“In Libia dobbiamo parlare con tutti” – Parola di Franco Frattini, ex Ministro degli Esteri

“In Libia dobbiamo parlare con tutti” – Parola di Franco Frattini, ex Ministro degli Esteri 

Roma, 8 maggio 2019 




Franco Frattini è stato Ministro degli Esteri nel 2011, nel momento in cui Gheddafi fu disarcionato ed è iniziato il lungo travaglio libico, che vediamo ancora oggi. 

Oggi parliamo di nuovo di Libia. Un argomento che è caldissimo sia per la politica interna che estera in Italia e chi può parlarne meglio se non l’ex ministro degli Affari Esteri Franco Frattini. Il presidente degli Stati Uniti Trump ha lisciato il pelo ad Haftar, dandogli praticamente un mezzo endorsment. Nel frattempo, il Presidente del Consiglio Conte ha tergiversato, dichiarando che l’Italia non sta nè con Haftar nè con Serraj ma sta col popolo libico. Come ci stiamo barcamenando? E soprattutto, quanto è importante il nostro stare in mezzo? Noi abbiamo interessi forti a Tripoli ma dovremo per forza sederci al tavolo con Haftar. Dovremmo quindi usare un po’ di tattica “carota e bastone”? 

Guardi, gli errori che son stati fatti negli ultimi mesi sono stati soprattutto due: il primo errore è stato quello di fare un investimento “politico” solamente sul Primo Ministro Serraj, che ha oggettivamente mostrato una debolezza estrema. La storia della Libia ci insegna che chi è debole non è in grado di aggregare. Perché aggregare vuol dire mettere insieme le tribù, mettere insieme parti del paese che non si parlano tra loro. L’allora presidente ad interim quando cadde il regime di Gheddafi disse una volta: “Vedi, la Libia è stata unita solamente con lo scettro del re e con la mano del dittatore, altrimenti mai una persona che abita in Cirenaica obbedirà agli ordini che sentono da Tripoli.” Questa breve frase fa capire che se un premier è debole non è in grado di tenere unito il paese. C’è il rischio che il generale Haftar, che fin’ora ha dimostrato di essere molto forte e di avere appoggi molto importanti come quello dell’Egitto, dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti, possa congelare il conflitto e dividere la Libia in due. Se questo dovesse accadere, sarebbe devastante perché ci troveremmo di fronte una somalizzazione o una afghanizzazione della Libia. Il secondo errore è stato quello di non prevedere che il presidente Trump sicuramente non considera la Libia come una priorità assoluta, e allora non appena si è reso conto che in Libia c’è un attore molto forte, Haftar, e uno molto debole, Serraj, ha optato per il primo. In tutto questo gioco, l’Italia rischia di essere schiacciata, perché, evidentemente noi siamo andati tardi a dialogare con Haftar e certamente abbiamo investito solamente su una delle due parti, quando in Libia è noto che tu devi includere gli uni e gli altri. Quindi la cosa da fare subito è aprire il consolato italiano a Bengasi, anche perchè Haftar ce lo chiede. Il consolato italiano è sempre stato aperto, quando io ero ministro, anche sotto le bombe di Gheddafi. Inoltre, se noi aprissimo sarebbe un segnale di riconoscimento che noi diamo ad Haftar. A Tripoli resta l’ambasciata ma avremmo una base a Bengasi. Come seconda cosa da fare dovremmo lavorare innanzitutto con i nostri amici Americani, che ci hanno dato sostanzialmente un via libera ma sono molto disinteressati perché non vogliono mettere i piedi nel piatto della Libia che è una polveriera. Inoltre, dovremmo lavorare con i nostri amici degli Emirati Arabi… 

Ai paesi del Golfo ci arriveremo più tardi, ma intanto la interrompo per farle una domanda fondamentale. Io pochi giorni fa scrissi un articolo su Il Giornale in cui sostenni che in Libia non ci si può fidare degli italiani. In molti mi hanno attaccato, mi hanno detto che sono un anti-italiano, però il problema esiste. Gentiloni ci ha sbilanciato verso Serraj e adesso il governo sta tentando, secondo me in buona fede, di riallacciare i rapporti anche con Haftar. A questo punto il rischio è di tornare all’immagine dell’Italia come paese voltagabbana, che va a Parigi con le mani giunte a chiedere l’intercessione della Francia per Haftar. Come si fa a non apparire così agli occhi del mondo? 

Bisogna essere sinceri e dire che l’Italia, come la Germania, come la Russia, come la Turchia e come tutti, persegue il proprio interesse nazionale. Ci siamo resi conto che Serraj non è in grado di fermare il traffico di esseri umani che parte dalla Libia. Haftar è in grado? Sicuramente sì, ha delle forze che bloccherebbero e blinderebbero tutte le coste libiche in pochissimi giorni. È quindi nostro interesse dialogare con chi ci garantisce il blocco dell’immigrazione clandestina e el traffico di esseri umani? Certamente sì, è interesse nazionale. È interesse nazionale per l’Italia perdere i rapporti con Tripoli? No di certo, perché i pozzi petroliferi e le zone di estrazione sono in buona parte in Tripolitania, dove governa Serraj. Bisogna quindi dire con grande chiarezza che l’interesse dell’Italia è giocare a tutto campo, e questo vuol dire fare quello che pochissimi paesi potrebbero fare. l’Italia infatti è in grado di parlare agli egiziani, agli emiratini e ai russi ma è anche in grado di parlare ai turchi, perché la Turchia protegge Serraj assieme al Qatar, mentre i russi e gli egiziani proteggono Haftar. L’Italia ha buoni rapporti con gli uni e con gli altri, e l’America sarebbe felice se l’Italia si dedicasse con maggiori energie al dossier libico. Noi abbiamo quindi una posizione che non hanno i francesi, che hanno rapporti molto peggiori con la Turchia e con l’Arabia Saudita, mentre noi con i sauditi ci possiamo parlare molto tranquillamente. L’Italia quindi dovrebbe semplicemente dire con lealtà che il nostro interesse nazionale è la Libia unita. E per fare ciò, il generale Haftar è un interlocutore necessario. Piaccia o non piaccia, controlla una metà del paese. 

Ritornando al discorso che lei aveva iniziato sugli Emirati Arabi Uniti e sul Golfo Persico, io stamane ho avuto un’interessantissima discussione (che uscirà qui su Il Giornale ndr) con Cinzia Bianco, analista del Gulf State Analytics, esperta in paesi del Golfo. Mi ha parlato di come tali paesi stiano diventando sempre più importani rispetto a certi paesi occidentali per l’affaire libico. Ecco, io qui sotto ho una cartina del Golfo Persico con tutte le alleanze disegnate, qui vedo alleanze tra Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, un Qatar isolato che però è alleato dei turchi e vedo una battaglia diplomatica in corso tra Turchia e Arabia Saudita. Ecco, come mettere insieme questo puzzle così complicato con quello che sta succedendo in questo momento in Libia? 


Ma guardi, la Libia è diventata ormai da tempo uno scenario di crisi in cui i veri attori sono i paesi arabi, non sono mica gli occidentali. I veri attori sono i paesi del mondo arabo e la Turchia, che combattono una guerra per procura: gli uni sostengono Haftar, gli altri sostengono Serraj. La stessa cosa accade in Siria dove, ovviamente, gli uni sostengono il presidente Assad, gli altri gli oppositori del presidente Assad. Bisogna poi considerare che noi occidentali pensiamo di essere importanti per la soluzione della Libia, ma non lo siamo, siamo secondari, quelli che passano le carte davvero sono i paesi arabi, la Turchia, la Russia e dopo un bel po’ arrivano l’Italia e la Francia. Non illudiamoci quindi. L’unico che potrebbe fare la differenza è Trump, perché l’America è pur sempre l’America ma Trump non si vuole impegnare molto. Tra i paesi occidentali Francia e Italia che sono i più presenti, ma contano molto meno di quanto possa contare il blocco saudita o il blocco turco-qatarino, questo è garantito.


13.5.19 | Posted in , , , , , , | Continua »

Haftar non ce l’ha con l’Italia. Ma la Libia non è più una partita dell’Occidente. Parla Frattini

L'ex ministro degli Esteri e presidente della Sioi a Formiche.net

Haftar non deve tirare la corda, le milizie di Misurata e Zintan possono fermarlo. L'Italia? Non sarà toccata, ma ha perso credibilità come il resto dell'Europa. Trump non ci aiuterà, la partita è in mano agli arabi 


Continua l’avanzata di Khalifa Haftar su Tripoli. Di ora in ora le milizie del Feldmaresciallo stringono la cerchia attorno alla capitale. Fayez al-Sarraj è stato lasciato solo dalla comunità internazionale e da un’Europa schiantatasi sui veti francesi. L’Italia osserva da Palazzo Chigi con un vertice straordinario di governo convocato questo pomeriggio. “Contiamo quanto gli altri Paesi europei, cioè poco e niente – commenta scettico ai microfoni di Formiche.net Franco Frattini, già ministro degli Esteri e commissario europeo, oggi presidente della Sioi. L’ex titolare della Farnesina conosce bene il dossier libico e chiosa: “È una partita per procura fra Paesi arabi, l’Occidente oggi non ha voce in capitolo”. 

Cosa vuole dimostrare Haftar? 

Credo che Haftar punti a un posizionamento che gli permetta di arrivare alla futura conferenza internazionale più forte di prima, dimostrando che, se volesse, potrebbe avanzare a Tripoli senza incontrare opposizioni. Non deve tirare troppo la corda. Se Turchia e Qatar dovessero aumentare i finanziamenti alla Fratellanza Musulmana che controlla le milizie di Misurata e Zintan il Feldmaresciallo avrebbe la strada sbarrata. 

La produzione di petrolio è a rischio? 

Dal 2012 ad oggi l’unica entità nazionale che è sempre stata preservata è la Noc. Anche quando ha preso il controllo dei pozzi per un breve periodo Haftar ha sempre restituito la produzione alla Noc, perché sa che bloccarla distruggerebbe il suo Paese gettandolo in una paralisi petrolifera. Non conviene a nessuno tornare alle code chilometriche al benzinaio che vedevamo a Tripoli qualche anno fa, quando i libici realizzano di vivere da poveri in un Paese ricco di risorse iniziano i guai. 

Come ne sta uscendo la comunità internazionale? 

Sta facendo una pessima figura. Se l’Europa non si fosse divisa con il veto francese e la comunità internazionale avesse riconosciuto ad Haftar un ruolo all’altezza delle sue aspettative non ci troveremmo qui. L’errore fu commesso quando all’indomani dell’incontro con il segretario generale dell’Onu Antonio Gutierres ad Haftar venne riferito che la Difesa nazionale di un eventuale governo di coalizione sarebbe stata coordinata da un civile. Questo significa non conoscere gli arabi. 

C’è spazio per un ruolo politico di Serraj in un governo Haftar? 

Conosco il modo di ragionare dei Paesi arabi ed escludo tanto che Haftar voglia riconoscere un ruolo a Serraj quanto che Serraj sia disposto ad accettare un incarico subalterno. L’orgoglio libico gli impedirebbe di diventare ministro di un governo guidato da Haftar. Scommetterei piuttosto sul vicepremier di Serraj, Ahimed Maitig, che ha un forte legame con Misurata ed è portavoce di quelle istanze tribali senza le quali in Libia non vai da nessuna parte. A lui il generale potrebbe riconoscere un ruolo di leader nella Tripolitania. 

L’impressione è che Serraj sia stato scaricato dalla comunità internazionale. Anche la Nato si è espressa molto tiepidamente sull’avanzata di Haftar… 

Non mi stupisce la posizione della Nato, che ha informazioni di intelligence e ha capito che senza Haftar, che controlla la Cirenaica e il Fezzan, non c’è futuro in Libia. Il feldmaresciallo ha un esercito e detiene il controllo dei pozzi petroliferi, tutti devono fare i conti con lui. Sarraj è stato inventato dalle Nazioni Unite, ora ha perso ogni credibilità. 

Il premier Conte ha garantito in aula che gli interessi italiani in Libia saranno tutelati. Lei ci crede? 
Haftar non ce l’ha con l’Italia. Credo abbia apprezzato molto che in tempi non sospetti, quando non solo non sembrava l’uomo forte della Libia ma addirittura circolavano voci su una sua grave malattia, gli italiani abbiano prelevato all’aeroporto di Misurata anche i feriti delle sue milizie. Noi non abbiamo fatto distinzioni, a differenza di francesi e inglesi che formalmente sostenevano Tripoli e poi giocavano sottobanco dislocando unità speciali a Tobruk. 

Che ruolo resta da giocare all’Italia? 

L’Italia conta quanto gli altri Paesi occidentali, cioè poco e niente. Nessuno, neanche la Francia, può dare le carte sul presente e il futuro della Libia. Solo gli Stati Uniti potrebbero giocare un ruolo importante, mettendosi alla guida di un gruppo di contatto assieme a italiani e francesi con il coordinamento di altri Paesi mediterranei come Spagna e Grecia. 

Anche se della famosa cabina di regia Italia-Usa non si è vista neanche l’ombra… 

Iniziative rimaste sulla carta. Trump ha abbandonato al loro destino i curdi in Siria da un giorno all’altro, figuriamoci se ha intenzione di tornare in un luogo da cui Obama si è già ritirato. La verità è che quella libica è una partita per procura fra Turchia e Qatar da una parte ed Egitto, Emirati Arabi e Arabia Saudita dall’altra, l’Occidente c’entra poco.

12/04/2019

17.4.19 | Posted in , , , , , , , , , | Continua »

Conferenza di Palermo, successo o passerella? Parla Franco Frattini

Conferenza di Palermo, successo o passerella? Parla Franco Frattini 

 di Francesco Bechis 


L'ex commissario europeo e ministro degli Esteri a Formiche.net: il rischio di una passerella è reale. Per trasformare la conferenza in un successo bisogna coinvolgere tutte le parti in causa, nessuno escluso. Ma i tempi non sono maturi per una nuova Pratica di Mare 


Mancano meno di due settimane alla Conferenza internazionale sulla Libia convocata dal governo Conte a Palermo per il 12-13 novembre. Molte, troppe le incognite sull’evento che, almeno nelle intenzioni, deve mettere una pietra sulla guerra civile e ridare all’Italia il ruolo di pivot che ha sempre avuto nella regione. Il successo è appeso a un filo. Di blitz e passerelle ce ne sono state tante in questi anni, tutte finite con una stretta di mano e poco più. 

Lo sa bene Franco Frattini, che oggi presiede la Sioi (Società italiana per l’organizzazione internazionale) ma pochi anni fa ha dovuto gestire da ministro degli Esteri la drammatica transizione della Libia dal regime del colonnello Gheddafi al caos dei bombardamenti e delle lotte tribali. A giugno l’ex Commissario europeo ha incontrato l’amico Sergej Lavrov, il ministro degli Esteri russo. È stata occasione per parlare anche di Libia. A Formiche.net Frattini confida dubbi e aspettative dei russi sulla conferenza siciliana. E fa un inventario puntuale degli errori da non commettere. 

 Franco Frattini, cosa può trasformare la conferenza di Palermo in un successo?
Credo che siano tre gli obiettivi da porsi. Punto primo, che tutte le fazioni libiche, compresi i gruppi tribali, si impegnino insieme per combattere il terrorismo e sottrarre al controllo dei trafficanti di esseri umani le rotte migratorie. Due, permettere al Paese di riavviare a pieno regime l’estrazione del petrolio. In questi anni la contrazione della produzione ha peggiorato le vite dei cittadini libici, che con Gheddafi erano abituati a non pagare i libri di scuola, alla sanità gratuita e ai prezzi stracciati della benzina. Guai se qualcuno dovesse pensare oggi: “Quando c’era Gheddafi si stava meglio”.   

Come si può evitare? 
Seguendo l’esempio del generale Haftar, che quando ha preso il controllo dei pozzi di estrazione ha avuto la saggezza di coinvolgere la Noc (National Oil Corporation, ndr). 

E il terzo obiettivo? 
Porre le basi per un vero governo di unità nazionale in cui Tobruk e Tripoli si riconoscano a vicenda, ma soprattutto in cui siano coinvolte anche le altre parti contraenti lasciate ai margini in questi anni, come i Tuareg o le tribù del Fezzan. 

C’è chi teme che a Palermo vada in scena l’ennesima passerella. Per dirla con le parole di Conte, che si tratti di una conferenza sulla Libia e non per la Libia… 
È un rischio. Molto dipenderà dalla capacità del governo italiano di impegnare i suoi interlocutori, soprattutto Haftar e Al Sarraj, al rispetto degli accordi. In passato è stato commesso l’errore, soprattutto con la Francia di Macron, di organizzare incontri-passerella in cui nessuno veniva chiamato ad assumersi le sue responsabilità. Tornati all’Eliseo gli alti ufficiali francesi non cambiavano di una virgola la loro opinione. 

Quali errori deve evitare il governo gialloverde? 
Non limitarsi ai memoranda of understanding, servono condizioni precise da far rispettare alle parti coinvolte. Al tempo stesso non bisogna dare l’impressione di voler fare della Libia un protettorato, limitandosi a dare ai libici una pacca sulla spalla e indicare una data per le prossime elezioni. Dobbiamo chiederci cosa possiamo fare noi per loro, non viceversa. 

Il generale Haftar ha confermato la sua partecipazione, e da Tobruk fanno sapere di accogliere con favore un ritorno dell’ambasciatore Perrone. Sono segnali incoraggianti? 
Assolutamente, Haftar ha un ruolo che nessuno può cancellare e la distensione con il governo italiano è una buona notizia. Conosco bene l’ambasciatore Perrone che è un eccellente diplomatico, ma non credo che il generale ce l’avesse con lui. Penso piuttosto che intendesse esprimere la sua approvazione per il cambio di policy italiana, dopo anni in cui lo Stivale, sbagliando, ha guardato esclusivamente a Tripoli. 

I francesi sembrano aver fatto un passo indietro. È così?
Fin dai tempi di De Gaulle la Francia non ha amici ma interessi. Oggi l’interesse dei francesi è rimanere seduti al tavolo. Hanno capito che da soli non ce la fanno e stanno riconoscendo, più per convenienza che per amicizia, la leadership italiana in Libia. 

Prima dell’estate ha avuto un incontro privato con il ministro degli Esteri russo Lavrov. Quali sono le aspettative dei russi su questa conferenza? 
Lavrov mi ha confermato quello che già immaginavo. Mosca spera che l’Italia giochi un ruolo di pacificatore, si fida di noi ed è pronta a darci una mano. Non scordiamo che i russi sono i primi a guadagnare dalla stabilità della Libia. Nel silenzio il governo russo sta lavorando, penso ad esempio all’accordo fra Rosneft e Noc per i prossimi 15 anni di collaborazione nel settore energetico. E poi i russi hanno un legame strettissimo con il presidente egiziano Al Sisi, che è l’unico che dispone di una leva su Haftar. Se, come sento, a Palermo arriverà il primo ministro russo Medvedev per l’Italia la conferenza sarà un successo. 

A Washington Trump e Conte avevano annunciato una cabina di regia Italia-Usa per la Libia. La conferenza di Palermo può essere occasione di una nuova Pratica di Mare? 
 I tempi non sono maturi, tanto più ora che Trump vede procedere l’inchiesta del procuratore Mueller sul caso Russiagate. È vero però che l’Italia può giocare la carta degli eccellenti rapporti con Mosca e Washington per favorire una stretta cooperazione fra le parti, che di fatto è già in atto. In Libia come in Siria c’è un filo diretto fra i vertici militari russi e americani per coordinare i bombardamenti e le operazioni anti-terrorismo.

5.11.18 | Posted in , , , , , , , , , , , , , | Continua »

"Una pagina oscura: i raid francesi in Libia"- Frattini a Il Mattino: paghiamo ancora le conseguenze

Libia: Frattini a "Il Mattino", una pagina oscura i raid francesi

Non è un mistero che l'ex presidente francese Nicolas Sarkozy fu il più determinato nell'intervento militare contro Gheddafi: è un dato storico incontrovertibile che il presidente francese fosse deciso come non mai ad intervenire. Lo ha detto Franco Frattini, nel 2011 ministro degli Esteri del governo Berlusconi, in una intervista a "Il Mattino". Ora - continua Frattini - bisognerà attendere l'esito delle indagini per capire se quella ferrea volontà di bombardare la Libia fosse ispirata anche da altre ragioni. L'allora ministro ricorda che "in quel momento sia noi che altri partner della comunità internazionale eravamo increduli. Inizialmente stabilimmo che se francesi e inglesi volevano bombardare non avrebbero potuto utilizzare le basi italiane, se avessero voluto proseguire nel loro intento gli aerei dovevano partire, con tutte le difficoltà del caso, dalle basi francesi in Corsica". Poi però arrivò il via libera italiano: "Perché nel frattempo giunsero due risoluzioni Onu che autorizzavano la missione, ma soprattutto chiedemmo garanzie che l'intervento si svolgesse nel quadro degli accordi Nato. Allora avevo un rapporto continuo con il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, insieme a lei, in 48 ore, stabilimmo le modalità di intervento"... (segue articolo)








22.3.18 | Posted in , , , , , , , , , , | Continua »

Elmasry Elyoum: Intervista a Franco Frattini




Elmasry Elyoum: Intervista a Franco Frattini, Ex Ministro Affari Esteri Italiano 

Il giacimento di (Zohr) rappresenta una massima sicurezza per l’Egitto e l’Italia nel mediterraneo 
Le relazioni italo-egiziane permettono la soluzione del caso (Regeni) 
L'atteggiamento dell’Università di (Cambridge) è ambiguo. 

 - Il Presidente Trump ha sbagliato a riconoscere e a dichiarare che Gerusalemme è la capitale d’Israele. 
- L’avvicinamento arabo-israeliano è la strada verso la soluzione della causa palestinese. 
- Abbiamo iniziato a correggere i nostri errori in Libia e l’Egitto gioca un ruolo molto importante per l’Unità della Libia. 
- Dopo 150 anni di rapporti diplomatici fra Egitto e Italia, i quali hanno vissuto grandi cambiamenti, soprattutto negli ultimi due anni, dal momento in cui l’Italia ha richiamato il suo ambasciatore al Cairo nel 2016, dopo la morte del ricercatore italiano Regeni, arrivando alle decisioni del rientro degli ambasciatori, Franco Frattini, ex Ministro degli Affari Esteri Italiano negli anni 90, ha ribadito che le relazioni fra l’Egitto e l’Italia sono tornate alla normalità. 
- Durante la sua intervista con (Elmasry Elyoum) ha dichiarato che il giacimento di Zohr rappresenta un passo gigante per l’economia egiziana e una fortezza per proteggere la sicurezza dell’Egitto e dell’Italia nel mediterraneo.

http://www.almasryalyoum.com/news/details/1264537

1.3.18 | Posted in , , , , , , , , , , | Continua »

MEDIA: Franco Frattini 's interview with Going Underground

MEDIA: Franco Frattini 's interview with Going Underground 
Frattini speaks about Brexit, on Libya and the refugee crisis, & why ISIS is the new One Direction






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11.9.17 | Posted in , , , , , , , , , , , , | Continua »

Intervista a Libero "Contro l’invasione porti chiusi e maniere forti» «Per fermare gli sbarchi servono i blocchi, come fece la sinistra con gli albanesi. Macron sulla Libia si è mosso da principiante»

«Contro l’invasione porti chiusi e maniere forti» «Per fermare gli sbarchi servono i blocchi, come fece la sinistra con gli albanesi. Macron sulla Libia si è mosso da principiante» 

 Libero 14 Aug 2017
Paolo Emilio Russo

Franco Frattini è stato ministro degli Esteri per molti anni. Ma è stato anche alla Funzione Pubblica, a capo del Comitato di controllo dei Servizi segreti e, soprattutto, vicepresidente della Commissione europea con delega alla Sicurezza. Grandissimo esperto di politica estera, spiega così la regola aurea: «La politica estera è un po’ come la fisica: se c’è uno spazio vuoto qualcuno lo occupa». Ecco perché non bisognerebbe mai arretrare. 
Presidente, come giudica la “svolta” impressa da Marco Minniti alle politiche del governo contro gli sbarchi dalla Libia? 
«È una svolta attesa da tempo, il passo giusto che mancava in una strategia che guardava soltanto - e penso a Mare Nostrum e alle decisioni prese dal governo di Matteo Renzi - all’aspetto accoglienza trascurando però l’altra faccia della medaglia, cioè il suo limite». 

L’accoglienza non può essere illimitata, come sostiene qualcuno? 
«Il limite all’accoglienza sono l’integrazione e l’integrabilità delle persone. Se c’è un numero di richiedenti asilo e migranti economici che ha saturato i centri di accoglienza, questi devono essere ospitati magari a caro prezzo dentro strutture private requisite, magari si concede loro un bonus economico... è ovvio che questo comporta una reazione sociale pericolosa». 

Ci sono stati episodi di intolleranza grave, bombe. 
«È una reazione sbagliata e contraria alla storia dell’Italia, che è quella di un Paese tollerante. Evidentemente si è superato il livello di guardia». 

Non lo pensavano Graziano Delrio e i ministri che volevano fermare il Codice per le Ong?
 «Ha fatto bene il presidente Sergio Mattarella ad intervenire e convincere Minniti a non cedere a chi, dentro il governo, voleva far prevalere solo aspetto dell’accoglienza senza considerare appunto le possibilità di integrazione. Bisogna salvare vite umane, ma anche porre un limite agli sbarchi anche, se necessario, utilizzando le maniere forti. I migranti si bloccano da dove vengono». 

Vengono dalla Libia. Il centrodestra ha chiesto per mesi il blocco navale; era una buona idea? 
«Lo insegna la storia. Si ricorda il dramma dell’Albania, alla fine degli anni Novanta? Io ero al comitato di controllo dei Servizi, il governo era di centrosinistra e al Viminale c’era Giorgio Napolitano. Partivano gommoni velocissimi, imprendibili. Quell’emergenza si è conclusa soltanto quando l’Italia ha mandato le sue navi nelle aree antistanti i porti di Valona. Italia e Ue hanno finanziato progetti di sviluppo e oggi l’Albania è un Paese stabilizzato e addirittura membro Nato». 

Non tutte le Ong hanno firmato il codice, tre hanno sospeso le attività. La loro resistenza è stata una questione di diritto o più politica? 
«Certamente politica. Questi codici sono possibili, si usano in moltissimi campi. Le resistenze di alcune Ong dimostrano solo la loro volontà di continuare a fare quello che hanno fatto finora, ricevendo molti finanziamenti e, in qualche caso, sconfinando dalle regole. È inaccettabile che vogliano sottrarsi ad ogni tipo di controllo». 

Il governo voleva chiudere i porti, ma i suoi critici denunciavano una violazione del diritto internazionale. Era una soluzione possibile? 
«Assolutamente. Uno Stato può impedire l’accesso di navi straniere nei suoi porti, con la sola eccezione, ovviamente, delle navi militari impegnate in missioni internazionali e in avaria, a rischio affondamento. Se scopri che una nave, come dice qualcuno sta facendo da “taxi” ai migranti, la respingi. Non c’è un diritto assoluto ad entrare nei porti». 

A proposito di frontiere. Macron e Merkel starebbero lavorando a cambiare Schengen, a riformare la libera circolazione. È giusto? 
«Ci hanno provato in molti, ma non credo serva. Le regole per chiudere le frontiere temporaneamente ed eccezionalmente esistono già. Anche l’Italia lo ha fatto. Ci sono quasi 30 Paesi che fanno parte dell’accordo e troverei molto sbagliato se pensassero di riformarlo soltanto in due. Un loro intervento bilaterale sarebbe non buono, ma, soprattutto, inutile: se si vogliono cambiare le regole serve una maggioranza qualificata e io oggi non la vedo». 

I francesi non stanno abusando delle chiusure temporanee? 
«Già nel 2011 Nicholas Sarkozy, quando l’Italia era attraversata da un flusso di tunisini, provò a chiudere la frontiera di Ventimiglia. Da ministro degli Esteri feci una azione sulla Commissione europea che intimò alla Francia di riaprire la frontiera. Così si fa».

 L’invito di Macron al premier libico, il tentativo di evocare a sè la gestione di quella crisi, è stato una forzatura? «Più che altro è stata una mossa maldestra tipica di chi non ha esperienza di politica estera e, soprattutto, non conosce la Libia. Quando ci trovammo di fronte all’inizio della crisi libica dovuta alla caduta di Gheddafi, - proprio per colpa della Francia - una delle prime cose che abbiamo imparato è che quello è un Paese fondato su regole tribali. Pensare di chiamare due persone e credere che possano rappresentare berberi, tuareg, abitanti del Fezzan...». 

La Libia è solo il terminale di un esodo che parte dalla Siria. Non sarebbe più facile pacificare quella zona? 
«La drammatica situazione della Siria è risultato del più grande errore compiuto dall’amministrazione Usa di Obama. Dopo avere detto che Assad doveva essere cacciato, se ne sono andati lasciando campo libero agli altri attori della zona. La politica estera è come la fisica: se c’è uno spazio vuoto qualcuno lo occupa». 

Si è precipitato Putin.
 «Che non ne ha sbagliata una. È arrivato pure l’Iran. L’unico modo per affrontare quella crisi è creare un “gruppo di contatto” sul modello di quanto fatto per i Balcani: Usa, Russia, Turchia, Iran e Arabia Saudita devono sedersi attorno ad un tavolo». 

Non ha citato l’Europa. È “missing”, vero? «Purtroppo sì. Non è pervenuta». 

Gli altri Paesi arabi stanno contribuendo alla pacificazione dell’area? Lei è presidente dell’associazione Italia-Emirati Arabi.
 «Gli Emirati sono fortemente alleati con l’Arabia e, insieme, hanno un grosso problema col Qatar. Ho incontrato il ministro degli Esteri degli Emirati e l’ambasciatore del Qatar. Parlo con tutti e provo a dare una mano per la pacificazione. Quella del Golfo è una realtà ricca economicamente, ma anche molto forte militarmente: è bene evitare che arrivino a puntarsi le armi l’uno contro l’altro». 

L’Italia è fortemente impegnata nelle missioni all'estero: Afghanistan, Libano e molti altri Paesi. Queste missioni sono costose, oltre che rischiose. È ipotizzabile un disimpegno, almeno parziale?
 «Sono diverse tra loro, quella in Afghanistan è una missione più Nato, quella in Libano più Onu. Tutte sono uno strumento prezioso di politica estera. In Libano, per esempio, tutti sanno che ci dovesse essere una nuova crisi tra Hezbollah e Israele solo l’Italia avrà le carte in regola per mediare...». 

Lei è stato commissario europeo e capo della diplomazia. Federica Mogherini è tornata a Teheran e si è messa il velo. Lei è un uomo, certo, ma le risulta che esista un “obbligo protocollare assoluto” ad indossarlo, come dice l’Ue? 
«C’è un obbligo reale, che è quello di mettere un velo sulla testa. Ma c’è velo e velo, come c’è abito e abito. Emma Bonino, a Teheran, si presentò con un velo sgargiante. Se uno si presenta con un velo grigio su tunica grigia scura lunga fino ai piedi interpreta il protocollo a suo modo, dando l’idea della sottomissione... Oltretutto era la festa per la rielezione di Rohani. Forse le avevano suggerito di ingraziarsi gli interlocutori, ma anche questo in politica estera può essere un errore». 

Berlusconi parla sempre bene del suo lavoro, la rivorrebbe agli Esteri. Tornerebbe in squadra?
 «Con il presidente abbiamo un rapporto di stima, leale, quello tra due persone che hanno collaborato 11 anni. L’ho chiamato per ringraziarlo delle sue parole, che non erano dovute. Oggi, però, faccio con impegno un altro mestiere».

 Il centrodestra è davvero tornato competitivo? 
«Da “semplice” osservatore vedo che se ci sarà uno sforzo unitario il centrodestra si potrà giocare le sue carte. L’avversario più temibile, il M5s, va affrontato sul profilo della competenza e della qualità delle persone, non pensando di gridare più forte di loro. Noto che la linea di moderazione e di equilibrio dei mesi scorsi ha portato risultati insperati come le vittorie in Liguria, a Genova, dove non era semplice». 
Molti politici sostengono che la politica sia una “malattia incurabile”, eppure lei sembra guarito. Com’è la qualità della sua vita oggi? 
«Io ho sempre fatto una cosa sola: ho servito il Paese da ministro degli Esteri, poi l’Europa da Commissario, oggi continuo a farlo da magistrato, dopo che sono tornato a fare, senza alcuno strappo, il mestiere che mi ero scelto. Sono un magistrato da quando avevo 23 anni. Presiedo una importante sezione del Consiglio di Stato che si occupa tra altro delle interdettive anti-mafia e appalti nella sanità e sto benissimo. Ci sono modi diversi di servire le istituzioni, momenti per fare una cosa e momenti per farne altre. L’importante è stare bene con sè stessi».

14.8.17 | Posted in , , , , , , , , , | Continua »

Intervista a Formiche: L Italia può chiudere i porti alle navi delle Ong .Parla Franco Frattini

L’Italia può chiudere i porti alle navi delle Ong. Parla Franco Frattini 
di  Francesco Bechis













Le navi private delle ong non hanno nessuna legittimazione ad obbligare i porti italiani all’accoglienza”. Parola di Franco Frattini, attualmente presidente della Sioi, è stato ministro degli Esteri dal 2002 al 2004 e dal 2008 al 2011, entrambe le volte con Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi. Dal 2004 al 2008 è stato inoltre commissario europeo per la giustizia, la libertà e la sicurezza. 

Ecco la conversazione di Frattini con Formiche.net. 

Presidente Frattini, cosa pensa delle dichiarazioni di Emma Bonino, per cui sarebbe stato il governo Renzi a chiedere l’esclusiva sull’accoglienza ai migranti? 

Io non ero presente e non conosco i fatti, quindi non posso commentare se non dicendo che se davvero questa fu la decisione si trattò di una decisione sbagliata, perché già all’epoca si poteva percepire con grande chiarezza che l’Italia non era in grado di sostenere, come oggi dice il presidente Gentiloni, un flusso come quello che abbiamo davanti agli occhi. Sono stato il commissario europeo responsabile dei consigli GAI, spesso non c’è un documento scritto che chiude il consiglio. È possibile che ci sia stato un giro di tavolo, tenderei ad escluder
e l’assunzione di un impegno formale.

Secondo lei si trattò di una contropartita politica per chiedere più flessibilità a Bruxelles? 

Può essere che, in un pour parler politico, ci sia stata una contropartita per cui è stato detto all’Italia: voi potete spendere oltre il limite del debito pubblico e deficit, ma dovete fare il lavoro principale sui migranti. Solo chi era però presente può dire se è vero. Durante l’incontro di Tallinn sembra essere nato un asse franco-tedesco contro la solidarietà all’Italia. Si aspettava che i toni di Macron cambiassero in così poco tempo? L’incontro di Tallinn non è stato un vertice, ma un giro di tavolo informale. A Tallinn francesi e tedeschi hanno gettato la maschera, hanno detto la verità che nelle campagne elettorali non avevano potuto dire. La prima cosa che voglio dire su Tallinn è: onore al ministro Minniti, che si è ritrovato in uno contro ventisei. Secondo poi, abbiamo vissuto una pessima pagina in cui i membri dell’UE rispetto all’Italia non erano parte della stessa unione, ma controparte. Questi egoismi significano mettere sotto i piedi la solidarietà e i trattati europei. Eppure qualche giorno prima avevano tutti promesso vicinanza agli italiani… La sera stessa di Tallinn Macron ha detto che i porti francesi saranno chiusi, la Spagna la mattina dopo ha fatto lo stesso. Non appena il commissario Avramopoulos ha girato le spalle per andarsene si sono dimenticati di essere membri della famiglia europea. La Commissione europea si è rivelata del tutto irrilevante. Quando io da commissario presenziavo a un incontro e tornavo a Bruxelles non era immaginabile che gli stati membri facessero il contrario di quanto avevano promesso davanti a me. 

Mi sembra di capire che apprezza il lavoro di Minniti agli Interni.. 

Lo apprezzo molto, e apprezzo anche che abbia dichiarato che il limite all’accoglienza sta nella capacità di integrazione. Se i migranti devono essere buttati per le strade perché non c’è più posto, quello è il limite in cui bisogna chiudere i porti. 

Ma l’Italia può davvero chiudere i porti alle navi delle ong? 

Certo che può. Non può limitatamente alle navi ONU o di una missione internazionale come Triton, che è una missione europea. Ma le navi private delle ong non hanno nessuna legittimazione ad obbligare i porti italiani all’accoglienza. Certamente l’Italia può prendere una decisione, quando lo hanno proclamato i francesi e gli spagnoli nessuno ha osservato che non si può fare alla luce del diritto internazionale. 

E quando su quelle navi ci stanno i rifugiati? 

La verifica del titolo di rifugiati può essere fatta in mare. L’UNHCR può svolgere questa attività in due luoghi: o sulle navi in mare, o nei siti di partenza, istituendo centri di identificazione nei paesi di transito, come in Libia, in Marocco o in Egitto. Se sei un rifugiato perché vieni dall’Eritrea allora puoi partire, se vieni dalla Nigeria che è un paese ricco non sei un rifugiato, ma un migrante economico. 

Condivide la proposta di Minniti di un codice per le ong per regole certe e trasparenza? 

Si, è fondamentale per fugare quei dubbi su cui non mi pronuncio, perché c’è un’indagine in corso e sono stati espressi da un magistrato in attività che sta indagando. Chi fra le ong non accetta il codice solleva qualche dubbio e sospetto. 

Passiamo alla questione libica. Lei da ministro degli Esteri aveva firmato il Trattato di amicizia con la Libia di Gheddafi e gli sbarchi erano drasticamente diminuiti. La CEDU però ci aveva condannato per aver respinto i migranti in mare.. 

È molto curioso che quando abbiamo firmato il trattato di amicizia la Cedu se la prendeva con noi perché Gheddafi era un dittatore, adesso che ci sono i terroristi di Daesh tutti rimpiangono Gheddafi. 

Però fu il governo Berlusconi a dare l’ok per la partecipazione italiana ai raid in Libia..

L’intervento italiano in Libia era ormai inevitabile nel momento in cui i francesi avevano fatto partire gli aerei da combattimento. L’errore gravissimo fu quando all’inizio del 2012 gli Stati Uniti e l’Europa, nel baratro della crisi, hanno deciso di non occuparsene più. La Libia è caduta nelle mani degli estremisti e delle tribù. 

Oggi il governo di Tripoli è un interlocutore credibile per l’Europa? 

No, non rappresenta nulla. Io ho lavorato molto in Libia: non accadrà mai che un uomo della Cirenaica prenda ordini da Tripoli. È necessario che il generale Haftar sia convinto dall’Egitto di al-Sisi e dalla Russia di Putin a divenire il capo delle forze armate libiche e in cambio Tobruk converga con Tripoli. L’unica cosa che attualmente hanno in comune le due fazioni in Libia è la Noc, la compagnia petrolifera che estrae il petrolio e il gas sia dalla parte di Tobruk che da quella di Tripoli. Quella del governo di unità nazionale è una finzione: Haftar ha combattuto il terrorismo come nessun altro ha fatto, e ha alle spalle un gigante regionale, l’Egitto, e uno mondiale, la Russia. Lei pensi invece che la città di Tripoli ha la luce solo grazie a una centrale dell’ENI: altro che sovranità sull’intero paese. 

L’accordo fra l’UE e la Turchia di Erdogan per trattenere i migranti a Est è stato un errore? 

A me quell’accordo non è mai piaciuto perché sapevo cosa sarebbe successo. La Turchia lo voleva non tanto per i soldi, ma per qualcosa a cui tiene ancora di più: l’abolizione del regime dei visti. Esattamente quella che avevo concesso ai paesi dei Balcani quando ero commissario, e che fa la differenza fra il sentirsi vicino all’Europa o meno. Per ragioni che l’Europa ha voluto sempre nascondere quell’accordo sui visti non c’è mai stato, con una serie di pretesti che con i visti non c’entrano nulla, come il falso colpo di Stato e la violazione diritti umani. Per questo motivo Erdogan sta iniziando a minacciare di aprire il rubinetto della rotta balcanica. 

Ma non succedeva lo stesso ai tempi dell’accordo con Gheddafi? Qual è la differenza? 

L’accordo con la Libia fu positivo per due motivi. In primis sul piano simbolico, perché avevamo ripudiato il passato coloniale italiano, un gesto politico che nessun altro paese ha mai fatto. Secondo poi prevedeva la creazione di un’autostrada che avrebbe unito Tobruk a Tripoli, unendo aree deserte e creando condizioni per il commercio. In Turchia è diverso: se l’elargizione di denaro non si accompagna con il riconoscimento dei visti e della pari dignità della controparte, c’è il rischio che il rubinetto a Est si riapra.

10.7.17 | Posted in , , , , , , , , , , , , | Continua »

Italy Migrant Crisis - Live Interview: Franco Frattini talks to RT International

Europe proves completely useless in helping Italy to solve migrant crisis: Franco Frattini to RT International 











Italy, along with France and Germany have agreed to draw up a 'code of conduct' for charities operating rescue boats in the Mediterranean with the aim of bringing under control the growing influx of migrants. In the past few days alone, up to 12 thousand people have arrived in Italy from Africa, while more than 85 thousand have landed in the country since the beginning of this year.

Former Italian Minister of Foreign Affairs Franco Frattini joins RT to discuss this issue. He expresses his deep concern about the current migrant crisis defining it unsustainable. Italy's extreme response to this lack of solidarity should be closing the italian ports to NGO boats except the official UN Missions. 

 4th July 2017

   

Facts: An estimated 10,000 people are believed to have attempted the journey from North Africa in the past four days. More than 73,000 migrants have landed in Italy this year, an increase of 14% on the same period last year. The European Commissioner for Immigration, Dimitri Avramopoulos, met Italy's Mr Massari to discuss the crisis. "Italy is right that the situation is untenable," he said, adding that the country's management of the crisis was "exemplary". Prime Minister Paolo Gentiloni has accused other European nations of "looking the other way". (Source: BBC)


6.7.17 | Posted in , , , , , , , , , , , , , , , | Continua »

RAID LIBIA/ Frattini: paghiamo gli errori di Ue e Italia


“Gli Stati Uniti sono stati costretti a intervenire in Libia perché gli europei non hanno fatto il loro dovere, in quanto Francia, Regno Unito e Italia sono presenti solo in ordine sparso e in segreto”. Lo afferma Franco Frattini, ex ministro degli Esteri ed ex Commissario Ue per la Giustizia, la Libertà e la Sicurezza. Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha fornito l’ok ufficiale a una missione di 30 giorni contro l’Isis nella zona di Sirte. Secondo Fox News, da lunedì gli Usa hanno lanciato almeno sette raid. Per Frattini, “l’Italia ha una grande opportunità in Libia: addestrare una Guardia nazionale sul modello dei carabinieri, integrandola con le milizie che rispondono ai vari capi locali”.

Intervista a Il Sussidiario

Ritiene che la missione degli Stati Uniti possa aiutare a stabilizzare la situazione in Libia?
Non so se aiuterà a stabilizzarla in via definitiva, ma è sicuramente una missione indispensabile. La cacciata di Daesh da Sirte è un obiettivo assolutamente condivisibile, ma la verità è che gli americani intervengono perché noi europei non abbiamo fatto il nostro dovere. Questa è una missione che, su richiesta delle autorità libiche, avremmo potuto compiere noi.

L’Italia avrebbe potuto intervenire da sola?
Certamente no, però dopo tante chiacchiere europee sulla missione contro gli scafisti e sull’intervento di sostegno internazionale, l’Europa è stata completamente assente. Noi riconosciamo un solo governo: quello di Al-Sarraj. A difesa di quel governo l’Ue aveva promesso una missione per bloccare gli scafisti e un training “institution building”. Siccome non si è fatto assolutamente nulla e Daesh continua a occupare Sirte, allora Al-Sarraj ha chiamato Washington e ha detto: “Il numero di telefono dell’Europa non so quale sia, quello americano è un numero sicuro, per piacere datemi una mano”.

Eppure Francia e Regno Unito sono presenti in Libia da tempo …
La Francia sta sostenendo fortemente il generale Haftar e il Regno Unito le milizie di Misurata. Quanto sta avvenendo però è il segno che quanto fa l’Europa avviene in segreto, perché queste sono forze speciali che agiscono in modo assolutamente non dichiarato, e inoltre in ordine sparso.

E l’Italia non fa nulla?
Io spero che, come ha scritto qualche giornale, sia presente in Libia anche qualche decina di militari italiani del Comsubin (Comando subacquei e incursori, Ndr) e delle forze speciali, in quanto l’Italia conosce la Libia meglio di inglesi e francesi. Le milizie libiche quando combattono guardano chi hanno vicino. Se vedono solo francesi, inglesi e americani poi pensano che gli italiani arrivino solo quando gli altri hanno fatto il lavoro sporco. Questo francamente per l’interesse dell’Italia non va bene.

Nello specifico l’Italia che cosa potrebbe fare in Libia?
Nell’ottobre 2011, poco dopo l’uccisione del colonnello Muammar Gheddafi, presi contatto con Hillary Clinton e con il primo ministro del Qatar. Insieme avevamo programmato una missione di addestramento di esercito e forze di sicurezza libiche che sarebbe stata fatta dagli italiani con una copertura sul terreno da parte del Qatar. Questo progetto poi non si è realizzato, ma l’Italia ha una grande opportunità a livello di formazione in quanto c’è bisogno di trasformare tutte le milizie in una Guardia nazionale libica.

Su quale modello?
Il modello da seguire è quello dei nostri carabinieri. E’ ciò che abbiamo già fatto in Iraq e Afghanistan, e potremmo riadattarlo alla Libia che è un territorio molto diviso regione per regione. Non andremmo a combattere, bensì a creare una Guardia nazionale che rimpiazzi progressivamente le milizie, integrandole tra loro. Senza questo processo di integrazione poi le milizie combatterebbero contro la Guardia nazionale.

Il ministro Paolo Gentiloni ha detto che l’Italia deve svolgere compiti umanitari. Lei che cosa ne pensa?
Da questo punto di vista noi siamo bravissimi. Quando c’erano i feriti a Bengasi un aereo italiano è andato a prenderli e li abbiamo curati. I compiti umanitari però sono un elemento, ma oggi quello che serve di più è creare una forza di sicurezza che non sia nelle mani delle milizie di questo o quel capo locale.

Un nuovo video dell’Isis ha ribadito il messaggio: “Arriveremo a Roma”. Come valuta queste minacce?
Negli anni ho avuto una responsabilità anche dell’intelligence italiana. Quest’ultima ha delle capacità che tutto il mondo ci invidia: le espulsioni anche di queste ultime ore mostrano che con la prevenzione noi siamo riusciti a sventare moltissimi attacchi terroristici. La minaccia quindi va presa sul serio, ma dobbiamo essere coscienti che le nostre forze di intelligence e di sicurezza sono molto ben preparate.

(Pietro Vernizzi)

4.8.16 | Posted in , , , , | Continua »

Libia 2011: la guerra segreta e la caduta del Colonnello Gheddafi.


Inchiesta di Mario Sechi per Mix24 (Radio24), 
con intervista a Franco Frattini


Libia 2011. Un'inchiesta di Mario Sechi per Mix24 (Radio24), sulla guerra in Libia, la caduta del Colonnello Gheddafi, i segreti di una rivoluzione che non è mai stata primavera. Dall’archivio di Hillary Clinton, ai rapporti segreti sulla situazione in Libia, con la preziosa testimonianza di un testimone di quei giorni, l’allora ministro degli Esteri Franco Frattini. Documenti, fatti e retroscena inediti compongono un nuovo scenario sulla caduta del regime di Gheddafi. 

Conduce Giovanni Minoli, commenti in studio da parte del titolare di questo blog e Pietrangelo Buttafuoco.

La Libia oggi è in piena anarchia, si tenta di costruire un governo unitario auspicato dall’Onu e favorito dall’Italia ma come la cronaca ci racconta quotidianamente, la cosa non è semplice. Perché non è semplice? Per capirlo e per comprendere le ragioni dell’attuale caos libico, bisogna ripartire dal 2011 e chiedersi: Perché Gheddafi, dopo 42 anni di dominio assoluto di un paese tribale e ingovernabile, improvvisamente è caduto? Che cosa ha spinto l’Europa e gli Stati Uniti a muovere guerra al Colonnello? E perché Hillary Clinton e Obama hanno appoggiato il presidente Sakrozy e l’azione militare? E soprattutto che cosa voleva Sarkozy? Che ruolo ha avuto l’Italia in un conflitto che Berlusconi non voleva? Per comprendere anche la situazione attuale, proviamo a rispondere a questi interrogativi con l’inchiesta che Mario Sechi ha condotto attraverso l’analisi delle mail di Hillary Clinton, di cui tanto si è parlato, e con la testimonianza dell’allora ministro degli Esteri italiano Franco Frattini. Una storia piena di colpi di scena e di segreti”.

18.5.16 | Posted in , , , , , | Continua »

Libia: «Il decreto era necessario»


Intervista con il Sole 24 Ore

di Gerardo Pelosi

Ma serviva proprio quel Decreto del presidente del Consiglio dei ministri, firmato da Matteo Renzi il 10 febbraio scorso per autorizzare l'invio in operazioni speciali all'estero di militari delle forze speciali equiparati agli agenti dell'intelligence? 

Prima di rispondere Franco Frattini, oggi presidente della Sioi ma alle spalle una lunga carriera in Italia e a Bruxelles come vicepresidente Commissione Ue, ministro degli Esteri, responsabile dei servizi e presidente del Copaco ci tiene a fare una premessa. «Mi dispiace molto – osserva Frattini - avere letto sui giornali i contenuti di quel decreto, capisco le esigenze del diritto di cronaca ma ci sono cose che, nell’interesse del Paese e della sua sicurezza, non possono essere divulgate perché potrebbero finire nelle mani sbagliate». 

Premesso ciò, secondo Frattini «era assolutamente necessario il Dpcm perché il decreto di rifinanziamento delle missioni all'estero del novembre 2015 rappresentava solo la base normativa che il Dpcm di febbraio ha tradotto in norme pratiche». E allora vediamole queste norme. Non c'è un tetto al numero dei militari dei corpi speciali che il premier può attivare per missioni speciali. Ciò significa che potrebbe chiedere di impegnare anche cento e più militari? «Anche se il numero massimo non è previsto – risponde il presidente della Sioi – per la loro natura si tratta di operazioni circoscritte, per numeri superiori ai 50 uomini è difficile, tra l'altro, non immaginare un coinvolgimento del Parlamento». 

Ma il problema, secondo Frattini, è capire bene la natura della missione: «Se si tratta di fare un blitz in un edificio dieci uomini possono bastare, se si tratta di un quartiere allora me ne serviranno 50. Ma a decidere quale corpo impiegare per la missione è sempre la Difesa che, a seconda delle esigenze richieste, indicherà le forze più adeguate: San Marco o Comsubin se c'è proiezione dal mare, Tuscania o Col Moschin se occorrono paracadutisti e così via». 

Come funzionerà la catena di comando? «È stata valutata la possibilità per la prima volta – spiega Frattini - di estendere temporaneamente le prerogative funzionali tipiche degli agenti dei servizi agli appartenenti alla Forze armate. Questo vale solo per il periodo della missione e finirà quando i militari torneranno ai reparti di origine. Durante le missioni i militari risponderanno ai responsabili delle operazioni che potranno essere anche agenti Aise ma sono situazioni temporanee». Non c’è il rischio di accentrare troppo potere in capo al presidente del Consiglio? «In realtà già la riforma del ’77 dei servizi, come poi quella del 2007, identificava nel presidente del Consiglio il responsabile ultimo della sicurezza nazionale; è sempre lui che presiede il Comitato per la sicurezza della Repubblica ed è giusto che sia lui a derogare dalle norme ordinarie per casi eccezionali». E il controllo parlamentare? «Per quello c’è il Copasir che potrà sempre chiedere i resoconti delle missioni ma non l’identità precisa degli agenti e trasmettere poi all’aula relazioni depurate dagli elementi più sensibili». 

7.3.16 | Posted in , , , , | Continua »

Cosa può fare l’Italia con gli Usa in Libia contro Isis. Parla Frattini (Intervista Formiche)



Conversazione di Formiche.net con Franco Frattini, ex ministro degli Esteri, presidente della Sioi (Società Italiana per l'Organizzazione Internazionale


Libia, Isis, Egitto. Sono i tre capitoli affrontati da Franco Frattini, ex ministro degli Esteri e presidente della Sioi, in questa conversazione con Formiche.net nel giorno in cui è in programma una riunione del Consiglio supremo di difesa.

Cosa si aspetta dal Consiglio supremo di difesa?
Mi auguro che il Consiglio supremo di difesa sotto la guida del presidente della Repubblica Sergio Mattarellaconfermi la decisione italiana di utilizzare i droni da combattimento. Penso che sia indispensabile che l’Italia faccia parte della partita. Ed è indispensabile perché queste sono missioni di difesa degli interessi nazionali anche dell’Italia. Visto che Daesh si sta espandendo per poi venire a colpirci, non sono missioni di offesa. È pura materia di difesa nazionale. È la difesa preventiva di un interesse vitale. Per cui: conferma della decisione del governo sui droni e rinnovamento del sostegno a una missione integrata in cui alcuni Paesi, sotto coordinamento italiano, si prendano in carico alcune sfide del domani: l’institution building, la formazione militare, truppe scelte che aiutino le forze regolari libiche contro i terroristi ed evidentemente la presenza di forze speciali che in Libia già ci sono. Mi auguro che il Consiglio supremo di difesa confermi che queste sono scelte giuste e che si devono portare avanti.

Quindi se non dovesse concretizzarsi un governo di unità nazionale libico ritiene indispensabile un intervento nell’area?
Mi ha colpito molto e condivido quanto detto dal portavoce dell’amministrazione Obama quando ha affermato che si ritiene che ci sia bisogno di un governo di unità nazionale per una missione in senso proprio. Questo è giusto. Vale anche per l’Italia, in cui se non c’è un governo in senso proprio e se non c’è una risoluzione del Consiglio di sicurezza abbiamo dei problemi anche di ordine costituzionale. Ma se ciò non accade e nel frattempo Daesh prospera, dobbiamo comunque agire, come ha detto il portavoce della Casa Bianca. Mi rendo conto che è qualcosa di difficile, ma colpire le basi Daesh è indispensabile. Ecco perché i droni da combattimento devono essere autorizzati.

Un’autorizzazione generale o caso per caso?
Ho visto che il governo si orienta all’autorizzazione caso per caso. Quest’esperienza la conosco bene perché anche in Iraq e in Afghanistan in alcuni casi autorizzavamo caso per caso nel teatro di cui eravamo responsabili – penso ad Herat – delle azioni della coalizione. Ad esempio nel 2011 avevamo uno scrutinio preventivo delle missioni, anche quelle con aerei da combattimento italiani; potevamo addirittura bloccare l’intervento degli altri. Quindi anche allora si decideva caso per caso. La mia esperienza mi dice che il caso per caso si scioglie in sette-otto minuti, quindi è ben possibile conciliare l’autorizzazione ai droni da combattimento caso per caso con la rapidità dell’iniziativa. Si è fatto in passato quindi è logico farlo anche adesso.

E se ci fosse un intervento Nato?
Ci sono strutture Nato che sono pronte. In questo caso, essendo Sigonella una base già adibita alle forze Nato, non servirebbe più l’autorizzazione caso per caso.

Spostandoci un po’ più a est, c’è una questione che sta mettendo a rischio un’amicizia storica del nostro Paese, quella con l’Egitto. Cosa pensa della situazione?
Credo che l’Egitto sia il principale interessato a darci tutta la verità sull’assassinio di Giulio Regeni. Per tre motivi. Primo perché l’Italia è un Paese amico che, tra l’altro, sotto il profilo economico sarà portatore di una iniziativa che darà all’Egitto un enorme profitto, perché i giacimenti off shore li ha scoperti l’Eni. Abbiamo una posizione che sta portando e porterà enormi vantaggi economici; inoltre, siamo il principale partner e non abbiamo mai abbandonato l’Egitto anche nei momenti più difficili – ricordiamoci che Renzi è volato da Al Sisi quando gli americani neanche ci parlavano – e queste cose Al Sisi non le può dimenticare. Secondo perché se dicesse tutta la verità – ad esempio che c’è stato uno scontro tra servizi deviati, che questo è stato fatto intenzionalmente perché alcune parti vogliono mettere in cattiva luce il governo, che ci sono stati elementi deviati della polizia che hanno colpito pensando che Regeni fosse una spia o che ci siano stati elementi collegati a un ambiente fondamentalista – dimostrerebbe di essere un Paese non solo stabile ma anche capace di attuare lo stato di diritto. Terzo, perché se non lo facesse prevarrebbero le voci di coloro che ritengono il passaggio da Morsi ad Al Sisi una degradazione del sistema e non un cambiamento voluto dal popolo. E non credo che al Sisi abbia interesse a che si dica che ha instaurato un regime che chiude la bocca agli investigatori.

Cosa deve fare l’Italia?
Noi ovviamente non possiamo mollare la presa perché è chiaro che se viene ucciso un ricercatore che studiava il sindacalismo libero – ammesso che ci sia in Egitto un sindacalismo libero – quale messaggio diamo a un imprenditore italiano che vuole investire o continuare a investire in Egitto? Quello degli imprenditori è un interesse che l’Italia deve assolutamente tutelare e se vogliamo è una quarta ragione per al Sisi affinché venga fatta chiarezza. La grande amicizia che abbiamo verso il popolo egiziano a un certo punto deve avere un contrappeso in quello che il governo egiziano fa per tenersi questi amici, perché gli amici non si trattano così.

25.2.16 | Posted in , , , , , , | Continua »

Libia “Indispensabile intervenire subito con l’Onu. Le forze speciali italiane sono già lì” (Intervista)


L'ex ministro degli Esteri: "Dopo un tentativo di svolgere un ruolo di mediazione in Siria, la Turchia ha tenuto un atteggiamento ambiguo in politica estera che ha peggiorato la situazione in Medio Oriente: ora Ankara ha amici solo a Bruxelles. Ma ora ha cambiato rotta e dobbiamo fidarci di lei". Sul versante libico, l'Italia dovrà fare la sua parte "nell'ambito di una missione autorizzata dalle Nazioni Unite e in collaborazione con il governo di Al Serray"

Intervista con IL FATTO QUOTIDIANO

di MARCO PASCIUTI

Franco Frattini, ministro degli Esteri in due governi Berlusconi tra il 2002 e il 2004 e tra il 2008 e il 2011, anno della guerra in Libia. Alla luce dell’atteggiamento ambiguo tenuto dalla Turchia nei confronti dell’Isis, condotta che molti analisti considerano causa dell’attentato di Istanbul, è giusto continuare a tenere le relazioni con Ankara sullo stesso binario? Ci si può ancora fidare?
“Certamente c’è stata ambiguità nei confronti di alcune realtà relative a Daesh. Ora questa ambiguità è stata superata, la Turchia sembra essersi schierata nella coalizione anti-terrorismo ed è stata colpita immediatamente. Questo è un segnale del cambio di rotta intrapreso da Erdogan, come fu per la Russia colpita dall’attentato all’aereo che sorvolava il Sinai e com’è stato per la Germania, i cui turisti sono stati presi di mira a Istanbul”.

Ecco, appunto, Ankara “sembra” essersi schierata dalla parte giusta. Prima però ha pensato di utilizzare la galassia jihadista presente in Siria per destabilizzare Bashar Al Assad. 
“Ricordo che quando ero ministro degli Esteri la Turchia aveva cercato di ritagliarsi un ruolo di mediazione nella crisi siriana, visti i tradizionali rapporti di amicizia con Damasco. Quando Assad ha risposto al tentativo di mediazione turco con un atteggiamento ostile fatto di apertura delle porte per i rifugiati verso la Turchia e destabilizzazione dei confini turco-siriani, Ankara ha reagito di conseguenza”.

Però la politica estera di Ankara in Medio Oriente ha avuto effetti nefasti: ha moltiplicato i nemici della Nato, ha complicato il quadro in Siria, ha peggiorato i rapporti con l’Iran. Erdogan ha prima tentato di usare l’Isis, poi ha annunciato di volerlo combattere. E ora ne paga le conseguenze.
“E’ vero, il premier Davutoglu, all’epoca ministro degli Esteri, fu l’ideatore dello slogan ‘Zero problems with all our neighbours‘, ‘nessun problema con tutti i nostri vicini’. Oggi quella linea non esiste più: la Turchia ha alimentato il conflitto con Israele, creato una situazione di rottura completa con Siria, Iraq e Iran. Così come si sono degradati i rapporti con l’Armenia e con il popolo curdo. Dopo la rottura consumata con la Russia, oggi la Turchia ha amici soltanto a Bruxelles“.

La Germania è stata colpita a Istanbul dopo aver inviato i Tornado in Siria. Da giorni si parla della possibilità di una partecipazione italiana ad una missione militare in Libia. Quanto rischia l’Italia?
“Saremo chiamati, se ci sarà una risoluzione dell’Onu, a svolgere un’attività anti-terrorismo, quindi offensiva nei confronti di Daesh. Questo comporterà dei pericoli, però l’Italia non può rinunciare al ruolo storico che ha in Libia, ma senza commettere gli errori del passato: abbandonare del tutto la Libia com’è accaduto dal 2012 in poi”.

Nel 2011, anno della guerra a Gheddafi, al governo c’era Berlusconi e lei era ministro degli Esteri.
“Nell’autunno 2011, quando Gheddafi venne ucciso, io stavo parlando con Hillary Clinton per organizzare delle missioni di addestramento della futura Guardia Nazionale libica che l’Italia era pronta a compiere sul terreno proprio per non abbandonare il Paese. Avevamo chiesto alla Nato di svolgere delle missioni a Tripoli e l’alleanza aveva fatto due ispezioni sul terreno. Nel 2012, quando noi non eravamo più al governo, la Comunità internazionale si è disimpegnata e soprattutto gli Stati Uniti hanno deciso che il futuro della Libia non era più la priorità”.

Certo, avreste potuto pensarci prima di andare a bombardare.
“Ma no, il progetto era nato prima, io ho parlato di attuazione: le missioni di addestramento dovevano iniziare in autunno ma finché le milizie si combattevano sul terreno e Gheddafi era asserragliato nella sua cittadella fortificata non potevano essere messo in atto. L’autunno passò e a gennaio gli americani comunicarono al governo Monti che il loro disimpegno era deciso”.

La diplomazia è ancora sufficiente in Libia?
“Serve per promuovere la nascita di un governo di unità nazionale. La situazione sul terreno è fuori controllo: quando il premier designato Al Serray si è recato a Tajoura dove il nuovo esecutivo dovrebbe avere la sua sede, non è stato fatto entrare in città. Quindi serve un’operazione anti-terrorismo affidata allo stesso governo affiancato dall’esercito libico guidato dal generale Haftar. Altrimenti, a supporto del governo servirà una missione internazionale. Quindi bisogna mettere nel cassetto una risoluzione dell’Onu che al momento opportuno ci permetta di intervenire. Avrà visto nelle immagini trasmesse dalle tv che quando il nostro aeroplano è andato a prendere i feriti dell’attentato a Misurata, a bordo campo c’erano esponenti delle forze speciali italiane. Quindi le nostre forze sono già lì”.

Nei giorni scorsi Al Qaeda ha minacciato l’Italia. Alla luce degli attentati di Parigi e Istanbul, se fosse ministro degli Esteri manderebbe i nostri soldati in Libia?
“Sì, nell’ambito di una missione autorizzata dall’Onu e in collaborazione con il governo di Al Serray. Perché se non ci muoviamo e Daesh continua ad espandersi, la minaccia jihadista si rafforzerà a tal punto che le sarà più facile venire a colpire anche in Italia. Bisogna colpire il terrorismo prima che sia irrimediabilmente diffuso. Le foto della bandiera sul Vaticano ci dicono da tempo che siamo un possibile obiettivo. Meglio colpirli prima che loro colpiscano noi”.


19.1.16 | Posted in , , , , , , | Continua »

Libia: serve coalizione internazionale contro l'Isis

 

Renzi si prepari a bombardare lo stato islamico
Intervista a "Il Sussidiario"

Pietro Vernizzi

L’Occidente non attenda l’insediamento del governo Al-Sarraj, ma prepari un intervento militare in Libia sotto l’egida dell’Onu oppure con una decisione congiunta di Usa, Regno Unito, Francia, Germania e Italia”. Lo sottolinea Franco Frattini, ex ministro degli Esteri ed ex Commissario Ue per la giustizia, la libertà e la sicurezza. Martedì un commando ha attaccato l’impianto Eni di Mellitah, proprio nel momento in cui Daesh sta lanciando un’offensiva su più livelli in tutta la Libia. Ed è giallo per un Boeing Stratotanker francese, usato per il rifornimento in volo, che ha quasi raggiunto le coste libiche dopo avere fatto rotta sui cieli di Sardegna e Sicilia.

Frattini, la situazione è preoccupante. Perché l’Italia sta a guardare?
Non è vero che l’Italia sta a guardare, anzi molte cose sono state fatte. Per esempio si è incoraggiato un governo di unità nazionale, tanto che il premier designato Al-Serraj ha affidato all’Italia il compito delicato di guidare una futura missione per la ricostruzione e il sostegno alla Libia. Ora però stanno emergendo delle difficoltà nuove, non da ultimo l’attentato allo stesso Al-Serraj. Per non parlare del fatto che le milizie gli hanno impedito persino di entrare nella città di Tanura, dove il suo governo avrebbe dovuto insediarsi. Quindi sono tutti segnali che dall’interno della Libia indicano difficoltà crescenti.

Che cosa dovrebbe fare il nostro governo?
L’Italia dovrebbe cercare una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu che sia ancora più chiara di quella che è stata adottata dopo Parigi. Dopo il 13 novembre si è detto che “la comunità internazionale può fare tutto quanto occorre per colpire l’Isis”. Bisognerebbe avere un via libera dell’Onu a una coalizione anti-terrorismo su scala più ampia, perché se i tentativi di dare attuazione al governo libico dovessero ancora ritardare, abbiamo un premier designato ma non un esecutivo nel pieno delle sue funzioni.

Possiamo permetterci di aspettare?
No, l’Isis sta avanzando e il tempo è un fattore decisivo. La comunità internazionale dovrebbe tenere nel cassetto l’ipotesi di un’azione anti-terrorismo da compiersi anche prima che il governo di Al-Sarraj sia formalmente operativo. Corriamo il rischio che passi troppo tempo.

Lei che cosa propone?
Al G20 di Ankara si era tenuta una riunione in formato “Quint”, composto da Usa, Regno Unito, Francia, Germania e Italia. Il Quint ha sempre operato molto bene dai tempi della guerra nei Balcani, e anche una nuova decisione sul terrorismo potrebbe partire da questo formato, in consultazione con la Russia.

I Paesi occidentali impiegherebbero molto tempo a intervenire in Libia?
Intanto registro con molta attenzione i movimenti registrati sul cielo libico. Il fatto che un aereo francese per il rifornimento in volo sia segnalato al largo del Golfo di Sirte significa che in zona ci sono dei caccia militari. Si ripetono inoltre voci, che reputo convincenti, sulla presenza sul cielo libico di cacciabombardieri americani e inglesi. Abbiamo visto con i nostri occhi che quando l’aereo militare italiano è andato a recuperare i feriti di Misurata, nell’aeroporto c’erano forze speciali del nostro Paese che proteggevano l’operazione. Tutti questi elementi significano che già esistono dei dispositivi che stanno operando sul territorio libico in ambiti molto limitati.

Lei come configurerebbe un’operazione internazionale?
Si tratta di organizzare delle azioni mirate di bombardamento come in Siria, per colpire le basi dell’Isis in Libia. A differenza della Siria, il territorio libico è tracciabile più facilmente. Colpire una base di Daesh in mezzo al deserto come vicino a Sirte è più facile che non nel territorio siriano, che è molto urbanizzato. Oltre alle azioni mirate vedo con favore un’immediata azione di addestramento delle forze militari libiche. Questo presuppone l’esistenza di un governo libico, ma stando a quanto ha detto martedì il premier Al-Sarraj le truppe del generale Haftar saranno ufficialmente riconosciute.

Intanto sempre martedì c’è stato l’attentato a Istanbul. Lei come lo legge?
La Turchia paga il prezzo di alcuni comportamenti ambigui. Da un lato il Paese ha il merito di ospitare un milione e mezzo di rifugiati siriani. Dall’altra ha la colpa di essere stata lenta nello schierarsi contro Daesh. Erdogan alla fine ha capito che il suo nemico è il califfato, che anche martedì ha usato della generosità turca: l’attentatore aveva richiesto l’asilo usando gli strumenti della solidarietà per portare la morte.

Lei come valuta il comportamento di Erdogan?
Oggi Ankara dovrebbe sgombrare il campo dal contrasto con la Russia, il Paese che a parte gli occidentali più fortemente sta contribuendo a colpire Daesh. Eppure la Turchia considera la Russia quasi come un suo nemico. Questo è un comportamento che indebolisce Erdogan. Sia pure tardivamente, la Turchia ha iniziato a colpire il califfato, che ha reagito attaccando Istanbul, il cuore del paese. L’attentato ha però colpito anche un gruppo di turisti tedeschi, cioè il Paese che è stato in prima linea nel dare gli aiuti ad Ankara in relazione ai rifugiati.

15.1.16 | Posted in , , , | Continua »

Libia: Sanzioni a chi non sta al tavolo della pace


E' l’unica strada per normalizzare la Libia

Intervista a Il Messaggero di Meringolo Azzurra


Franco Frattini, ex ministro degli Esteri, ora presidente della Sioi (la Società italiana per l’organizzazione internazionale), che idea si è fatto del rapimento? 
«È prematuro fare ipotesi sui rapitori dei nostri connazionali. Le milizie sono tante e diverse. Anche un'eventuale rivendicazione andrebbe presa con le pinze perché le due principali fazioni libiche addossano all'avversario la responsabilità del sequestro. Non ci scordiamo che spesso gli ostaggi vengono presi per essere ceduti ad altri gruppi che hanno diversi interessi. Una volta pagati, questi ultimi per impossessarsi degli ostaggi e usarli politicamente». 

Italiani target perché paghiamo i riscatti? 
«Non vedo questa relazione. In tutti i casi di cui mi sono occupato non abbiamo pagato riscatti. L'Italia non va con borse piene di soldi, al massimo opera con progetti di cooperazione, per esempio a sostegno delle popolazioni tribali». 

Ieri il ministro degli Esteri Gentiloni ha detto che quanti si sottrarranno all'accordo portato avanti dal negoziatore Onu Bernardino Leon (che mira alla creazione di un governo di unità nazionale), sarà isolato. L'Italia sta percorrendo la strategia giusta o è giunta l'ora di un cambio di passo? 
«Io tradurrei l'isolamento nell'imposizione di sanzioni. Le Nazioni Unite possono emettere sanzioni su quanti boicottano pregiudizialmente questo accordo, nonostante le diverse revisioni del testo e le generose contro-proposte. In Libia si vive di petrolio. Se si impone un embargo, impedendo la vendita di quanto si produce in una regione controllata da chi si oppone all'accordo, si potrebbero fare progressi. Non possiamo mettere le scarpe sul terreno con soldati europei o italiani, ma per dare al negoziato dell'Onu più credibilità dobbiamo tradurre il concetto di isolamento in qualcosa di operativo. È giusto continuare ad insistere per spingere le parti libiche a un accordo, ma parallelamente diciamo che abbiamo la pistola sul tavolo. Le nostre armi non sono le bombe, ma le sanzioni. Sarebbe sbagliato andare avanti senza coinvolgere il parlamento di Tripoli (in mano agli islamisti, ndr), ma bisogna superare le ultime resist enze». 

In Libia si sovrappongono tre fronti di crisi: la guerra civile, il business organizzato dell' immigrazione clandestina e la penetrazione dell'autoproclamatosi "stato islamico". Quale deve preoccuparci di più? 
«L'ultima perché si sta espandendo, controlla alcuni traffici di migranti, per esempio quelli nella zona di Sirte e Derna. La presenza di Daesh (acronimo arabo per riferirsi all'autoproclamatosi stato islamico) non fa altro che esacerbare il frazionamento delle diverse compagini libiche. Per questo bisognerebbe inserire nella bozza di risoluzione Onu che si sta auspicabilmente terminando, un robusto capitolo antiterrorismo. Con Daesh non si può negoziare. Solo la forza può funzionare e serve una santa alleanza contro questi terroristi. È necessario per eliminare il principale elemento destabilizzatore in azione: sulle tribù, sulle milizie e sul traffico di migranti. Viste anche le sue ramificazioni, Daesh è la prima minaccia per l'Italia» . 

Se potesse tornare indietro al 2011, quando era in farnesina, romperebbe, come fece, il trattato di amicizia tra Italia e Libia appoggiando la missione Nato?
«Sì. Era impensabile per l'Italia non seguire la decisione presa dal Consiglio di Sicurezza Onu e dalla Nato. Rompere il patto di alleanza che dura da più di 50 anni con queste istituzioni sarebbe stato molto più rischioso che rompere un trattato con Gheddafi che aveva mostrato, dopo la firma di quel trattato, di essere diventato un capo sanguinario che bombardava le città. Non potevamo stare fermi. Se fossimo stati fedeli al fianco di Gheddafi saremmo diventati un paria internazionale, rischiando di rompere l'alleanza transatlantica. L'Italia e l'Europa hanno fatto l'errore di abbandonare la Libia appena la missione è finita». 







22.7.15 | Posted in , , , , | Continua »

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