Franco Frattini to RT International: West has golden opportunity to restore or even normalize relations with Russia

Russian President Vladimir Putin has met his American counterpart, Joe Biden, in the Swiss city of Geneva


Franco Frattini to RT International: West has golden opportunity to restore or even normalize relations with Russia 



Watch the full video: https://youtu.be/3dXOs3T84-g



18.6.21 | Posted in , , , , , , , | Continua »

Libia: Frattini a “Nova”, dialogo esponenti militari dovrà essere seguito da maggiore impegno Usa e Italia







Roma, 03 giu 18:10 - (Agenzia Nova) - Il possibile ritorno al dialogo tra gli esponenti militari delle parti in conflitto in Libia, mediati dalle Nazioni Unite, rappresenta un “ultimo tentativo” da parte della rappresentanza delle Nazioni Unite in Libia per trovare una soluzione al conflitto, ma dovrà essere seguito da una scossa più forte e profonda con un impegno statunitense per una mediazione con la Turchia e anche da un passo avanti dell'Italia che potrebbe avviare colloqui con la Russia. Lo ha dichiarato ad “Agenzia Nova”, Franco Frattini, presidente della Società italiana per l’organizzazione internazionale (Sioi), già ministro degli Esteri italiano e vicepresidente della Commissione europea, commentando l’annuncio fatto ieri dalla missione delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil) di un possibile incontro della Commissione militare libica, formata da cinque ufficiali militari di entrambe le parti in conflitto – Governo di accordo nazionale (Gna) ed Esercito nazionale libico (Lna) - a Ginevra. Giudicando positivamente l’eventuale incontro, Frattini ha sottolineato la necessità che il dialogo tra forze militari sia “in buona fede” perché se le due parti pensano di poter “monetizzare la rendita di terreno che hanno conquistato combattendo nessuno accetterà di dare all’altro il vantaggio di prendere tempo in modo che si possa consolidare e rafforzare”. Per l’ex ministro degli Esteri “se le forze militari si impegnano a sedersi intorno a un tavolo l’aspetto più importante è che discutano senza pensare ai paesi che li difendono”. “Il mio auspicio – ha aggiunto - è che le autorità militari che si incontreranno pensino a una soluzione di cessate il fuoco solido come pre-condizione per un dialogo politico”.

Per Frattini, per il futuro successo di un dialogo politico sarà importante un maggiore impegno degli Stati Uniti, che purtroppo finora hanno guardato alla crisi libica solamente per contestare la presenza russa in Cirenaica, commettendo a detta dell’ex ministro degli Esteri “un grave errore”. Infatti, secondo il presidente della Sioi, Russia e Turchia non hanno intenzione di combattersi sul campo, limitandosi a schermaglie. “I russi sono sufficientemente pragmatici per mettersi d’accordo con Erdogan come avvenuto nella crisi in Siria a Idlib”, ha osservato Frattini citando l’accordo tra Ankara e Mosca per evitare un’escalation militare nella provincia nord-occidentale siriana ancora in parte controllata dai ribelli siriani appoggiati dalla Turchia. Per Frattini, Washington dovrebbe avviare un colloquio con Ankara, che è un paese Nato, per fare pressioni sulla Russia. In questo contesto, Frattini sostiene che l’Italia potrebbe avere un ruolo, “parlando con la Russia con cui ha un ottimo rapporto”. In caso contrario, per l’ex ministro degli Esteri, l’Italia non verrebbe più considerata a causa di un rapporto con le due le parti in conflitto che di fatto viene percepito in modo sospetto da entrambe le parti. In merito al dialogo politico, finora l’unico tentativo importante è stato quello avviato dal presidente della Camera dei rappresentanti della Libia, Aguila Saleh, il quale ha riconosciuto l’errore del generale Khalifa Haftar di autoproclamarsi rais del paese. “Questo è un tentativo che consiglierei alle parti, ovvero di andare a guardare nella sostanza. Se tutti continuano ad arroccarsi sul sostegno esterno è chiaro che nessuna proposta futura prenderà il volo e l’unica possibilità è che la Libia consolidi due o tre sfere di influenza – Cirenaica, Tripolitania e forse Fezzan – in modo da arrivare a quella che alcuni, pure con onestà, hanno paventato: una confederazione che nei fatti sarebbe una partizione della Libia”. (Res)

4.6.20 | Posted in , , , , , , , , , , , | Continua »

CAOS SIRIA/ Frattini: se viene divisa tra Erdogan e Sauditi, salta anche la Libia



Erdogan non si sarebbe fermato, questo Trump doveva saperlo. Adesso il rischio da scongiurare è la divisione della Siria


Il Medio Oriente è tornato una polveriera, e ogni giorno il bollettino peggiora. Il governo di Hariri in Libano, in seguito alle proteste, ha rassegnato le dimissioni. In Siria, dopo il ritiro dei curdi dalla “zona cuscinetto” resta il rischio di una vera e propria guerra tra le truppe turche e quelle di Assad. In Iraq ci sono stati 250 morti da inizio ottobre tra i manifestanti, nell’ultimo caso uomini dal volto coperto hanno sparato sulla folla. La Giordania ha appena richiamato il suo ambasciatore da Israele, che a suo dire detiene due suoi cittadini illegalmente.
 Il centro del Medio Oriente sta sfuggendo di mano, e ai confini di questo nucleo “caldo” si trovano gli attori regionali più forti: Turchia, Iran, Arabia Saudita e Israele. Quattro Stati con interessi e alleanze divergenti. Col disimpegno Usa, l’unico attore di rilevanza globale nell’area resta la Russia. Il Sussidiario ha parlato con Franco Frattini, due volte ministro degli Esteri con Berlusconi a Palazzo Chigi, che ci ha delineato lo schema del pantano mediorientale, e i pericoli che ne derivano per tutto l’Occidente.

Qual è la strategia della Turchia in Siria?
Ha approfittato del vuoto di potere lasciato dagli Usa. Erdogan ha sempre voluto affermare un principio: i curdi devono vivere in zone sotto il controllo della Turchia, per Ankara questo è un interesse nazionale prioritario. Erdogan lo sta solo portando avanti concretamente, Trump ha sbagliato a credere che si sarebbe fermato.
Il presidente Usa pensava che bastasse una moral suasion per fermare i turchi?
Sì. Trump gli ha chiesto di “andarci piano”, ma Erdogan, saputo del ritiro Usa dal Nordest della Siria, ha agito come se il campo fosse sgombro. Anche lui ha fatto male i conti: dagli Usa ha preso le sanzioni e il riconoscimento del genocidio armeno, e appena gli americani hanno mollato la presa, la Russia si è incaricata della stabilità dell’area, e per ora Putin più o meno riesce a mantenere il cessate il fuoco tra Turchia e Assad. Conosco i turchi: senza un “amico” potente a chiederglielo, non si sarebbero fermati ai 30 km della “zona cuscinetto”. A Idlib, e non solo, avremmo visto un bagno di sangue.
Anche perché l’esercito turco, il secondo della Nato, ha i mezzi per farlo.
Sì, ma non bisogna sottovalutare il contingente di Assad, che è tutt’ora forte e combatte sul suo territorio, un luogo dove chiunque rischia di impantanarsi, questo Putin l’ha capito bene.
Lo stesso vale per Trump, che infatti se ne è tirato fuori. È questa la sua strategia?
Sì. D’altronde a Trump, all’inizio del suo mandato, è scappato detto: “Gli Usa devono smetterla di fare il poliziotto globale”.
Questo però lo dicono un po’ tutti i presidenti Usa. Poi le cose vanno diversamente.
Lui però ha cominciato a farlo. Ha detto agli alleati Nato: non pagheremo più per la vostra sicurezza. E questo si è tradotto nel disimpegno in Libia, ai danni dell’Italia, e in Siria, ai danni di tutto l’Occidente. Anche in Afghanistan e in Iraq ha diminuito gli sforzi. Poi, certo, restano alcune mosse estemporanee.
Tipo?
Prima ha detto di volersene andare dal Nordest della Siria, per poi spiegare che alcune truppe sarebbero rimaste. Allo stesso tempo, le forze speciali americane erano a caccia di Al Baghdadi, il califfo dell’Isis, che alla fine hanno trovato e ucciso. Ma l’idea dietro resta, anche se non è attuata in modo lineare.
Quella di un’America concentrata su se stessa. È questo il fine?
Vuole portare alle elezioni del prossimo anno un’America più ricca al suo interno e più lontana dai teatri di crisi. Trump disse: “Basta con le bare coperte dalla nostra bandiera, voglio che i nostri ragazzi si impegnino negli Usa per il bene della patria”.
A chi va il Medio Oriente? Alla Russia, alla Cina?
La Russia resta l’attore più importante sul campo, e gioca sempre di sponda con la Cina: 2 su 5 dei membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu hanno un occhio attento sulle vicende mediorientali. In più la Russia fa da pontiere con l’Iran, che presto potrebbe avere la bomba atomica. Il grande Medio Oriente si sta del tutto destabilizzando, lo scontro tra Qatar e blocco sunnita di Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita è uno scontro tra sunniti. Non si tratta più solo di scontri tra sunniti e sciiti.
Una vera polveriera, mentre ancora non si capisce come andrà a finire la spartizione della Siria.
La Turchia vuole la sua area d’influenza, questo oltre ai curdi è il motivo del suo attivismo in Siria. Ci saranno tre sfere d’influenza: la Turchia al nord vicino ai propri confini, al centro gli sciiti alawiti di Bashar al-Assad, e al sud i sunniti con influenza e soldi di Arabia Saudita. Sperando che tutto ciò basti a mantenerla unita, perché una sua partizione in due o tre parti sarebbe assolutamente devastante.
Più devastante del rischio che continui una guerra che dopo 8 anni ha lasciato solo macerie?
Sarebbe un rischio ancora più grosso perché creerebbe un effetto domino: perché dovrebbe rimanere unita la Libia se tra Cirenaica, Tripolitania e Fezzan ci sono differenze forse anche più grandi di quelle tra un curdo e un sunnita del sud della Siria?
La forma Stato in Africa non è mai attecchita del tutto. Ma è a rischio anche in Medio Oriente?
Questo è il vizio d’origine dell’accordo franco-britannico che, disegnando con la penna i confini degli Stati, pose le condizioni per aggregazioni e disaggregazioni che quei popoli non riconoscono. Se cade uno di questi Stati e si afferma il principio che la Siria si può dividere, altri la seguirebbero. L’opposto dell’interesse occidentale, che è nella stabilità dell’area.
In Libano, il primo ministro Hariri si è dimesso. Si andrà a elezioni o si rischia la guerra civile?
Hariri, e prima di lui suo padre, si è illuso per anni che la sua coalizione potesse fare accordi con Hezbollah, e ora ne paga il prezzo. Hezbollah è un partito sciita filo-iraniano del tutto assolutista, che vuole vincere e non concepisce accordi. Io non so se dietro le enormi proteste di piazza ci sia o no Nasrallah (il leader di Hezbollah, ndr), so che trovare un nuovo primo ministro sarà difficile per il presidente Aoun. Hariri ci mise un anno per creare il governo.
Anche Israele, paese diverso ma confinante, ha difficoltà nel creare un governo.
Israele uscirà da questa fase, è un paese più dinamico. E ha delle risorse che il Libano purtroppo non ha.
(Lucio Valentini, Il Sussidiario.net) 

31.10.19 | Posted in , , , , , , , , , , , , , , , , | Continua »

L’Italia guardi a Washington se vuole evitare la morsa franco-tedesca. Parla Franco Frattini







Roma - spiega in una conversazione con Formiche.net Franco Frattini, già ministro degli Esteri e commissario europeo, oggi presidente della Sioi - avrebbe le carte in regola per ritagliarsi il ruolo di partner privilegiato di Washington in Europa e scongiurare un pericoloso isolamento internazionale del quale ci sono tutte le avvisaglie.

Le perduranti titubanze sul 5G di compagnie cinesi e l’affossamento del rafforzamento del Golden Power per le reti, nonché le mancate prese di posizione su alcuni dossier fondamentali di politica estera – come la Libia – rischiano di allontanare ulteriormente l’Italia da alcuni aspetti del suo tradizionale vincolo euro-atlantico e di rivitalizzare l’asse franco-tedesco, oggi in crisi.
Eppure, spiega in una conversazione con Formiche.net Franco Frattini, già ministro degli Esteri e commissario europeo, oggi presidente della Sioi, Roma avrebbe le carte in regola per ritagliarsi il ruolo di partner privilegiato di Washington in Europa e scongiurare così un pericoloso isolamento internazionale del quale ci sono tutte le avvisaglie.

Presidente Frattini, in concomitanza con il G7 di Biarritz sono in molti a sottolineare un crescente isolamento internazionale dell’Italia, dovuto in parte ad un allontanamento dell’attuale governo dalle tradizionali posizioni euro-atlantiche. Condivide questa analisi?
Che queste preoccupazioni abbiano un fondamento è dimostrato da un’intervista allo stesso ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi pubblicata oggi al Corriere della Sera, all’interno della quale ribadisce la necessità per l’Italia di non isolarsi e di mantenere saldo il legame con Nato e Stati Uniti, prendendo in seria considerazione il fatto che su alcuni dossier importanti Roma rischia di allentare alcuni aspetti del consueto vincolo euro-atlantico.
In che cosa si concretizzerebbe questa distanza da Washington?
Intanto assistiamo a una mancanza di adeguamento del budget della Difesa – quantomeno tendenziale – rispetto ai parametri del 3% condivisi con gli Usa in sede Nato, nonché a un ruolo da mero osservatore del nostro Paese rispetto agli attacchi condotti da Khalifa Haftar in Libia. Anzi, durante la sua visita in Italia quest’ultimo è stato accolto ha accolto al pari di Fayez al-Sarraj. E poi c’è la questione dei rapporti con Pechino.
Si riferisce al 5G?
L’accordo con la Cina sulla via della Seta e le titubanze sul 5G di compagnie cinesi hanno fatto pensare a Washington che l’Italia non sia consapevole del fatto che dati sensibili nelle mani di Pechino – che tra l’altro è anche il più grande produttore al mondo di cavi sottomarini, dai quali passano i dati – possono mettere a rischio la sicurezza dell’intera Alleanza. Ci si aspettava che il rafforzamento del Golden Power per le reti – un ‘firewall’ da porre in caso di sconfinamento in terreni pericolosi – avvenisse subito e invece non c’è stato. In questo senso l’inclusione di Huawei Italia nella black list del Dipartimento del Commercio è un segnale abbastanza chiaro in questo senso.
Crede che tutto ciò incrinerà il legame con Washington?
Tutto sommato penso di no, perché il rapporto di Washigton con Roma resta pur sempre migliore di quello degli Usa con Francia e Germania. Basti pensare all’atterraggio al G7 francese del ministro degli Esteri iraniano, una cosa mai vista che ha irritato Washington. Non è un caso che, in una delle sue battute, Donald Trump abbia citato dazi su vini francesi e auto tedesche, evitando di menzionare il nostro Paese. Si tratta di un’ulteriore manifestazione di amicizia, alla quale dovrà però seguire una posizione orientata al rafforzamento, non solo teorico ma anche fattuale, del legame transatlantico. Non bastano le confuse dichiarazioni di intenti, sono le parole chiare e le scelte di governo a contare.
In caso contrario a che rischi si esporrebbe l’Italia?
L’Italia si espone al rischio che l’asse franco tedesco venga rivitalizzato in un momento in cui è in declino. Emmanuel Macron e Angela Merkel vivono una fase di attriti, che finora non siamo stati in grado di sfruttare. Pur nell’incertezza che avvolge l’esecutivo, potevamo, ad esempio, offrire una sponda alla proposta di Trump di riammettere la Russia nel G7, riportandolo a essere un G8 quando si terrà il prossimo anno negli Stati Uniti. Ma c’è anche il pericolo derivante da un maggior protagonismo spagnolo, che arriverà certamente con la nomina di Josep Borrell come Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’Ue. E pur nell’irrilevanza crescente di fori come il G7 – ormai solo teatrini per far emergere divisioni invece di discutere di questioni serie come la rottura delle relazioni infocibernetiche tra Corea del Sud e Giappone – questi nostri silenzi e queste nostre mancanze non ci consentono di ritagliarci il ruolo di partner privilegiato di Washington in Europa che, invece – al netto di Londra, ormai fuori dall’Unione europea – dovremmo e potremmo avere. E ci rendono meno forti, come dimostra in modo inequivocabile il mancato invito all’Italia al vertice sull’immigrazione dal Sahel tenutosi proprio nel contesto del summit di Biarritz.
Michele Pierri - Formiche.net

2.9.19 | Posted in , , , , , , , , , , , , , , , , | Continua »

Ettore Gotti Tedeschi: Perché contesto le tesi di Stiglitz su Trump (e non solo)






Perché contesto le tesi di Stiglitz su Trump (e non solo)


Il commento dell'economista Ettore Gotti Tedeschi

Sul quotidiano francese LeMonde di venerdì 3 febbraio, con il titolo “Joseph Stiglitz: Trump détruit l’ordre géopolitique mondial”  e con il sottotitolo “les perdants de la mondialisation seront les premierès victimes de Trump“, il premio Nobel ha rilasciato una intervista che a dir poco mi ha sorpreso.
L’intervistatore gli chiede : “Voi denunciate da anni gli eccessi della mondializzazione fonte di ineguaglianza. Il protezionismo di Trump può esser una soluzione?”. Stiglitz risponde: “No. L’ironia è che le persone che ne hanno più sofferto nei 25 anni passati saranno le prime vittime..”( aggiungendo poi confusi esempi finanziari e fiscali) .
Mio commento: se Stiglitz spiegasse anzitutto con chiarezza chi sono le vittime e la sua visione sull’origine di questi eccessi, dimostrerebbe di aver giustamente meritato il Nobel e di saper proporre soluzioni. Invece coglie l’occasione per attaccare il rischio di populismo politico in Usa ed Europa. La risposta giusta è la seguente: il vero grande disordine si crea negli anni settanta grazie alle dottrine del nuovo ordine mondiale che come prima azione frenano le nascite (solo in occidente), e questo fenomeno avvia il processo di disordine economico-geopolitico globale.
Di per sé la globalizzazione ha creato un riequilibrio economico inimmaginabile grazie alla delocalizzazione produttiva realizzata dai paesi occidentali verso quelli orientali, per beneficiare dei loro bassi costi di produzione. Pur nell’errore originale , ciò ha permesso a due terzi del pianeta (persino in Africa) di avviare piani di crescita economica. Lo squilibrio si è invece paradossalmente creato nei cosiddetti paesi occidentali (Usa ed Europa in primis) perché da paesi produttori che erano si sono trasformati in paesi consumatori, mentre i paesi asiatici e affini si son trasformati repentinamente in paesi produttori ma non ancora consumatori.
L’occidente ha deindustrializzato creando i presupposti per il suo crollo economico. Il cosiddetto protezionismo nei confronti di alcuni settori industriali diventa ora indispensabile per far riprendere settori trainanti dell’economia (esposti alla competizione fondata su forme quasi di schiavismo lavorativo) e riavviare un nuovo ciclo in paesi come gli Usa, sull’orlo del fallimento economico e sociale. In Occidente, le vittime son state i giovani senza lavoro, le persone in età matura operanti in settori impiegatizi sostituibili dalle tecnologie e gli anziani.
La seconda domanda del quotidiano francese: “Se il protezionismo non è una risposta come si può proteggere le vittime della mondializzazione?“. La risposta è da vero premio Nobel: “La priorità è aiutarli a formarsi… “, cioè acquisire nuove competenze e creare nuovi lavori (ci vuole una generazione per riuscirci?). Dice anche che non sarà la rilocalizzazione in patria a creare nuovi impieghi ma saranno gli investimenti, per esempio, nella sanità e nella cura degli anziani, proponendo di trovare le risorse con tasse e riduzione delle spese militari. Ma Stiglitz, premio Nobel per l’economia, di che sta parlando? Per creare nuove competenze e nuovi lavori, come si fa se non reimportando in patria quei settori trainanti dell’economia, quei settori che creano investimenti e sviluppano tecnologie?
Proprio come l’automobile che sviluppa un indotto che può arrivare a quintuplicare gli effetti di creazione posti di lavoro e di investimento, purchè realizzati all’interno del Paese. Stiglitz annuncia, come un oracolo, che prodotte in case le auto costeranno più care per gli americani. Ma conosce Stiglitz il potenziale tecnologico americano (ottenuto proprio grazie agli investimenti nella difesa, che crearono la Silicon Valley) che quando applicato a quei settori da rilocalizzare in patria permetterà di far crescere la competitività domestica “quasi” allo stesso modo quella dei paesi a basso costo. Ciò perché questi paesi – costretti a ridurre le esportazioni in occidente – per evitare i collassi delle proprie economie dovranno creare domanda interna aumentando il potere di acquisto e perciò i costi.
Tra poco, se Trump non fa errori per molti settori economici, il costo di produzione domestico negli USA sarà quasi equivalente a quello importato ma con un effetto trainante elevatissimo. Grazie alla potenza tecnologica, gli Usa son riusciti negli ultimi pochi anni a diventare persino indipendenti nelle produzioni energetiche. L’intervistatore chiede al premio Nobel se i progetti di fare opere infrastrutturali beneficeranno la crescita. La risposta è ambigua: sì, forse si potranno fare, ma conclude ironizzando che i repubblicani non credono ai cambiamenti climatici. Lasciando immaginare che Trump lo peggiorerà con le sue scelte.
Successiva domanda è infatti sul clima: che farà Trump? Risposta del Nobel in economia: “Trump sta distruggendo l’ordine geopolitico mondiale avviato dopo la seconda guerra mondiale”. Spiegando che gli Usa ripiegheranno su sé stessi fuori dalla comunità internazionale. Ma con un’affermazione criptica: “Dans quatre ans, il y aura peut etre un autre président américain qui déciderà de rejoindre à nouveau le club“. Quale club? Il club di Roma e affini? Intende il club che ha creato i dissesti della globalizzazione forzandone scelte contrarie a tutte le leggi naturali cominciando dal frenare le nascite nel mondo occidentale? Ma quale ordine? Chi ha distrutto l’ordine geopolitico mondiale son stati proprio i predecessori di Trump.
Solo nell’ultima domanda Stiglitz dà una risposta che condivido (ironicamente). Gli si chiede se l’Europa deve difendere il libero scambio contro un presidente protezionista. La sua risposta è questa. “Bisogna mantenere un sistema mondiale aperto. Se lo si chiude si perde. Ma la mondializzazione deve proteggere i perdenti …e ce n’è anche troppi”. Bene, ma ripeto la domanda: chi sono i perdenti e perché lo sono Stiglitz lo ha capito? Io credo che siano quelli che hanno votato la Brexit e Trump e che voteranno i partiti populisti in Europa. Ma gli Stiglitz hanno capito perché? Dall’intervista non si intende. I più deboli che lui vorrebbe far difendere non vogliono farsi più difendere da chi vorrebbe lui, avendo perso fiducia proprio nel “club” evocato da Stiglitz. Han perso fiducia negli ObamaClinton e compagnia bella. Cioè in coloro che pretenderebbero oggi di risolvere un problema mondiale agendo sugli effetti anziché sulle cause del problema.
E le cause del problema rifiutano persino di considerarle perché, con disprezzo, le considerano “morali”. Ed è vero, è la mancanza di valori morali che ha provocato la miseria morale che a sua volta ha generato miseria economica e sociale. L’intervista conferma che l’economia non è una scienza e pertanto il Nobel non dovrebbe neppure esser riconosciuto, ma conferma anche che sarebbe necessaria una forte autorità morale che evangelizzasse a dovere nel mondo globale.
(Articolo pubblicato sul quotidiano La Verità diretto da Maurizio Belpietro)

13.2.17 | Posted in , , , , , , , , | Continua »

USA 2016 - "La batosta della Clinton farà bene agli europei" (Intervista a Libero)


 Il due volte ministro degli Esteri prevede le conseguenze del voto americano 
"Il disimpegno americano dalla Nato è un' occasione per creare una difesa comune e superare il dogma dei vincoli di bilancio. Juncker ha sbagliato”

di Marco Gorra per Libero

«La priorità è anticipare lo scappellotto di Trump». Franco Frattini il ministro degli Esteri lo ha fatto due volte, una delle quali coincisa con la transizione da un presidente americano all' altro (2008, quando la partenza tra Obama e Berlusconi «non fu felice»). Ed ha le idee chiare su quale dovrebbe essere il primo passo da compiere davanti al ciclone Trump: «Fossi io alla Farnesina, cercherei di preparare il premier a fare una proposta immediata per prevenire la sberla che, inevitabilmente, arriverà da Washington».

Quale sberla?
«L' annuncio da parte di Trump della volontà degli Stati Uniti di disimpegnarsi dalla Nato in termini operativi e, soprattutto, finanziari».

Sberla non piccola.
«Ma coerente con quanto promesso in questi mesi e richiesto dal suo elettorato: la fine dell' America global cop e la chiamata all' Europa affinché inizi a fare da sé».

E la proposta immediata per prevenirla sarebbe?
«La convocazione di un consiglio europeo straordinario a dicembre con all' ordine del giorno la creazione di un sistema di difesa europeo. Doppio vantaggio: l' Europa si fa trovare pronta e coglie al volo l' occasione offerta da Trump di assestare un colpetto all' ortodossia dei vincoli di bilancio».

In che modo?
«È evidente che in questo scenario la spesa militare degli Stati europei dovrà crescere fino al 2,5 o 3 per cento del pil. Questo da una parte sarà una mano santa per l' industria, dall' altra renderà chiaro che queste spese sono nell' interesse comune dell' Unione, e che quindi devono uscire dai bilanci nazionali».

E la leadership europea è in grado di farlo?
«Purtroppo la leadership europea è quella che è».

E non è partita benissimo...
«La Ue deve darsi una regolata, da un politico di lungo corso come Juncker mai mi sarei aspettato di sentire frasi come quelle che ha detto. Speriamo gli siano solo scappate».

Alla fine eravamo molto più preparati noi italiani che almeno avevamo visto Berlusconi.
«È meno una battuta di quanto sembri. Trump presenta molte analogie con il Berlusconi del '94: entrambi sono portatori di un messaggio che è antipolitico solo in apparenza, ma che in realtà è il messaggio di chi si propone di portare nella gestione della cosa pubblica l' arte e la parte che ha dimostrato di avere in altri campi».

Altro elemento in comune è la reazione isterica dell' opinione pubblica...
«Quelle che stiamo vedendo nelle piazze americane sono brutte pagine, e bene ha fatto Obama ad invitare i dimostranti a stare in casa e ad accettare la vittoria di Trump. Detto questo, niente di nuovo sotto il sole: mi ricordo ancora la famosa manifestazione del 25 aprile '94, quando avevamo appena vinto e si creò una mobilitazione oceanica nemmeno fosse tornato Mussolini».

È andata a finire che gli abbiamo esportato i girotondi?
«Credo che la paura di perdere il potere l' establishment americano ce l' avesse già in casa».

A proposito di esportazioni, c' è da prendere atto di una annunciata inversione a U nella politica estera americana.
«Di sicuro c' è da prendere atto del fallimento della politica estera di Obama, che ha iniziato il mandato con un Nobel per la pace sulla fiducia e lo ha finito lasciando in eredità due nuove guerre ed una minaccia terroristica più forte di prima. Per tacere della situazione europea».

E perché tacerne.
«È stato commesso l' errore di danneggiarsi da soli (economicamente con le sanzioni e politicamente per lo scacchiere mediorentiale) nel rapporto con la Russia.
E tutto per venire incontro alle paure dei Paesi baltici e della Polonia. Paure comprensibili, sia chiaro. Ma anche governabili».

Da cui la necessità di cambiare verso.
«Da cui la necessità di aggiornare le priorità. A partire dal rapporto con la Russia».

Torna lo spirito di Pratica di Mare?
«Sì che torna. Manca un Berlusconi che faccia stringere la mano ai due, ma l' impressione è che siano più che attrezzati per stringersela da soli».

Effetti pratici di questo ritorno?
«Principalmente il rafforzamento della lotta contro il terrorismo, che dei temi di politica estera è peraltro quello più sentito dagli elettori di Trump».

Da attuarsi come?
«Partendo dalla Libia. Che i primi due leader a congratularsi con Trump siano stati Putin e al Sisi qualcosa vorrà pur dire: con loro due nella partita, il generale Haftar di Tobruk si riconcilia con Tripoli e il governo di unità nazionale contro i jihadisti si fa in un baleno».

Politica estera che sarà diretta da un nuovo segretario di Stato. Che idee si è fatto sul toto-nomi che gira in questi giorni?
«Sia Newt Gingrich che John Bolton sono preparati e capaci. Certo, si tratta di persone in un certo modo organiche alla visione dell' era Bush ed alla sua politica estera, ma non ho dubbi che, nel momento in cui entrassero in un' amministrazione a guida Trump, sarebbero i migliori interpreti della linea del nuovo presidente».

Ma non è curioso che, per ribaltare la politica estera repubblicana, alla fine si debba ricorrere a totem viventi della politica estera repubblicana?
«Al contrario, è logico. Se devi fare la pace in Medio Oriente, la farai meglio con un premier israeliano di destra; se devi fare una riforma che spazza via il sindacato, la farai meglio con un governo di sinistra; se devi inaugurare una politica estera fatta di dialogo con Mosca e disimpegno globale, chi meglio di un falco interventista per portarla a termine?».

E intanto qui abbiamo un ministro degli Esteri ed un premier poco più che esordienti ad affrontare uno sconvolgimento transatlantico senza precedenti.
«Compito difficile ma non impossibile. Certo, la partenza di Renzi non è stata il massimo».

Si riferisce all' aperto sostegno dato alla Clinton?
«C' è una frase della Clinton che mi ha molto colpito: "Ci sono premier di alcuni Paesi che mi hanno incoraggiata a difenderli da Trump, come il premier italiano".
Un azzardo molto grosso ».

Soprattutto, un azzardo di cui non bisogna far sapere in giro.
«Esattamente. Ricordo che nel 2008, nonostante avessimo netta la percezione della vittoria di Obama e nonostante Berlusconi fosse molto intrigato dal personaggio, riuscii a fare rispettare la consegna del silenzio fino a spoglio avvenuto».

E invece noi siamo partiti male.
«Quello senza dubbio, ma niente drammi. Può darsi che il nostro premier non sarà il primo nella lista dei colleghi da abbracciare, ma non credo proprio che Trump avrà alcun interesse ad effettuare un downgrade del ruolo strategico dei rapporti con l' Italia».

Franco Frattini visto da Benny (Libero)

GLI STUDI Franco Frattini ha frequentato il liceo classico e si è laureato in giurisprudenza nel 1979. Dal 1984 è stato avvocato dello Stato, magistrato del Tar Piemonte. Nel 1986 è stato nominato Consigliere di Stato.

POLITICA Nel 1994 aderisce a Forza Italia ed è nominato Segretario generale della presidenza del Consiglio dei ministri durante il governo Berlusconi. È Ministro per la funzione pubblica e per gli affari regionali del successivo governo Dini. Dal 1996 al 2001 è presidente del comitato parlamentare di vigilanza sui servizi segreti (Copaco) eletto con voto unanime di maggioranza e opposizione.
Dal novembre 1997 all' agosto 2000 è Consigliere comunale a Roma. Nel 2001 viene nominato ministro per la funzione pubblica del governo Berlusconi II. Dal 14 novembre 2002 al 18 novembre 2004 diventa Ministro degli affari esteri.

L' EUROPA Dal 2004 al 2008 è commissario europeo. Nel 2008 Frattini ha preso l' aspettativa dall' incarico di commissario europeo per candidarsi alle elezioni italiane. Dal 2008 al 2011 è tornato Ministro degli affari esteri nel governo Berlusconi IV, come già tra 2002 e 2004. Nel dicembre 2012 lascia Il Popolo della Libertà.

ALTA CORTE Dal 2014 è giudice dell' Alta corte di giustizia sportiva del Coni, il più alto incarico della giustizia sportiva italiana.

14.11.16 | Posted in , , , , , , , , , , | Continua »

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