NATO Defense College: si conclude il NATO Regional Cooperation Course 25. Ospite d’onore Franco Frattini (23 aprile 2021 h 10 in streaming)

NATO Defense College: domani si conclude il NATO Regional Cooperation Course 25. Ospite d’onore Franco Frattini 




Roma, 22 aprile 2021- Dopo 10 settimane di lezioni svolte secondo un format ibrido, il NATO Regional Cooperation Course 25, il corso di studi del NATO Defense College con focus sui Paesi partner dell’Alleanza Atlantica, si concluderà, il 23 aprile 2021, con la cerimonia di rito e la consegna dei diplomi ai 29 partecipanti, provenienti da 14 Stati. 

Ospite d’onore l’ex ministro degli Esteri Franco Frattini, attualmente presidente della SIOI (Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale) che pronuncerà il discorso alla platea del College concentrandosi sul ruolo della NATO e il fianco Sud: “NATO 2030 looking to the South”.

Alla cerimonia parteciperanno come di consueto autorità del panorama civile e militare, in forma virtuale e nel rispetto delle vigenti direttive anti COVID. 

Sarà possible seguire l’evento in streaming, sulle piattaforme social del NATO Defense College, a partire dalle ore 10 del 23 aprile 2021.

Link per seguire l'evento:

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22.4.21 | Posted in , , , , , , , , , | Continua »

Libia, parla Frattini: "Russia e Turchia si spartiscono le zone d'influenza, Italia tagliata fuori"




Roma, 30 mag 12:35 - (Agenzia Nova) - Una confederazione della Libia vorrebbe dire partizione, ovvero uno scenario “drammatico” per l’Italia, mentre lo status quo “conviene a tutti tranne che a noi”. Lo afferma ad “Agenzia Nova” Franco Frattini, presidente della Società italiana per l’organizzazione internazionale (Sioi), già ministro degli Esteri italiano e vicepresidente della Commissione europea. Frattini ha commentato l’appello all’Italia lanciato dal leader del Blocco federale in Libia, Ali al Hashemi, che parlando a “Nova” aveva invitato l’Italia a sostenere una soluzione politica basata su un sistema federale suddiviso nelle tre regioni storiche: Cirenaica (est), Tripolitania (ovest) e Fezzan (sud). “L’ipotesi che alcuni chiamano federazione sarebbe inevitabilmente una divisione. Nella storia della Libia, le tre regioni Tripolitania, Fezzan e Cirenaica si sono sempre sentite diversissime le une dalle altre: è difficile immaginare che i berberi e i tuareg del deserto possano prendere ordini da Tripoli da Tobruk. La Libia è una, basata su una struttura tribale, con le milizie che controllano ampie porzioni di territorio. Più che una confederazione, la chiamerei una partizione della Libia e questo per l’Italia, è evidente, sarebbe un’ipotesi drammatica”, afferma Frattini, sottolineando come una confederazione/partizione vorrebbe dire consolidare le sfere d’influenza.

“Oggi abbiamo la Tripolitania con i turchi e i qatarini, mentre in Cirenaica ci sono i russi che addirittura hanno recentemente mandato degli aerei da combattimento, Egitto, Emirati Arabi Uniti e ovviamente alla spalle l’Arabia Saudita”, spiega ancora l’ex titolare della Farnesina. Quanto al Fezzan, regione ricca di petrolio, oro e terre rare, un’eventuale divisione “vedrebbe prontissimi Emirati e paesi del Golfo”. L’Italia, in altre parole, vedrebbe un paese alleato Nato, la Turchia, e uno Stato con cui ha rapporti storici, la Russia, in una situazione di status quo in Libia. “E’ chiaro – prosegue Frattini - che quando un paese come la Turchia diventa mentore del governo di Tripoli non c’è spazio per nessun altro. Non c’è spazio per l’Europa, e lo abbiamo già visto, né per l’Italia. Con la Russia noi abbiamo rapporti importanti, malgrado l’Italia abbia purtroppo condiviso la politica delle sanzioni, ma in Cirenaica abbiamo storicamente meno rapporti”. L’Italia, in altre parole, “verrebbe di fatto tagliata fuori”.

Un discorso a parte merita l’Eni, l’unica compagnia straniera che ha continuato a operare nel paese dalla rivoluzione del 2011. “Sono convinto che non verrebbe tagliata fuori dalla mattina alla sera, perché Eni ha una radicatissima presenza con pozzi offshore e inshore, nonché la centrale elettrica che fornisce elettricità a Tripoli”, spiega ancora Frattini. L’Italia, tuttavia, rischia di perdere peso geostrategico. “La missione europea Irini, difficile da lanciare e modesta come obiettivi, è criticatissima da Tripoli. Il ministro dell’Interno della Libia (Fathi Bashaga, ndr) mi ha personalmente detto che Irini è stata creata per favorire la Russia, perché intercetterebbe qualche nave che porta le armi dalla Turchia, e le porta davvero, ma non fa assolutamente nulla per tutti gli assetti militari che arrivano da terra o dal cielo dall’Egitto, dagli Emirati e dalla Russia. C’è una critica frontale a una missione che comanda l’Italia e questa non è la mia opinione, ma quella dell’attuale ministro dell’Interno della Libia”, aggiunge il presidente della Sioi.

Malgrado l’auspicio di Ali al Hashemi che il governo di Roma possa intervenire per favorire una negoziazione, Frattini ritiene che in questa fase l’Italia non abbia “la forza sufficiente per metter intorno a un tavolo turchi e russi e dire che anzitutto serve un cessate il fuoco”. Tuttavia, Frattini invita a prendere sul serio il tentativo del presidente del parlamento libico, Agiula Saleh, di avviare una riconciliazione. Il politico libico ha recentemente proposto un “road map” in otto punti secondo cui ciascuna delle tre regioni della Libia (Tripolitania, Cirenaica e Fezzan) dovrebbe scegliere un suo rappresentante in un nuovo Consiglio presidenziale “ristretto”, il quale dovrebbe poi nominare un primo ministro e i suoi vice che rappresentano le tre regioni, per poi formare un governo da presentare alla Camera dei rappresentanti per ottenere la fiducia. “Se c’è una proposta da guardare io guarderei a quella del presidente del parlamento libico”, spiega Frattini. “Ho degli elementi – aggiunge - che mi fanno dire che ad esempio i sauditi e gli emiratini non escluderebbe questa ipotesi da approfondire, ma anzi la ascolterebbero”.

Il problema, secondo l’ex ministro degli Esteri, è che né Governo di accordo nazionale (Gna), né l’Esercito nazionale libico (Lna) sembrano contare sull’appoggio di Roma. “L’Italia è vista con sospetto perché prima guarda a uno, poi all’altro, poi guarda di nuovo al primo. Nessuna delle parti in Libia ritiene che l’Italia sia schierata, ma in quei paesi se non ti schieri non sei affidabile”. Turchia e Russia, da parte loro, hanno schierato le truppe sul campo. E l’Italia? “Alla conferenza di Palermo – aggiunge l’ex vicepresidente della Commissione europea - il vicepresidente della Turchia se ne andò sbattendo la porta perché ci eravamo permessi di invitare pure Haftar al tavolo dei colloqui. Questa cosa non sarebbe mai accaduta a Mosca. Putin e Erdogan hanno comunque un’alleanza: i due si parlano, anche se sul terreno si minacciano, e come hanno fatto nel nord della Siria possono trovare un accordo”.

L’Europa, a giudizio dell’ex ministro degli Esteri italiano, è “inesistente”. L’Italia, che pur comanda la missione Irini, “non è considerata un broker in grado di riunire i contendenti”. Ciononostante, il governo di Roma dovrebbe impegnarsi per dire a Russia e Turchia di prendere in considerazione le proposte sul tavolo, come quella del presidente del parlamento. “Funzionerà il piano di Saleh? Non lo so, ma l’esito dello status quo, e lo dico con un po’ di brutalità, conviene a tutti tranne che a noi. Conviene alla Russia, perché consolida la presenza in Cirenaica dove ci sono petrolio, vie comunicazioni importanti sul Mediterraneo, e dove sta creando una terza base dopo Egitto e Siria. L’Egitto consolida i confini, ed è altrettanto felice. La Turchia ritorna dove gli italiani l’avevano cacciata tanti anni fa, prendendo il controllo del Mediterraneo centrale”, conclude Frattini. (Asc)
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Frattini: Italia e Francia hanno “il dovere” di portare avanti una “azione comune” sulla Libia

La Francia e l'Italia. La continua instabilità in Libia
Evento SIOI del 17 ottobre 2019

SIOI, 17 ottobre- Italia e Francia hanno “il dovere” di portare avanti una “azione comune” sulla Libia che possa unire gli attori non-libici attorno a un percorso di institution building che finora è mancato. 

 Lo ha detto oggi Franco Frattini, presidente della Società italiana per l’organizzazione internazionale (Sioi), al convegno “La Francia e l’Italia, la continua instabilità in Libia” tenuto a Roma nell’ambito della decima edizione del Festival della diplomazia. Italia e Francia, secondo Frattini, dovrebbero avere la capacità di portare avanti un “compact libico” che possa mettere insieme “sia il soft power europeo che il political power della Nato”. Un nuovo schema che possa affrontare tutti gli aspetti della crisi in corso: non solo i rischi legati alla sicurezza (traffico di esseri umani, terrorismo, droga), ma anche l'economia libica (e in particolare l'opaco rapporto tra la National Oil Corporatin e la Banca centrale), oltre alla questione legata alle milizie armate da attori stranieri, in particolare non occidentali (Emirati, Egitto e Turchia in primis). © Agenzia Nova

18.10.19 | Posted in , , , , , , , , , , | Continua »

Venti di guerra: Frattini a Il Tempo: Attacco contrario alla Costituzione

Intervista a Franco Frattini - «Iniziativa sbagliata nel metodo Ma non è una guerra alla Russia» 
di Pietro De Leo 


 «II messaggio di Trump è chiaro: io agisco concretamente, mentre Obama rimaneva impantanato». Franco Frattini, più volte ministro degli Esteri dei governi Berlusconi, analizza con II Tempo lo scenario dopo l'attacco di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna in Siria. 

Soltanto tré edifici colpiti, nessun morto per fortuna. Non è un grosso scossone al regime di Assad. 
«Trump non ha voluto indebolire troppo Assad ma comunque gli ha dato un segnale significativo sulla questione delle armi chimiche colpendo tré edifici importanti. Ha voluto lanciare un segnale anche all'Arabia Saudita e a Israele. Non sfuggirà che questo attacco arriva all'indomani della visita di Bin Salman a Washington, in cui è stata confermata l'alleanza strategica tra Stati Uniti e Arabia Saudita con acclusa fornitura di armi. Io giudico sbagliata quest'azione per i metodi in cui si è svolta, ma tutto sommato, mi pare che il buonsenso di Trump sia emerso quando ha fatto capire che non inizia una guerra di lunga durata, non inizia una guerra con i russi, non ci saranno rischi di intercettare una base russa». 

Dunque secondo lei ha ragione Lavrov a definire come illegale l'attacco? 
«Di sicuro c'è una non conformità con quanto scritto nella Carta dell'Onu. E poi, dal punto di vista dell'Italia, è sicuramente contro i principi della Costituzione. Il ben noto articolo 11 sancisce la possibilità di una partecipazione solo previa risoluzione Onu o quantomeno decisione unanime della Nato. Se fossi la Russia, comunque, eviterei di aumentare la tensione, ancor più di fronte al fatto che, come si è capito, gli americani avevano avvisato Mosca dell'attacco». 

L'Iran minaccia però «conseguenze regionali». Israele è nel mirino? 
«Non credo. L'Iran ha interesse che Trump non annulli il trattato del 5+1 sul nucleare. Con quest'Amministrazione alla Casa Bianca, se tu oggi alzi la tensione con Israele, lo fai anche con Washington, e non è questa l'esigenza dell'Iran. Dunque credo che Teheran non andrà oltre le dichiarazioni rumorose». 

Colpisce una coincidenza. Sia l'attacco dell'anno scorso ordinato da Trump contro la base siriana di Al Sharyat, sia quello di ieri notte arrivano m un momento di grattacapi sul piano nazionale. Ci sono ragioni di politica interna alla base di questa scelta? 
«Certo, e da parte di tutti gli attori m campo. Trump ha uno scontro molto aspro con Comey, e non si era mai visto un tale scambio tra un ex capo dell'Fbi e un Presidente degli Stati Uniti. La May sta attraversando un momento molto difficile nel negoziato per l'uscita dall'Ue. Macron viene da una serie di scioperi molto importanti che dimostrano come appena accenni a fare qualcosa gli si paralizza la Francia». 

Veniamo all'Italia. Nel centrodestra si colgono due linee. Salvini è spostato verso la Russia, Berlusconi equilibratìssimo. Ciò non pregiudica la tenuta di una coalizione che è in trattativa per il governo? 
«No, mi pare un giusto equilibrio. Berlusconi sa bene, con la sua esperienza di governo, che la centralità dell'Alleanza Atlantica non va neanche messa in discussione. Salvini è più proiettato verso Mosca. La sintesi è Pratica di Mare». 

Ecco, appunto. Pratica di Mare, è la metafora un modo di fare politica estera. Ma è ancora possibile oggi?
«Sì. Nel 2001, George W. Bush e Putin erano in una fase di escalation. Da una parte c'era lo scudo missilistico e dall'altra parte i missili nell'enclave di Kaliningrad. A margine di quel drammatico G8 di Genova del 2001, dove Bush e Putin neanche si conoscevano, arrivò Berlusconi e disse: "io voglio un'alleanza tra Russia e Nato". Tutti risero, ma un anno dopo ci fu Pratica di Mare e la stretta di mano. Se ci sono volontà e una forte leadership politica, l'Italia può avere un ruolo». 

Qual è lo schema di alleanze più adatto allo scopo? 
«Tra un centrodestra unito, con una posizione bilanciata tra gli approcci di Berlusconi e Salvini bilanciate, e Di Maio che con i messaggi dati all'America ha voluto accreditarsi come colui che mai uscirà dalla Nato».



16.4.18 | Posted in , , , , , , , , , , , , , , , | Continua »

Primo Piano- Franco Frattini a "IL Messaggero"- «Le posizioni filo-russe della Lega e FdI sono un valore aggiunto, no alle basi»

«Le posizioni filo-russe della Lega e Fd sono un valore aggiunto, no alle basi» 
L'EX COMMISSARIO UE: SUBITO UN GOVERNO, L'ITALIA NON PUÒ FARE CONCESSIONI PER, I RAID: OCCORRE IL SI DELL'ONU 

13 aprile 2018
Il Messaggero



Presidente Frattini, Stati Uniti, Francia e Gran Bretagnasi preparano un'azione militare contro Assad. Quanto è concreto il rischio di un conflitto mondiale? 

«Il rischio sarebbe concreto se Trump, Macron e May cadessero nella più totale irresponsabilità, perché si tratterebbe di un'azione assolutamente contraria al buonsenso e alle regole del diritto intemazionale. Per sferrare un attacco ci vogliono prove concrete e servirebbe una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'Onu che autorizzi l'uso della forza. Ci sono poi almeno altre tre ragioni che sconsigliano un attacco. La prima: lo spazio aereo siriano oggi è controllato dai russi ed eventuali raid renderebbero molto probabile il conflitto aereo con i caccia di Mosca. La seconda: il presidente turco Erdogan, membro importante della Nato, è reduce da un patto di acciaio con Iran e Russia. La terza: navi da guerra cinesi hanno ricevuto l'ordine di schierarsi nel porto di Tartus a difesa delle navi russe. Insomma, è irresponsabile il solo pensare di sferrare un attacco in quell'area». 

Il presidente francese Macron dice di avere le prove dell'uso delle armi chimiche da parte di Assad... 

«Le prove devono arrivare dagli ispettori intemazionali, non da uno dei tanti Paesi membri della Nato. E chi ha le prove non fa la guerra, le porta al Consiglio di si curezza dell'Onu per ottenere una risoluzione. Ma attenzione: già ci siamo passati, nel 2003 c'è stato l'attacco in Iraq sulla base di una presunta "pistola fumante" che poi, dopo aver fatto divampare una guerra disastrosa, si è scoperto che non esisteva. Si deve imparare dalla storia. Trump se vuole dare una lezione ad Assad lo faccia, ma non trascini altri Paesi nel conflitto». 

Quindi hanno ragione Merkel e Gentiloni a chiamarsi fuori dagli attacchi? 

«Certamente. Certe azioni, lo ripeto, devono essere autorizzate dall'Onu. Per l'Italia è anche una preclusione costituzionale». 

E se Roma concedesse l'uso delle basi di Sigonella e Aviano ai caccia alleati? 

«Non lo può fare. Sarebbe come partecipare alla missione di guerra. E senza il sì dell'Onu all'uso della forza rappresenterebbe una violazione del diritto internazionale e di un principio costituzionale. Inoltre servirebbe anche il consenso dell'intera Nato: ipotesi quasi impossibile, visto che sarebbe necessario il via libera della Turchia e della Grecia». 

La crisi siriana ha avuto eco anche nelle consultazioni al Quirinale. Mattarella è preoccupato, chiede un'accelerazione nella formazione del nuovo governo. 

«Condivido certamente la preoccupazione del capo dello Stato. Un governo in carica sarebbe nelle condizioni di dire con maggiore forza "no" a un'avventura così pericolosa». 

Il capo dello Stato chiede ai partiti garanzie sulla collocazione euroatlantica. 

«E' giusto. La collocazione internazionale dell'Italia non deve essere messa in discussione. E un governo in carica potrebbe prendere un'iniziativa forte. Nel 2002 organizzammo il vertice di Pratica di Mare per dire a Russia e Stati Uniti di smetterla di litigare e di affrontare assieme il nemico comune: il terrorismo. Ebbene , questa dovrebbe essere la linea: restare fedeli all'Alleanza atlantica e continuare a giocare un ruolo di ponte verso la Russia, indispensabile per la stabilità del Medio Oriente e della Libia». 

Quindi condivide le posizioni filo-russe di Salvini e della Meloni? 

«Sono un valore aggiunto, un arricchimento per l'Alleanza atlantica. Coinvolgere Mosca è indispensabile, lo fece anche Obama. Noi siamo stati leali dopo la crisi ucraina, siamo stati fin troppo leali con la politica delle sanzioni che andrebbe rivista. Ma lealtà atlantica, di cui l'Italia ha sempre dato ampia prova, non vuoi dire cecità. Serve equilibrio: non si tratta di essere più o meno filo russi, ma di spingere per un forte dialogo tra la Russia e l'Occidente».
Intervista di Alberto Gentili





13.4.18 | Posted in , , , , , , , , , , , , , , , | Continua »

OSCE: Frattini: L'esperienza italiana, basata sul dialogo e sul principio di inclusività, può contribuire a risolvere i "frozen conflict" sparsi nell'area orientale dell'Europa

Osce: presidente Sioi Frattini a "Nova", esperienza italiana può contribuire a risolvere "frozen conflict" in Europa Roma, 17 gen 13:07 - (Agenzia Nova)

L'esperienza italiana, basata sul dialogo e sul principio di inclusività, può contribuire a risolvere i "frozen conflict" sparsi nell'area orientale dell'Europa: è questo il parere del presidente della SIOI e nuovo rappresentante speciale della presidenza italiana di turno dell'Osce per la Transnistria, Franco Frattini. 

Intervistato da "Agenzia Nova", Frattini ha illustrato la situazione attualmente in corso nella regione separatista filorussa situata nell'area orientale della Moldova e il focus di questo suo incarico annuale. Attenzione particolare anche ai negoziati nel formato 5+2 (Russia, Moldova, Transnistria, Ucraina e l'Osce, cui si aggiungono Unione europea e Stati Uniti in qualità di osservatori) e sulla situazione interna al paese est europeo, minata da una marcata instabilità che rischia di ostacolare un positivo andamento del processo di risoluzione della questione transnistriana. 

Infine, un cenno sugli altri "conflitti prolungati" in Europa orientale e sulle capacità dell'Italia di contribuire a una loro positiva risoluzione. In primis il presidente Frattini ha illustrato "i tre fattori di complessità" in cui versa la Transnistria al momento. 

"Il primo è che la regione dopo molti anni, grazie all’aiuto che viene da Mosca, ha oggettivamente accresciuto il suo livello di 'benessere locale' e ciò rende i cittadini ancora più convinti che soltanto il 'protettorato' della Russia può essere una garanzia di continuare a stare bene. Il nuovo governatore, che è un russo, è una persona che ha molta più visione e flessibilità rispetto ai suoi predecessori e questo è un fattore di complessità positivo", spiega l'ex ministro degli Esteri. 

"Il secondo fattore è la situazione in Moldova: è complessa, ed è in corso una crisi istituzionale senza precedenti. Il presidente che è il capo del Partito socialista, filorusso e che oggi secondo i sondaggi ha un notevole consenso, è stato interdetto da alcune sue funzioni perché si rifiutava di nominare alcuni ministri. Questi sono stati nominati in seguito a una sentenza della Corte costituzionale dal presidente del parlamento. In più c’è un governo in cui il premier è un personaggio che esprime un partito che non è quello di maggioranza; vi è dunque quello che si direbbe un governo di minoranza, e ci si prepara a delle elezioni generali che si svolgeranno nel 2018, ed è quindi la stessa Moldova che potrebbe avere più durezza negoziale perché tutti i partiti si posizionano in vista della campagna elettorale", ha aggiunto Frattini. 

Il terzo fattore, infine, è "il ruolo che giocano l’Europa e le organizzazioni internazionali, compreso l’Osce". "Credo che bisogna dire con grande chiarezza, che in quella situazione come in altre, l’Osce ha fatto meno errori dell’Europa: spesso l’Europa ha la tendenza a dire 'o stai con l’Ue o stai con la Russia': niente di più sbagliato. Accadde con l’Ucraina ed ecco il disastro in cui ci troviamo; hanno provato a farlo con la Serbia, e giustamente il presidente Aleksandar Vucic ha detto che l’amicizia storica con Mosca non si tocca", ha affermato Frattini. 

"L’Osce a differenza dell’Ue questi aut aut non li pone, quindi io credo che noi dovremmo orientare verso una guida dell’Osce di questa crisi perché oggettivamente l’organizzazione ha provato sempre a fare meglio. Ricordo quando ero ministro, mi battei per una missione dell’Osce al confine fra Georgia, Abkhazia e Ossezia del Sud e fu una chiave per fermare il conflitto vero e proprio. Il monitoraggio dell’Osce, la presenza di una missione, per esempio in quella crisi, fu determinante. Come lo è in Transnistria attraverso la partecipazione ai negoziati nel formato 5+2", ha aggiunto il presidente della Sioi. 

Concentrandosi proprio sul tema dei negoziati Frattini ha sottolineato che poco prima della conclusione della presidenza austriaca dell’Osce si sono messe a fuoco tre questioni sui cui si potrebbero fare dei passi avanti". 

"Io mi concentrerò in sede negoziale su quei passi che riguardano le questioni visibili per i cittadini, perché se vogliamo affrontare il tema Transnistria dobbiamo tenere conto che ai cittadini dobbiamo dare un messaggio chiaro del perché è sbagliata l’indipendenza e perché sarebbe più giusto un modello di autonomismo avanzato, paragonabile a quello sudtirolese; però dobbiamo dare dei segnali tangibili. Durante la mia attività di commissario europeo quando pensai ai Balcani occidentali e ai messaggi tangibili da inviare a questi popoli per mostrare loro 'la convenienza' del diventare europei il primo fu la liberalizzazione dei visti, un messaggio che entrava nelle case di tutti; è una leva che attraverso uno strumento molto visibile attira i paesi e respinge nazionalismi e secessionismi", ha detto l'ex ministro. 

La prima questione da affrontare in sede negoziale, seppure potrebbe essere ritenuta da alcuni di poco conto, è quella delle targhe autoveicoli: "C’è una richiesta di caratterizzare le targhe delle automobili che vengono immatricolate in Transnistria e che hanno la targa moldava con un simbolo che le caratterizzi e io ho davanti agli occhi le targhe delle auto immatricolate in provincia di Bolzano: targhe italiane con l’aquila sudtirolese. Tutti così capiscono che quella è una macchina immatricolata a un residente in Sud Tirol: questo potrebbe essere un primo segnale di garanzia di quell’identità transnitriana che non coincide del tutto con quella moldava", afferma Frattini, secondo cui "il secondo punto è quello della libertà circolazione: per i cittadini della Transnistria ora ci sono delle limitazioni alla loro circolazione da e per la Moldova; garantire un maggiore spazio di libera circolazione potrebbe significare un messaggio positivo, ovvero 'voi evitate tensioni secessioniste e in cambio avrete uno spazio di circolazione, commercio e investimenti che viene espanso e liberalizzato'. 

Terzo terreno, quello più difficile, secondo il presidente della Sioi "è lo status prigionieri per i gravi scontri degli anni Novanta. Su questo tema ci sono coloro che dicono che si tratta di martiri per la libertà, prigionieri politici in galera; altri dicono che sono criminali perché hanno commesso dei reati. Trovare una soluzione sullo status di questi soggetti, alcuni dei quali sono ancora in prigione, avrebbe ovviamente una forte valenza politica". Su questi tre temi molto tangibili, perché tutti i cittadini sanno di cosa di parla. Io guardo alla cornice del Sud Tirol, conquistata dopo un faticoso trattato internazionale, un assetto che fece cessare violenze gravissime: negli anni Sessanta e persino Ottanta c’erano attentati dinamitardi in Alto Adige, mentre adesso è una terra tradizionalmente felice. Dal lato moldavo tuttavia si fa spesso riferimento ad alcune condizioni per la risoluzione del conflitto, e fra queste la più citata è sicuramente quella relativa alla presenza dei militari russi nel territorio della Transnistria. 

"La cosa più sbagliata di tutte sarebbe porre il ritiro della missione di peacekeeping russa come condizione iniziale. Questi sono assetti che o si risolvono tutti insieme o restano come stanno. Credo che dobbiamo sciogliere tutti quei nodi che permetteranno un assetto conclusivo futuro", afferma Frattini, secondo cui "parlare ora di precondizioni che sono non realistiche farebbe fallire i negoziati in partenza. Sono quei gesti che mai la Russia adotterà ma che possono essere parte dell’assetto conclusivo che deriverà dall’accordo finale, o meglio una delle parti dell’accordo, perché se tutti saranno soddisfatti non ci sarà bisogno di peacekeeping, peace enforcing o di altro ma adesso sarebbe solo un modo per complicare il negoziato". 

Da alcuni osservatori una risoluzione positiva della questione della Transnistria potrebbe favorire l'adesione, o comunque l'avvicinamento della Moldova ad alcune delle principali organizzazioni internazionali: su questo tema il presidente Frattini ha un'idea precisa. "Assolutamente escluderei di considerare la Nato come un obiettivo possibile per la Moldova, faremmo un errore ancora più grave quando si ipotizzò l’adesione della Georgia. 

La Nato non si porta in casa il problema: paesi come Moldova e Georgia che hanno proprio per la loro storia dei legami, delle trazioni e delle popolazioni profondamente o totalmente russe, l’idea della Nato sarebbe controproducente per una stabilità futura", sostiene l'ex ministro. "Escludendo l’idea della Nato, che i moldavi non credo abbiano in mente, probabilmente dovremmo ragionare di un avvicinamento all’Ue e questo può avvenire in tanti modi. Io credo che sia quello degli accordi di associazione e partenariato e non di pensare all’adesione. Prima riconciliamo il paese, poi inizierà un lungo percorso che passa per lo stato di diritto, per le riforme istituzionali: la Moldova è uno dei paesi in cui il fenomeno corruzione è uno dei più gravi e le autorità moldave devono farci i conti, le principali forze politiche ne sono consapevoli", aggiunge il presidente della Sioi. 

Sulla base di questi presupposti, tuttavia, Frattini ritiene che "ma si potrà immaginare che per il solo fatto che sono in condizioni complicate regaliamo loro una scorciatoia per l’Europa, non sarebbe accettabile. Vediamo paesi come Serbia, Albania, Montenegro che stanno faticosamente attuando riforme e mica entreranno domani mattina: il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker per la Serbia ha parlato di una prospettiva 2025, quindi non possiamo immaginare che questi paesi abbiano davanti a sé la scorciatoia". 

Tuttavia secondo l'ex ministro "è sicuro che una Moldova stabilizzata potrebbe accedere a quegli strumenti, per esempio la liberalizzazione dei visti, che sono fondamentali per la popolazione nella vita di tutti i giorni. Da commissario Ue stabilii a Chisinau il primo centro fuori dall'Ue per il trattamento dei dati per i visti, lo feci lì perché ritenni importante dare un messaggio di un centro dove i moldavi possono presentare direttamente una richiesta. Sono facilitazioni, sono segnali, ma non abbiamo detto che avremmo regalato loro il 'visa free'. 

Una volta riconciliato il paese si dovrà lavorare sull’upgrade dell’accordo di associazione e liberalizzazione per arrivare a un sistema di libero mercato". In questo senso, aggiunge Frattini, sarà giusto valutare "chi vincerà le elezioni di quest’anno: ma bisogna evitare questa contrapposizione, serve un compromesso, un dialogo, e tutte le componenti si devono sentire incluse". Infine Frattini ha sottolineato il vantaggio di cui l'Italia può godere nel suo ruolo di presidente di turno dell'Osce. "La presidenza italiana ha un grande vantaggio, ovvero che l’Italia ha sempre avuto rapporti con gli uni e con gli altri. 

L’Italia ha rapporti con l’Ucraina e con la Russia, il ministro Alfano sarà a fine mese prima a Kiev e il giorno dopo a Mosca", afferma il presidente della Sioi che si sofferma anche su alcuni degli altri conflitti dell'Europa orientale. 

"Per quanto riguarda il Nagorno-Karabakh (la regione contesa fra Armenia e Azerbaigian): io ho avuto spesso l’opportunità di recarmi a Baku grazie ai miei amici azeri che mi invitano ogni anno al forum internazionale che si svolge nella capitale, ma al tempo stesso ho ricevuto proprio qui alla Sioi il ministro degli Esteri armeno Edward Nalbandian, con cui avevo lavorato da collega e che vedo e sento di frequente", sostiene Frattini, secondo cui "il ruolo dell’Italia sarà quello di trovare compromessi inclusivi in cui nessuno si senta fuori posto". 

Per questo motivo, incentrandosi sul tema Ucraina-Russia, l'ex ministro degli Esteri sottolinea quanto sia fondamentale aiutare Kiev. "Parlando brutalmente mi sento di dire che l’Occidente ha eccitato contro la Russia gli ucraini e il governo e poi ha lasciato il paese in mezzo al guado, perché tutti i faraonici aiuti promessi non sono arrivati né da Bruxelles né da Washington", afferma Frattini, secondo cui "oggi il paese è in grave crisi economica, e quindi la precondizione è aiutare il paese economicamente". 

In una situazione di "instabilità, povertà e corruzione diffusa", conclude il presidente della Sioi, "le elezioni che si terranno il prossimo anno in Ucraina non porteranno a grandi cambiamenti: se noi invece aiutassimo l’Ucraina a riprendersi, lavorando insieme alla Russia, allora quello che è un conflitto prolungato potrebbe diventare un accordo, quindi cerchiamo soluzioni inclusive ed evitiamo di eccitare gli animi". © Agenzia Nova

17.1.18 | Posted in , , , , , , , , , , , , | Continua »

Difesa europea: se non ora quando? La difesa europea e le sue implicazioni secondo l'ex Ministro Franco Frattini

Difesa europea: se non ora quando? 
La difesa europea e le sue implicazioni secondo l'ex Ministro Franco Frattini 
di Emanuele Cuda 
27 giugno 2017 



 «Abbiamo contato sul potere militare di altri troppo e per troppo tempo. È il momento di farci carico della nostra sicurezza» ha scritto in una lettera pubblicata poco tempo fa il Presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Junker. 

In un momento storico come quello attuale in cui sono molteplici le minacce, il tema della sicurezza è sentito come decisivo, non solo in campagna elettorale. Ci sono criticità che potrebbero essere meglio risolte se ci fosse una maggiore cooperazione. 

E’ in questa chiave che va letto il tentativo che l’ Europa sta tentando di mettere in campo negli ultimi mesi, come si è avuto modo di vedere il 9 giungo presso la Conferenza European Vision, European Responsibility, dove si sono susseguiti gli interventi del Presidente della Commissione Europea, dell’Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e le Politiche di Sicurezza Federica Mogherini, il Vice Segretario Generale NATO Rose Gottemoeller, il Vice Presidente della Commissione Europea Jyrki Katainen e alcuni rappresentanti del settore privato. Il tema della sicurezza è stato al centro anche dell’ ultimo Consiglio Europeo del 22 e 23 di Giugno. 

A far sentire come sempre più necessaria una maggiore integrazione su questo tema è stata, tra gli altri fattori, l’ elezione di Donald Trump alla Presidenza degli Stati Uniti, il quale non ha nascosto la volontà di ricordare, come tra l’ altro ha fatto in occasione del primo vertice NATO di fine maggio, a tutti i Paesi europei che l’ impegno nel settore della difesa deve essere una priorità per tutti e non solo per gli USA. 

« La nostra collaborazione con la Nato non può tuttavia più fungere da comoda scusa per l’assenza di un impegno europeo autonomo», dichiarato Junker, mettendo in risalto l’ evidente carenza che l’ Europa ha accumulato da questo punto di vista. L’ importanza della NATO rimane anche con il progetto di difesa europeo, perché il potenziamento della seconda comporta il rafforzamento della prima. 

La Ministra della difesa italiana Roberta Pinotti ha tenuto a definire questo ‘dibattito’ interno all’ Europa come «un’ occasione da cogliere». Parlare di difesa europea vuol dire trattare un tema di cui un uomo politico di prima grandezza come Alcide De Gasperi aveva, con grande lungimiranza, nei primi anni ’50 aveva sottolineato l’urgenza. 

L’ ottica dei giorni odierni ci pone davanti diverse sfide partendo dal terrorismo a quello dell’ immigrazione a quello della cyber-security. Sfide, spesso asimmetriche, a cui, per chi non l’ avesse ancora ben compreso, è impossibile far fronte se non in un’ottica sovra-nazionale. 

«La difesa comune è indispensabile all’Unione europea» ha dichiarato Federica Mogherini. In discussione, in ambito europeo, c’è sicuramente un piano ambizioso, ma che potrebbe costituire un eccezionale viatico al raggiungimento di una difesa comune europeo. 

«Viviamo in una casa costruita a metà, dobbiamo svegliarci e lottare insieme contro le minacce. Abbiamo proposto il fondo di difesa che sarà il maggiore investitore nella difesa europea. Dobbiamo investire di più e in modo più effettivo» ha detto Junker. Il piano in questione proposto dalla Commissione europea prevede infatti: l’istituzione di un fondo europeo per la difesa; la promozione di investimenti nelle catene di approvvigionamento della difesa; il rafforzamento del mercato unico della difesa. 

Per quanto riguarda il primo punto, l’ obiettivo è duplice: il finanziamento di progetti di ricerca collaborativa nel settore della difesa e lo sviluppo e acquisto di capacità di difesa da parte di Stati membri che desiderino partecipare. «Paghiamo un prezzo troppo alto per l’inefficienza e la frammentazione. L’Ue conta 178 sistemi d’arma diversi, rispetto ai 30 degli Stati Uniti. In Europa abbiamo più costruttori di elicotteri di governi che possono acquistarli. Ci permettiamo il lusso di 17 tipi diversi di carri da combattimento mentre gli Stati Uniti se la cavano benissimo con un unico modello» ha ribadito Junker, evidenziando come l’ Unione Europea spenda molto e male nel settore della difesa. 

I finanziamenti saranno di 90 milioni di euro stanziati fino alla fine del 2019, con 25 milioni di euro stanziati per il 2017 mentre dovrebbero diventare 500 milioni di euro l’anno dopo il 2020 sulla base di un programma che sarà proposto dalla Commissione Europea nel 2018. 

Il Fondo introdurrà anche incentivi affinché gli Stati membri cooperino nell’acquisizione di tecnologie e nello sviluppo di materiali di difesa in maniera congiunta pari a 500 milioni di euro per il 2019 e il 2020 e di 1 miliardo di euro l’anno dopo il 2020. Un programma più ingente verrà preparato per il periodo successivo al 2020, con una dotazione annua stimata di 1 miliardo di euro, con l’ auspicio di generare investimenti complessivi nello sviluppo di capacità di difesa pari a 5 miliardi di euro l’anno dopo il 2020. 

Il confronto con la prima potenza al mondo in termini di difesa è inevitabile: gli USA spendono 545 miliardi di euro l’anno, pari al 3,3 % del PIL mentre l’UE 227 miliardi di euro pari al 1.34% del PIL. Per i soldati gli americani investono 108.322 euro, mentre gli europei 27.639 euro. 

Per comprendere quanto sia importante lo sviluppo di una difesa europea comune, di un mercato unico europeo di difesa, ci siamo rivolti al Presidente della SIOI (Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale), Franco Frattini, Ministro per la Funzione Pubblica dal 2001 al 2002; Ministro degli Affari Esteri dal 2002 al 2004; Vice-Presidente della Commissione Europea e Commissario europeo per la Giustizia, la Libertà e la Sicurezza dal 2004 al 2008 e Ministro degli Affari Esteri dal 2008 al 2011. 

Quanto ha contato, secondo lei, l’ elezione di Donald Trump nella ricerca di un punto di incontro per una maggiore integrazione europea in termini di difesa? 

Come ho osservato in occasione della sua elezione, Donald Trump spingerà i Paesi Europei a farsi sempre più produttori di sicurezza e sempre meno consumatori. Il progetto risale all’ epoca di De Gasperi, ma è sempre stato tralasciato, sulla scorta della sicurezza fornita da altri. Ora occorre cambiare la modalità di affrontare questo tema. 

E la conquista dell’ Eliseo da parte di Emmanuel Macron, con la sua linea filo-europeista?

Sicuramente Macron è fiero sostenitore dell’ Europa, ma la vera differenza la farà se comprenderà l’ importanza per l’ Europa di una difesa europea. E’ certo che una Francia più forte, nell’ asse franco-tedesco, sarà importante. 

Ma d’ altro canto anche l’ atteggiamento russo, si pensi alla crisi ucraina, sollecita la necessità di un maggiore protagonismo dell’ UE sullo scenario globale. 

Ma io non vedrei la difesa europea in funzione anti-russa. Noi dobbiamo immaginare una difesa europea per dialogare in modo strategico con la Russia, quindi tutto il contrario. Trovo che ci saranno delle resistenze da parte di Paesi che vedono ogni ipotesi di difesa in funzione anti-russa e quindi stanno piegando la NATO ad una posizione che, a mio avviso, non è positiva. Ricordo a me stesso: noi avevamo addirittura creato, nel Governo di cui ho avuto l’ onore di far parte, al consiglio NATO – Russia che, sostanzialmente è stato congelato. Guarderei alla difesa europea come alla possibilità prima di tutto di far prevenzione ad esempio nel Mediterraneo, dove la minaccia del terrorismo e il traffico di esseri umani sono un dato di fatto. Ecco questi sono tutti ambiti in cui un impegno comune molto efficace farebbe la differenza. 

«Una più forte difesa europea significa rendere più forte la Nato e viceversa» aveva dichiarato il vicesegretario della Nato, Rose Goettemoeller. E’ d’ accordo con la necessità di un rapporto sinergico tra difesa europea e NATO? 

Io ho sempre detto che NATO e difesa europea debbono essere complementari, non si devono sovrapporre. Ovviamente oggi rischiamo proprio di avere una duplicazione perché ogni Paese ha il suo esercito nazionale, la NATO ha il suo esercito formato da personale che lavora sotto la sua bandiera, ma è messo a disposizione dai vari Stati nazionali. Quindi corriamo il rischio di sprecare denaro senza ottimizzare i risultati. Ecco perché, questa è la mia visione, occorrerebbe che NATO e difesa europea si ripartissero i compiti. 

La costituzione del fondo unico per la difesa annunciato dal Junker è un buon inizio?

Certamente sì, ma mancano due aspetti essenziali che vanno completati: il primo è il completamento del mercato unico europeo di difesa. I prodotti e le tecnologie di difesa sono stati a lungo prodotti esclusi dalla regolamentazione europea. Questo ha portato ad una mancanza di un cantiere europeo in questo senso e quindi i principali produttori sono americani, russi, cinesi, magari iraniani, ma non europei. Un mercato comune europeo dell’ industria della difesa e delle tecnologie, penso alla cyber-security, è sicuramente essenziale. L’ altro aspetto che manca è tradurre in operatività le decisioni: noi abbiamo istituito da almeno dieci anni quelli che si chiamano “Battlegroups”, che praticamente dovrebbero tradurre in azioni le decisioni: si tratta di formazioni di più di mille uomini dotati con mezzi di supporto, assimilabili ai battaglioni che possono essere inviati ovunque sia necessario entro pochi giorni. Ecco queste strutture vanno moltiplicate perché altrimenti rimangono solo sulla carta. 

La mancanza di cooperazione nel settore della difesa e della sicurezza ci costa ogni anno tra i 25 e i 100 miliardi di euro. La motivazione economica può convincere anche i più riluttanti a cogliere questa opportunità? 

Io credo che debba essere una motivazione molto convincente perché fare difesa comune europea vorrebbe dire anche vendere prodotti europei per la difesa laddove oggi ci sono solo attori nazionali e quindi compriamo la tecnologia da Paesi che sono anche nostri concorrenti. E’ chiaro che la questione è anzitutto politica, non anzitutto economica. Se la Lituania pensa che il dovere numero uno sia quello di contenere la Federazione Russa, avranno sempre una riserva su un modello di sicurezza europea integrato che non può essere anti-russo: non dobbiamo fare la guerra ai nostri vicini, ma presidiare il territorio e giocare come abbiamo giocato nei primi anni 2000 nella ex Repubblica jugoslava di Macedonia o in Bosnia ed Erzegovina, per citare due esempi: un embrione di difesa europea ha stabilizzato un’ area che altrimenti sarebbe nel caos più totale. 

Rimaniamo però ancora in un ambito di cooperazione, al massimo rafforzata, in cui restano protagonisti i singoli stati nazionali. Ad una maggiore integrazione nel settore della difesa, non dovrebbe corrispondere una maggiore unitarietà nella politica estera dell’ UE: detto in altri termini, non dovrebbe avere più poteri l’ Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza? 

Il problema è solamente politico. Se viene dato all’ Alto Rappresentante un potere sulla carta, ma nella sostanza i capi dei governi, che sono quelli che decidono, ritengono che politicamente l’ Unione sia ancora inter-governativa non andiamo da nessuna parte. Questo sta accadendo anche sull’ immigrazione, materia molto sensibile. Chiamare Alto Rappresentante una figura che rappresenta soltanto proposte, francamente, è quasi sminuirne il ruolo. Vorrei ci fosse un vero Ministro degli Esteri europeo così come vorrei un vero Ministro dell’ Economia europeo, ma la vedo dura visti i chiari di luna della volontà nazionale di tenersi gelosamente strette queste fette di sovranità. 

In questo senso, chi sono coloro che, in Europa, spingono verso una maggiore integrazione?

Molto pochi. L’ Italia è una di questi, ma è chiaro che da sola non può fare nulla. Io credo che una forte sinergia del Governo italiano con la Francia e con la Germania potrebbe dare una bella spinta. Se questo non avverrà, è chiaro che non saremo minimamente in grado di spingere per una maggiore integrazione in settori così sensibili. Quindi più sono gli attori e più si potrà fare in questo senso. 

Nell’ ambito nazionale italiano, chi è il portavoce più credibile dell’ istanza dell’ integrazione a livello europeo?

Io credo che quando si parla di popolarismo europeo si fa riferimento alla storia di De Gasperi, di Adenauer, di Shuman e questa è la storia che ancora esiste ovvero di quel popolarismo europeo che vorrebbe raggiungere una maggiore integrazione politica proprio nei settori di cui stiamo parlano. Non so in Italia chi riuscirà perché molti dicono di seguire la linea del popolarismo europeo, però bisogna farlo e non soltanto dirlo. 

Le sfide asimmetriche come il terrorismo richiederebbero anche una maggiore comunicazione a livello dell’ intelligence. Quanto è lontana questa 

Quando io ho lasciato la Commissione europea circa dieci anni fa io lasciai un progetto che era quello di fare una banca dati comune europea per l’ analisi di intelligence e per lo scambio di dati. Sento dire che verrà riproposta adesso dieci anni dopo quindi questo è lo stato dell’arte. C’è ancora molta diffidenza tra gli Stati Membri quindi stiamo andando molto più a rilento di quanto non dovremmo andare perché i terroristi non conoscono frontiere e quindi se non ci scambiamo i dati, questi terroristi che, come abbiamo visto, girano liberamente per le capitali europee, continueranno a farlo. Più cooperazione è la parola d’ordine. 

Il Consiglio Ue ha adottato oggi la decisione di creare una struttura di “Military planning and conduct capability” (Mpcc), in seno allo Stato maggiore dell’ UE (Eums). «L’istituzione dell’Mpcc rappresenta una decisione operativa estremamente importante per rafforzare la difesa europea. Contribuirà a rendere più efficaci le missioni europee non esecutive e a migliorare la formazione dei soldati dei paesi partner, al fine di garantire pace e sicurezza. È un lavoro importante non solo per i nostri partner, ma anche per la sicurezza dell’Unione europea» ha detto l’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini . Non c’è ancora la creazione di un esercito europeo. E’ un’opzione ancora remota? 

E’ ancora molto lontana. Una Capability Unit bisognerà vedere quante ‘capabilities’ avrà. Se io la faccio sulla carta e gli do due mitragliatrici in tutto non farà mai niente. Se io le metto a disposizione quello che ebbe la missione europea nei Balcani dopo la guerra, quella è una missione europea di sicurezza seria.

28.6.17 | Posted in , , , , , , , , , , , , | Continua »

Cosa può fare l’Italia con gli Usa in Libia contro Isis. Parla Frattini (Intervista Formiche)



Conversazione di Formiche.net con Franco Frattini, ex ministro degli Esteri, presidente della Sioi (Società Italiana per l'Organizzazione Internazionale


Libia, Isis, Egitto. Sono i tre capitoli affrontati da Franco Frattini, ex ministro degli Esteri e presidente della Sioi, in questa conversazione con Formiche.net nel giorno in cui è in programma una riunione del Consiglio supremo di difesa.

Cosa si aspetta dal Consiglio supremo di difesa?
Mi auguro che il Consiglio supremo di difesa sotto la guida del presidente della Repubblica Sergio Mattarellaconfermi la decisione italiana di utilizzare i droni da combattimento. Penso che sia indispensabile che l’Italia faccia parte della partita. Ed è indispensabile perché queste sono missioni di difesa degli interessi nazionali anche dell’Italia. Visto che Daesh si sta espandendo per poi venire a colpirci, non sono missioni di offesa. È pura materia di difesa nazionale. È la difesa preventiva di un interesse vitale. Per cui: conferma della decisione del governo sui droni e rinnovamento del sostegno a una missione integrata in cui alcuni Paesi, sotto coordinamento italiano, si prendano in carico alcune sfide del domani: l’institution building, la formazione militare, truppe scelte che aiutino le forze regolari libiche contro i terroristi ed evidentemente la presenza di forze speciali che in Libia già ci sono. Mi auguro che il Consiglio supremo di difesa confermi che queste sono scelte giuste e che si devono portare avanti.

Quindi se non dovesse concretizzarsi un governo di unità nazionale libico ritiene indispensabile un intervento nell’area?
Mi ha colpito molto e condivido quanto detto dal portavoce dell’amministrazione Obama quando ha affermato che si ritiene che ci sia bisogno di un governo di unità nazionale per una missione in senso proprio. Questo è giusto. Vale anche per l’Italia, in cui se non c’è un governo in senso proprio e se non c’è una risoluzione del Consiglio di sicurezza abbiamo dei problemi anche di ordine costituzionale. Ma se ciò non accade e nel frattempo Daesh prospera, dobbiamo comunque agire, come ha detto il portavoce della Casa Bianca. Mi rendo conto che è qualcosa di difficile, ma colpire le basi Daesh è indispensabile. Ecco perché i droni da combattimento devono essere autorizzati.

Un’autorizzazione generale o caso per caso?
Ho visto che il governo si orienta all’autorizzazione caso per caso. Quest’esperienza la conosco bene perché anche in Iraq e in Afghanistan in alcuni casi autorizzavamo caso per caso nel teatro di cui eravamo responsabili – penso ad Herat – delle azioni della coalizione. Ad esempio nel 2011 avevamo uno scrutinio preventivo delle missioni, anche quelle con aerei da combattimento italiani; potevamo addirittura bloccare l’intervento degli altri. Quindi anche allora si decideva caso per caso. La mia esperienza mi dice che il caso per caso si scioglie in sette-otto minuti, quindi è ben possibile conciliare l’autorizzazione ai droni da combattimento caso per caso con la rapidità dell’iniziativa. Si è fatto in passato quindi è logico farlo anche adesso.

E se ci fosse un intervento Nato?
Ci sono strutture Nato che sono pronte. In questo caso, essendo Sigonella una base già adibita alle forze Nato, non servirebbe più l’autorizzazione caso per caso.

Spostandoci un po’ più a est, c’è una questione che sta mettendo a rischio un’amicizia storica del nostro Paese, quella con l’Egitto. Cosa pensa della situazione?
Credo che l’Egitto sia il principale interessato a darci tutta la verità sull’assassinio di Giulio Regeni. Per tre motivi. Primo perché l’Italia è un Paese amico che, tra l’altro, sotto il profilo economico sarà portatore di una iniziativa che darà all’Egitto un enorme profitto, perché i giacimenti off shore li ha scoperti l’Eni. Abbiamo una posizione che sta portando e porterà enormi vantaggi economici; inoltre, siamo il principale partner e non abbiamo mai abbandonato l’Egitto anche nei momenti più difficili – ricordiamoci che Renzi è volato da Al Sisi quando gli americani neanche ci parlavano – e queste cose Al Sisi non le può dimenticare. Secondo perché se dicesse tutta la verità – ad esempio che c’è stato uno scontro tra servizi deviati, che questo è stato fatto intenzionalmente perché alcune parti vogliono mettere in cattiva luce il governo, che ci sono stati elementi deviati della polizia che hanno colpito pensando che Regeni fosse una spia o che ci siano stati elementi collegati a un ambiente fondamentalista – dimostrerebbe di essere un Paese non solo stabile ma anche capace di attuare lo stato di diritto. Terzo, perché se non lo facesse prevarrebbero le voci di coloro che ritengono il passaggio da Morsi ad Al Sisi una degradazione del sistema e non un cambiamento voluto dal popolo. E non credo che al Sisi abbia interesse a che si dica che ha instaurato un regime che chiude la bocca agli investigatori.

Cosa deve fare l’Italia?
Noi ovviamente non possiamo mollare la presa perché è chiaro che se viene ucciso un ricercatore che studiava il sindacalismo libero – ammesso che ci sia in Egitto un sindacalismo libero – quale messaggio diamo a un imprenditore italiano che vuole investire o continuare a investire in Egitto? Quello degli imprenditori è un interesse che l’Italia deve assolutamente tutelare e se vogliamo è una quarta ragione per al Sisi affinché venga fatta chiarezza. La grande amicizia che abbiamo verso il popolo egiziano a un certo punto deve avere un contrappeso in quello che il governo egiziano fa per tenersi questi amici, perché gli amici non si trattano così.

25.2.16 | Posted in , , , , , , | Continua »

Libia: È inevitabile l’intervento dei caschi blu (intervista)


 «Un errore avere abbandonato Tripoli» 
«La comunità internazionale colpevole c'è stato un grave strappo in politica estera» 
«Va liberato quel Paese dai terroristi poi si potrà affrontare il nodo sicurezza» 

di Chello Alessandra per Il Mattino

Sulla sua pagina Facebook lo scrive chiaro e tondo: i terroristi non si fermeranno certo con i colloqui di pace. Franco Frattini, due volte ministro degli Esteri non ha dubbi: l'Onu deve affrontare in Consiglio di Sicurezza il caso-Libia.

Dunque l'intervento delle Nazioni Unite è l'unica strada? 
«Certo. L'Egitto e la Francia lo hanno già richiesto. A questo punto si tratta di un passo inevitabile legato a tre precondizioni. La prima, che il governo di Tobruch e il parlamento di Tripoli concordino sul fatto che la minaccia si chiama Daesh e chiedono perciò l'intervento dell'Onu. La seconda che lo voglia la Lega araba. E la terza che anche l'Unione Africana si esprima. Le Nazioni unite devono cambiare il mandato del commissario Leon che deve promuovere l'azione di forza contro il terrorismo». 

La Nato: 
Erano state gettate le basi per creare la guardia nazionale poi si è deciso di lasciar perdere tornare adesso sarebbe sbagliato 

La carta della coalizione dei volenterosi non era percorribile?
«No. Sarebbe stato un grave errore. La coalizione dei volonterosi si sarebbe esposta a diventare una coalizione dei crociati. E così non appena una forza dei Paesi europei avesse messo il piede sul territorio libico senza un quadro di legittimità internazionale avrebbe dato subito occasione di replica ai terroristi». 

E invece un intervento della Nato? 
«Il compito della missione politica è riprendere il dialogo con la Libia che noi abbiamo abbandonato da quattro anni. La Nato aveva fatto ben due missioni esplorative a Tripoli per creare la Guardia nazionale libica, ma poi ha gettato la spugna. Tornare dopo quel fallimento mi sembrerebbe un'assurdità. Si può pensare che l'avanzata dei terroristi, cui dal 2012 si è assistito senza agire, si fermi con i colloqui di pace? Assurdo. Ora l'Onu deve decidere in fretta per una missione di peacekeeping e peace enforcing». 

Non crede che con la Libia la politica italiana ha dimostrato di aver trascurato quella estera sottovalutando i pericoli di derive più o meno sopite? 
«L'errore più grave è stato andar via dalla Libia. Quando sono stato ministro degli Esteri parlavamo con il Qatar, gli Stati Uniti, la Turchia, il Regno Unito: con tutti facevamo riunioni operative sulle missioni che avrebbero dovuto rimpiazzare quelle militari. Eravamo pronti a mandare i formatori militari, gli addestratori e invece abbiamo abbandonato quella terra riproponendo quel che è accaduto negli anni 90 con la Somalia che oggi è diventato uno stato fallito. Lo sbaglio è stato non capire che la democrazia andava accompagnata non poteva nascere spontaneamente. Quel terreno è stato occupato dai terroristi e il prezzo ora sarà altissimo».

Insomma, chi è stato il colpevole di questo strappo?
Lo strappo è stato della comunità internazionale che dal 2012 ha mollato tutto mentre ci sarebbe stato bisogno di una forte leadership europea che si fosse mossa per prendere l'iniziativa chiedendosi come mai quella missione Nato fosse finita nelle secche. Questo è il fallimento dell'Europa della sicurezza».

Adesso è troppo tardi per rimediare? 
«No. Lo si deve fare, ma è chiaro che prima va liberato il Paese dai terroristi che ormai minacciano di salire e scendere in tutt'Europa. Ormai è emergenza sicurezza che solo le Nazioni Unite possono affrontare».

Esiste davvero un rischio attentati in casa nostra? 
«Il rischio è sempre esistito. L'Italia è a sole 50 miglia di mare da Sirte dove ci sono i terroristi. Certo ora è molto più forte perché l'Italia è il primo Paese di arrivo degli immigrati. La nostra Intelligence ha tutto sotto controllo e dunque non vanno lanciati facili allarmismi. Ma la minaccia esiste dopo i fatti di Parigi, Copenaghen e Bruxelles. Ma non è il flusso migratorio il veicolo principale del terrorismo, piuttosto lo è il flusso della paura. In Libia ci sono 800mila persone non libiche che vivono in condizioni estreme. Nel solo 2014 ne sono arrivati 140mila. Ancora una volta la responsabilità è dell'Europa. Quando ero ministro degli Esteri lanciai il Frontex che puntava proprio a creare la guardia costiera euroepa. Ma poi gli egoismi internazionali hanno bloccato tutto. Ora sento riparlare del Pnr europeo sulla tracciabilità degli spostamenti aerei, una cosa perla quale nel 2006 negoziai un accordo che poi però mi fu stoppato dicendo che violava la privacy. Già...quella del sospetto terrorista». 

Non sarà che la profezia della Fallaci sull'Islam fanatico si sta avverando: non esistono musulmani moderati. Condivide? 
«No. Sono convinto del contrario perché parlo per esperienza personale. Ho conosciuto tanti leader affidabili del Kuwait, dell'Egitto e della Tunisia con i quali un confronto è possibile. L'unica cosa che rimprovero loro è il silenzio. Ad esempio, prima che il rettore dell'Università di Alessandria d'Egitto si esponesse nella condanna dell'Isis, sono trascorse settimane. Perché? Perché la religione resta il solco più profondo. E ogni Imam si arroga il diritto di essere l'interprete più fedele del Corano. Il che fa sì che nessuno prenda mai posizioni alla luce del sole per il timore di essere messo in discussione. Un rischio troppo grande».

18.2.15 | Posted in , , , , , , , , , , | Continua »

Ucraina: a Minsk l'Europa non c'era




"Ho provato tristezza quando il Cancelliere Merkel ha rimarcato a gran voce che sono state Germania e Francia a realizzare questo risultato, aggiungendo poi “in accordo con l’Europa”, un po’ come se stesse dicendo “in accordo con l’Unione Africana”. Io che vorrei l’unione politica dell’Europa, ho visto che a Minsk l’Ue non c’era"



di Pietro Vernizzi

“Il modello del Sud Tirolo è la soluzione ottimale per accontentare tutte le parti in causa del conflitto russo-ucraino”. Lo afferma Franco Frattini, ex ministro degli Esteri ed ex vicepresidente della Commissione Europea, all’indomani del summit di Minsk cui hanno partecipato Putin, Poroshenko, Merkel e Hollande. Dopo un’estenuante maratona notturna i leader di Russia, Ucraina, Germania e Francia hanno stabilito un cessate il fuoco che incomincerà domani. Per Frattini, “la crisi in corso sta risentendo della forzatura del Congresso Usa a maggioranza repubblicana, che ha illuso l’Ucraina che avrebbe potuto beneficiare di un percorso accelerato per entrare nella Nato, quando invece Kiev evidentemente non ha i requisiti”.

Come valuta l’esito dei colloqui di Minsk?
Ho vissuto questo summit con soddisfazione per alcuni risultati concreti, come il blocco e lo smantellamento delle armi pesanti, il cessate il fuoco a partire da domani, l’avvio di una discussione sul modello autonomistico dell’Ucraina. Ma ho provato anche tristezza quando il Cancelliere Merkel ha rimarcato a gran voce che sono state Germania e Francia a realizzare questo risultato, aggiungendo poi “in accordo con l’Europa”, un po’ come se stesse dicendo “in accordo con l’Unione Africana”. Io che vorrei l’unione politica dell’Europa, ho visto che a Minsk l’Ue non c’era.

Qual è in questo momento il vero obiettivo di Putin?
Il vero obiettivo di Putin è riaffermare la Russia come attore forte, come protagonista sulla scena internazionale e quindi come partner duro nelle relazione e nei negoziati con l’Occidente. Il Cremlino vuole il consolidamento dello status quo in Crimea e l’affermazione del fatto che le comunità russe nell’Ucraina dell’Est sono sotto una sorta di protettorato ideale da parte della Federazione Russa che deve portare ad auspicabili adeguamenti dell’ordinamento dello Stato ucraino verso un modello federale.

Obama invece a che cosa mira?
Obama è stato fortemente condizionato dal Congresso a maggioranza repubblicana che vuole forzare i messaggi di ravvicinamento dell’Ucraina al sistema Nato e di difesa atlantica. Il messaggio evidente del Congresso è che siccome l’Europa è debole e divisa, alla difesa della parte del mondo al confine con la Russia ci deve pensare l’America attraverso la Nato.

Quindi c’è una forzatura da parte del Congresso Usa rispetto alla situazione in Ucraina?
Certo, vi è una forzatura nel momento in cui si ventila l’ipotesi della fornitura di armi a Kiev, malgrado gli Stati Uniti sappiano perfettamente che gli alleati europei non li seguirebbero. Italia, Francia e Germania hanno una chiara posizione tale per cui a quell’idea di fornitura di armi non si darebbe seguito. Ciononostante alla vigilia dei colloqui di Minsk si è ritenuto di ripetere questa opzione addirittura nell’incontro tra Obama e Merkel che si è svolto a Washington.

Gli interessi di Usa ed Europa sull’Ucraina sono divergenti?
Credo che dovrebbero trovare una convergenza, ma attualmente vi sono delle divergenze forti. Per esempio la posizione ufficiale dell’Ue è che l’Ucraina non debba avere una scorciatoia per i percorsi di adesione né all’Ue stessa né alla Nato. Malgrado le dichiarazioni di buona volontà da parte di Kiev, per l’Ue l’Ucraina è ancora molto lontana dall’avvicinarsi a quegli standard che noi abbiamo chiesto a tutti i candidati. Gli Stati Uniti hanno dato l’impressione in più occasioni che la strategia Nato delle “porte aperte” volesse dire una via più accelerata per taluni Paesi. Avvenne con la Georgia sotto George Bush, avviene con l’Ucraina adesso. Ma la strategia della Nato non può cambiare, per entrare occorre che alcuni criteri siano raggiunti. Questi criteri evidentemente l’Ucraina non li raggiunge affatto.

E’ possibile conciliare le esigenze delle popolazioni dell’Ucraina occidentale con le rivendicazioni di Putin?
Queste esigenze potrebbero essere conciliate in primo luogo se gli europei facessero più sul serio. Non dovrebbero cioè limitarsi ai proclami umanitari ma intervenire con aiuti finanziari per svincolare l’Ucraina dalla dipendenza energetica dalla Russia. Quando la Russia dice che le forniture all’Ucraina costano alcuni miliardi di dollari e che Kiev non le paga, le alternative sono due: o questi aiuti finanziari glieli dà l’Europa oppure gli ucraini li devono chiedere alla Russia mettendosi nelle mani di Putin.

Quale modello ritiene vada seguito per l’Est dell’Ucraina?
Il modello del Sud Tirolo/Alto Adige. Si tratta di una forma di autonomia avanzata che garantisce alla Provincia di Bolzano una serie di prerogative che in altri Paesi sono proprie degli Stati confederati. Prerogative sull’istruzione, sulla Polizia locale, sulle infrastrutture, e soprattutto su quello che preme moltissimo a Putin: lingua ed educazione. Il modello sudtirolese è esemplare sotto il profilo della convivenza. Ricordiamo che l’Italia è passata attraverso le bombe dei secessionisti tirolesi, per arrivare a quel risultato, però ci siamo arrivati. E’ anch’esso un modello che viene da un passato di conflitti gravissimi, ma lo Statuto del Sud Tirolo è riuscito a dare una risposta.

13.2.15 | Posted in , , , , , , , , , | Continua »

Only A United States of Europe Can Make Europe Better


Franco Frattini is Chamber President of the Italian Supreme Administrative Court (Conseil d’Etat), Italy’s former Foreign Minister, and Vice-President of the European Commission and Commissioner for Justice.

The fall of the Berlin Wall in 1989 turned out to be the biggest challenge faced by Europe since its post-World War II inception. Across the world, that great event has come to symbolize the triumph of democracy and the voice of the people. We should never forget that two decades after the collapse of the Iron Curtain, Europe and the world have gained enormously from democratic and economic integration. The integration of European countries under the banner of democracy, from 2004 onwards, has proven that. 

This was the only possible and morally right way to overcome the divisions originating in the Cold War: the only answer was to let Europe be unified. 

I feel truly fortunate to have worked for Europe in those exciting times: both during my commitments as Italian Minister of Foreign Affairs (2002-2004, 2008-2011); and Vice-President and Commissioner in Brussels (2004-2008). 


Let us begin by recalling some recent solid achievements caused by EU integration: the further expansion of NATO in 2004 and 2009; the 2003 strategy reaffirming the European perspective for the Western Balkans launched at the Thessaloniki Summit; the Rome Constitutional Treaty, signed in 2004 (although it failed to enter into force); the great enlargement of 2004; the implementation of the EU’s Balkans Strategy (e.g. the visa-free regime, the accession of Romania and Bulgaria); the 2007 expansion of the Schengen Zone; and the launch of the EU Migration Policy with the establishment of an EU Agency for external borders (FRONTEX). These are commitments that European governments achieved because of courage, resolution and, above all, because Brussels was disposed to tackle real problems and, as a consequence, give hope for a better life to “old and new” citizens alike.

Then came the year 2008. The economic crisis erupted and expanded, undermining the political system whilst giving rise to popular euroscepticism. The forces of integration and disintegration—of European solidarity and national egoism, the centripetal and the centrifugal—entered into a tough, open confrontation.

Making Europe Better
Will we succeed in having a better Europe? I’m confident that we will. To make Europe better, to achieve the success to which we aspire, we should take a good look at ourselves, before pointing fingers at others.

During the last European election campaign, despite some signs of economic recovery across much of the EU, people spoke more than ever about how Europe is part of the problem, not part of the solution. As a consequence, we witnessed stunning victories in the European parliamentary elections by nationalist, Eurosceptic parties from France and Britain, which left the European Union licking its wounds and facing a giant policy dilemma.

Across the Old Continent, anti-establishment parties of the far-Right and hard-Left more than doubled their representation, harnessing a mood of anger with Brussels over austerity and mass unemployment. In my opinion, the reason why Europe has not performed well, and why populist movements have gained influence and power, is a lack of effective leadership. 

Does that mean we should surrender? Or does it mean a new fight not to let the destroyers win? What I believe is that we cannot stay where we are. If we don’t go forward, we will go backwards. 

The way to strengthen our European community lies in two simple projects. First of all, to go on with enlargement, because in this globalized world we will be weaker if we close our door to fellow Europeans. We must not succumb to the false view that the EU’s new Member States and candidate countries are “aliens”—for, like us, they really belong to the story, culture and values of Europe.

Secondly, we cannot have a Europe of the people without re-launching political integration. We need a United States of Europe. Europe must not turn into a cage of duties, rules and procedures which often end up restraining everyone’s actions. There is general agreement today that the euro, when it was created, had a serious birth defect: Europe’s political leaders created a currency union without a political union. The hope was, of course, that over the years the countries sharing the same currency would come to harmonize their fiscal, economic and social policies. But this has not happened.

Monetary union is not enough. Not anymore. Without political integration and leadership, the future of European peoples remains a chimera. Europe’s challenge today is to overcome this birth defect by building and establishing institutions and mechanisms essential for forming a political union. We will not build the United States of Europe anytime soon, but we will have to transfer political sovereignty from the national to the European level, and this is going to need to happen sooner rather than later.

What does the United States of Europe really mean?
Let’s be pragmatic and ask ourselves what we can really do to limit the damage caused by those who only want to destroy instead of build. Let’s list how Brussels could stop being elite-driven and start working on issues concerning people and common policies first. The main goal must be to enable Europe to speak with a single popular voice—one our peoples can fully identify with. 

We need to move forward in a decisive and practical way by not only discussing but acting on our views to set common, realistic, and implementable policies in a number of important areas.

Let’s start by thinking about the Western Balkans: its integration should remain what the official Brussels wording defines as a “concrete priority.” Yet in practice, we need to guard against what some EU Member States are considering, namely reviewing the existing visa-free regime—the most powerful and tangible magnet for the countries of the region to overcome nationalist and isolationist feelings! 

Let’s also think about the Ukraine crisis: the EU was divided and shy from the very beginning of the crisis. Some made the very serious mistake of presenting the EU-Ukraine association agreement as an instrument to counter Russia’s aspirations or to promote a new “containment policy.” In the meantime, the EU’s offer of financial support to Ukraine was totally insufficient: the U.S. and the EU together could not even cover the Ukrainian debt toward Russia on gas supply. Truth be told, on Ukraine, the EU gave over the initiative to the U.S.—including the proposal and decision on sanctions, and even the deployment of U.S. troops to the Baltics and in Poland. 

Let’s think seriously about the lack of an EU energy security strategy. How is it possible that we still don’t have a common policy on this important issue? 

Moreover, let’s talk about our defense and security strategy. The last strategic document dates back to December 2003. Eleven years later, in a completely changed world, where is our new policy on EU common defense, on national and international security? 

Let’s talk about foreign policy, as well: where was the EU in 2013, and where is it now concerning the catastrophic situation in Syria or Libya? What does Brussels think and do in terms of fighting against the arc of terror extending from the Horn of Africa to the Sahel? 

Where’s the EU policy on immigration? Every day, on the southern shores of the Mediterranean, we see hundreds of thousands of children, men and women falling into the hands of criminals trafficking in human beings. This is not a slavery movie: this is really happening in the Europe of the twenty-first century. Do you know that when Italy established the “Mare Nostrum” mission (in this year alone, at least 30,000 lives have been saved) EU Institutions replied only with bureaucratic exercise? 

During my term as EU Vice-President, FRONTEX was able to bring together 11 countries to help Spain address the 2005-2006 migratory crisis from Senegal and Guinea to the Canary Islands. After almost 10 years, the total funds of FRONTEX amount to less than what Italy spends in six months for the “Mare Nostrum” mission. That’s incredible! 

How can one explain to a Sicilian fisherman that Brussels dictates strict rules on fishing tuna, while turning its back when thousands of desperate people land on Lampedusa?
Last, let’s take a decision on Syria and Egypt, and let’s talk again about Libya. The main objective of foreign policy at the EU level is to use diplomacy—or talking, meeting, and reaching common agreements—to solve common problems, not advance national interests. 

I can completely agree that everything is being stress-tested in the economic crisis—above all, Europe itself. But as the Chinese remind us, the word for ‘crisis’ is composed of two characters: one represents danger, and the other represents opportunity. Ideas and proposals—even if and when they are strong and well grounded—need to be transformed into concrete opportunities. 

This is a lesson for Europe and its leaders. Effective leadership is not about making speeches or being liked; leadership is defined by results. Leaders, as Alcide De Gasperi used to say, are people who think about the next generation, instead of the next election. People still believe in Europe, but they trust politicians and institutions much less. The new Parliament and the new European Commission president will only be able to reverse this scepticism, only if concrete issues close to the hearts of ordinary people become the EU’s core business, while cutting the predominant influence of bureaucracy and technocrats.




14.10.14 | Posted in , , , , , | Continua »

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