Dopo la Brexit: quali implicazioni per Londra, l’Europa e l’Italia


Il diritto di Londra di uscire, e il dovere dell’Ue di evitare la fuga generalizzata 

Lectio magistralis di Franco Frattini presso la Società Umanitaria di Milano e la sede SIOI Lombardia

Di tutte le ragioni della Brexit, ossia il voto sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, un dato è certo: il valore della democrazia. Ignorare il risultato referendario non sarà affatto possibile. Quando i cittadini sono chiamati alle urne per esprimere un voto libero e democratico, la loro volontà va sempre rispettata. Anche quando l’esito non corrisponde a quanto auspicato.

E’ da questa considerazione che dobbiamo partire se vogliamo tracciare un bilancio sullo spoglio britannico e delineare le prospettive future dell’Europa. Tre sostanzialmente i problemi all’origine. Le implicazioni politiche del voto e la responsabilità dei leader britannici. I rapporti della Gran Bretagna con l’Unione europea e con gli Stati membri, e quindi anche le conseguenze economiche e sugli accordi da definire. Infine, la determinazione e il necessario cambio di passo di Bruxelles. 

Un dato è evidente: non si è trattato di un voto di pancia, di una reazione populista o di antipolitica. Gli elettori hanno preso sul serio il quesito referendario, sono andati a votare in massa (l'affluenza alle urne è stata del 72,2% degli aventi diritto) ed hanno espresso la loro opinione in modo chiaro ed inequivocabile. Il Leave ha prevalso con il 51,9% dei voti, forte del voto dei più anziani e delle periferie più povere e deindustrializzate. Suggestiva anche la ripartizione geografica del voto: ad esprimersi per l’uscita il Galles e il resto d'Inghilterra. Mentre Scozia, Irlanda e Londra hanno votato largamente per il Remain. 

Risultati che confermano che la scelta degli elettori è stata soprattutto di natura politica. I più grandi sconfitti di questo referendum sono i giovani, quasi tutti propensi a rimanere nell’Unione europea per ragioni di opportunità, e invece surclassati dal voto di una generazione più adulta, che aveva già conquistato diritti sociali, garanzie e stabilità, e che ha quindi ritenuto che la preoccupazione principale fosse quella di proteggere i propri interessi. 

Vani, infatti, sono stati tutti i tentativi fatti per indirizzare il dibattito referendario sui vantaggi e svantaggi economici collegati alla Brexit. Le regioni deindustrializzate, ad esempio, hanno rinunciato all’ombrello europeo perché hanno pensato ai maggiori vantaggi che sarebbero derivati da un tessuto industriale locale slegato dai vincoli e dalla burocrazia dell’Unione. Alla fine si è trattato di una questione politica: se i cittadini temono un futuro meno sicuro a causa dei flussi migratori, o sono vittime della burocrazia bruxellese anche per pratiche più “di routine”, non si può rispondere loro con argomentazioni economiche e ipotetiche perdite di guadagni derivanti dall’uscita. Alla paura non si dovrebbe rispondere con un dossier. Tanto è vero che ne è nata una crisi, al momento per la Gran Bretagna, ma con implicazioni imprevedibili anche per i 27 paesi membri. 

Scelte politiche che sono dipese anche dalla mancanza di una strategia efficace da parte delle leadership, del governo e delle opposizioni: tutti i leader dei partiti hanno giocato una partita opaca, più orientata a calcoli di politica interna anziché prediligere scelte di reale interesse per l’economia ed il popolo britannico. Emblematiche sono state le dimissioni a catena che si sono susseguite, come quelle del premier David Cameron, di Boris Johnson e del leader dell’Ukip Nigel Farage, o la sfiducia incassata dal laburista Jeremy Corbyn. 

Soprattutto non è esistita una chiara distinzione politica sulle due scelte: Leave e Remain sono risultati entrambi gruppi trasversali, dove il colore politico era difficilmente comprensibile. Conservatori e laburisti si sono divisi tra loro sulla questione e per gli elettori ripercorrere il filo del discorso è diventato ancor più complesso e confusionario.

Pensiamo al fattore Cameron: colui che a questo referendum ha aperto le porte per rafforzare la propria posizione all’interno del partito. Dopo aver ottenuto il secondo mandato da Premier, è tornato a Bruxelles sbattendo i pugni sul tavolo per ottenere un accordo per ridefinire i rapporti tra il Regno Unito e l'Unione europea. Un testo che sarebbe entrato in vigore soltanto a patto di una vittoria del Remain. Ma per il cittadino medio britannico il cambio di casacca del Premier ha creato non poca confusione. 

Oltremanica Bruxelles ha sempre affascinato poco. Circostanza che ha portato l’ex sindaco di Londra Boris Johnson e l’europarlamentare Nigel Farage a cavalcare l’ondata di antieuropeismo e a condurre il popolo britannico verso l’uscita. Salvo abbandonare i pro-Leave qualche ora dopo l’esito referendario. Dopo aver raggiunto “la sua ambizione politica” con la Brexit, Farage si è dimesso da leader dell’Ukip (ma conserverà fino alal fine il seggio ben remunerato al Parlamento europeo). Mentre l'ex sindaco di Londra Boris Johnson è caduto vittima di una congiura interna al partito conservatore che di fatto gli ha impedito di correre per la guida dei Tories, e dunque del governo. Lo hanno ricompensato con il Foreign Office, dove sta già dando prova di quanto possa essere controproducente in quel ruolo, attribuitogli poiché la nuova premier Theresa May non poteva correre il rischio di lasciarlo a terra, insoddisfatto, rumoroso e rancoroso.

Con la vittoria del Leave è emerso anche il ruolo marginale del Labour, dal momento che la campagna laburista ha spostato davvero poco. Così come inadeguata ne è risultata la leadership di Corbyn e la conseguente spaccatura interna (il ministro degli Esteri “ombra” esonerato, e le dimissioni di 11 colleghi). Qui non si tratta solo dei vantaggi economici e commerciali che la Gran Bretagna potrebbe perdere con l’uscita dall’Europa: la mancanza di una leadership politica forte e credibile potrebbe mettere a rischio addirittura l’unità del Regno Unito, generando derive indipendentiste come quella subito avanzata dalla Scozia, che ancora riflette su un nuovo referendum per l’uscita dal regno Unito abbinato al “rientro” nell’Ue.

Il risultato è evidentemente quello di aver certificato non solo la debolezza della leadership inglese, ma anche la totale assenza di unità, strategia e decisionismo tra i leader dei 27 paesi Ue. Sorprende la dichiarazione del presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, ad una settimana dall’esito del referendum, quando ha affermato che l’uscita del regno Unito dall’Europa “è solo un incidente”. Il che dimostra la mancata percezione delle dimensioni e della serietà di questo evento, nonché delle implicazioni che ne derivano e ne deriveranno.

La Brexit, come ha scritto Thomas Friedman in un editoriale sul New York Times, “non è la fine del mondo, ma potrebbe segnare la fine dell’Unione, se non la usiamo per fondare una nuova Europa”. Lo abbiamo sempre detto, l’Unione non può essere solo economia e finanza. L’Europa deve anche occuparsi di materie sociali, di opportunità e di sicurezza. Purtroppo, invece, come nel caso dell’accordo tra Cameron e Bruxelles, si è pensato di più ad offrire dei risultati vendibili in favore del Remain. Accordi, raggiunti secondo il solito “teatrino” delle regole europee, conclusi con un solenne annuncio politico fatto da primi ministri dei paesi membri, ma che non vengono percepiti come soluzioni che migliorano nei fatti il rapporto cittadino – istituzioni europee. Si pensi ai cambi di casacca e ai passi indietro sul tema dell’immigrazione, o alle provocazioni e alle ripercussioni sulla libera circolazione.

Concretezza e trasparenza, quindi. E’ da qui che l’Europa dovrà ripartire. Iniziando con il dare concretezza all’articolo 50 del trattato di Lisbona quando stabilisce che “il paese dell'UE che decide di recedere, deve notificare tale intenzione al Consiglio europeo, il quale presenta i suoi orientamenti per la conclusione di un accordo volto a definire le modalità del recesso di tale paese”; e che “i trattati cessano di essere applicabili al paese interessato a decorrere dalla data di entrata in vigore dell'accordo di recesso o due anni dopo la notifica del recesso. Il Consiglio può decidere di prolungare tale termine”.


Tuttavia, come si evince dai due commi, l’articolo 50 dice solo che i negoziati si devono concludere entro due anni, e che questo periodo può essere esteso. Mentre nulla viene detto su quando la notifica dell’intenzione di uscire debba avvenire. Una lacuna che rischia di minare la credibilità stessa del Trattato, il cui articolo sulla clausola di recesso è stato invocato per la prima volta, ma potrebbe costituire un pericoloso precedente per le sorti dell’integrazione europea.

La premier May ha recentemente annunciato che l’art. 50 del Trattato verrà “attivato” a marzo 2017. Si tratta di nove mesi dopo il referendum. E vi sono dubbi che a marzo intervenga solo l’annuncio della notifica ex art. 50 non seguita dall’immediato inizio delle trattative. 

La linea dei Ventisette resta chiara: ci si aspetta che il governo faccia la comunicazione della volontà di avviare le pratiche di separazione - atto che solo il governo di Londra può compiere – per evitare periodi di incertezza e anche per dare un messaggio chiaro di forza e di non cedevolezza ad altre forze leavers in giro per l’Europa. Insomma non esistono negoziati per star dentro in maniera “diversa”. 

Così come dubito che tra le possibili strategie per costringere la Gran Bretagna ad attivare le pratiche di separazione dall’Unione europea al più presto, si possa ricorrere in estrema ipotesi all’articolo 7 del Trattato di Lisbona, che prevede la sospensione del diritto di voto di uno Stato membro negli organismi comunitari. La procedura è complessa e garantista, ma in sostanza si prevede che se uno Stato non rispetta i fondamenti di democrazia sui quali si basa l’Unione può essere così punito. 

Urge un messaggio chiaro ed inequivocabile: le istituzioni che si riconoscono nel Trattato di Lisbona hanno davanti a sé una scelta importante, che è quella di spiegare al governo di Londra che una volta vinto il Leave questa decisione si deve tradurre in una notifica e in un negoziato. 

L’accoglienza dei leader Ue e degli Stati membri durante la prima apparizione del premier, la settimana scorso al Consiglio europeo, è stata fredda se non ostile. Mi ha colpito che il Consiglio abbia dedicato pochissimo tempo e attenzione scarsa alla relazione che la premier May ha fatto sulla situazione attuale e le prospettive di inizio dei negoziati UK – Ue. Ciò che è invece emerso da un lato è la durezza con cui il negoziato si sta preparando – affidato alla regia di Michel Barnier, già ministro degli esteri e Commissario francese, che ha dovuto smentire la voce circolata di negoziati da condurre in francese!

D’altro canto è apparsa quasi surreale la dichiarazione di ottimismo della signora May e al limite del ridicolo la frase “l’Ue è ancora la migliore società del mondo” pronunciata dal presidente del Consiglio Ue, il polacco Donald Tusk. Forse non del tutto consapevole del ruolo guida del suo paese rispetto al cosiddetto “gruppo di Visegrad” che rifiuta sempre di più i cardini del processo di integrazione.

Le implicazioni per Londra e per i Ventisette potrebbero essere catastrofiche, e per Bruxelles; ad esempio, abbiamo già visto come le conseguenze della Brexit abbiano già creato gravi turbolenze dei mercati finanziari e quanto il valore della sterlina sia diminuito: grande problema, questo, per un paese che compra materie prime e prodotti manifatturieri.

Per la Gran Bretagna gli effetti di medio-lungo periodo dovranno essere valutati e ponderati. Theresa May ha sì fatto presente che in caso di vittoria a Downing Street il tema dell’immigrazione sarà affrontato contestualmente alla fine della libera circolazione. Una dichiarazione ad effetto, ma che non può non tener conto del fatto che la libera circolazione delle persone rientra tra le quattro libertà fondamentali su cui si fonda l’Europa. E che se anche una sola di queste libertà non venisse rispettata il Regno Unito non potrebbe ottenere di rimanere nel mercato interno. Il modello norvegese – invocato dai Brits - è molto chiaro: la partnership Ue - Norvegia si basa sul rispetto delle libertà fondamentali tra cui la liberta circolazione delle persone, tanto che Oslo è anche membro di Schengen. Si tratta di termini negoziali che hanno implicazioni politiche e socio economiche profondissime. Ecco perché i negoziatori britannici devono valutare prima del negoziato il reale impatto che ne deriverebbe. 

Alcuni analisti hanno stabilito che l’effetto Brexit potrebbe costare all’Europa fino a mezzo punto di Pil. Il governatore della banca d’Italia ha parlato ad inizio luglio di 0,25 – 0,26. Questo si vedrà tra qualche mese, una volta metabolizzati il crollo dei mercati ed il conseguente panico finanziario che si sono venuti a generare nelle 24 ore successive al referendum. Certo la domanda resta: vi sarà un effetto domino in direzione di altri paesi? Come ad esempio il leader euroscettico olandese Geert Wilders ha proposto di fare nel suo paese proponendo una “Nexit”. O come potrebbe accadere in Austria, se nella nuova elezione presidenziale risultasse vincitore il candidato euroscettico del FPO Norbert Hofer. E, soprattutto, accanto all’effetto domino ci sarà un irrigidimento di gruppi di paesi volto a rivendicare specifiche pretese settoriali o regionali con una sorta di Europa à la carte? Come ad esempio vogliono fare i paesi di Visegrad sostanzialmente guidati dalla Polonia, ma tra cui figura anche la Slovacchia che dal 1 luglio ha assunto la presidenza dell’unione europea. Ancora una volta l’Europa rischia di colorarsi a macchia di leopardo, un’altra realtà di Brexit su cui dobbiamo lavorare.  

Negli scorsi giorni, il presidente dell’associazione bancaria britannica Browne ha pubblicamente ammesso che le grandi banche britanniche si preparano a trasferirsi fuori dal Regno Unito nel 2017, per timore dell’effetto Brexit che sarà chiaro ed evidente solo quando i negoziati entreranno nel vivo.

Oggi le banche britanniche grazie al “diritto di passaporto” possono offrire servizi finanziari a persone nella intera Ue senza alcun ostacolo. E’ evidente che la possibilità perduta di tale prerogativa, insieme alla reintroduzione delle barriere doganali per l’uscita dal mercato comune Ue, provocherebbe danni gravissimi. Una stima della società di consulenza “Oliver Nyman”, quotata da Bloomberg, indica solo per effetto della perdita del “diritto di passaporto una riduzione di ricavi fino a 40 miliardi di sterline, e un esubero di 70 mila lavoratori del settore bancario”.

Rivelazioni non confermate pubblicate da autorevole stampa britannica parlano di una contromossa allo studio di Downing Street. Il governo britannico, una volta “libero” dal vincolo Ue, dimezzerebbe la Corporation Tax dal 20% al 10%, per indurre finanza e corporate a restare “malgrado Brexit” e per esercitare pressioni su Bruxelles a cui evidentemente questo massiccio taglio fiscale appare come lesivo della sana e leale concorrenza.

Una Corporate Tax al 10%, inferiore persino a quella irlandese del 12,5%, contro cui l’Ue sta premendo, sarebbe un terzo dell’aliquota italiana, tedesca o francese.

La mia impressione è che se tale idea venisse davvero attuata, senza limitarsi all’uso di essa come “minaccia negoziale”, l’Europa dovrebbe reagire con più, non con meno durezza. L’Europa à la carte sarebbe un pessimo esempio per altri paesi che hanno già pronta la loro lista della spesa.

Se vogliamo essere europei dobbiamo esserlo non solo a parole, ma anche sancendo una concreta disponibilità a maggiori passi verso l’integrazione e l’unità politica. Ho letto, ad esempio, che dalla Commissione europea sono filtrati suggerimenti per rafforzare le politiche di sicurezza e di difesa comuni, e per affrontare finalmente nei paesi di origine dell’immigrazione il tema degli aiuti allo sviluppo. Ma sarà questa una realtà? O saranno ancora le mille ripetute affermazioni solenni dei vertici Ue cui oramai siamo abituati? E’ chiaro anche qui che gli effetti del non decidere e del non avere una posizione politica forte su questi temi, certamente favorirà coloro che come forza centrifuga stanno spingendo in Europa per moltiplicare l’effetto Brexit.

Da convinto europeista credo sia sbagliato ripetere il mantra “più Europa”. Il voto britannico ci dice che lo slogan dovrebbe essere una “diversa Europa”. Un’Europa migliore che la smetta di fare ciò che non serve alla vita dei cittadini e di attivarsi invece per ciò che è drammaticamente importante dal punto di vista politico, economico e sociale, come ad esempio allentare il vincolo con più flessibilità per gli investimenti al fine di creare più sviluppo e occupazione, e non mettere in discussione pilastri dell’unione bancaria che includono garanzie per i risparmiatori.

Io credo che ogni paese debba ridurre la spesa pubblica e non finanziare in deficit la crescita. Ma in una situazione ancora grave con bassa crescita e stagnazione, minacciare la bocciatura della manovra per dissensi sullo 0,1 del Pil sarebbe sbagliato per l’Ue.

Più soluzioni, meno burocrazia e soprattutto meno freni alla crescita e alle produzioni nazionali. Penso ad un episodio accaduto proprio qualche mese fa e che potrebbe accelerare verso l’euroscetticismo anche la voce dell’Italia, tra i pochi paesi dove ancora forse si sostiene l’Ue. Mi riferisco all’episodio del formaggio senza latte. Come sappiamo l’Italia (a differenza di altri Paesi) ha una legge severa che impone di fare tutti i formaggi usando il latte vero, e proibisce l’uso dei succedanei. Ma, notizia di qualche mese fa, la Commissione europea ci ha inviato una diffida, per imporre “la fine del divieto di detenzione e utilizzo di latte in polvere, latte concentrato e latte ricostituito nella fabbricazione dei prodotti lattiero-caseari”. In parole povere Bruxelles decide che per adeguarci a quanto in uso negli altri Paesi europei dobbiamo permettere anche noi la produzione del formaggio “zero latte”. Ecco, non è così che si aumenta il prestigio e la legittimità delle istituzioni europee. È ovvio che la enorme filiera della produzione alimentare dei produttori caseari italiani comincerà a chiedersi se questa Ue non sia un danno permanente anziché un’occasione come abbiamo raccontato finora.

E’ in un ambito assai più ampio, relativo alla politica estera, è ormai chiara a tutti l’assurdità delle sanzioni economiche contro la Russia, che paralizzano certo solo gli europei – e moltissimo le aziende italiane – e non certo gli USA che le hanno richieste e promosse a noi alleati.

In un momento in cui la priorità è sconfiggere insieme il terrorismo e non l’Ucraina, e l’impegno della Russia è essenziale e riconosciuto, bene ha fatto il nostro governo a far cancellare dall’ultima risoluzione del Consiglio europeo persino il riferimento indiretto a “nuove sanzioni” contro Mosca, laddove si dovrebbero rapidamente revocare quelle esistenti.

Insomma, se in un momento così critico, dopo la Brexit, vengono in mente queste azioni, allora vuol dire che non si è capito nulla di quali possano essere le reazioni dei popoli se vengono provocati nella loro identità, storia e cultura. E’ ora che Bruxelles capisca che queste decisioni portano acqua solo a chi vuole moltiplicare le Brexit in altri capitali europee. 

Agire vuol dire consolidare una politica europea che guardi alle sfide di medio e lungo termine. Non possiamo ad esempio continuare a nicchiare sull’immigrazione, perché se non la governiamo il fenomeno ci travolgerà. Ed è un altro elemento straordinario che non possiamo confondere con il populismo. Agire vuol dire rispondere con più sicurezza alla paura di chi abita nei quartieri poveri delle città. Agire vuol dire che non si può balbettare se la Scozia chiede un incontro con le istituzioni europee per negoziare il distaccamento da Londra e aderire all’Europa. Agire vuol dire svegliarsi sulle prospettive strategiche ad Est oltre che a Sud.

Il popolo inglese ha detto di no a un progetto di accordo sbagliato, un progetto deciso sopra le loro teste. Un progetto che il popolo (e non solo quello inglese) ha percepito infine come proprio nemico. Ed è precisamente questo il punto: una “diversa Europa” vuol dire un progetto amico e non nemico dei popoli. Qui non è in gioco solo il diritto della Gran Bretagna di uscire dall’Unione, ma anche il dovere di Bruxelles di evitare una fuga generalizzata dall’Unione.

28.10.16 | Posted in , , , , | Continua »

‘Europe lacks vision & leadership to address migration’ - live interview to Russia Today


The EU left Italy to deal with the refugee crisis alone “for many years” before realizing it was a pan-European issue, Franco Frattini, Italy’s former foreign minister who has also served as European Commissioner for Justice, Freedom, and Security, told RT.

Dealing with the EU’s immigration policies was part of Frattini’s job on the European Commission. He said powerful members of the alliance like Germany were reluctant to speak out against the status quo.

“The situation was not changing at all through the years. Then suddenly [they] realized that migration is a European issue, not a Sicilian or Italian or Greek. They realized [that there were] Balkan routes. At that moment they said: ‘Oh! We need border sharing, we need a distribution, we need to block our external borders,’” he said.


Frattini said that, during his tenure as a European Commissioner, he had suggested measures to make the EU’s borders more secure, but they were rejected.

“President of the European Commission [Jean-Claude] Juncker said a few days ago, ‘Frattini’s plan was never adopted; we need to re-propose it now ten years later.’ I’m not saying this to say I was good. But unfortunately Europe is lacking vision and leadership to address migration,” he said.

Now the problem has grown into one of the most important issues facing the EU, Frattini said. Attitudes towards refugees is now a key factor in elections all across Europe.

“In France, Marine Le Pen wants to get votes on [the refugee issue] and the government is rejecting it. Germany is going to election. This is one of the most important points at stake. The rightists are getting votes in all the regional elections in Germany on this. Austria will likely vote for an anti-migrant president, again on this. They close the border between Austria and Italy for weeks and months on this!” he said.

Frattini also spoke to RT about the ongoing stand-off in Syria, where the violence has continued since the US broke off cooperation with Russia on a ceasefire and is reportedly considering attacking Syrian government forces.

The former minister said the current wave of confrontational rhetoric is unlikely to lead to any breakthrough in Syria, and that the key players must cooperate and compromise to find a meaningful solution to the crisis.



“Some years ago, [US] President [Barack] Obama made a formal proposal to the European allies to go to war against Assad. And he realized even his closest ally, [then-UK Prime Minister David] Cameron, did not find a majority in the House of Commons. And the proposal has been withdrawn,” Frattini said.

“Then we moved from the failed proposal to go to war to an opposite proposal – to cooperate on Assad to dismantle [the Syrian] chemical arsenal. Russia, the East, Europe agreed, and it was the only successful example of cooperation since the beginning of the crisis in Syria. So my moral is: cooperation – success; fighting, confrontation, threats – failure.”

10.10.16 | Posted in , , , , , , , , , , | Continua »

Working dinner con Peter Altmeir per un confronto sull'immigrazione


Grazie alla Konrad-Adenauer-Stiftung Rom e alla direttrice Caroline Kanter per aver organizzato un'interessante scambio di riflessioni ed idee con Peter Altmaier sul complesso tema delle migrazioni. Un sincero amico ed un eccellente collega con cui ho avuto il piacere di lavorare proprio sui temi della sicurezza e dell'immigrazione durante il mio mandato in Commissione Europea. 



7.10.16 | Posted in , , , , | Continua »

MURO DI CALAIS/ Frattini: gli inglesi e la Merkel hanno isolato l'Italia





Intervista a Il Sussidiario

Il governo britannico inizierà la costruzione di un muro vicino a Calais per impedire l’ingresso dei migranti nel Regno Unito. Lo ha reso noto la Bbc, che cita il ministro degli Interni Robert Goodwill. Il muro sarà alto 4 metri e correrà per 1 chilometro su entrambi i lati della strada principale verso il porto di Calais. Il ministro Goodwill ha affermato che la sicurezza è “calpestata” in quanto i migranti continuano a cercare di salire a bordo di veicoli diretti verso la Gran Bretagna. Ne abbiamo parlato con Franco Frattini, ex ministro degli Esteri ed ex Commissario Ue per la Giustizia, la Libertà e la Sicurezza.

Che cosa ne pensa della decisione di costruire un muro anti-migranti a Calais?
Il muro sull’autostrada di Calais è l’effetto dell’esasperazione che si vive in Gran Bretagna, come del resto in Ungheria o Bulgaria, di fronte all’incapacità dell’Europa nel gestire il fenomeno migratorio. Quando si fa una sorta di “Tana libera tutti”, ognuno si costruisce il proprio muro.

Che cosa sta avvenendo in Europa?
Quello di Calais è l’ennesimo segnale di uno sfaldamento completo dell’Europa, perché malgrado la Brexit il Regno Unito è ancora oggi membro dell’Ue e la Francia è uno dei suoi Paesi fondatori. Si sceglie quindi di ricorrere a soluzioni nazionali, che chiaramente sono l’effetto di una reiterata sfiducia verso la nullità dell’azione europea.

La Merkel ha affermato che la situazione è migliorata rispetto a un anno fa. E’ così?
E’ migliorata dal punto di vista degli interessi della Germania. La rotta balcanica è stata chiusa a forza di muri, ma è ancora oggi stra-aperta la rotta siciliana. Ogni giorno da noi arrivano enormi quantità di persone, che non si distribuiscono più in rotte diverse perché oggi quella italiana è l’unica a essere rimasta agibile.

La cancelliera tedesca ha aggiunto che rifarebbe gli accordi con la Turchia. Condivide questa posizione?
Mi rendo conto che la Merkel ha dei problemi per quanto riguarda la politica interna, ma la situazione non è migliorata grazie all’accordo con la Turchia bensì grazie alla collaborazione che Ankara sta garantendo su base unilaterale.

In che senso?
Oggi la rotta balcanica è chiusa solamente per la buona disponibilità della Turchia, mentre da parte dell’Ue quell’accordo è ancora in larga parte non adempiuto. Si sta parlando del rinvio di un semestre della liberalizzazione dei visti con la Turchia, che era il punto politico più importante che aveva indotto Erdogan a mettere la firma sull’accordo. La Turchia sta agendo con responsabilità, ma bisogna ricordarsi che quell’accordo da parte dell’Ue è stato inapplicato.

E’ l’unico errore commesso finora da Bruxelles?
No. L’Ue è stata completamente nulla nel moltiplicare gli accordi di riammissione con i Paesi d’origine e di transito. Ancora una volta la Merkel parla di accordi con Libia, Tunisia ed Egitto. Di fatto però questi accordi, che sono stati stipulati dall’Italia come Stato nazionale, sono resi non funzionanti per il fatto che manca la ratifica europea.

Il milione di profughi presenti in Turchia è un’arma nelle mani di Erdogan. Come disinnescarla?
Noi la dovremmo disinnescare in primo luogo rispettando gli accordi europei. Qualche mese fa il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, ha ammesso che dei 5 miliardi di euro promessi a Erdogan ne sono stati erogati solo poche briciole. Inoltre non possiamo bacchettare la Turchia ogni giorno per ogni sorta di problemi e nel contempo volere che ci tenga fermi i rifugiati. E’ necessario quindi concedere i visti liberalizzati, perché quando si firma un accordo poi va rispettato.

Anche dopo la repressione del colpo di Stato da parte di Erdogan?
Neanche a me piace vedere i giornalisti turchi incarcerati. Ma nel prossimo vertice di Bratislava i capi di governo dovranno stabilire se la Turchia sia ancora un partner dell’Ue. Se ritengono che sia un partner e nello stesso tempo si bloccano i negoziati per l’adesione, conoscendo Erdogan questa cosa durerà poco. Prima o poi la bomba a orologeria dei migranti comincerà a ticchettare.

Intanto l’Italia sta accogliendo i profughi che arrivano via mare. Quali alternative avremmo?
Abbiamo solo due alternative. La prima è chiarire se sia stato stracciato o meno l’accordo preso dai capi di governo sulla distribuzione dei migranti e dei rifugiati tra i Paesi che hanno attuato pienamente gli hotspot per l’identificazione. Il nostro governo infatti ha completato gli hotspot al 100 per cento, ma la redistribuzione non è partita. Se l’accordo non è stato stracciato, l’Ue deve ridistribuire i profughi che arrivano in Italia tra i vari Paesi membri.

Qual è la seconda alternativa?
Dieci anni fa ho lavorato su una proposta che poi è stata bocciata dal Parlamento Ue, perché ritenne che non era compatibile con i diritti umani, mentre nella realtà è esattamente il contrario. La mia idea consiste nell’affidare all’agenzia per i rifugiati dell’Onu la creazione di centri di identificazione nei Paesi di transito quali Libia e Tunisia. L’obiettivo sarebbe quello di stabilire chi può aspirare allo stato di rifugiato e chi no prima che questi disperati siano partiti.

(Pietro Vernizzi)

8.9.16 | Posted in , , , , , , , | Continua »

Il vero conflitto di Renzi è con Berlino e non con Bruxelles (Intervista EUnews)

Renzi Merkel

Quando verrà in Italia, venerdì prossimo, il presidente dell’esecutivo europeo, Jean Claude Juncker dirà al presidente del Consiglio Matteo Renzi “che la Commissione ritiene la flessibilità un principio ispiratore dell’attuale Unione europea”. Le “posizioni francamente troppo rigide” sul rigore di bilancio, per il presidente della Sioi Franco Frattini, ex commissario europeo alla Giustizia, appartengono ad altri, “come il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble”. È dunque con Berlino e non con Bruxelles, a suo avviso, il vero conflitto da affrontare per l’inquilino di Palazzo Chigi. Anche riguardo alle proposte per l’Europa presentate lunedì, positive secondo l’ex ministro degli Esteri, il vero scoglio è la Germania che si oppone a “ogni misura di solidarietà” in campo finanziario. L’ex commissario lo spiega in una intervista in cui affronta anche il tema della Brexit e dei diversi gradi di integrazione in “un’Europa a cerchi concentrici”.
ITALY-VOTE-BERLUSCONI
Presidente Frattini, il premier Matteo Renzi non perde occasione per attaccare la Commissione europea sulla flessibilità di bilancio. Sbaglia, come ritiene l’ex capo dell’esecutivo Mario Monti?
Ogni Paese ha ragione a sollevare questioni di rilevante interesse nazionale, se questo non è in contrasto con gli interessi dell’Ue. Sostenere la flessibilità non vuol dire frenare l’integrazione, ma soltanto attuare quei principi già scritti nei Trattati. Renzi sbaglia a dare l’impressione che la flessibilità non sia già prevista, che sia una cosa da introdurre, ma ha sicuramente ragione quando – a fronte di posizioni francamente troppo rigide, come quelle del ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble – sostiene una visione che a mio avviso è più europea di quella della Germania. L’esempio ultimo, la proposta di porre un limite del 25% ai titoli di Stato nei portafogli delle banche è un dito nell’occhio all’Italia. Era fin troppo chiaro che dovessimo reagire.


Quindi il vero conflitto non è con Bruxelles ma con Berlino?
Certo. C’è una trazione tedesca che sotto certi punti di vista va indubbiamente corretta. Ho sentito il presidente della Commissione europea, Jean Claude Juncker, dire alla Plenaria di Strasburgo che bisogna contrastare, parole sue, la “stupida austerità”. Sono frasi che ricalcano esattamente quelle del governo italiano. Invece Schaeuble fa quel discorso sulle banche e si oppone radicalmente a qualsiasi tipo di intervento di solidarietà nel sistema bancario, dicendo che l’Unione bancaria non sarà completata (con il sistema europeo di garanzia sui depositi, ndr) finché non saranno introdotti questi limiti alle banche nazionali. È qualcosa che va oltre l’attuale politica della Commissione Juncker, che appunto non mi sembra di “stupida austerità”, ma di attenzione alla flessibilità. Anche le parole del commissario agli Affari economici, il francese Pierre Moscovici, sono tutte ispirate alla flessibilità e non a un rigore ‘teutonico’.


La visita di Juncker a Roma, venerdì prossimo, ripianerà i contrasti tra l’esecutivo italiano e quello comunitario?
Juncker, renzi, polemiche
Juncker e Renzi
La visita servirà a Juncker per dire al governo italiano che la Commissione ritiene la flessibilità un principio ispiratore dell’attuale Unione europea. Questo dovrebbe rassicurare il governo. Servirà poi al nostro esecutivo per dire alla Commissione che, se ritiene la flessibilità importante, deve comportarsi di conseguenza. Se l’Italia chiede uno 0,2% di flessibilità ulteriore, per gli oneri enormi sostenuti per rifugiati e migranti – problema affrontato in solitudine finché non è diventato comune all’Europa, quando si è aperta la rotta balcanica – riconoscere quello 0,2% non è un regalo ma il rimborso di un onere che l’Italia ha assunto nell’interesse dell’intera Europa.

Juncker vedrà anche il presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano. Trova strano che in agenda ci sia anche questo incontro non proprio istituzionale?
Mi sarei stupito del contrario. Juncker ha sempre avuto una grande attenzione al presidente Napolitano. La loro amicizia si è rafforzata quando l’ex capo dello Stato presiedeva la commissione Affari costituzionali del Parlamento europeo. Napolitano è indubbiamente uno statista internazionale ma ha lavorato anche in modo operativo sull’Europa. Quello che ha fatto lì e quello che ha fatto dopo, da capo dello Stato, rendono assolutamente normale questo incontro.


Napolitano
Quindi, nonostante i richiami di Napolitano a Renzi, proprio sugli attacchi contro la Commissione, quella di Juncker è solo una visita d’amicizia e sbaglia chi vede altro?
Credo che il presidente Napolitano, a cui in fondo si deve la nascita del governo Renzi, non possa essere sospettato di inimicizia verso l’attuale esecutivo. Juncker non andrà a trovarlo per trovare argomenti contro Renzi, ma per ascoltare una voce talmente autorevole che merita di essere ascoltata. Sono convinto che Napolitano gli dirà le cose che ha sempre detto in pubblico e in privato, e cioè che le regole dell’Europa vanno rispettate tutte quante. La flessibilità è una, il rispetto dei limiti di bilancio è un’altra: vanno rispettate entrambe.


Ieri il governo italiano ha presentato un documento con le sue proposte per il futuro dell’Europa. Come le giudica?
La parte più importante di questo pacchetto del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, è quella in cui auspica un’accelerazione verso l’unione bancaria e gli ulteriori passi dell’Unione monetaria. Dopo quanto accadde quando in Italia c’era il governo Monti e poi quello di Enrico Letta, siamo rimasti un po’ in mezzo al guado. Abbiamo affidato alla indubbia capacità del presidente della Bce, Mario Draghi, la decisione di adottare “whatever it takes”, tutto ciò che occorre, per frenare gli attacchi speculativi. Ma non si può sempre fare carico alla Banca centrale europea, sempre al quantitative easing, di adottare misure strutturali. Quindi è molto giusta quella parte organica del pacchetto Padoan in cui si dice che non possiamo rimanere bloccati a un’Unione bancaria annunciata e non completata, a un’Unione monetaria annunciata e poi affidata solo alle mani di Draghi. Mi preoccupa piuttosto la risposta tedesca. Perché quell’impegno a uscire dal guado era stato preso. Nessuno, prima, aveva posto questa nuova condizione del tetto al 25% per i Bond nella pancia delle banche nazionali. Se mettiamo sempre nuove precondizioni, c’è da chiedersi chi sia davvero a voler frenare l’integrazione europea.


Nel documento italiano si parla anche del ministro delle Finanze dell’Eurozona, una proposta tedesca.
A me piace quella proposta, ma adesso i tedeschi ne rifiutano la paternità. Dicono che ci può essere un ministro delle Finanze dell’Eurozona a condizione che vi sia un sistema, sostiene Schaeuble, accentrato e rigoroso. Questo, tradotto, vuol dire soltanto austerità. Se mettiamo come precondizione che ogni misura di solidarietà tra Paesi, in questo campo, va esclusa e ognuno si tiene i problemi suoi, questo ministro delle Finanze europeo è solo un regolatore del traffico e non un attore politico, come io vorrei e credo anche il governo auspichi.


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La proposta italiana è di dotare questa figura di risorse proprie per perseguire politiche di crescita e occupazione.
Se non diamo a questo ministro la possibilità di essere un attore con i soldi di tutti, e continuiamo a dire che c’è il ministro delle finanze dell’Eurozona ma ognuno pensa al proprio bilancio con soldi del proprio bilancio, diventa una figura vuota. Noi proponemmo gli eurobond. Non li chiameremo eurobond, ma qualche iniziativa a vantaggio di tutti la dobbiamo adottare. Se la Germania dice no perché vuol dire che il contribuente tedesco concorre a un progetto che serve anche al contribuente italiano, questa è la fine della solidarietà europea. Dunque, molto bene la proposta Padoan, se non la circondiamo di precondizioni a ogni virgola.


Un altro punto che richiama la solidarietà è la proposta di un sussidio di disoccupazione europeo. Anche qui ci sono ostacoli?
Questa è forse la proposta più difficile da realizzare. La ragione è che sempre, anche nel Trattato di Lisbona, è stato detto che il tema del welfare e del lavoro è nazionale. Mai è stato accettato il principio che vi sia normativa europea sul welfare, perché oggi parliamo di sussidio di disoccupazione pagato da tutti a vantaggio di alcuni, domani si dirà che l’Europa deve stabilire anche il livello minimo di assistenza sanitaria negli ospedali, poi si andrà a stabilire qual è il livello minimo accettabile di pensione sociale. Piaccia o no, sono elementi sui quali esistono differenze enormi tra Paese e Paese. Quando si va alla materia del welfare e del lavoro ci si scontra con una tradizione che l’Europa ha sempre salvaguardato: quella della competenza nazionale. Io sono un federalista per natura e quindi mi farebbe piacere, ma devo ammettere che è una delle cose più difficili da attuare.


La questione del welfare è stata la più spinosa anche nel negoziato con il Regno Unito. Come giudica l’accordo raggiunto dal Consiglio europeo per evitare la Brexit?
Ritengo sia positivo perché abbiamo evitato il peggio: vedere il premier David Cameron fare campagna in favore della Brexit insieme con il sindaco di Londra Boris Johnson. Questo sarebbe stato per l’Europa un costo maggiore rispetto al prezzo che dovremo pagare per quel pacchetto di concessioni che abbiamo riconosciuto. Credo che ci sia una tendenza, difficilmente evitabile, per un’Europa a cerchi concentrici. Vi sono Paesi, quelli dell’Eurozona anzitutto, che dovranno lavorare per una integrazione ancora più forte, e altri – penso al Regno unito ma anche alla Polonia con il nuovo governo – che di questo non vogliono sentire parlare. O diciamo la parola fine all’Europa per com’è, e sarebbe una catastrofe, oppure dobbiamo accettare il compromesso di dare più flessibilità ad alcuni Paesi, ma in cambio mantenerli nel sistema del mercato unico.


Molti hanno denunciato il rischio che il negoziato con il Regno unito apra la porta a future rivendicazioni da parte di altri Paesi, facendo arretrare l’integrazione. È un pericolo concreto?
Cameron Brexit
David Cameron
Il rischio c’è. Nuove rivendicazioni di altri Paesi potranno essere presentate. Però, qua si gioca anche con la forza di chi fa la richiesta. Non voglio fare nomi, ma non vedo un Paese forte come il Regno unito – e con leader capaci come è stato Cameron – in grado oggi di fare tali richieste. Con tutto il rispetto per ognuno dei 28, ma una cosa è che una riforma profonda la chieda l’Inghilterra, una cosa è se la chiede un altro Paese, escludendo quelli fondatori che non credo porranno simili questioni.

Il premier Renzi ritiene che sarebbero i britannici a rimetterci di più da un’eventuale Brexit. Qual è il suo giudizio?
Ci perderemmo egualmente tutti quanti. Sicuramente i britannici perderebbero moltissimo se il 23 giugno votassero per la Brexit. In primo luogo il ruolo della City di Londra, che diventerebbe una normale piazza finanziaria come le altre, mentre oggi è forse il centro della finanza internazionale. Poi, perderebbero moltissimo perché non sono un Paese manifatturiero. Importano ed esportano, sono un Paese distributore. Se venissero circondati dalle dogane perché sono fuori dal mercato unico, è facilissimo immaginare quale danno economico ne avrebbero. Perderebbero anche in termini di sicurezza, perché è vero che sono un importante Paese della Nato, ma l’Europa si difende se sta unita. Se la Gran Bretagna ne stesse fuori, non ci sarebbe lo stesso livello di solidarietà interna. In casi come quelli, gravissimi, di attacchi terroristici o di flussi migratori incontrollati, il Regno unito sarebbe meno protetto, non più protetto. Penso che almeno queste tre buone ragioni siano molto chiare agli elettori inglesi.


Nella sua veste di consigliere della Serbia per l’ingresso nell’Ue, che ricadute può avere su quel percorso la recente richiesta di adesione della Bosnia-Herzegovina, e come è stata presa la notizia a Belgrado?
La Bosnia è oggettivamente, nei Balcani, il Paese che presenta ancora le maggiori problematicità. Per dirne una, la riforma costituzionale attesa ormai da lunghissimi anni non è stata ancora completata. La Bosnia deve fare ancora dei grandissimi passi avanti per poter essere qualificabile come Paese candidato all’ingresso nell’Unione europea. Se vi sarà buona volontà da parte bosniaca, uno dei passi importanti dovrà essere la normalizzazione vera dei rapporti con i vicini, anzitutto con la Serbia, perché quello che è accaduto a Srebrenica, dove il premier Serbo, Alexsander Vucic, fu aggredito quando andò semplicemente a rendere omaggio alle vittime, mostra che anche culturalmente ci sono ancora tanti passi avanti da fare.

24.2.16 | Posted in , , , , , , | Continua »

Europa: Italia isolata? Talvolta meglio soli che male accompagnati


A Londra conviene restare nell' Ue. 
Banche? Renzi difende i nostri interessi. 

Intervista ad Avvenire
di Marco Iasevoli

«Quanti vertici spartiacque, o presunti tale, ci sono già stati? Ormai diffido di queste formule». Anno dopo anno, esperienza dopo esperienza, un filo di scetticismo ha fatto presa anche su Franco Frattini, ex ministro degli Esteri ed ex commissario Ue, europeista senza se e senza ma. «Non mi aspetto grandi cose, a essere sincero. Anzi, mi correggo, mi aspetto un segno forte e chiaro: un 'no' netto a ogni ipotesi di sospensione di Schengen. Se cade Schengen l' Europa smette di fare l' Europa, smette cioè di essere una cornice di principi che non si fa impressionare dalle emergenze di oggi e di domani».

L' emergenza del giorno si chiama Brexit...
Recentemente sono stato a Cambridge a parlare a parlamentari britannici e ho provato a spiega- re che l' uscita della Gran Bretagna dall' Ue è un danno innanzitutto per loro. Per tre motivi: perché la loro city finanziaria è così centrale solo perché sta nel cuore dell' Europa; in second' ordine perché loro, Paese commerciale, traggono grandi benefici dal mercato unico e nemmeno possono pensare di avere dogane ai confini; non trascurerei infine la minor sicurezza che, fuori dal contesto europeo, si darebbe ai cittadini del Regno Unito. Quello inglese è un popolo pratico, sa cosa e come scegliere. Il mio timore è che a Cameron, ai fini del referendum, non possa bastare una specie di dichiarazione d' intenti del Consiglio Ue: gli occorre qualcosa di più solido, una seria proposta legislativa di modifica dei Trattati.

L' Italia è attrice o spettatrice in questa vicenda?
Credo che Roma abbia fatto i passi giusti. Gentiloni è stato il primo a scrivere una lettera insieme al suo collega britannico sul futuro dell' Ue. La Farnesina inoltre ha promosso un tavolo tra i Paesi fondatori, per recuperare 'lo spirito delle origini'. E il nostro premier ha sostenuto Cameron in richieste sacrosante: meno direttive sulle dimensioni delle vongole, più poteri ai Parlamenti nazionali per esercitare la loro sovranità, meno burocrazia. E poi credo che Roma condivida l' approccio dei due cerchi concentrici: il cerchio dei Paesi dell' Eurozona, che condivide le scelte di politica monetaria; e il cerchio più ampio dei 28, che assumono insieme scelte che richiedono una condivisione più ampia, come per l' immigrazione.

Il premier Renzi è sbarcato a Bruxelles preceduto dalla eco dello scontro con Monti e dai giudizi negativi di alcuni 'padri dell' Europa' sui suoi recenti attacchi a Merkel e Commissione...
Non darei un valore esagerato al battibecco al Senato tra Monti e il premier né a tutti i battibecchi delle ultime settimane. Dopo le parole animate poi seguono sempre gli accomodamenti. Anche Juncker, negli ultimi giorni, è stato molto accomodante. Non credo che Renzi venga percepito fuori dai confini come uno 'sfascia- Ue'.

Sulle banche le sue parole sono state durissime...
E ha fatto bene. Nessun premier italiano di nessun colore politico potrà mai accettare un limite ai bond governativi che le banche devono tenere in pancia. È come metterci due dita nell' occhio, è una proposta mortale. Farlo poi in un momento di fibrillazione dei mercati dà quasi l' impressione della premeditazione. Roma è europeista ma non può non parlare quando si attenta in modo così forte, anche come ipotesi di lavoro, all' interesse nazionale. Renzi non si vuole suicidare ma non può nemmeno assistere inerme a tentativi di omicidio.

Quando però Roma alza la voce in diversi dicono che non abbiamo alleanze forti per sostenere le nostre posizioni.
E io vado controcorrente. Talvolta 'meglio soli che male accompagnati'.

Cosa vuol dire?
Se la nostra compagnia devono essere quelli di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia), quelli che vogliono muri e filo spinato, allora meglio difendere i nostri interessi senza reti. Siamo la terza economia dell' Ue, siamo un Paese fondatore, abbiamo tutto il peso necessario per sostenere le nostre posizioni.

19.2.16 | Posted in , , , , , | Continua »

Frattini: i Balcani lasciati soli dall’Ue a gestire l’emergenza


L’ex ministro, atteso martedì a Trieste, spiega la situazione: "Dietro il reticolato in Istria la diffidenza verso Bruxelles. Russia essenziale per abbattere l’Is" 

di Mauro Manzin per Il Piccolo

TRIESTE. Unione europea grande assente nella crisi dei migranti. Non ha dubbi l’ex ministro degli Esteri Franco Frattini: i Paesi lungo la rotta balcanica sono stati lasciati soli e da soli hanno gestito il flusso di profughi, ma con iniziative - vedi filo spinato tra Slovenia e Croazia - che rischiano di “uccidere” Schengen e lo spirito stesso dell’Europa unita uno dei cui pilastri è proprio la libera circolazione delle persone.

Frattini sarà martedì 26 gennaio alle 11.30 al Mib School of Management a Trieste (largo Caduti di Nasiriya) dove terrà la conferenza organizzata dal Mib con l’Ince “Un allargamento graduale, una stabilizzazione duratura: l’Ue e i Balcani”
Entrata libera, previa registrazione 
(segreteria Ince: cei@cei.int o tel- 040 7786722; 
o comunicazione@mib.edu o tel. 040 9188.110 - 128).

Come stanno reagendo i Paesi balcanici alla crisi dei migranti? In tanti casi stanno reagendo in modo più europeo di altri Paesi europei.

Quali sono questi casi?
Mi riferisco a quanto è avvenuto in Serbia o agli sforzi che ha fatto la Macedonia, che pure è un Paese che ha grandi criticità interne e ciò nonostante hanno evitato di moltiplicare muro e ostacoli e hanno cercato semmai di coinvolgere l’Europa, quello che in realtà avrebbero dovuto fare tutti i Paesi europei che invece hanno pensato di fare gran barriere, fili spiniati, penso alla Slovenia, alla Croazia, all’Ungheria.

A proposito di muovi “muri” come giudica il filo spinato steso dalla Slovenia al confine con la Croazia?
Sono dei gesti che si giustificano con esigenze di politica interna. Quasi tutti questi Paesi votano chi prima, chi poi, ma dimostrano debolezza nel non affidarsi all’Unione europea e un atteggiamento di diffidenza rispetto a quello che l’Europa dovrebbe fare. È un po’ un circolo vizioso perché, a onor del vero, non è che l’Europa dia tutte le risposte che dovrebbe dare.

E questa mancanza d’Europa che cosa determina? 
I Paesi si sentono abbandonati e costruiscono i fili spinati e per questo l’Europa li bacchetta e dice: «Allora pensate agli affari vostri e noi ci defiliamo» e gli Stati rimangono ancora più soli.

Posizione invero poco costruttiva quella di Bruxelles... 
Certo perché si passa dal “muro”, dal filo spinato alla sospensione di Schegen e questo vale per l’Austria ed è valso per la Svezia, la Danimarca quindi si crea una spirale negativa in cui i Paesi dei Balcani hanno però dato un esempio positivo.

A proposito di “muri” ora si pensa di costruirne uno al confine tra Macedonia e Grecia... 
Sì, e così si isola la Grecia perché si sospetta, si teme o si constata che Atene è uno dei punti deboli per il passaggio attraverso la Turchia e la Siria ma questo non sarebbe un altro bel segnale perché a forza di moltiplicare muri e ostacoli l’Europa dà un segnale non particolarmente positivo.

Il filo spinato sloveno corre anche lungo l’Istria dove sia gli istriani che la minoranza italiana si sentono “spezzati” da questo “muro”...
È vero. Non avremmo voluto più vedere fili spinati invece per la “debolezza” del sistema di reazione e anche di prevenzione stiamo vedendo fili spinati che si moltiplicano in un contesto che io stesso da commissario europeo aprii quando innaugurammo lo spazio Schengen allargato a dicembre 2007. Soltanto nove anni dopo ci ritroviamo di nuovo con i muri e con i blocchi. È un segnale triste di un fallimento di quelle politiche europee su cui noi oggettivamente avevamo contato ossia la politica di libera circolazione delle persone.
to di chi si è portato a casa un pezzetto del “muro del premier Cerar”

Cambiamo argomento: l’Europarlamento ha detto sì al Trattato di associazione e stabilizzazione con il Kosovo. Un semaforo verde importante? 
È importante perché da un lato premia gli sforzi del Kosovo, dall’altro resonsabilizza il Kosovo. Io francamente credo che il Kosovo debba fare degli sforzi ulteriori. Quando sento dire, ad esempio, che al prossimo incontro bilaterale con la Serbia il premier di Priština sarebbe intenzionato a non presentarsi, ecco questi sono messaggi molto negativi. Se si interrompe il dialogo bilaterale sulla cosiddetta normalizzazione si fa un danno grave.

Come si dovrebbe agire allora? 
È un passo al quale il Kosovo ci teneva moltissimo e quindi mi auguro che la leadership kosovara faccio tutto quello che deve fare per proseguire il dialogo sulla normalizzazione visto che dalla parte serba c’è una disponibilità che in passato non c’è stata.

A proposito di Serbia. Belgrado ha da poco iniziato ad esaminare i primi capitoli per l’adesione all’Unione europea ma continua ad avere un atteggiamento da “Giano bifronte” in quanto intrattiene strettissimi legami anche con la Russia dalla quale sta acquistando anche armamenti... 
Credo che la Serbia faccia bene a mantenere il suo legame storico con la Federazione russa e che questo possa anzi essere un valore aggiunto che la Serbia porta mentre sta negoziando conl’Unione europea. Vu›i„ ha fatto bene a spiegare alla dirigenza europea che non ci può e non ci deve essere un segnale di alternativa: o mantieni i rapporti con l’Unione europea o mantiene i rapporti storici con la Russia. Questo sarebbe sbagliato, come è stato estremamente sbagliato all’inizio del partenariato orientale dire all’Ucraina, in un contesto molto diverso, scegli se contnui a guardare alla Russia oppurer segui l’Europa. Questo genere di aut aut si è dimostrato deleterio per quanto riguarda l’Ucraina, sarebbe altrettanto deleterio per la Serbia. Sono contento che Vu›i„ abbia trovato anche con la Merkel argomenti per spiegare che questo antagonismo non ci può essere.

Quindi la Serbia nell’Unione europea potrebbe essere un ponte verso Mosca... 
Certo, visto che poi tutto il mondo si rende conto ormai che la Russia è essenziale se vogliamo combattere il terrorismo, se vogliamo abbattere l’Is, e allora come si fa ad antagonizzare la Federazione russa?

E come si pone l’Italia? 
L’Italia ha una posizione assolutamente in questo senso, ritiene che la Russia si aun partner importante e, come è noto, lavora affinchè la politica delle sanzioni venga ripensata il più presto possibile.

Quindi ci potrebbe essere anche un asse importante Italia-Serbia-Russia? 
C’è sempre stato. So che anche l’attuale governo, come i precedenti, su questo ha sempre avuto una sintonia particolare ed è una delle ragioni anche di tipo geostrategico per cui l’Italia ha sempre così fortemente sostenuto le ragioni della Serbia nell’adesione all’Unione europea.

25.1.16 | Posted in , , , , | Continua »

Frattini: torna lo spettro del 2011 «Europa violenta con chi si ribella»


Intervista con il Quotidiano Nazionale


IL «GRANDE complotto» europeo, temuto dai renziani, riporta alla mente il 2011. Cinque anni fa Silvio Berlusconi, dopo un’estate sull’ottovolante per colpa dello spread (il differenziale tra il Bund tedesco e il Btp decennale italiano, ndr), fu costretto a passare il testimone a Mario Monti. Durante quell’anno di passione, il ministro degli Esteri del Pdl era Franco Frattini che, oggi, «fuori dalla mischia politica», analizza il braccio di ferro tra Roma e Bruxelles.

Si può paragonare il presunto «complotto» di oggi coi fatti del 2011?
«Ci sono molte analogie. Oggi, come allora, quando un governo rafforza la sua azione politica cercando di scavalcare le regole di Bruxelles, le istituzioni europee reagiscono violentemente. Capitava con Berlusconi e adesso con Renzi».

Berlusconi nel 2011 si dimise. E Renzi? 
«Allora la situazione politica interna era molto più complicata. Dentro il nostro governo c’erano divergenze tra i partiti della maggioranza, diversità di vedute col ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, le note vicende giudiziarie di Berlusconi. Ricordate il sorrisetto di Merkel e Sarkozy quando venne chiesto loro se avevano fiducia nell’Italia? C’era in atto un attacco da parte dell’Europa che era anche personale».

Oggi non c’è il Rubygate, ma la tensione resta alta.
«Sì, ma tra l’Europa e Renzi c’è ‘solo’ un contrasto politico».

Ieri, poi, da Juncker e dalla Merkel, tramite il suo portavoce, i toni sono stati più soft.
«Si sono resi conto che quello che sta dicendo Renzi, allo stesso modo di Berlusconi, non è un attacco contro l’Europa, ma un tentativo di preservare la dignità nazionale».

Nessuna missiva in arrivo, quindi?
«Non credo che la Bce arriverà a scrivere una lettera come accadde a noi. Oggi, poi, a differenza del 2011, c’è lo scudo del Quantitative easing».

Le nostre banche, però, sono nel mirino.
«Come dice Padoan, non temo rischi seri di tenuta del nostro sistema bancario. La Commissione sta valutando la legge di Stabilità e la Bce ha fatto filtrare molte critiche sulla manovra in debito. Ma se allora ci dettarono i compiti, oggi non capiterà».

Anche se Renzi alza la voce? 
«Bastano i dubbi della Bce sulla manovra e le richieste dell’Italia di scomputare dal calcolo del deficit molte spese (immigrazione, sicurezza e il contributo sulla Tuchia) per far imbestialire l’Europa. L’Ue vuole il monopolio assoluto della politica nazionale degli Stati membri. La Commissione è abitutata ad agire senza che nessuno disturbi il manovratore».

L’Italia accusa l’Europa di usare due pesi e due misure.
«È sempre stato così. Quando c’era Berlusconi l’Ue era a trazione franco-tedesca. Oggi c’è solo la Germania che riesce a portare a casa risultati utili al proprio interesse nazionale. Tutti gli altri sono sottoposti a reazioni furibonde quando attaccano il tabernacolo della dottrina europea».

Basti pensare al Nord Stream.
«La Cancelliera non ha bisogno di battere i pugni sul tavolo. Basta una telefonata a Juncker per ottenere il gasdotto che collega la Russia con la Germania. Del resto, Berlino sta nei gangli dove passano i dossier: sono tedeschi il capo di gabinetto della Commissione, il segretario generale del Parlamento europeo, i presidenti del Ppe e dell’Unione».

E dire che la Merkel non voleva Juncker... 
«Già, ma Juncker appena insediato si è comportato in modo coerente con le aspirazioni tedesche. Non era mai capitato che ministri di un governo amico – come Schaeuble a Berlino – attaccassero pubblicamente l’Italia. La situazione a Bruxelles è fuori controllo».

La Commissione è debole?
«Doveva essere una commissione politica, ma non ha portato a casa risultati. In primis sull’immigrazione».

Sta di fatto che nel gabinetto di Juncker non c’è neanche più un italiano...
«Non so come andrà, ma suppongo, conoscendo la persona, che presto arriverà un funzionario italiano».


21.1.16 | Posted in , , , , , , , | Continua »

Terrorismo/ Frattini: Il governo deve sostenere il valore aggiunto delle missioni all'estero (intervista)


Frattini: il Parlamento ora dia il via libera i nostri droni vanno armati con i missili

Intervista a "Il Mattino" di Luciano Pignataro 

Franco Frattini non ha dubbi su cosa fare: «Autorizzare i nostri Droni a usare i missili». Per l' ex ministro degli Esteri ed ex Commissario europeo alla Sicurezza, adesso presidente del Sioi (Società Italiana per l' Organizzazione Internazionale), l'Italia non può restare ferma in questo momento così delicato.

La nostra politica estera sembra subire l' iniziativa della Francia così come è avvenuto in altre occasioni. È proprio così secondo lei?
«No. È ben chiara a tutti la posizione italiana e di come sia decisa la nostra determinazione politica di aderire alla colazione antiterrorismo» 

Dall' aderire al via libera vero e proprio c' è uno bel salto. Lo stiamo facendo?
«L'Italia ha qualcosa da mettere sul piatto e di cui non si parla troppo, come se fosse qualcosa di scontato: i nostri soldati nelle missioni estere sono quasi il doppio di quelle dei tedeschi, giusto per fare un esempio. Da anni contribuiamo concretamente in aree difficile con ben 6.000 militari. Noi questo impegno non lo valorizziamo in maniera adeguata: per esempio in Libano il nostro è un ruolo importante e delicato perché siamo responsabili di una delle zone di crisi più importanti».

D' accordo, ma il cuore della questione non è certo il Libano in questo momento.
«No, però pensiamo a cosa potrebbe succedere se non ci fossero i nostri militari».

L' impressione è che comunque in Siria e Iraq siamo poco presenti militarmente e politicamente.
«Anche questo non è esatto. Noi abbiamo sin dalla caduta di Saddam un ruolo chiave e determinante nell' addestramento dei peshmerga curdi che sono coloro i quali concretamente combattono sul terreno. Un ruolo riconosciuto qualche giorno fa dallo stesso Obama».

Si tratta solo di valorizzare quello che facciamo già?
«Intanto ci siamo ritagliati un compito che non è quello di combattere, ma non di preparare chi lo fa. Però possiamo fare di più, come dare contributi tecnologi armati. Penso ai droni, ma per questo serve in via libera dal Parlamento».

Renzi non si spinge sino a questo punto per timore di finire in minoranza?
«Qui abbiamo una difficoltà della politica. Con questa situazione, sia nel a destra che a sinistra, non credo ci sarebbe il clima di unità nazionale che ho visto in Francia e Germania. Il governo ha problemi a destra con la Lega e la stessa Forza Italia, ma anche a sinistra».

Ma la nostra politica estera non rischia di apparire così appiattita su quella americana?
«In alcuni casi sì, per esempio le sanzioni alla Russia sono state un errore grave, e dalle recenti parole di Renzi capisco che anche lui se ne rende conto. Ma per esempio in Siria noi sosteniamo che la caduta di Assad non può essere precondizione di accordo siamo in dissonanza con gli Usa. Il mio timore è che noi restiamo indietro su questo fronte».

Facendo un appello all' unità nazionale il governo potrebbe spuntarla in Parlamento? E con quali proposte?
«Il governo deve sostenere il valore aggiunto delle missioni all'estero con la possibilità di armare i droni senza impegnare "i piedi sul terreno". Francia e Germania producono sicurezza: noi non possiamo solo consumare sicurezza».

Quali rischi concreti vede per l' Italia e l' Europa dopo le stragi di Parigi?
«Condivido le parole di Mattarella: gli europei non si sono coordinati neanche dopo gli attentati. Abbiamo il paradosso che il Pnr (Passenger Name Record, Registro Dati dei Passeggerila banca dati) funziona tra Europa e Usa ma non dentro l' Unione. Salah si è mosso perché non c' era scambio di informazione e non perché non si sapesse cosa stesse facendo. Salah è stato fermato alla frontiera dopo gli attentati ma non lo hanno trattenuto».

Perché non si è fatto nulla in questi anni?
«L' obiezione è la privacy! Obiezione assurda perché il diritto alla vita molto vale di più del diritto alla vita».

Resta il fatto che questa guerra al terrorismo si inserisce in un contesto di grandi processi migratori come da un secolo non si vedeva 
«Papa Francesco lo ha detto chiaramente, i cambiamenti climatici, la povertà, l' emigrazione sono degli elementi di tensione, è una guerra mondiale a pezzi e adesso tutto il mondo è in guerra».

Una guerra di cui prendere atto 
«In prospettiva, la prima cosa da fare è annientare lo Stato Islamico, la formazione di una coalizione internazionale è l' unica cosa davvero urgente. Serve però anche la voce dell' Islam che ci deve dire chi è davvero mussulmano e chi non lo è. Ma in questo momento il fattore militare, non quello culturale, resta quello importante e decisivo».

Una domanda che le fanno sempre: non è stato un errore abbattere Gheddafi e i regimi mediorientali che ci garantivano stabilità?
«Secondo me l' errore non è stato abbattere Gheddafi e questi regimi che in cambio di stabilità calpestavano i diritti umani, ma aver abbandonato questi paesi dopo la loro caduta».

28.11.15 | Posted in , , , , , , | Continua »

Parigi/ Frattini: terroristi aiutati dai troppi errori della Ue (intervista)


Intervista su Avvenire

di Marco Iasevoli

«È arrivato il momento di denunciare ritardi, omissioni e sbagli dell' Unione europea nel garantire la sicurezza dei propri cittadini e nell' approntare una efficace strategia antiterrorismo. Ci sono decisioni prese diversi anni fa e mai adottate sul serio, altre eternamente rinviate. La Commissione di Juncker deve avere più coraggio nel guidare questa fase e ha bisogno di più poteri nel presentare provvedimenti d' urgenza, gli Stati condividano davvero le informazioni e il Parlamento di Strasburgo cessi di essere un luogo di discussioni alate sui grandi diritti…».

Franco Frattini sbotta, ed è una rarità. Ex ministro degli Esteri, ex commissario Ue dal 2004 al 2008 con delega, tra l' altro, alla sicurezza, ha fatto dell' aplomb istituzionale una sorta di biglietto da visita. Ma la fase poco si presta al politicamente corretto: «La verità è che i singoli Stati hanno una mole enorme di informazioni. Ciascuno ha un pezzettino dei movimenti estivi di Salah, per capirci. Ma poi mancano gli incroci ed è tutto inutile».

Non è incoraggiante come analisi...
Vede, io ho un incubo. La fine di Schengen, la chiusura delle frontiere, le file per presentare i passaporti anche quando viaggiamo da uno Stato europeo all' altro, da Roma a Parigi. Sarebbe la prima vera vittoria culturale del Daesh. Si può evitare, ma si è perso tanto tempo.

Perché?
Il famoso Pnr (Passenger name record) di cui si parla in questi giorni risale a 9 anni fa. Nove. Una cosa semplice, custodire in una banca dati centralizzata tutti i dati dei passeggeri del traffico aereo. Tra Ue e Usa funziona, non all' interno dell' Europa. A lungo Strasburgo non ha voluto sentire ragioni in nome della privacy e del 'Grande fratello'. Ma ci sono momenti in cui i vari diritti debbono essere pesati e messi in una scala di priorità. Un' altra cosa che proposi è il cosiddetto entry-exit database, un contenitore unico di tutti i movimenti in entrata e in uscita dall' area Schengen, registrati con impronte biometriche. Era un passo necessario, complementare all' allargamento dell' area di libera circolazione. Per restare al caso Salah, così sarebbe stato individuato a qualsiasi posto di blocco durante la sua fuga da Parigi al Belgio.

Perché l' Ue non riesce a decidere?
Per diversi fattori. Da un lato, è noto, perché gli Stati membri hanno un potere enorme rispetto a quello della Commissione. Pensi all' immigrazione: il piano Juncker prevedeva la distribuzione di 140mila rifugiati, poi 40mila, poi 40mila in due anni. E stiamo a zero dopo tanti Consigli Ue di emergenza. E pensare che nove anni fa già si parlava di guardia costiera unificata - avevo pure fatto disegnare le divise -, di una lista unica dei Paesi dai quali non accettare richiedenti asilo. L' altro motivo dei ritardi è un Parlamento Ue che a volte pare sospeso in una nuvola sganciata dalla realtà. E così ci sono scelte importanti come il Sis ( Schengen information system) e ilVis ( Visa information system) che, non implementate a dovere, vanno ad arricchire il fitto albo delle sigle esotiche partorite a Bruxelles.

Anche la giustizia europea spesso interviene a tutela delle libertà personali...
Ne ho fatto esperienza con la direttiva Data retention, la possibilità di tracciare i cellulari non per captare i contenuti delle conversazioni ma per controllare i movimenti. Fu grazie a questa misura che riuscimmo a prendere a Roma, in un internet cafè della stazione Termini, due terroristi che avevano agito a Londra. Poi la Corte europea ne ha limitato la forza.
Restando su questo tema, c' è un problema anche per i protocolli di collaborazione tra Stati Ue e partner non europei. La Corte dei diritti ha punito diversi Paesi per l' espulsione di sospetti terroristi.
Ma così anche questa diventa un' arma spuntata.

26.11.15 | Posted in , , , , , , , | Continua »

“Refugees, Migration, Europe: 2015-2030” (Lectio Magistralis, Sofia BG)


Refugees and Europe: 2015-2030
Lectio Magistralis by Franco Frattini at the Military Club, Sofia 18th November 2015

Distinguished Authorities, ladies and gentlemen,

Thank you for this invitation. Thanks to my dear friend Solomon Passi for inviting me here to share some reflections on an issue that is fundamental for Europe and that obviously has profoundly human component: the refugee issue, the issue of migrants. It is a theme that went through the entire Europe: the Mediterranean, the Balkan, and Eastern Europe as well.

If we talk about the issue of refugees, we must first consider that this is­sue affects women, children, men: they are human beings. We are not talking about numbers, but about dramatic situations. We are talking about those who are escaping from wars, civil wars, ethnic cleansing, from dramas we often can't even imagine.

And it is clear, therefore, that our Europe - the land of rights and opportunities, that Europe which was awarded the Nobel Prize for Peace – should apply principles inspired by the rule number one asserting that the dignity of human beings cannot be negotiated. No doubts, uncertainties, shortcuts are allowed. 

There is a first issue, an important institutional question we have to face up to. Too often people get confused between the concept of refugee and the notion of migrant. Those are two completely different concepts. A refugee is a person who gets a special status deemed worthy a particular protection because he is in the real risk of persecution, war, or dictatorship in the country he escaped from. Migrants, instead, are mostly economic migrants, that is migrants who move from their countries for reasons related to climate change, natural phenomena, famine, all highly dramatic situations, but we cannot certainly confuse those two with each other.

Faced with dramatic situations, Europe cannot split up. Europe cannot do again what had happened when, for a long, long time Italy had called for the European countries and the EU institutions, after dealing with the inflow of hundreds of thousands of migrants for years and years: certainly it was mostly the case of economic migrants, but for sure also refugees landed on the southern coast of our country.

Europe's responses were non-existent, sometimes even vague; only a few times statements came, solidarity was expressed to Italy, the need to help Italy was underlined. That was all, nothing else.

When, this year, the plight of refugees, particularly of refugees, began to affect the so-called Balkan route, to involve a relatively small transit through Bulgaria too, but especially from Greece to Macedonia and then to Serbia and to Central and Eastern Europe, then all realized that Italy's appeals to Europe’s unity were well-founded appeals, to be taken seriously.

And Italy today is no longer alone: is together with Germany, France, Austria, and many other countries that have contributed to major policy decisions of the heads of State and Government of the European Union, which stated the principle that Europe needs to address together the phenomenon of refugees, migrants, and to face together this challenge, because surely migrants or refugees arriving in the Southern and South-Eastern coasts of Europe do not intend to stay either in Greece or Malta or Italy, or Bulgaria: they want to move. All that can take place only with the support of shared rules.

Europe continues to be weak and divided on the adoption of common rules, though. As the European Commissioner, responsible for justice but also for immigration, nine years ago, in 2006, I proposed a European initiative for a common law on asylum and the adoption of a common EU list of “safe" countries.

Safe countries are those countries whose citizens cannot rely on political asylum. A citizen coming from Serbia or Albania certainly cannot apply for political asylum. But, in the absence of a common European list of safe countries, this has happened in many cases, even recently.

For various reasons Member States did not accept my plan of the year 2006; they thought it was too advanced, too ambitious, and criticized me for having ”even” launched the idea of the establishment of a European Corps of border guards. Well, now, nine years later, the Commission intends to propose the establishment of a European Corps of border guards, wants to revive the common list of safe countries, to avoid the absurdity I mentioned earlier, that a citizen of a candidate country for accession to the European Union flees to Germany and asks to be recognized as a political refugee – exhibiting the Serbian passport.

I regret to say that we have wasted a lot of years.

We still have to do much, because little has been done so far, even on European repatriation process, on the rules which allow European countries - perhaps together - to arrange a flight for the repatriation of those who cannot remain in Europe; I am referring for example to economic migrants without residence permits and jobless. This requires the consent of the migrants’ country of origin; however, it is clear that the Governments of the destination countries do not give their consensus if they have no framework agreement with Europe to adjust conditions, modalities and, let's be frank, financial allowances for that country that takes back its migrated citizens, and therefore must carry their burden, and then asks to be helped.

There is also a big problem in investing resources in developing countries, in countries of origin, and there is a problem of granting help to transit countries. I believe for example that transit countries where thousands, hundreds of thousands of would-be refugees remain for months in terrible conditions (I am thinking of Libya), I believe that, with the authority of the United Nations, the United Nations refugee agency, those countries should build reception centres and identify places where any person coming from a particular African country can declare his own nationality and fill in the application for political asylum. In this way, even before people arrive on European territory, with the monitoring of the UN refugee agency, we may get informed about people who are eligible and who are not entitled. Frankly, I don’t see how a citizen from Ethiopia or Egypt could be eligible as a possible political refugee, where an Eritrean citizen, or a citizen who escaped from southern Sudan, have some more reasons to be considered as such.

That implies that origin countries need help in terms of development, opportunities for growth, and transit countries need for support, by creating structures that would allow a previous screening without handing over thousands and thousands of desperate people into the hands of unscrupulous traffickers.

And then there is the theme of the traffickers, the fight against the slavers, … yes this is what we are dealing with. Obviously we've applied rules on international crime which should be further tightened. I think the establishment of a European Naval Mission to combat human traffickers was right, but I also think that that mission is in fact paralysed and unable to hit traffickers, and especially to destroy the boats even in ports of origin of these barges because of the difficulty of Europe to get an adequate Security Council resolution: this course without a mandate from the Security Council cannot be done because it would be in the presence of an act of war against this or that country.

There is also an extremely important issue that concerns the reception and integration of arriving people, whether they are recognised as refugees, or they are economic migrants looking for work. I believe that beyond the national efforts of individual countries, Europe must strengthen its legislation to punish severely, even with confiscation measures, economic businesses and entrepreneurs that sweat migrants and refugees through the use of illegal employment.

Too many countries, including Italy, my own country, know the drama of the exploitation of seasonal workers being illegally hired: it’s a real slave market, from the hands of the trafficker to the hands of slave trader, who uses them and that makes them work as it happened centuries ago. They are paid five euros per day, maybe ten euro in my country, where life is a bit more expensive, working to pick tomatoes and oranges.

Well, we can't allow soft punishment or no punishment at all for the entrepreneurs indulging in this horrible exploitation of human beings. Controls would be needed, more stringent laws would be needed and, above all, a broader collaboration to identify those cases should be necessary, rewarding undeclared workers who cooperate with the police by giving them a regular job, provided that their complaint has led to the arrest of the unscrupulous entrepreneur who had brought them to work illegally.

But the theme of a correct reception of migrants also brings us to address the theme of integration in our society, because it is obvious that those who want to live in one of our countries, in Bulgaria, in Italy, in France, countries that are European democracies, must learn as their first rule that the Constitution and the laws of the country where they live must be observed, no ifs and buts.

It is clear then that, if on the one hand we must - and we will - certainly accept those who abide by the rules, paying taxes, sending their children to school, on the other hand we will meet very serious difficulties in accepting those who refuse to do that. The observance of the Constitutions and of the rules of our countries, cannot be subject to any relativist interpretation. I mean, someone says " I have my traditions, I have my rules, I have my culture, I have my religion”. … This is not possible, the law of every country and the cohabitation rules dictate that anyone who accepts, wants, demands to live in a country - such as my own country, for instance – that person must respect the rules of my country. And this may not be subject to any derogation, because otherwise we are giving the message, deeply wrong, that the Italian State accepts those who do not respect the laws. Frankly, I think this is inconceivable.

Even more inconceivable is what happens today, after the horrible terrorist attacks on Paris and on all of us: young people living as our neighbors, in our cities, enjoying freedoms, and plotting against our societies, to kill innocent people belonging to the same democratic States, like France, Belgium in this case, where they use to live. Our democracies shouldn’t be afraid of those terrorists but should be much tougher on dealing with these blasphemous Muslim extremists: life prison, hard prison conditions, complete isolation, and please, never speak about dialogue or try to understand!! And European Muslims, too often silent, should cry all together “not in the name of Islam”. 

There is also an issue relating in particular to the plight of the refugees from Syria who have invaded the countries in the region for years (this is the fifth year after the start of the Syrian crisis). That is a dramatic problem, because it affects millions of human beings, but also because it has made (and still makes) countries close to Syria fragile. I think of Lebanon, of Jordan… It seriously puts the endurance of a great country such as Turkey to the test; Turkey generously hosts a huge number of refugees, but now it lets Europe know that its patience and forces have a limit.

We have righteously confirmed Turkey that Europe stands ready to help, not only economically but also economically. Better if Europe would address the same message to Jordan and Lebanon. In those countries in fact, up to a quarter of the population, if not more, comes from Syria and then they are refugees. And certainly the most important thing of all is that the tragic situation of Syria could finally evolve in a positive way.

Here, once again Europe is called to act but unfortunately Europe has not acted so far. Perhaps Europe is not acting because of the lack of a unified political will, since the divisions between Member countries on this point are strong; perhaps Europe is not acting because it has objectively a great weakness, due to the fact that we have not a common foreign and defense policy.

Syrian refugee drama will be mitigated only when we find a stable solution for the future of Syria.

American disengagement counted heavily, and that is true also for the errors of our American friends, who initially thought of a military action directed against Assad, then they started to understand that Assad's death could not happen from day to night. Finally, when the Russian Federation, together with Iran, have given start to their concrete action on the ground, it was finally understood that a coordination between the main actors in the region was inevitable.

The meetings which have taken place and are still being held in Vienna are absolutely relevant: there United States, Russia, Turkey, Saudi Arabia and Iran sit around the same table to think about the way to end this drama, about the way to destroy (and I use the word “destroy” because it is the appropriate one) Daesh terrorism which is threatening the whole world, and about the steps to bring in a democratic political system in Syria, surmounting Assad’s regime with that gradual approach that only a political settlement can identify.

To do that, we need the agreement of the regional powers, going from a simple consultation to a real collaboration between Russia and the United States on the Syrian soil; the entire international community must share the will to help afterwards, transition, development.

These are the many things that Europe should do, and that were done only partially. However, they are challenges that do not concern only Europe, nor the individual European Union countries that are too small, or very small - even the greatest among them - in comparison with the global nature of these challenges. Immigration, a global phenomenon, cannot be ruled from Rome or Sophia or Paris: it can be ruled only together, involving Africa, a continent which can give great opportunities, but - if left to itself - will certainly arise very delicate and hazardous conditions whose highest possible price will be paid by all of us Europeans. The EU-Africa meeting in Malta, a few days ago, left intact the mutual distrust and the differences of opinions.

And so, in conclusion, solidarity among European countries is necessary because the issue of migrants or refugees is not an issue of this or that country, but of all of them; solidarity towards the countries of origin that should be assisted for promoting their economic revival and creating conditions for development. Then we need strategic actions and policies in order to stabilize the Middle East, which is a time bomb for the whole world, from Syria to Iraq, to Afghanistan, where the Caliphate is taking root. Moreover, a collaboration between police forces and border guards is necessary to have a European system that can really crush human trafficking across the Mediterranean, as well as on terrestrial and Balkan routes, and finally mark our Europe’s redeeming.

Wish I could forget the scenes of TV channels around the world which have shown children and women, who have nothing to do with terrorists or suspected terrorists, climbing over barbed wire and driven back by Governments of democratic countries that pride themselves, quite rightly, upon the fact they belong to the European Union and NATO. I would like to delete those images and remember only the images of thousands and thousands of people that all our countries’ brave men and women of the police forces engaged in rescue have saved at sea. 

I wish I could remember those scenes, and not the scenes of police beating the Syrian women fleeing war. Those scenes have marked a dark moment in the history of Europe, and I believe that we should put them behind us saying with great frankness that if we want an integrated Europe, if we want a political Europe, if we all believe in Europe's future, then Europe must be an actor on the international scene. In the case of the terrible scenes we've seen, Europe was not an actor: Europe has shut itself in the selfishness of Nation States and missed the big challenge that it could have faced and won.

All that is not over yet; we will have a lot to prove. I hope that the upcoming evidence Europe will give, will be up to our past and to the future we wish to have in front of us instead. 

Thank you.



18.11.15 | Posted in , , , , , | Continua »

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