Pensa che Borrell metterà il tema delle sanzioni all' ordine del giorno a Bruxelles? 

«Conoscendolo bene, visto che da commissario europeo ho lavorato con lui, credo proprio di sì». 

A parte Trump, anche Merkel e Macron saranno contrari a mettere in discussione le sanzioni a Mosca. 

«Può darsi, ma almeno si saprà da che parte stiamo noi e da che parte loro». 

Scusi, da che parte dovremmo stare noi? Ci spieghi perché adesso dobbiamo stare dalla parte della Russia? 

«Noi dobbiamo stare dalla parte dei nostri interessi nazionali come fanno gli altri Paesi, ma abbiamo un at out che gli altri non hanno, cioè possiamo parlare in amicizia con tutte le parti in causa sia in Libia sia in Medio Oriente. Noi come Italia possiamo avere un ruolo di mediazione nei conflitti. In ogni caso dobbiamo farci sentire ai tavoli delle potenze che hanno in mano le sorti di un Paese a poche miglia dalle coste italiane. In Libia abbiamo interessi di primaria grandezza, energetici, migratori, ma anche rapporti politici e di amicizia di lunghissima durata». 

Forse meglio dire "avevamo". Noi abbiamo sostenuto Sarraj, ma ora Di Maio pensa che Sarraj ci abbia tradito con la Turchia e apre ad Haftar. Abbiamo cambiato alleato? 

«Ho parlato con Di Maio e lui non parla di alleanza con Haftar ma si rende conto degli errori del passato: non possiamo schiacciarci su Sarraj. Il ministro degli Esteri si rende conto che potremmo avere una sponda forte a Mosca e allora perché appiattarsi con una delle parti quando possiamo aiutare gli uni e gli altri? La conferenza di Palermo sembrava che avesse segnato un equilibrio tra le due parti e ci siamo buttati tra le braccia di Sarraj». 

Con gli Stati Uniti che avevano promesso al premier Conte sostegno in Libia. 

«Gli americani avevano detto "bravi, occupatevi della Libia", ma poi ci hanno lasciato soli. Ecco perché dobbiamo discutere con la Russia, rimettendo in discussione le sanzioni economiche, e anche con la Turchia. Dopodomani (domani per chi legge, ndr) a Sochi si incontreranno Putin, che sostiene Haftar, ed Erdogan, che ha mandato i suoi soldati in difesa di Sarraj: decideranno il futuro della Libia, come hanno fatto per la Siria. Speriamo che la Libia non venga spartita in due, ma è tra le ipotesi in campo. Ecco perché dobbiamo riaprire la discussione pure con Ankara e difendere il lavoro di Eni. È stato un errore chiudere la porta in faccia alla Turchia come hanno fatto nel 2003 Chirac e Schröder». 

Insomma la piccola Italia a suo parere può diventare una potenza regionale, da sola, senza l'Europa. Questa logica vale anche per la vicenda iraniana? 

«Sì. Noi in Iraq abbiamo mille soldati. Va bene, siamo leali con gli Stati Uniti ed è giusto decidere anche con gli altri Paesi europei se rimanere. Ma una volta ribadita la nostra lealtà, dobbiamo poter dire come la pensiamo su certe iniziative come l'uccisione di Soleimani». 

Allora Di Maio ha fatto bene a prendere le distanze da Washington? 

«È una mossa ragionevole se il passo successivo sarà quello che io suggerisco: ridare all'Italia un ruolo di pontiere. Con l'Iran abbiamo un rapporto consolidato da sempre. Senza nulla togliere alla nostra forte amicizia con Israele, dobbiamo avere una posizione autonoma. Vediamo se gli iraniani ci snobberanno e se gli americani diranno che li abbiamo pugnalati alle spalle. Io so che il ministro degli Esteri iraniano sta facendo molte telefonate ai Paesi occidentali e spero che una la faccia anche a Roma. Francesi e tedeschi hanno fatto sponda con la Cina invece di fare un vertice subito per cercare l'unità europea». 

Lei pensa che Trump in questo momento ci voglia tra i piedi nel ruolo di pontieri e pompieri? 

«In un momento in cui molti degli alleati europei stanno esprimendo contrarietà al raid americano, Trump ha contro la Russia, la Turchia e la Cina. Nello scacchiere mediorientale, oltre Israele, hanno dalla loro parte i sauditi ma rischiano di imbarcarsi in una polveriera. Noi abbiamo un filo da riagganciare con gli iraniani».

8.1.20 | Posted in , , , , , , , , , , , , , , , | Continua »

Iran, l’Italia preziosa nella mediazione. Frattini spiega a quali condizioni

Iran, l’Italia preziosa nella mediazione. Frattini spiega a quali condizioni
di Gabriele Carrer


Conte deve trovare unità in Parlamento e il presidente Mattarella potrebbe convocare un Consiglio supremo di Difesa: serve una linea condivisa. L’Italia vanta un credito verso l’Iran: può tornarci utile mediare per Trump e ritrovare la sua fiducia dopo il flop libico. Conversazione con Franco Frattini, due volte ministro degli Esteri, ex commissario europeo, oggi presidente della Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale (Sioi) e presidente di sezione del Consiglio di Stato 


L’Italia può avere un ruolo nella mediazione tra Stati Uniti e Iran ma serve un passaggio parlamentare e un Consiglio suprema di Difesa che ci facciano esprimere con un’unica voce. La mancata telefonata del presidente Donald Trump al premier Giuseppe Conte dopo l’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani? Paghiamo la delusione degli Stati Uniti causata dalla nostra incapacità di assumere la leadership in Libia. Sul ruolo dell’Italia e dell’Unione europea in questa crisi tra Stati Uniti e Iran abbiamo chiesto l’opinione di Franco Frattini, due volte ministro degli Esteri (una durante la guerra bushiana in Iraq), ex commissario europeo, oggi presidente della Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale (Sioi) e presidente di sezione del Consiglio di Stato.

Che cosa dovrebbe fare il governo in questo momento?

In primo luogo promuovere attraverso un dibattito parlamentare un’unità di tutto l’arco affinché l’Italia esprima con una sola voce. Abbiamo sentito quella di Matteo Salvini, quella di Giorgia Meloni, quella di Nicola Zingaretti, non si capisce quale sia la posizione dei 5 Stelle. Da un lato il ministro degli Esteri Luigi Di Maio fa osservazioni di buon senso, dall’altro vedo che un altro dei leader del Movimento, Alessandro Di Battista, sta partendo per Teheran – e forse non è il momento migliore. Se l’Italia trovasse una posizione convergente, avrebbe la forza di chiedere che un consiglio dei ministri degli Esteri, se non dei capi di Stato dell’Unione europea cercasse di avvicinare le posizioni tra i Paesi membri, oggi molto lontane. Il che rende l’Europa irrilevante. Almeno finora. 

Forse i continui appelli a una missione europea, pensiamo a quelli di Massimo D’Alema e del premier Giuseppe Conte, rivelano una mancanza di proposte. 

Certo. Rivelano che ogni Paese amerebbe moltissimo scaricare a qualcun altro la questione, in questo caso all’Unione europea. C’è un piccolo particolare: l’Unione europea non c’è. Osservazioni di ordinario buon senso come quella di Joseph Borrell, Alto rappresentante Ue, si scontrano con l’evidenza che per essere mediatore devi essere credibile con entrambe le parti. Ma con l’Iran l’Europa ha perso credibilità quando non ha difeso l’accordo nucleare dal presidente statunitense Donald Trump. E l’ha persa anche con gli Stati Uniti, come detto con grande chiarezza dal segretario di Stato americano Mike Pompeo.

Ogni Paese Ue si muove dimenticando l’unità europea. 

Non è sfuggito a nessuno che le posizioni più nette, come al solito, le hanno prese Francia e Germania. Il presidente francese Macron ha diffuso il comunicato congiunto di condanna assieme all’omologo russo Vladimir Putin – come se la Francia non avesse nulla a che fare con la Nato. Francia e Germania assieme hanno triangolato con il ministro degli Esteri cinese. 

Che cosa significa? 

Tutte queste cose fanno capire che c’è un attivismo forte di Macron, che vuole riposizionare il suo Paese come punto centrale nel Medio Oriente dopo aver perso il ruolo storico in Libano e dintorni. Ma l’Europa in quanto tale è assolutamente silente.

Che fare quindi, a livello europeo?

Prima di parlare di una missione europea occorre che ci sia l’Europa. Penso serve una discussione politica in cui ogni Paese dica con chiarezza che cosa fare. Qui tutti dicono di volere una de-escalation. Sì, ma come? In questo momento non vedo l’Iran lanciare una risposta di guerra. E non soltanto perché l’ayatollah Ali Khamenei al momento giusto ha sempre fermato le azioni di guerra vere e proprie. Ma soprattutto perché l’Iran non è circondato da amici, pensiamo a Paesi come Arabia Saudita, Egitto, Israele e Turchia. Il mio consiglio è evitare di far sentire l’Iran talmente in un angolo da incoraggiare un scatto rabbioso del leone ferito. Il tutto senza far perdere ovviamente la faccia gli Stati Uniti.

Come? 

Per esempio, riparlare dell’accordo nucleare disdettato da Trump e abbandonato dall’Iran. Inoltre, serve dire con chiarezza con il contesto regionale deve essere rinegoziato totalmente per evitare che l’Iran, come faceva con Qassem Soleimani, controlli un pezzo della Siria e tutto il Libano. 

Washington non ha telefonato a Roma né prima né dopo l’uccisione del generale. Uno schiaffo piuttosto pesante per il premier Conte. 

Lo è. Gli Stati Uniti si aspettavano qualcos’altro dall’Italia. Credo sia uno schiaffo dovuto non tanto a questa faccenda, visto che siamo del tutto marginali e che, come tutti sanno, l’Italia si è allineata all’Europa sul nucleare – ha limitato gli scambi con l’Iran quando era il momento di farlo, tanto che Trump ci aveva addirittura graziato per sei mesi dall’embargo. E non l’ha fatto per simpatia verso l’Iran ma perché tutto sommato avere un piccolo ponte, qualcuno che con Teheran ci parla ed è seriamente alleato occidentale, a Trump non dispiace.

Da dove arriva la delusione allora? 

Dalla Libia. Gli americani ci rimproverano di non aver preso finalmente – e ce lo chiedono da molti e molti mesi – una leadership in Libia che evitasse ciò che è accaduto. Siccome in politica estera è come in fisica che quando gli spazi sono lasciati vuoti qualcuno li occupa, nel disordine generale Russia e Turchia sono entrate in campo e si spartiranno le sfere di influenza. Come hanno fatto per la Siria, peraltro.

Ce lo chiedono dalla Conferenza di Palermo di fine 2018.

Proprio così. Noi abbiamo un giorno invitato Khalifa Haftar, il giorno dopo allisciato Fayez Al Serraj. E non ci siamo coordinati con i russi come avremmo dovuto. Con Russia e Turchia abbiamo rapporti che certo gli Stati Uniti non hanno e avremmo potuto giocare benissimo questo ruolo anche nell’interesse americano. Invece, si è visto che la Francia ha fatto quel che ha voluto – pensiamo al sostegno sotterraneo ad Haftar. Ciò ha mostrato all’America che su questo dossier, che è per l’Italia di interesse nazionale prioritario, siamo stati in ritardo. Non riguarda il ministro Di Maio ma certamente l’Italia in quanto tale.

A sentirla la questione sembra davvero essere davvero grave e superare il tema Iran.

Come possono gli Stati Uniti contare su una presenza importante dell’Italia su altri dossier se neppure in Libia c’è stata? Ecco perché è urgente che il presidente del Consiglio cerchi di trovare un’unità in Parlamento, per andare poi con due o tre idee concrete a dire all’Europa “qui c’è una proposta italiana”. Abbiamo visto i tentativi francese, franco-tedesco, austriaco per un vertice Usa-Iran a Vienna e perfino quello di coinvolgere la Svizzera. Iniziative spot, ma non si è vista la proposta. Credo che su questo l’Italia abbia ancora un margine per portare la sua idea. Anche perché noi italiani abbiamo dei crediti agli occhi degli iraniani: basti pensare che fummo noi a restaurare dopo il terremoto la cittadella sacra di Qom, quella dove ora adesso è stata issata una bandiera rossa. Esistono rapporti che permetterebbero all’Italia di fare una proposta credibile. Ma non basta dire “facciamo la de-escalation”, serve spiegare come. 

Sarebbe sufficiente un passaggio parlamentare?

Valuterei – questa non è materia del Parlamento ma del presidente della Repubblica – se non sia l’occasione di un Consiglio supremo di Difesa. Non è immaginabile che una mattina si svegli il ministro della Difesa Lorenzo Guerini – che ha fatto una cosa che condivido come sospendere l’addestramento italiano – e quella dopo il ministro degli Esteri Luigi Di Maio che va adesso in Egitto. Francamente vedrei più un dibattito parlamentare, con la consacrazione di un Consiglio supremo di Difesa per dire “ecco, questa è l’Italia”. E allora anche il presidente del Consiglio avrebbe più forza in Europa.

Che ruolo possiamo avere?

Serve ricordare all’Europa che siamo tra i pochi che possono parlare con l’Iran senza che ci tirino addosso un missile: con l’Italia non c’è che una diffidenza per l’allineamento alla posizione europea, quella che ha lasciato cadere quell’accordo nucleare per obbedire alle richieste americane. Ma di più non c’è. C’è più molta irritazione verso altri Paesi europei. E agli americani faremmo anche un bel favore se la proposta italiana riducesse la tensione facendo riaprire il dialogo agli iraniani sul nucleare. Tuttavia, leggendo i giornali vedo che le divisioni tra le forze politiche sono ancora forti sul decreto Milleproroghe, sulla revoca ad Autostrade ma di questo tema, che è materia di interesse nazionale, chi se ne occupa?

Che cosa cambia con l’uscita dell’Iran dall’accordo Jcpoa? Quest’uscita era del tutto prevedibile perché in realtà, fino a oggi, l’Iran si era ritenuto vincolato politicamente all’accordo nonostante la disdetta di Trump. Non è una conseguenza legale quindi ma politica: gli iraniani hanno usato una condizione, cioè l’essere quell’accordo disdettato dagli Stati Uniti, aggiunta alla vicenda politica grave di queste ore per riprendere ad arricchire l’uranio.

Che cosa significa questa uscita dal patto? L’Iran avrà presto la bomba atomica? 

Non significa che domani l’Iran avrà la bomba atomica ma che stiamo andando verso una fase devastante di proliferazione nucleare nel Grande Medio Oriente, in cui quantomeno Iran, Arabia Saudita e Israele saranno in grado di avere deterrenza nucleare. Sarà quella dell’epoca della Guerra fredda in cui si diceva “vogliamo l’arma atomica per non doverla usare mai” oppure no? Questo non possiamo dirlo adesso. Ma la scelta dell’Iran apre a conseguenze di medio termine estremamente preoccupanti. Mi chiedo se i consiglieri del presidente Trump avessero pensato a questa ripercussione.

L’uscita dall’accordo nucleare può essere intesa come la disponibilità da parte di Teheran a riaprire i negoziati? 

È una carta da cogliere. In Iran c’è sempre stato il partito della pace, di cui è esponente anche Khamenei che sa bene che nonostante oggi non se ne parli più le manifestazioni di piazza, con le sanzioni che pesano e la gente che si impoverisce, restano. Soleimani, che era il capo del partito della guerra, no: aveva fatto dell’Iran un Paese sempre in conflitto per amministrare in questo modo il bilancio. Ora questo non c’è più. Quindi la mossa di uscire dall’accordo nucleare non necessariamente significa che l’raia avrà l’arma atomica domani né tantomeno che sarà pronto a usarla. Ecco perché proprio questo passo potrebbe riaprire un tentativo negoziale. Uso il termine tentativo perché la riuscita non è affatto scontata.

6 gennaio 2020

https://formiche.net/2020/01/italia-iran-frattini/



7.1.20 | Posted in , , , , , , , , , , , | Continua »

CAOS SIRIA/ Frattini: se viene divisa tra Erdogan e Sauditi, salta anche la Libia



Erdogan non si sarebbe fermato, questo Trump doveva saperlo. Adesso il rischio da scongiurare è la divisione della Siria


Il Medio Oriente è tornato una polveriera, e ogni giorno il bollettino peggiora. Il governo di Hariri in Libano, in seguito alle proteste, ha rassegnato le dimissioni. In Siria, dopo il ritiro dei curdi dalla “zona cuscinetto” resta il rischio di una vera e propria guerra tra le truppe turche e quelle di Assad. In Iraq ci sono stati 250 morti da inizio ottobre tra i manifestanti, nell’ultimo caso uomini dal volto coperto hanno sparato sulla folla. La Giordania ha appena richiamato il suo ambasciatore da Israele, che a suo dire detiene due suoi cittadini illegalmente.
 Il centro del Medio Oriente sta sfuggendo di mano, e ai confini di questo nucleo “caldo” si trovano gli attori regionali più forti: Turchia, Iran, Arabia Saudita e Israele. Quattro Stati con interessi e alleanze divergenti. Col disimpegno Usa, l’unico attore di rilevanza globale nell’area resta la Russia. Il Sussidiario ha parlato con Franco Frattini, due volte ministro degli Esteri con Berlusconi a Palazzo Chigi, che ci ha delineato lo schema del pantano mediorientale, e i pericoli che ne derivano per tutto l’Occidente.

Qual è la strategia della Turchia in Siria?
Ha approfittato del vuoto di potere lasciato dagli Usa. Erdogan ha sempre voluto affermare un principio: i curdi devono vivere in zone sotto il controllo della Turchia, per Ankara questo è un interesse nazionale prioritario. Erdogan lo sta solo portando avanti concretamente, Trump ha sbagliato a credere che si sarebbe fermato.
Il presidente Usa pensava che bastasse una moral suasion per fermare i turchi?
Sì. Trump gli ha chiesto di “andarci piano”, ma Erdogan, saputo del ritiro Usa dal Nordest della Siria, ha agito come se il campo fosse sgombro. Anche lui ha fatto male i conti: dagli Usa ha preso le sanzioni e il riconoscimento del genocidio armeno, e appena gli americani hanno mollato la presa, la Russia si è incaricata della stabilità dell’area, e per ora Putin più o meno riesce a mantenere il cessate il fuoco tra Turchia e Assad. Conosco i turchi: senza un “amico” potente a chiederglielo, non si sarebbero fermati ai 30 km della “zona cuscinetto”. A Idlib, e non solo, avremmo visto un bagno di sangue.
Anche perché l’esercito turco, il secondo della Nato, ha i mezzi per farlo.
Sì, ma non bisogna sottovalutare il contingente di Assad, che è tutt’ora forte e combatte sul suo territorio, un luogo dove chiunque rischia di impantanarsi, questo Putin l’ha capito bene.
Lo stesso vale per Trump, che infatti se ne è tirato fuori. È questa la sua strategia?
Sì. D’altronde a Trump, all’inizio del suo mandato, è scappato detto: “Gli Usa devono smetterla di fare il poliziotto globale”.
Questo però lo dicono un po’ tutti i presidenti Usa. Poi le cose vanno diversamente.
Lui però ha cominciato a farlo. Ha detto agli alleati Nato: non pagheremo più per la vostra sicurezza. E questo si è tradotto nel disimpegno in Libia, ai danni dell’Italia, e in Siria, ai danni di tutto l’Occidente. Anche in Afghanistan e in Iraq ha diminuito gli sforzi. Poi, certo, restano alcune mosse estemporanee.
Tipo?
Prima ha detto di volersene andare dal Nordest della Siria, per poi spiegare che alcune truppe sarebbero rimaste. Allo stesso tempo, le forze speciali americane erano a caccia di Al Baghdadi, il califfo dell’Isis, che alla fine hanno trovato e ucciso. Ma l’idea dietro resta, anche se non è attuata in modo lineare.
Quella di un’America concentrata su se stessa. È questo il fine?
Vuole portare alle elezioni del prossimo anno un’America più ricca al suo interno e più lontana dai teatri di crisi. Trump disse: “Basta con le bare coperte dalla nostra bandiera, voglio che i nostri ragazzi si impegnino negli Usa per il bene della patria”.
A chi va il Medio Oriente? Alla Russia, alla Cina?
La Russia resta l’attore più importante sul campo, e gioca sempre di sponda con la Cina: 2 su 5 dei membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu hanno un occhio attento sulle vicende mediorientali. In più la Russia fa da pontiere con l’Iran, che presto potrebbe avere la bomba atomica. Il grande Medio Oriente si sta del tutto destabilizzando, lo scontro tra Qatar e blocco sunnita di Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita è uno scontro tra sunniti. Non si tratta più solo di scontri tra sunniti e sciiti.
Una vera polveriera, mentre ancora non si capisce come andrà a finire la spartizione della Siria.
La Turchia vuole la sua area d’influenza, questo oltre ai curdi è il motivo del suo attivismo in Siria. Ci saranno tre sfere d’influenza: la Turchia al nord vicino ai propri confini, al centro gli sciiti alawiti di Bashar al-Assad, e al sud i sunniti con influenza e soldi di Arabia Saudita. Sperando che tutto ciò basti a mantenerla unita, perché una sua partizione in due o tre parti sarebbe assolutamente devastante.
Più devastante del rischio che continui una guerra che dopo 8 anni ha lasciato solo macerie?
Sarebbe un rischio ancora più grosso perché creerebbe un effetto domino: perché dovrebbe rimanere unita la Libia se tra Cirenaica, Tripolitania e Fezzan ci sono differenze forse anche più grandi di quelle tra un curdo e un sunnita del sud della Siria?
La forma Stato in Africa non è mai attecchita del tutto. Ma è a rischio anche in Medio Oriente?
Questo è il vizio d’origine dell’accordo franco-britannico che, disegnando con la penna i confini degli Stati, pose le condizioni per aggregazioni e disaggregazioni che quei popoli non riconoscono. Se cade uno di questi Stati e si afferma il principio che la Siria si può dividere, altri la seguirebbero. L’opposto dell’interesse occidentale, che è nella stabilità dell’area.
In Libano, il primo ministro Hariri si è dimesso. Si andrà a elezioni o si rischia la guerra civile?
Hariri, e prima di lui suo padre, si è illuso per anni che la sua coalizione potesse fare accordi con Hezbollah, e ora ne paga il prezzo. Hezbollah è un partito sciita filo-iraniano del tutto assolutista, che vuole vincere e non concepisce accordi. Io non so se dietro le enormi proteste di piazza ci sia o no Nasrallah (il leader di Hezbollah, ndr), so che trovare un nuovo primo ministro sarà difficile per il presidente Aoun. Hariri ci mise un anno per creare il governo.
Anche Israele, paese diverso ma confinante, ha difficoltà nel creare un governo.
Israele uscirà da questa fase, è un paese più dinamico. E ha delle risorse che il Libano purtroppo non ha.
(Lucio Valentini, Il Sussidiario.net) 

31.10.19 | Posted in , , , , , , , , , , , , , , , , | Continua »

Intervista a Franco Frattini - «Sbarchi e flessibilità, partenza positiva però non aspettiamoci subito miracoli»




«Ora spero che con la nomina di prestigio ottenuta da Gentiloni, tutta l'Italia lo sostenga con forza da destra e da sinistra, così come accadde a me. È importante che il nuovo commissario trovi un consenso generale, ovviamente se farà bene. Noi in questi anni ci siamo dimenticati di Federica Mogherini perché la sua nomina non ha portato a nulla». Franco Frattini, due volte ministro degli Esteri ed ex commissario europeo alla Giustizia, vede il nuovo incarico di Paolo Gentiloni come un'opportunità per l'Italia. 

Cosa potrà fare Gentiloni? 
«Una nomina importante anche perché, come sempre accade alla Commissione europea, è una nomina alla persona: si vede il curriculum. È stata premiata l'esperienza e i buoni rapporti con chi all'intemo della UE decide tutto: a partire da Angela Merkel ed Emmanuel Macron anche superando gli ostacoli messi sul cammino di questa nomina dai Paesi nordici e dal gruppo di Visegrad. Questo rappresenta una buona partenza, anche se c'è un elemento che mi preoccupa». 

Cioè? 
«Da ormai 20anni l'Italia ha la consuetudine di avere o un presidente di commissione, come avvenuto con Prodi, o un vicepresidente. Stavolta invece abbiamo solo un commissario e c'è un vicepresidente Dombrovskis, un lettone, che ha la delega per l'Economia». 

Può rappresentare un problema? 
«Dombrovskis è un osso duro, lo conosco bene, quando ero al governo era il premier della Lettonia e fa parte di quei Paesi baltici che si battono per l'austerità e per non rivedere il patto di stabilità. Quindi Gentiloni dovrà essere abile a sapersi imporre e non subire la sua presenza». 

Eppure una revisione del patto di stabilità la chiediamo da sempre. Questo nuovo clima di fiduc ia verso l'Italia può aiutare? 
«La partenza è positiva, il clima pure e Gentiloni è sicuramente sostenuto da chi conta in Europa, ma da qui a dire che ITJe cambierà completamente linea mi sembra la costruzione di una narrativa oltremodo ottimistica. Bene ha detto il presidente Mattarella che ha chiesto riforme e flessibilità, che è tutt'altra cosa rispetto ad una revisione netta che non arriverà mai». 

E sui flussi migratori?  Il Regolamento di Dublino sarà rivisto? 
«Anche qui non sono ottimista, la revisione di Dublino è consentita solo con un voto all'unanimità e non posso mai credere che alcuni Paesi possano accettare modifiche. La soluzione si troverà, ma politicamente. Si farà come si sta facendo ora, magari in maniera più organica, con una decina di Paesi europei che quando sbarcano i migranti se ne accolleranno una parte. Per fortuna il commissario agli Esteri è lo spagnolo Josep Borrell, persona che conosco bene e che ha grandi capacità, con lui Gentiloni potrà creare un asse». 

Come interpreta la mossa di Di Maio che ha nominato come proprio capo di gabinetto l'ambasciatore Ettore Francesco Sequi che arriva dalla Cina? 
«E' assolutamente la scelta che avrei consigliato perché sarà colui che frenerà il nuovo titolare della Farnesina, non certamente colui che asseconderà le pulsioni verso Pechino di Di Maio. Bene farà il governo a rafforzare la golden power sul 5g anche perché il segnale arrivato da Washington che ha inserito anche "Huawei Italia" in black-list non è da sottovalutare». 

Gli Usa però non sembrano tifare per un'Europa unita, non trova? 
«Per questo nei prossimi 5 anni mi aspetto parta il progetto di Difesa comune europea. Non contro la Nato, a cui Trump ha assegnato sempre meno importanza, ma insiem e alla Nato. Se non lo faremo rischiamo di subire il volere degli altri invece di attrezzarci noi europei per parlare con una voce unica su temi strategici». 

Valentino Di Giacomo - Il Mattino

12.9.19 | Posted in , , , , , , , , , , , , | Continua »

L’Italia guardi a Washington se vuole evitare la morsa franco-tedesca. Parla Franco Frattini







Roma - spiega in una conversazione con Formiche.net Franco Frattini, già ministro degli Esteri e commissario europeo, oggi presidente della Sioi - avrebbe le carte in regola per ritagliarsi il ruolo di partner privilegiato di Washington in Europa e scongiurare un pericoloso isolamento internazionale del quale ci sono tutte le avvisaglie.

Le perduranti titubanze sul 5G di compagnie cinesi e l’affossamento del rafforzamento del Golden Power per le reti, nonché le mancate prese di posizione su alcuni dossier fondamentali di politica estera – come la Libia – rischiano di allontanare ulteriormente l’Italia da alcuni aspetti del suo tradizionale vincolo euro-atlantico e di rivitalizzare l’asse franco-tedesco, oggi in crisi.
Eppure, spiega in una conversazione con Formiche.net Franco Frattini, già ministro degli Esteri e commissario europeo, oggi presidente della Sioi, Roma avrebbe le carte in regola per ritagliarsi il ruolo di partner privilegiato di Washington in Europa e scongiurare così un pericoloso isolamento internazionale del quale ci sono tutte le avvisaglie.

Presidente Frattini, in concomitanza con il G7 di Biarritz sono in molti a sottolineare un crescente isolamento internazionale dell’Italia, dovuto in parte ad un allontanamento dell’attuale governo dalle tradizionali posizioni euro-atlantiche. Condivide questa analisi?
Che queste preoccupazioni abbiano un fondamento è dimostrato da un’intervista allo stesso ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi pubblicata oggi al Corriere della Sera, all’interno della quale ribadisce la necessità per l’Italia di non isolarsi e di mantenere saldo il legame con Nato e Stati Uniti, prendendo in seria considerazione il fatto che su alcuni dossier importanti Roma rischia di allentare alcuni aspetti del consueto vincolo euro-atlantico.
In che cosa si concretizzerebbe questa distanza da Washington?
Intanto assistiamo a una mancanza di adeguamento del budget della Difesa – quantomeno tendenziale – rispetto ai parametri del 3% condivisi con gli Usa in sede Nato, nonché a un ruolo da mero osservatore del nostro Paese rispetto agli attacchi condotti da Khalifa Haftar in Libia. Anzi, durante la sua visita in Italia quest’ultimo è stato accolto ha accolto al pari di Fayez al-Sarraj. E poi c’è la questione dei rapporti con Pechino.
Si riferisce al 5G?
L’accordo con la Cina sulla via della Seta e le titubanze sul 5G di compagnie cinesi hanno fatto pensare a Washington che l’Italia non sia consapevole del fatto che dati sensibili nelle mani di Pechino – che tra l’altro è anche il più grande produttore al mondo di cavi sottomarini, dai quali passano i dati – possono mettere a rischio la sicurezza dell’intera Alleanza. Ci si aspettava che il rafforzamento del Golden Power per le reti – un ‘firewall’ da porre in caso di sconfinamento in terreni pericolosi – avvenisse subito e invece non c’è stato. In questo senso l’inclusione di Huawei Italia nella black list del Dipartimento del Commercio è un segnale abbastanza chiaro in questo senso.
Crede che tutto ciò incrinerà il legame con Washington?
Tutto sommato penso di no, perché il rapporto di Washigton con Roma resta pur sempre migliore di quello degli Usa con Francia e Germania. Basti pensare all’atterraggio al G7 francese del ministro degli Esteri iraniano, una cosa mai vista che ha irritato Washington. Non è un caso che, in una delle sue battute, Donald Trump abbia citato dazi su vini francesi e auto tedesche, evitando di menzionare il nostro Paese. Si tratta di un’ulteriore manifestazione di amicizia, alla quale dovrà però seguire una posizione orientata al rafforzamento, non solo teorico ma anche fattuale, del legame transatlantico. Non bastano le confuse dichiarazioni di intenti, sono le parole chiare e le scelte di governo a contare.
In caso contrario a che rischi si esporrebbe l’Italia?
L’Italia si espone al rischio che l’asse franco tedesco venga rivitalizzato in un momento in cui è in declino. Emmanuel Macron e Angela Merkel vivono una fase di attriti, che finora non siamo stati in grado di sfruttare. Pur nell’incertezza che avvolge l’esecutivo, potevamo, ad esempio, offrire una sponda alla proposta di Trump di riammettere la Russia nel G7, riportandolo a essere un G8 quando si terrà il prossimo anno negli Stati Uniti. Ma c’è anche il pericolo derivante da un maggior protagonismo spagnolo, che arriverà certamente con la nomina di Josep Borrell come Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’Ue. E pur nell’irrilevanza crescente di fori come il G7 – ormai solo teatrini per far emergere divisioni invece di discutere di questioni serie come la rottura delle relazioni infocibernetiche tra Corea del Sud e Giappone – questi nostri silenzi e queste nostre mancanze non ci consentono di ritagliarci il ruolo di partner privilegiato di Washington in Europa che, invece – al netto di Londra, ormai fuori dall’Unione europea – dovremmo e potremmo avere. E ci rendono meno forti, come dimostra in modo inequivocabile il mancato invito all’Italia al vertice sull’immigrazione dal Sahel tenutosi proprio nel contesto del summit di Biarritz.
Michele Pierri - Formiche.net

2.9.19 | Posted in , , , , , , , , , , , , , , , , | Continua »

La Lettera-Appello: Israele-Palestina, l'Europa intervenga ora

Pubblichiamo la lettera che 37 tra ex ministri degli Esteri ed ex funzionari di spicco europei sottoscrivono e inviano all'Alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, e agli attuali ministri degli Esteri dell'Ue. Nel documento, i firmatari avvertono del "piano di pace" del presidente Usa, Trump, in Medio Oriente e sollecitano l'Europa ad agire. 

"Ci stiamo avvicinando a un momento critico, sia in Medio Oriente che in Europa. L'Unione europea ha investito molto su un ordine internazionale multilaterale, basato sulle regole. Il diritto internazionale ci ha portato il periodo di pace, prosperità e stabilità più lungo che il nostro continente abbia mai conosciuto. Per decenni abbiamo operato per fare in modo che i nostri vicini israeliani e palestinesi possano godere degli stessi dividendi della pace di cui godiamo noi europei attraverso il nostro impegno per quest'ordine. 

In collaborazione con le precedenti amministrazioni statunitensi, l'Europa ha promosso una soluzione equa al conflitto israelo-palestinese, nel quadro di una prospettiva di due Stati. A tutt'oggi, nonostante le ripetute battute d'arresto, gli accordi di Oslo rimangono una pietra miliare della cooperazione transatlantica in politica estera. 

Sfortunatamente, l'attuale amministrazione statunitense si è allontanata dalla linea seguita per lungo tempo da quel Paese e ha preso le distanze da norme consolidate del diritto internazionale. Finora ha riconosciuto solo i diritti di una delle parti in causa su Gerusalemme e ha dato prova di un'inquietante indifferenza verso l'espansione degli insediamenti israeliani. 

Gli Stati Uniti hanno sospeso i fondi per l'Unrwa (l'Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l'occupazione dei rifugiati palestinesi) e per altri programmi in favore dei palestinesi, mettendo a rischio la sicurezza e la stabilità di diversi Paesi situati alle porte dell'Europa. Di fronte alla malaugurata assenza di un impegno chiaro per la prospettiva dei due Stati, l'amministrazione Trump ha dichiarato che sta per ultimare e presentare un nuovo piano per la pace israelo-palestinese. Anche se non si sa ancora se e quando questo piano verrà pubblicato, è fondamentale che l'Europa stia all'erta e agisca in modo strategico. 

Noi riteniamo che l'Europa dovrebbe abbracciare e promuovere un piano che rispetti i principi fondamentali del diritto internazionale, che trovano riscontro nei parametri concordati dall'Unione europea per una soluzione del conflitto israelo-palestinese. 

Questi parametri, che l'Unione ha sistematicamente ribadito durante i passati colloqui di pace patrocinati dagli Stati Uniti, riflettono la nostra visione comune, che afferma che una pace fattibile non può prescindere: dalla creazione di uno Stato palestinese accanto a quello israeliano, secondo confini basati sulle frontiere precedenti alla guerra del 1967, con scambi di territorio reciprocamente concordati, di minima entità e paritari; dal ruolo di Gerusalemme come capitale di entrambi gli Stati; da meccanismi di sicurezza che affrontino le preoccupazioni legittime e rispettino la sovranità di ognuna delle due parti; e da una soluzione equa e concordata al problema dei profughi palestinesi. 

L'Europa deve rigettare qualsiasi piano che non rispetti questi parametri. Pur condividendo la frustrazione di Washington per gli infruttuosi tentativi di pace del passato, siamo convinti che un piano che riduca lo Stato palestinese a un'entità sprovvista di sovranità, contiguità territoriale e autosufficienza economica aggraverebbe notevolmente il fallimento dei precedenti tentativi di pace, accelererebbe la scomparsa dell'opzione dei due Stati e arrecherebbe un danno fatale alla causa di una pace duratura sia per i palestinesi che per gli israeliani. È preferibile, naturalmente, che l'Europa lavori in tandem con gli Stati Uniti per risolvere il conflitto israelo-palestinese, oltre che per affrontare altri problemi globali nel quadro di un'alleanza transatlantica forte. Tuttavia, in situazioni in cui sono in gioco i nostri interessi vitali e i nostri valori fondamentali, l'Europa deve perseguire una propria linea d'azione. 

In previsione di questo piano statunitense, la nostra opinione è che l'Europa dovrebbe riaffermare formalmente i parametri concordati a livello internazionale per una soluzione fondata sul principio dei due Stati. Farlo prima del piano americano permette di fissare i criteri per sostenere gli sforzi americani e facilita una risposta europea coerente e unita, una volta che il piano sarà reso pubblico. I Governi europei devono inoltre impegnarsi per intensificare gli sforzi tesi a proteggere la praticabilità futura della soluzione dei due Stati. 

È della massima importanza che l'Unione europea e tutti gli Stati membri si impegnino attivamente per garantire l'applicazione delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell'Onu, fra cui la distinzione sistematica, in ottemperanza alla risoluzione 2334 del Consiglio di sicurezza, fra Israele all'interno dei suoi confini legittimi e riconosciuti e i suoi insediamenti illegali all'interno dei territori occupati. 

Inoltre, è più che mai importante, alla luce della recente escalation dei tentativi di limitare l'azione incontrastata della società civile, che l'Europa sostenga i difensori dei diritti umani sia in Israele che in Palestina, e il loro ruolo fondamentale per raggiungere una pace sostenibile. Israele e i territori palestinesi occupati stanno scivolando nella realtà di uno Stato unico con diritti disuguali. Questa situazione non può continuare. Per gli israeliani, per i palestinesi o per noi in Europa. 

In questo momento, l'Europa ha di fronte un'opportunità decisiva per ribadire i nostri principi comuni e i nostri impegni storici in relazione al processo di pace in Medio Oriente, estrinsecando in questo modo il ruolo unico dell'Europa come punto di riferimento per un ordine mondiale basato sulle regole. Al contrario, non cogliere questa opportunità, in un momento in cui questo ordine è messo in discussione come non mai, avrebbe conseguenze negative di vasta portata". 

I firmatari: 
Douglas Alexander, former Minister of State for Europe, United Kingdom 
Jean-Marc Ayrault, former Foreign Minister and Prime Minister, France 
Carl Bildt, former Foreign Minister and Prime Minister, Sweden 
Wlodzimierz Cimoszewicz, former Foreign Minister and Prime Minister, Poland 
Willy Claes, former Foreign Minister and NATO Secretary General, Belgium 
Dacian Ciolos, former Prime Minister and European Commissioner, Romania 
Massimo D'Alema, former Foreign Minister and Prime Minister, Italy 
Karel De Gucht, former Foreign Minister and European Commissioner, Belgium 
Uffe Ellemann-Jensen, former Foreign Minister and President of the European Liberals, Denmark
Benita Ferrero-Waldner, former Foreign Minister and European Commissioner for External Relations, Austria 
Franco Frattini, former Foreign Minister and European Commissioner, Italy 
Sigmar Gabriel, former Foreign Minister and Vice Chancellor, Germany 
Lena Hjelm-Wallén, former Foreign Minister and Deputy Prime Minister, Sweden 
Eduard Kukan, former Foreign Minister, Slovakia 
Martin Lidegaard, former Foreign Minister, Denmark 
Mogens Lykketoft, former Foreign Minister and UN General Assembly President, Denmark 
Louis Michel, former Foreign Minister and European Commissioner, Belgium 
David Miliband, former Foreign Secretary, United Kingdom 
Holger K. Nielsen, former Foreign Minister, Denmark 
Marc Otte, former EU Special Representative to the Middle East Peace Process, Belgium 
Ana Palacio, former Foreign Minister, Spain 
Jacques Poos, former Foreign Minister, Luxembourg 
Vesna Pusic, former Foreign Minister and Deputy Prime Minister, Croatia 
Mary Robinson, former President and United Nations High Commissioner for Human Rights, Ireland  
Robert Serry, former UN Special Coordinator for the Middle East Peace Process, The Netherlands Javier Solana, former Foreign Minister, NATO Secretary General and EU High Representative for Common Foreign and Security Policy, Spain 
Per Stig Møller, former Foreign Minister, Denmark 
Michael Spindelegger, former Foreign Minister and Vice-Chancellor, Austria 
Jack Straw, former Foreign Secretary, United Kingdom 
Desmond Swayne, former Minister of State for International Development, United Kingdom 
Erkki Tuomioja, former Foreign Minister, Finland 
Ivo Vajgl, former Foreign Minister, Slovenia 
Frank Vandenbroucke, former Foreign Minister, Belgium 
Jozias van Aartsen, former Foreign Minister, The Netherlands 
Hubert Védrine, former Foreign Minister, France 
Guy Verhofstadt, former Prime Minister, Belgium 
Lubomír Zaorálek, former Foreign Minister, Czech Republic 


Traduzione di Fabio Galimberti

15.4.19 | Posted in , , , , , , , , , , , , , , | Continua »

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