PRESS: Le Autorità Russe proibiranno lo sterminio di cani e gatti randagi durante i Mondiali di Calcio 2018. Grande vittoria per i giovani di ZeroHackathon firmatari dell’appello #stopanimalcrueltyinsport

COMUNICATO STAMPA 
Le Autorità Russe proibiranno lo sterminio di cani e gatti randagi durante i Mondiali di Calcio 2018. Grande vittoria per i giovani di ZeroHackathon firmatari dell’appello #stopanimalcrueltyinsport 


MOSCA, 6 Giugno 2018 - Il Ministro degli Esteri Sergey Lavrov ha raccolto l’appello dei 300 giovani di ZeroHackathon 2018, ai Leader Mondiali contro lo strage degli animali negli eventi sportivi. 

Una grande vittoria per i giovani della SIOI che hanno firmato, insieme alle personalità e ai relatori illustri, l’appello di ZeroHackathon, la competizione giovanile di idee sullo Sport come strumento per lo sviluppo e la pace svoltasi a Roma  dal 2 al 4 maggio 2018 e organizzata dalla SIOI. 

L’appello è arrivato al Presidente Putin. Messaggero illustre il Presidente della SIOI Franco Frattini nella sua recente visita a Mosca. 

Le Autorità Russe proibiranno lo sterminio di cani e gatti randagi durante i Mondiali di Calcio 2018 costituendo dei centri di custodia intorno alla città di Mosca per la cura e sterilizzazione degli animali randagi. 

L’appello è stato promosso insieme al Comitato #Unitiperloro di Andrea Cisternino. Testimonial Giacomo Lucchetti e la sua cagnolina Juliet. 

Facciamo vincere la vita …sempre! 

 “Grandezza e progresso morale di una nazione si possono giudicare dal modo in cui tratta gli animali” (Mahatma Gandhi)


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APPEAL TO THE WORLD LEADERS “STOP ANIMAL CRUELTY IN SPORT!” 
Rome, May 2, 2018 

When sporting events arrive in the host countries, they are always accompanied by joy, happiness and a desire to present the best side of yourself. This desire to do well almost always turns into a death sentence for innocent stray creatures that suddenly turn into collateral damage for cities and places where sporting events take place. Ukraine, Brazil, Russia, Korea, Sicily and Morocco are just a few of the Nations that have become hell on earth for millions of stray dogs and cats. Sport is life, civil growth, respect for the weakest, be it human or animal. We appeal to the World Leaders to strive to make sure that sport is no longer synonymous with discrimination and violence but with a place where the absolute respect of the weakest and therefore of animals and environment, triumphs. We demand that the massacres of strays be stopped permanently during sporting events and that during the same events awareness campaigns are organized to respect the animals and the weakest among us. The necessary conditions that all Nations should be required to have in order to host a sporting event must be the protection of animals and the environment. Finally, we ask that a campaign be established to promote cruelty free sports nutrition, because respect for nature and the environment start right from the sportsman's meal. Let LIFE win. Always!


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Frattini a Mosca introduce Conte a Lavrov: per lui Russia è amico

Frattini a Mosca introduce Conte a Lavrov: per lui Russia è amico
Conte "persona moderata e  "uomo del compromesso"


Mosca, 6 giugno (askanews) – La discussione doveva concentrarsi sulla Transnistria. Ma Franco Frattini coglie l’attimo, sfoderando un certo tempismo nel trovarsi a Mosca all’indomani delle parole di Giuseppe Conte sulla Russia, e “aggiorna brevemente” il capo della diplomazia locale Sergey Lavrov sul nuovo presidente del Consiglio italiano. 

“Lei ha visto cosa ha detto ieri, davanti al Parlamento italiano?” ha esordito Frattini, in uno scambio di battute con il ministro degli Esteri russo, al quale ha assistito askanews. Mosca “è un amico, noi vogliamo restaurare la cooperazione strategica con voi, mantenendo ovviamente la storica Alleanza Euroatlantica”. Il tutto proprio mentre a Parigi, il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian a radio Europa 1, dichiara che la revoca delle sanzioni europee contro la Russia, richiesta dal nuovo esecutivo italiano, entrerà in gioco solo se il processo di pace in Ucraina farà registrare progressi. Dando appuntamento a lunedì a Berlino, secondo il formato Normanno. 

Ma l’Italia vuole evidentemente aprire la partita su un altro tavolo. La parola chiave è “società civile” e Frattini a Mosca non manca di sottolinearlo. “Se lei si ricorda, Sergey – dice a Lavrov – è esattamente la proposta fatta dall’ambasciatore Pasquale Terracciano un mese fa, per far ripartire il supporto da parte della Bers, per le Pmi russe. Ci sono alcuni progetti congelati, e nelle parole del presidente del Consiglio, lei ritroverà le parole, società civile, che significa proprio il sistema delle Piccole e medie imprese in Russia. Era uno dei cinque punti del Piano Mogherini. Lui ha preso questo punto, su suggerimento dell’ambasciatore Terracciano, per andare avanti e rivedere un sistema che è stato congelato per anni, non razionalmente, secondo la mia opinione”. 

Secondo le parole di Frattini, la Russia per il nuovo presidente del Consiglio “è un amico”. L’ex ministro degli Esteri italiano e attuale rappresentante speciale dell’Osce per la regolarizzazione della Transnistria, dice di conoscere “da molto tempo” Conte ed Enzo Moavero Milanesi (oggi a capo della Farnesina). “È stato il vice segretario generale della Commissione Europea. È un mio vecchio amico, da vent’anni, ed è un uomo del compromesso. È un uomo capace”. E oltre a tessere le lodi di uno e dell’altro, ci tiene a specificare anche in un colloquio in piedi con il viceministro degli esteri russo Alexander Grushko – poco prima del faccia a faccia con Lavrov – che il programma del nuovo governo è “rivedere la base della politica delle sanzioni”. 

Quindi sulle sanzioni l’appuntamento non è solo per lunedì a Berlino. Perchè se Conte ha dichiarato di “voler rivedere la base della politica delle sanzioni” e “questo governo andrà avanti” su questa linea, il prossimo Consiglio europeo a fine giugno sarà “il luogo dove la base della politica sanzionatoria verrà discussa a livello di capi di stato e di governo”.

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Video – Appello #StopAnimalCrueltyinSport

Video – Appello #StopAnimalCrueltyinSport


Il video e il testo dell’Appello #StopAnimalCrueltyinSport lanciato da #ZEROHackathon 2018 in occasione della cerimonia di apertura che si è svolta il 2 maggio 2018 al CONI affinché “si fermino definitivamente le stragi di randagi in occasione degli eventi sportivi e che durante gli stessi vengano organizzati momenti di sensibilizzazione per il rispetto delle creature e dei più deboli. Lo sport è vita, crescita civile, rispetto per il più debole, umano o animale che sia. Facciamo vincere la VITA. Sempre!“ 



Il testo integrale dell’appello: Gli eventi sportivi quando arrivano nei paesi ospitanti sono accompagnati da gioia, felicità e voglia di mostrare il lato migliore di noi. Quella voglia di fare bene si trasforma quasi sempre in condanna a morte per innocenti creature randagie che diventano improvvisamente rifiuti per le città e i luoghi dove si svolgono gli eventi sportivi. Ucraina, Brasile, Russia, Corea, Sicilia e Marocco sono solo alcuni paesi diventati inferno in terra per milioni di cani e gatti randagi. 
Lo sport è vita, crescita civile, rispetto per il più debole, umano o animale che sia. Facciamo appello al Presidente del Coni Giovanni Malagò, alle federazioni sportive, agli atleti tutti affinché lo sport non sia più sinonimo di discriminazioni e violenza ma luogo dove trionfi il rispetto assoluto dei più deboli e dunque degli animali e dell’ambiente. Chiediamo che si fermino definitivamente le stragi di randagi in occasione degli eventi sportivi e che durante gli stessi vengano organizzati momenti di sensibilizzazione per il rispetto delle creature e dei più deboli. Condizione necessaria per ospitare un evento sportivo deve essere la tutela di animali e ambiente. Chiediamo infine che venga istituita una campagna per promuovere un’alimentazione sportiva cruelty free perché il rispetto per la natura e l’ambiente comincia proprio dal pasto dello sportivo.
Facciamo vincere la VITA. Sempre!





English version: 

“When sporting events arrive in the host countries, they are always accompanied by joy, happiness and a desire to present the best side of yourself. This desire to do well almost always turns into a death sentence for innocent stray creatures that suddenly turn into collateral damage for cities and places where sporting events take place. Ukraine, Brazil, Russia, Korea, Sicily and Morocco are just a few of the Nations that have become hell on earth for millions of stray dogs and cats. Sport is life, civil growth, respect for the weakest, be it human or animal. We appeal to the President of Coni Mr. Giovanni Malagò, to sports federations and to all athletes to strive to make sure that sport is no longer synonymous with discrimination and violence but with a place where the absolute respect of the weakest and therefore of animals and environment, triumphs. We demand that the massacres of strays be stopped permanently during sporting events and that during the same events awareness campaigns are organized to respect the animals and the weakest among us. The necessary conditions that all Nations should be required to have in order to host a sporting event must be the protection of animals and the environment. Finally, we ask that a campaign be established to promote cruelty free sports nutrition, because respect for nature and the environment start right from the sportsman’s meal. 

Let LIFE win. Always!”

10.5.18 | Posted in , , , , , , , , , , | Continua »

Libero Intervista a Franco Frattini - «Trump vuole trovare un accordo con Putin»

L'ex ministro degli Esteri ed ex commissario europeo smonta la teoria di una nuova guerra fredda alle porte 

Intervista a Franco Frattini - «Trump vuole trovare un accordo con Putin» «Ci serve subito un governo che chieda di ridurre le sanzioni a Mosca: gli alleati che ci sosterrebbero ci sono» 

ALESSANDRO GIORGIUTTI ··· Franco Frattini, ex ministro degli Esteri ed ex commissario europeo, non ritiene probabile un peggioramento dei rapporti tra Usa e Russia. 


L'intervento militare in Siria della scorsa settimana era un messaggio rivolto ad Assad, all'Iran o alla Russia? 
«Anzitutto all'Iran. Trump ha voluto rassicurare i suoi alleati sauditi e israeliani, in vista di un disimpegno americano a medio termine dalla Siria, che aveva preannunciato e che ha confermato anche dopo che Macron aveva detto di averlo convinto a ripensarci. Oltre a ciò. Trump ha voluto dimostrare di essere pronto a vestire i panni del "poliziotto globale" se necessario». 

Non è alle viste un peggioramento dei rapporti tra Mosca e Washington? 
«Non lo vedo. Basti pensare che nelle ore precedenti all'attacco gli americani hanno comunicato ai russi quali obiettivi sarebbero stati colpiti. Sarebbe folle cercare l'escalation con la Russia in quel teatro di crisi e certo non la vogliono né Trump né i suoi consiglieri. Uomini come Bolton sono falchi ma non certo dissennati». 

La politica di Trump, però, è difficile da decriptare. 
«E' una politica ondeggiante perché in cuor suo Trump non vorrebbe chiudere alla Russia. Alcuni episodi sono rivelatori. Quando si videro al vertice Asean, mentre i comunicati ufficiali dicevano che non c'era stato alcun colloquio, in realtà il presidente americano e Putin decisero di coordinare preventivamente i loro attacchi sulla Siria. E dopo la rielezione di Putin pare che Trump al telefono l'abbia invitato a Washington. Quando può agire liberamente e non è perseguitato dal Russiagate che gli lega le mani. Trump dimostra di avere la volontà di farla finita con questo clima da nuova guerra fredda». 

La crisi ha avuto effetti sulla nostra politica interna, durante le trattative per la formazione di un governo. Perché siamo così esposti alle influenze estere? 
«Ci manca un luogo di riflessione politica approfondita su quale sia il nostro interesse nazionale. Nel dibattito al Parlamento con Gentiloni ciascun gruppo parlamentare si limitava ad applaudire l'intervento del proprio esponente». 

Il centrodestra si è diviso tra l'atlantista Berlusconi e il filorusso Salvini... 
«Le due posizioni non sono in contraddizione. E ha sbagliato Di Maio a proclamarsi vicino a Usa, Francia e Gran Bretagna. Si è trattato di una "micro-coalizione di volenterosi" impegnati in una operazione limitata. Non c'era né una risoluzione dell'Onu né una decisione della Nato e altri nostri alleati, come la Germania, non avevano condiviso l'intervento. In realtà, per l'Italia la via giusta è riprendere il dialogo Nato-Russia avviato a Pratica di Mare. In uno slogan: la lealtà euro-atlantica non si discute, il partenariato strategico con la Russia è necessario». 

Che cosa è andato storto dal 2002 in poi? 
«Anzitutto mi permetta di ricordare un risultato che ottenemmo all'epoca: la Russia concesse il sorvolo del proprio spazio aereo ai contìngenti e agli assetti della Nato diretti in Afghanistan. Trovare un percorso alternativo sarebbe stato complicato, il raffreddamento venne con la crisi della Geòrgia nel 2008, quindi i contatti si interruppero dopo la crisi della Crimea per la richiesta di polacchi e baltici, preoccupati, secondo alcuni ossessionati, dalla politica di Mosca. Fu un errore grave. Il consiglio Nato-Russia, che esiste ancora anche se non si riunisce, sarebbe un'ottima sede per discutere, anche solo a livello tecnico, di temi comuni come la lotta al terrorismo». 

E l'Italia che cosa può fare, con quali strumenti e in quali sedi? 
«Nel consiglio europeo di giugno si discuterà del rinnovo delle sanzioni alla Russia. Rimuoverle del tutto subito non è possibile, ma si pottebbe imboccare un percorso per la loro riduzione progr essiva, magaripartendo dall'agricoltura (dove l'Italia perde circa 3 miliardi l'anno). Accanto a questo, possiamo chiedere di rilanciare i rapporti economici a livello di piccole e medie imprese. Abbiamo esportato il nostro modello di distretto nei Balcani, perché non farlo anche con la Russia? Se ci dovessero dire di no a entrambe le proposte, allora potremmo organizzare una minoranza di blocco per opporci al rinnovo delle sanzioni, che ha bisogno dell'unanimità dei voti. Con noi voterebbero Grecia, Austria, Repubblica Ceca, Ungheria, e forse la Spagna». 

Quale esito prevede per le trattative sul governo? 
«A mio avviso è indispensabile prendere in considerazione la volontà degli elet tori, partendo quindi da chi ha avuto un risultato positivo, il centrodestra unito e il M5S. Se l'accordo non sarà possibile, ho enorme stima per il presidente Mattarella: la soluzione la troverà lui. Mi limito a dire che l'Italia ha bisogno di un governo stabile, in grado già dal prossimo mese di preparare il vertice europeo di giugno, dove si discuterà non solo delle sanzioni a Mosca ma anche delle prospettive finanziarie del bilancio Uè, una questione con ricadute immediate sul bilancio nazionale».














23.4.18 | Posted in , , , , , , , , | Continua »

Venti di guerra: Frattini a Il Tempo: Attacco contrario alla Costituzione

Intervista a Franco Frattini - «Iniziativa sbagliata nel metodo Ma non è una guerra alla Russia» 
di Pietro De Leo 


 «II messaggio di Trump è chiaro: io agisco concretamente, mentre Obama rimaneva impantanato». Franco Frattini, più volte ministro degli Esteri dei governi Berlusconi, analizza con II Tempo lo scenario dopo l'attacco di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna in Siria. 

Soltanto tré edifici colpiti, nessun morto per fortuna. Non è un grosso scossone al regime di Assad. 
«Trump non ha voluto indebolire troppo Assad ma comunque gli ha dato un segnale significativo sulla questione delle armi chimiche colpendo tré edifici importanti. Ha voluto lanciare un segnale anche all'Arabia Saudita e a Israele. Non sfuggirà che questo attacco arriva all'indomani della visita di Bin Salman a Washington, in cui è stata confermata l'alleanza strategica tra Stati Uniti e Arabia Saudita con acclusa fornitura di armi. Io giudico sbagliata quest'azione per i metodi in cui si è svolta, ma tutto sommato, mi pare che il buonsenso di Trump sia emerso quando ha fatto capire che non inizia una guerra di lunga durata, non inizia una guerra con i russi, non ci saranno rischi di intercettare una base russa». 

Dunque secondo lei ha ragione Lavrov a definire come illegale l'attacco? 
«Di sicuro c'è una non conformità con quanto scritto nella Carta dell'Onu. E poi, dal punto di vista dell'Italia, è sicuramente contro i principi della Costituzione. Il ben noto articolo 11 sancisce la possibilità di una partecipazione solo previa risoluzione Onu o quantomeno decisione unanime della Nato. Se fossi la Russia, comunque, eviterei di aumentare la tensione, ancor più di fronte al fatto che, come si è capito, gli americani avevano avvisato Mosca dell'attacco». 

L'Iran minaccia però «conseguenze regionali». Israele è nel mirino? 
«Non credo. L'Iran ha interesse che Trump non annulli il trattato del 5+1 sul nucleare. Con quest'Amministrazione alla Casa Bianca, se tu oggi alzi la tensione con Israele, lo fai anche con Washington, e non è questa l'esigenza dell'Iran. Dunque credo che Teheran non andrà oltre le dichiarazioni rumorose». 

Colpisce una coincidenza. Sia l'attacco dell'anno scorso ordinato da Trump contro la base siriana di Al Sharyat, sia quello di ieri notte arrivano m un momento di grattacapi sul piano nazionale. Ci sono ragioni di politica interna alla base di questa scelta? 
«Certo, e da parte di tutti gli attori m campo. Trump ha uno scontro molto aspro con Comey, e non si era mai visto un tale scambio tra un ex capo dell'Fbi e un Presidente degli Stati Uniti. La May sta attraversando un momento molto difficile nel negoziato per l'uscita dall'Ue. Macron viene da una serie di scioperi molto importanti che dimostrano come appena accenni a fare qualcosa gli si paralizza la Francia». 

Veniamo all'Italia. Nel centrodestra si colgono due linee. Salvini è spostato verso la Russia, Berlusconi equilibratìssimo. Ciò non pregiudica la tenuta di una coalizione che è in trattativa per il governo? 
«No, mi pare un giusto equilibrio. Berlusconi sa bene, con la sua esperienza di governo, che la centralità dell'Alleanza Atlantica non va neanche messa in discussione. Salvini è più proiettato verso Mosca. La sintesi è Pratica di Mare». 

Ecco, appunto. Pratica di Mare, è la metafora un modo di fare politica estera. Ma è ancora possibile oggi?
«Sì. Nel 2001, George W. Bush e Putin erano in una fase di escalation. Da una parte c'era lo scudo missilistico e dall'altra parte i missili nell'enclave di Kaliningrad. A margine di quel drammatico G8 di Genova del 2001, dove Bush e Putin neanche si conoscevano, arrivò Berlusconi e disse: "io voglio un'alleanza tra Russia e Nato". Tutti risero, ma un anno dopo ci fu Pratica di Mare e la stretta di mano. Se ci sono volontà e una forte leadership politica, l'Italia può avere un ruolo». 

Qual è lo schema di alleanze più adatto allo scopo? 
«Tra un centrodestra unito, con una posizione bilanciata tra gli approcci di Berlusconi e Salvini bilanciate, e Di Maio che con i messaggi dati all'America ha voluto accreditarsi come colui che mai uscirà dalla Nato».



16.4.18 | Posted in , , , , , , , , , , , , , , , | Continua »

Primo Piano- Franco Frattini a "IL Messaggero"- «Le posizioni filo-russe della Lega e FdI sono un valore aggiunto, no alle basi»

«Le posizioni filo-russe della Lega e Fd sono un valore aggiunto, no alle basi» 
L'EX COMMISSARIO UE: SUBITO UN GOVERNO, L'ITALIA NON PUÒ FARE CONCESSIONI PER, I RAID: OCCORRE IL SI DELL'ONU 

13 aprile 2018
Il Messaggero



Presidente Frattini, Stati Uniti, Francia e Gran Bretagnasi preparano un'azione militare contro Assad. Quanto è concreto il rischio di un conflitto mondiale? 

«Il rischio sarebbe concreto se Trump, Macron e May cadessero nella più totale irresponsabilità, perché si tratterebbe di un'azione assolutamente contraria al buonsenso e alle regole del diritto intemazionale. Per sferrare un attacco ci vogliono prove concrete e servirebbe una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'Onu che autorizzi l'uso della forza. Ci sono poi almeno altre tre ragioni che sconsigliano un attacco. La prima: lo spazio aereo siriano oggi è controllato dai russi ed eventuali raid renderebbero molto probabile il conflitto aereo con i caccia di Mosca. La seconda: il presidente turco Erdogan, membro importante della Nato, è reduce da un patto di acciaio con Iran e Russia. La terza: navi da guerra cinesi hanno ricevuto l'ordine di schierarsi nel porto di Tartus a difesa delle navi russe. Insomma, è irresponsabile il solo pensare di sferrare un attacco in quell'area». 

Il presidente francese Macron dice di avere le prove dell'uso delle armi chimiche da parte di Assad... 

«Le prove devono arrivare dagli ispettori intemazionali, non da uno dei tanti Paesi membri della Nato. E chi ha le prove non fa la guerra, le porta al Consiglio di si curezza dell'Onu per ottenere una risoluzione. Ma attenzione: già ci siamo passati, nel 2003 c'è stato l'attacco in Iraq sulla base di una presunta "pistola fumante" che poi, dopo aver fatto divampare una guerra disastrosa, si è scoperto che non esisteva. Si deve imparare dalla storia. Trump se vuole dare una lezione ad Assad lo faccia, ma non trascini altri Paesi nel conflitto». 

Quindi hanno ragione Merkel e Gentiloni a chiamarsi fuori dagli attacchi? 

«Certamente. Certe azioni, lo ripeto, devono essere autorizzate dall'Onu. Per l'Italia è anche una preclusione costituzionale». 

E se Roma concedesse l'uso delle basi di Sigonella e Aviano ai caccia alleati? 

«Non lo può fare. Sarebbe come partecipare alla missione di guerra. E senza il sì dell'Onu all'uso della forza rappresenterebbe una violazione del diritto internazionale e di un principio costituzionale. Inoltre servirebbe anche il consenso dell'intera Nato: ipotesi quasi impossibile, visto che sarebbe necessario il via libera della Turchia e della Grecia». 

La crisi siriana ha avuto eco anche nelle consultazioni al Quirinale. Mattarella è preoccupato, chiede un'accelerazione nella formazione del nuovo governo. 

«Condivido certamente la preoccupazione del capo dello Stato. Un governo in carica sarebbe nelle condizioni di dire con maggiore forza "no" a un'avventura così pericolosa». 

Il capo dello Stato chiede ai partiti garanzie sulla collocazione euroatlantica. 

«E' giusto. La collocazione internazionale dell'Italia non deve essere messa in discussione. E un governo in carica potrebbe prendere un'iniziativa forte. Nel 2002 organizzammo il vertice di Pratica di Mare per dire a Russia e Stati Uniti di smetterla di litigare e di affrontare assieme il nemico comune: il terrorismo. Ebbene , questa dovrebbe essere la linea: restare fedeli all'Alleanza atlantica e continuare a giocare un ruolo di ponte verso la Russia, indispensabile per la stabilità del Medio Oriente e della Libia». 

Quindi condivide le posizioni filo-russe di Salvini e della Meloni? 

«Sono un valore aggiunto, un arricchimento per l'Alleanza atlantica. Coinvolgere Mosca è indispensabile, lo fece anche Obama. Noi siamo stati leali dopo la crisi ucraina, siamo stati fin troppo leali con la politica delle sanzioni che andrebbe rivista. Ma lealtà atlantica, di cui l'Italia ha sempre dato ampia prova, non vuoi dire cecità. Serve equilibrio: non si tratta di essere più o meno filo russi, ma di spingere per un forte dialogo tra la Russia e l'Occidente».
Intervista di Alberto Gentili





13.4.18 | Posted in , , , , , , , , , , , , , , , | Continua »

Ecco cosa l’Italia può fare (e cosa no) nella crisi siriana. Parla Franco Frattini

Il presidente della Sioi invita il governo italiano a rimanere fuori dal conflitto siriano in ossequio alla nostra Costituzione. Urge un'indagine internazionale per chiarire i fatti di Douma e allentare le tensioni 

Intervista di Francesco Bechis 
12 aprile 2018 
Di ritorno dagli Emirati Arabi Uniti, dove ha potuto saggiare la preoccupazione del governo di un’escalation in Medio Oriente, il presidente della Sioi Franco Frattini, già commissario europeo e ministro degli Esteri, ha voluto condividere con Formiche.net tutti i suoi dubbi sulle manovre statunitensi in Siria all’indomani dell’attacco chimico a Douma. L’appello per la comunità internazionale è quello di evitare di accendere la polveriera mediorientale, dove anche un piccolo incidente (la storia lo insegna) è sufficiente a far deflagrare una guerra decennale. Un’investigazione internazionale, imparziale, sulle responsabilità dei crimini efferati a Douma è l’unica chance per dissipare i dubbi e allentare le tensioni. L’invito per l’Italia è ancora più netto: restare fuori a ogni costo da questo conflitto. 

Franco Frattini, dal governo italiano filtra una presa di distanza dall’attacco di Douma e dall’escalation nella regione, eppure dalla base siciliana di Sigonella decollano jet americani. Come si spiega questa contraddizione? 

Il problema è molto chiaro, l’Italia oggi con un governo dimissionario non può certamente prendere un impegno in Siria. Sempre che ci venga chiesto, perché al momento non è arrivata una richiesta ufficiale. Per un intervento del genere serve ben più di una telefonata, che peraltro ancora non c’è stata. Quando Obama nel 2013 ci chiese di prendere parte alla fornitura di armi ai ribelli e all’attacco contro Assad rispondemmo con due secchi no, e ci fecero eco subito dopo Regno Unito e Francia. 

A suo parere l’Italia dovrebbe offrire il suo aiuto agli Stati Uniti? 
 
Credo che ci debba essere un nettissimo rifiuto da parte dell’Italia di qualsiasi impegno che preveda azioni militari o sostegno ad azioni militari contro il governo siriano per due ragioni. 

Quali? 

La prima è di carattere costituzionale. Senza una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che autorizzi l’uso della forza noi non possiamo neanche ragionare di intervenire in un conflitto. Ricordo che nel 2003, all’alba della guerra in Iraq, noi non potemmo e soprattutto non volemmo partecipare al vertice delle Azzorre, dove fu deciso l’attacco a Saddam della “coalition of willings”. Carlo Azeglio Ciampi e Silvio Berlusconi, allora presidenti della Repubblica e del Consiglio, avendo letto la Costituzione dissero di no. Partecipammo solo dopo l’intervento delle Nazioni Unite, ad azione militare conclusa. 

E la seconda? 

Dobbiamo assolutamente evitare che scoppi una terza Guerra Mondiale seguendo una coalizione dai contorni ancora poco chiari. Nel 2011 in Libia aspettammo non una, ma ben due risoluzioni del Consiglio di Sicurezza prima di intervenire e ponemmo come precondizione per l’uso delle nostre basi militari che le operazioni rientrassero in una missione Nato. 

È pur vero che fornire le basi agli aerei americani significa prendere parte alle operazioni militari. C’è il rischio che questo supporto logistico rovini ulteriormente le nostre relazioni con Mosca. 

Fornire le basi è esattamente la stessa cosa di un intervento militare. Non dobbiamo prestarci a questa operazione, lo ripeto, innanzitutto per non violare la Costituzione. Poi certo c’è una questione geopolitica: con la necessità che abbiamo di combattere il terrorismo mettere Stati Uniti e Russia uno contro l’altro sarebbe un gravissimo errore. Già vedo i miliziani di Daesh festeggiare con lo champagne nelle roccaforti siriane. Anche un bambino si renderebbe conto che gli unici a trarne aiuto sarebbero i jihadisti. 

Che ruolo può avere dunque l’Italia per fermare l’escalation? 

Possiamo offrirci per partecipare allo smantellamento delle armi chimiche eventualmente trovate in Siria. Credo che Assad abbia tutto l’interesse a ospitare un’investigazione internazionale. Se trovano le armi può consegnarle per distruggerle: è successo nel 2013, quando una nave americana è giunta in Calabria nel porto di Gioia Tauro per caricare l’arsenale chimico consegnato da Assad e smantellarlo. Qualora non fosse scoperto alcun centro di produzione di queste armi, tanto meglio per Assad. In un caso e nell’altro l’esito è win-win per la comunità internazionale. 

I tweet di Donald Trump su un imminente attacco in Siria sono una mossa tattica o preludono a un intervento nelle prossime ore? 

Non credo che Trump sia così irresponsabile da lanciare i missili in una zona dove sono stanziati i soldati russi, ritengo più probabile che voglia dare una dura lezione ad Assad colpendo una base dove ci sono solo soldati siriani. Il vero rischio però è l’incidente: se un missile devia il percorso e cade sulle teste dei soldati russi il disastro è assicurato. Mettere le mani in una polveriera come il Medio Oriente significa rischiare di accendere la miccia di una Terza Guerra Mondiale: si può colpire l’esercito russo, ma nella regione ci sono anche le brigate di pasdaran iraniani, Israele non vede l’ora che un missile parta da Teheran per lanciargliene due in risposta. 

Secondo lei dunque il Presidente americano non passerà dalle parole ai fatti? 

La politica estera americana nel mondo non si fa su twitter. Trump ha definito il dittatore nordcoreano Kim Jong-un “rocket man”, ha detto di avere il dito sul bottone dell’atomica e adesso si parla di un prossimo incontro bilaterale. Mi auguro che anche alle frasi come “cari russi i missili stanno arrivando” seguano gesti di distensione. 
 
Al momento non c’è stata un’indagine internazionale per provare che le armi chimiche sono state usate da Assad. Sono sufficienti le supposizioni per minacciare un intervento bellico?

Siamo tornati di nuovo alla storia della “pistola fumante” agitata per la guerra in Iraq. Oppure al più recente caso Skripal, e alla figuraccia del ministro degli Esteri britannico Boris Johnson, che dopo aver scritto su twitter di aver le prove che si è trattato di un gas russo, ha dovuto eliminare la frase perché smentito dai suoi stessi esperti. Sono dichiarazioni usate per giustificare una decisione già presa: dare addosso ad Assad. Se questo è lo scopo, sarebbe più credibile affidare le indagini sul presunto attacco chimico a Douma a un’organizzazione internazionale come l’ESCWA. Ma la storia ci insegna che queste narrazioni hanno una finalità politica che non c’entra nulla con una investigazione trasparente e corretta. 

L’Unione Europea ha una voce in capitolo sull’escalation in Siria? 

Ancora una volta l’Unione Europea è assente, ormai non è un mistero che non esiste una politica estera europea. Fatto salvo l’orrore manifestato per i morti di Douma, ci mancherebbe, l’Europa farebbe meglio il suo mestiere se promuovesse un’investigazione internazionale per accertare le responsabilità di questi crimini.

12.4.18 | Posted in , , , , , , , , , , , , , , , | Continua »

Frattini: “E’ inutile organizzare i vertici sulla crisi ucraina senza la Russia”

Dal 1° gennaio 2018 l'Italia presiede l'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE). Una delle priorità principali della Presidenza italiana sarebbe quella di contribuire alla ricerca di una soluzione alla crisi ucraina. 

Intervista di Marina Tantushyan


"La crisi in Ucraina ha posto in questione i principi sui quali si basa l'Osce. L'Italia continuerà a sostenere tutti gli sforzi dell'Ocse verso una risoluzione pacifica del conflitto ed esorta tutte le parti ad implementare pienamente gli accordi di Minsk. È inaccettabile che questa situazione rimanga così, nel cuore dell'Europa, e credo che ciascuno debba fare il proprio dovere fino in fondo per andare oltre e risolver[la]", — a dirlo è il Ministro degli Esteri, Angelino Alfano, nell'assumere per l'Italia la presidenza dell'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa.


Riuscirà l'Italia a svolgere un ruolo pragmatico e politicamente importante nell'ambito dell'OSCE, puntando sulla risoluzione della guerra in Ucraina che continua a uccidere? Con questa domanda Sputnik-Italia si è rivolto a Franco Frattini, l'ex ministro degli Esteri, rappresentante speciale dell'OSCE per la Transnistria. 

 — Presidente Frattini, l'Italia ha assunto la presidenza dell'Osce il 1° gennaio 2018, indicando come priorità l'Ucraina. Secondo alcuni esperti autorevoli, l'Italia, alla presidenza di turno dell'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa nel 2018, potrebbe avere la più grande opportunità della sua recente storia diplomatica di giocare un ruolo chiave nell'evitare i rischi di una nuova escalation, un ruolo di facilitatore del dialogo tra Est e Ovest. Condivide questa visione? 

—Certo. Noi abbiamo assunto questa presidenza nell'Osce indicando alcune priorità tra cui la soluzione di quella situazione che da alcuni decenni riguarda Transnistria e la difficile situazione che si è creata in Ucraina. Il Ministro degli esteri italiano Alfano ha già visitato sia Mosca, sia Kiev. L'Italia, oltre di essere un paese-fondatore dell'Unione europea e un paese mediterraneo, ha sempre esercitato questo ruolo di ponte tra Occidente e Oriente. Non è un segreto che tutti i governi dell'Italia degli ultimi anni hanno avuto una posizione molto aperta al dialogo strategico e alla cooperazione con la Russia pur mantenendo un'alta radice nell'Alleanza Atlantica. Per queste ragioni, credo che la presidenza italiana dell'Osce, possa avere successo. 

 — Che tipo di strategia l'Italia vorrebbe realizzare in Ucraina orientale, dove, nonostante il silenzio mediatico in Occidente, il conflitto continua a provocare le vittime? 
—Io credo che la preoccupazione principale debba essere l'interesse del popolo ucraino. Chiaramente il popolo ucraino va rispettato, va aiutato anche perché l'elemento più preoccupante, oltre agli incidenti che provocano vittime, c'è un generale decadenza economica dell'Ucraina, una situazione di crisi molto grave, dove l'Occidente, al di là dello sostegno politico, ha sostenuto molto poco sotto il profilo economico lo stato ucraino. Quindi, le priorità sono: interesse del popolo, aiuti economici, soluzione di questa crisi, sovranità dell'Ucraina ma anche una profonda trasformazione istituzionale, ad esempio verso un modello federale che garantisca l'integrità territoriale del paese e l'identità delle popolazioni di alcune province orientali dell'Ucraina. Il modello federale funziona benissimo in molti paesi del mondo. Quindi, credo che quella strada dovrebbe essere esplorata ulteriormente e chiaramente questo deve essere fatto con la presenza di tutti paesi che hanno un interesse ad una Ucraina unita ma anche ad una Ucraina profitta perché un collasso economico di questo paese sarebbe un grande problema. 

 — L'Osce ha dispiegato in Ucraina la sua più grande missione speciale di monitoraggio (Smm). Potrebbe brevemente spiegare perché questa missione è considerata "speciale" e quale potrebbe essere il suo valore aggiunto per la risoluzione della crisi ucraina? 

 — Si tratta di una missione che anzitutto vuole preservare quello obiettivo fondamentale che è il cessate il fuoco, cioè eliminare, se è possibile del tutto le vittime negli incidenti proprio sull'area del confine, nelle provincie orientali dell'Ucraina. La seconda ragione è quella che questa missione dell'Osce vuole aiutare la ripresa di un traffico trafrontaliero. Perché in quelle zone di confine vivono molte persone che da una parte e dall'altra del confine rischiano di perdere il lavoro, se l'economia nelle zone di confine viene completamente distrutta. Quindi, in questa missione l'Osce ha il dovere e la responsabilità mantenere la stabilità e la sicurezza ma anche permettere la ripresa di tutte le attività quotidiane. 

 — Nel mese di maggio ad Aquisgrana, in Germania occidentale, si potrebbe tenere un vertice dei leader di Germania, Francia e Ucraina, dedicata al posizionamento nelle forze di pace delle Nazioni Unite nel Donbass. Lo hanno riferito fonti nell'amministrazione presidenziale di Kiev al quotidiano russo "Kommersant". Di fatto, si tratterebbe di un incontro del Formato di Normandia con l'eccezione di uno dei suoi membri: il presidente della Russia. Come commenterebbe questa notizia? 

— Io credo che sarebbe certamente un vertice del tutto inutile perché la questione ucraina, com'è stato detto tante volte, va affrontata attraverso gli accordi di Minsk che prevedono la partecipazione della Russia ai negoziati. Quindi, è chiaro che se la Russia non è seduta intorno al tavolo, si cambia la filosofia degli accordi di Minsk, che sono considerati dallo stesso l'Osce come il centro dei negoziati. Tutti possono fare i vertici che vogliono, però io credo che i leader non amino perdere tempo. Quindi, è bene dire con chiarezza che senza la Russia è del tutto inutile parlare della soluzione di questa crisi. 

— Dopo la formazione del nuovo governo di coalizione, quale sarà il prossimo passo dell'Italia nell'ambito dell'Osce per quanto riguarda il conflitto in Ucraina? 

—Io credo che la presidenza italiana dell'Osce continuerà in spirito di continuità, cioè aiutando la soluzione del conflitto ucraino, come l'Italia ha sempre fatto. Certamente io mi auguro, ma questo è un augurio personale, perché non so chi si sarà nel governo, che il nuovo esecutivo riveda la posizione nei confronti della Federazione Russa per quanto riguarda la politica delle sanzioni. A giugno ci sarà una decisione da prendere al Consiglio dell'Ue e mi auguro che in quella decisione governo italiano, che sarà in carica, aprirà una discussione politica per ridiscutere il tema delle sanzioni in uno spirito di cooperazione con la Federazione Russa. Questo è il mio auspicio personale, però ho visto che uno dei leader che ha vinto le elezioni, l'On.Salvini si muove in questa direzione. Credo che farebbe bene a tutti di avere una nuova discussione sulla politica delle sanzioni che francamente, a mio avviso, non è una politica giusta per le relazioni tra l'Occidente e la Federazione Russa. 

— L'Italia si mira a rafforzare il lavoro dell'Osce per affrontare gli altri conflitti attraverso i formati esistenti: le Discussioni Internazionali di Ginevra nell'affrontare le conseguenze del conflitto del 2008 in Georgia, i colloqui 5+2 per una soluzione in Transnistria e gli sforzi dei tre co-presidenti per il conflitto in Nagorno-Karabakh. Quale, a Suo avviso, potrebbe essere il contributo della Russia alle trattative sulla regolarizzazione della Transnistria? 

— L'appoggio e dell'impulso della Federazione Russa è necessario, la Russia è uno dei componenti del 5+2. Ho parlato al telefono con il capo negoziatore russo e anche con il capo negoziatore ucraino per la questione Transnistria, che sono due rappresentanti speciali di rispettivi governi. Dopo visita a Chisinau e a Tiraspol ho ottimismo che tutti i componenti del 5+2 aiuteranno la soluzione del negoziato. Durante la mia visita a Chisinau ho avuto anche un incontro con i partner internazionali e il rappresentante della Federazione Russa era presente intorno al tavolo, dove fra l'altro sedeva l'ambasciatore americano. Quindi questo vuol dire che sulla questione Transnistria c'è una convergenza degli interessi e io mi auguro che le due parti Chisinau e Tiraspol trovino le soluzioni tecniche in poche settimane, in modo che il 5+2 al livello politico possa definire questo aspetto del negoziato. Questo sarebbe molto importante.

9.4.18 | Posted in , , , , , , , , , | Continua »

L’esempio americano del Marshall Plan per il soft power dell’Europa. Parla Franco Frattini

L’esempio americano del Marshall Plan per il soft power dell’Europa. Parla Franco Frattini 
Secondo il presidente della Sioi un Piano Marshall europeo per l'Africa è auspicabile purché non si riduca a "donazioni economiche prive di controlli" 
Francesco Bechis 



“Un grande aiuto economico, ma soprattutto un grandissimo progetto politico”. Così il presidente della Sioi Franco Frattini, già ministro degli Esteri e commissario Ue, ha definito il Piano Marshall celebrando il suo settantenario al Centro Studi Americani assieme al direttore Paolo Messa, a Maria Romana De Gasperi e al presidente della Fondazione Sapienza Antonello Folco Bigini. 

Troppo spesso riduciamo il mastodontico intervento degli americani per ricostruire l’Europa a una semplice opera d’elemosina ai Paesi sconfitti per sottrarli alla cortina di ferro. Il Piano Marshall, ha ricordato Frattini, è stato molto di più: “Non una donazione di un ricco al povero, ma la chance per un alleato meno fortunato, sconfitto in guerra, di crescere nei diritti, nella prosperità e nella democrazia”.  

Fu indubbiamente una scelta di campo strategica, ma in un mondo diviso in blocchi l’Europa non poteva permettersi la neutralità, se non, come riconobbe lo stesso Alcide De Gasperi, “in un mondo di inermi o garantito da una forte difesa di natura e di armi”. “Credo che il messaggio di De Gasperi sulla centralità della persona umana sia stato uno dei punti nodali del Piano Marshall” ha continuato Frattini, “permettendo agli alleati di rinascere dopo una guerra che era stata negazione della persona umana sono state poste le basi per la Carta di Nizza del 2000”. Il debito europeo verso il Piano Marshall va dunque ben al di là degli aiuti economici e delle forniture giunte nel Vecchio continente per rilanciare l’industria e l’occupazione. Oggi, ha sottolineato l’ex titolare della Farnesina, “il soft power europeo ha nel suo dna il Piano Marshall, dobbiamo anche a questo il grande successo nella politica di vicinato dell’Ue con i Balcani occidentali”. Dove ha fallito l’Unione Sovietica è riuscita l’Unione Europea, portando a Est “rule of law, programmi di giustizia, di sicurezza, di lotta al crimine organizzato, permettendo a quei Paesi di sentirsi parte di un destino comune”. 


Abbiamo imparato la lezione del 1948? Non ancora, ha ammesso Frattini. Se il progetto europeista perde terreno, e di conseguenza il suo soft power, è anche perché persistono i veti incrociati, i particolarismi, che rendono impossibile, se non addirittura utopico, parlare di politica di sicurezza e difesa comune. “Non possiamo lamentarci di essere vittime dell’imperialismo americano e poi non fare nulla per costruire una vera politica estera europea. Se ogni volta che uno dei 27 Stati membri pone il veto tutto si blocca, l’Europa perde la chance di essere protagonista di politiche di successo”. Ben venga anche la Brexit dunque, se una volta conclusa permetterà agli Stati membri di parlare di Difesa comune europea senza soccombere al veto di Londra. 

C’è un banco di prova per capire se l’Unione Europea ha fatto sua la lezione del Piano Marshall. È lo sviluppo economico e politico dell’Africa, passaggio cruciale per la stabilizzazione del Mediterraneo e del fenomeno migratorio. Frattini ha chiara in mente qual è la road map da seguire: “Ci sono due paradigmi, uno, totalmente sbagliato, è quello del neo-colonialismo, l’altro, l’unico che può funzionare, quello del co-sviluppo”. Secondo l’ex ministro degli Esteri in Africa l’Europa non deve commettere lo stesso errore dell’alleato americano in Iraq, quando gli Stati Uniti formarono il governo provvisorio “facendo piazza pulita di migliaia di funzionari, sottoufficiali e ufficiali, che una volta cacciati si unirono alla resistenza contro di noi”. Così come il Piano Marshall americano fu un progetto a lungo termine, che vide Stati Uniti e Europa collaborare fianco a fianco nella gestione condivisa delle risorse e nella costruzione di istituzioni democratiche, così anche un Piano Marshall europeo per il continente africano non deve ridursi ad assistenzialismo, ma deve diventare una grande opera di institution-building e creazione di welfare fra Stati africani ed europei. “Se abbandoniamo il modello delle donazioni incontrollate per un modello di co-sviluppo” ha concluso Frattini, “riusciremo ad aiutare gli Stati africani affetti da grave instabilità politica a creare prosperità, tutelare i diritti e a consolidare i regimi democratici”.





4.4.18 | Posted in , , , , , , , , , , | Continua »

Italian parties need to find compromise to elect speakers: Franco Frattini discusses Italian politics.

Italian parties need to find compromise to elect speakers: Franco Frattini, Former Italian Ministry for Foreign Affairs discusses Italian politics 




CNBC
22 March, 2018

23.3.18 | Posted in , , , , , , , , , , , | Continua »

RT: Franco Frattini comments on Russian Elections

RUSSIAN ELECTIONS


Franco Frattini, Former Italian Foreign Minister and European Commissioner comments on Russian Elections for RT
19 march, 2018










RT: https://www.youtube.com/user/RussiaToday/videos

22.3.18 | Posted in , , , , , , , , , | Continua »

"Una pagina oscura: i raid francesi in Libia"- Frattini a Il Mattino: paghiamo ancora le conseguenze

Libia: Frattini a "Il Mattino", una pagina oscura i raid francesi

Non è un mistero che l'ex presidente francese Nicolas Sarkozy fu il più determinato nell'intervento militare contro Gheddafi: è un dato storico incontrovertibile che il presidente francese fosse deciso come non mai ad intervenire. Lo ha detto Franco Frattini, nel 2011 ministro degli Esteri del governo Berlusconi, in una intervista a "Il Mattino". Ora - continua Frattini - bisognerà attendere l'esito delle indagini per capire se quella ferrea volontà di bombardare la Libia fosse ispirata anche da altre ragioni. L'allora ministro ricorda che "in quel momento sia noi che altri partner della comunità internazionale eravamo increduli. Inizialmente stabilimmo che se francesi e inglesi volevano bombardare non avrebbero potuto utilizzare le basi italiane, se avessero voluto proseguire nel loro intento gli aerei dovevano partire, con tutte le difficoltà del caso, dalle basi francesi in Corsica". Poi però arrivò il via libera italiano: "Perché nel frattempo giunsero due risoluzioni Onu che autorizzavano la missione, ma soprattutto chiedemmo garanzie che l'intervento si svolgesse nel quadro degli accordi Nato. Allora avevo un rapporto continuo con il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, insieme a lei, in 48 ore, stabilimmo le modalità di intervento"... (segue articolo)








22.3.18 | Posted in , , , , , , , , , , | Continua »

Perché l’Italia è stata lungimirante sul caso Skripal. Mentre Merkel e Macron… Parla Franco Frattini

Perché l’Italia è stata lungimirante sul caso Skripal. Mentre Merkel e Macron… Parla Franco Frattini 
di Francesco Bechis 


Dal rapporto transatlantico con la Russia alla missione in Niger fino alle parole (inappropriate) dei leader di Germania e Francia sul voto italiano. Il presidente della Sioi dice la sua sulla politica estera del Paese 

Sul caso Skripal, l’ex spia russa trovata avvelenata su una panchina a Salisbury assieme alla figlia, la reazione italiana è stata certamente tardiva. Tagliata fuori ancora una volta dal concerto europeo, che ha subito serrato le fila con un comunicato congiunto con Washington, l’Italia dimostra forse di non avere una politica estera autonoma. Ma, a detta di Franco Frattini, presidente della Sioi, già ministro degli Esteri e commissario europeo, questa volta la ragione sta dalla parte del nostro governo. 

Intervistato da Formiche.net, Frattini ritiene poco saggia l’accusa del ministro degli Esteri britannico Boris Johnson contro Mosca, perché, in vista delle elezioni presidenziali russe di domenica, “fa solo un favore a Putin”. L’invito per l’Italia è di rialzare la testa e farsi sentire in Europa all’alba di importanti riforme. Le parole di Merkel e Macron dall’Eliseo sul voto italiano sono “inappropriate”, segno di una mancanza di rispetto per il voto degli italiani. 

Presidente Frattini, cosa dimostra la tardività della risposta italiana sul caso Skripal? 

Questa reazione, nella sua tardività e timidezza, era prevedibile e prevista, tanto che Francia, Germania e Stati Uniti non ci hanno chiesto di sottoscrivere il documento quando lo hanno pensato. Gentiloni era consapevole, e i fatti gli hanno dato ragione, che un’adesione entusiasta a quella nota sarebbe stata rapidamente smentita da quelli che hanno vinto le elezioni: Salvini, Meloni, Di Maio. C’è poi un elemento di sostanza: la politica estera italiana, pur comprendendo le ragioni della lealtà atlantica e avendo accettato il sistema delle sanzioni che così tanto ci danneggia, ha sempre lavorato, dal nostro governo fino a Renzi e Gentiloni, per incentivare un dialogo piuttosto che un isolamento rispetto alla Russia. 

Cosa non la convince della risposta diplomatica di Downing Street? 

Boris Johnson ha dichiarato che un coinvolgimento di Putin è “altamente probabile”. Non è saggio ritirare i diplomatici e minacciare la Guerra Fredda se si ritiene “altamente probabile” la responsabilità del Cremlino, su queste cose non si scherza. Forse chi ha subito tracciato il verdetto senza aver fatto indagini non ricorda che qualche mese fa, cioè a fine settembre del 2017, con una sontuosa cerimonia all’Aja l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac), Nobel per la pace nel 2013, ha celebrato il completamento della totale distruzione delle armi chimiche possedute dalla Federazione Russa. Nella lista delle armi non è stato inserito il veleno che ha intossicato Skripal e sua figlia. 

Dunque è presto per tirare conclusioni su un episodio così grave? 

Sono stato presidente del Comitato parlamentare per il controllo dei Servizi segreti, e so bene che gli scambi di spie si realizzano nell’ambito di programmi di collaborazione fra Stati non amici. Che senso avrebbe consegnare una spia, e provare a ucciderla molti anni dopo peraltro con un gesto così clamoroso, lasciando le tracce? Cui prodest? Non ritengo condivisibile questo modo tranchant di fare il nome di Putin alla vigilia delle elezioni. 

La crisi diplomatica con Londra può avere ripercussioni sull’opinione pubblica russa in vista del voto di domenica? 

Un attacco del genere fa solo un favore a Putin. La sua forza deriva dalla capacità di suscitare un senso di orgoglio nazionale per il ritorno della “Grande Russia”, che si sente assediata dall’Occidente. Per questo l’Italia ha fatto bene, pur esprimendo la doverosa solidarietà agli alleati, ad aspettare a tirare conclusioni. 

Qual è a suo parere oggi il naturale collocamento di Roma fra Washington e Mosca? 

La naturale vocazione dell’Italia è quella di fare da ponte fra le due sponde. Dobbiamo manifestare alla Russia le nostre ragionevoli preoccupazioni, soprattutto su alcuni gesti simbolici di cui si parla poco, come la scelta di far coincidere le elezioni a Mosca con l’anniversario dell’annessione della Crimea. L’Italia però deve rimanere amica sincera della Russia, senza puntare il dito come fanno gli inglesi. Come è logico, il nostro governo riconosce nella Russia un attore internazionale che resta indispensabile per affrontare la minaccia terroristica, l’instabilità del terrorismo e la questione siriana. In Europa ci sono altri Stati che ritengono poco saggio isolare il Cremlino: penso alla Grecia, alla Spagna, al piccolo e influente Lussemburgo, ma anche a Stati dell’Est Europa come l’Ungheria e la Slovenia. 

A proposito di credibilità all’estero, la scorsa settimana il ministro della Difesa del Niger ha smentito una missione militare italiana di contrasto all’immigrazione. 

 È stato fatto un errore tipico da campagna elettorale, dare per fatta qualcosa senza averla in tasca, la famosa pelle dell’orso prima di avergli sparato. Conosco il Niger e gli altri Paesi di origine e transito dell’immigrazione, la loro opinione pubblica non è fatta di tamburi, ma di internet e social networks. Quando giunge la notizia di una missione di soldati italiani in terra nigerina la reazione è inevitabilmente furibonda. È lo stesso errore di calcolo che l’Italia fa sui rimpatri: per rimpatriare un migrante il nostro governo deve pagargli una borsa di opportunità per aprire una piccola attività. Ma l’accordo deve essere concluso con il Paese d’origine, non consegnando al migrante 500 euro.

Veniamo al nostro collocamento in Europa. In un vertice congiunto con Angela Merkel all’Eliseo Macron ha dichiarato che le elezioni italiane “hanno scosso il contesto europeo” e “hanno visto imporsi gli estremismi”. 

 Francamente io ho rispettato l’esito delle elezioni francesi così come delle elezioni tedesche, i lunghi mesi che hanno portato alla formazione del governo in Germania, le clamorose dimissioni di Schulz. Gli italiani hanno votato, Francia e Germania dovrebbero avere lo stesso rispetto. Quando prenderà forma il nuovo governo italiano capiremo quali ripercussioni ci saranno in Europa, mi sembra del tutto inappropriato parlare di una scossa a Bruxelles. Questi due Paesi devono abituarsi ad essere più rispettosi dell’esito delle elezioni italiane. 

Alla vigilia di una stagione di riforme, dall’Eurozona al sistema di Dublino, in un momento di delicata transizione politica interna, l’Italia avrà la credibilità necessaria per far sentire la sua voce? 
L’Italia deve fare di tutto per inserirsi come attore di primo piano in questo percorso di negoziato. Conta più questo dei risultati effettivi delle trattative che sono in bilico. Se infatti Macron continua a spingere sull’acceleratore su proposte come il ministro delle Finanze unico e una maggiore integrazione della governance, Angela Merkel comincia a frenare, ora che al governo non ha più Schauble ma un leader del partito socialdemocratico che è molto più cauto sulla cessione di sovranità all’Europa e le politiche di austerity. 

Ci sono speranze che il sistema di Dublino sull’accoglienza venga riformato verso una responsabilità più condivisa fra gli Stati membri? 

Questa è senz’altro una delle riforme prioritarie, dobbiamo esserci per chiedere il rispetto del principio di solidarietà, che è già nei Trattati. Il gruppo di Visegrad ha però già dichiarato compatto di non avere neanche intenzione di affrontare la materia, l’unica strada sarà dare inizio a un’Europa a più velocità. C’è uno strumento previsto dai Trattati: una cooperazione rafforzata fra almeno nove Paesi, che può risultare decisiva anche in materia di Difesa comune. 

C’è poi il lato economico: fra un anno inizieranno i negoziati per il quadro settennale per il bilancio europeo. 


Quella sarà la battaglia delle battaglie per il prossimo governo italiano. Noi siamo uno dei pochi Paesi, assieme alla Francia, che spendono molto più di quanto ricevono. Alcune grandi città del Sud Italia non stanno meglio di Varsavia, Katowice o Breslavia, eppure ricevono meno fondi. Siamo ormai al paradosso per cui i soldi dei risparmiatori di Trapani finiscono per finanziare la bella e ricca Budapest.

19.3.18 | Posted in , , , , , , , , , , , , , | Continua »

AGI NEWS: Così la Cina cambierà e metterà l'Occidente alle strette. Intervista a Franco Frattini


L'ex ministro degli Esteri e presidente della Società italiana per l'organizzazione internazionale racconta all'Agi le strategie di Pechino. Cosa dobbiamo aspettarci nei prossimi anni dalla gestione e dalla visione del mondo del presidente Xi Jinping 








di ALESSANDRA SPALLETTA 

Xi Jinping potrebbe restare al potere a tempo indeterminato ma non è mosso da una smania di potere, piuttosto la Cina "vuole garantire al presidente la possibilità di una guida che non cambi nel tempo di due mandati quinquennali, che per noi occidentali è già lungo". 

Lo ha detto in una intervista all'Agi Franco Frattini, già ministro degli Esteri e presidente della Società Italiana per l'Organizzazione Internazionale, dopo la proposta annunciata dal Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese di eliminare dalla Costituzione cinese il limite dei due mandati per il presidente, che - se ratificata dalle "due sessioni" (l'Assemblea Nazionale del Popolo che si apre il 5 marzo) - spianerà la strada a Xi per occupare questa posizione oltre la scadenza del 2023. 

L'emendamento aveva suscitato diverse polemiche, anche nella stessa Cina, e sollevato paragoni con la Corea del Nord, con il passato maoista e con la prima epoca repubblicana. "In questa mossa - ha invece spiegato Frattini - vedo soprattutto una coerenza con la lunghezza di visione tipica dei cinesi alla quale occorre adeguare una continuità di leadership. Credo che sia in atto una forte azione di rinnovamento e di cambiamento interno al Partito e quindi alla struttura dello Stato. La volontà riformista di Xi richiede tempi necessariamente lunghi. La sfida politica del leader cinese sarà quella di dimostrare ai quadri di partito, che oggi lo ossequiano ma che domani potrebbero fargli la fronda, che questo cambiamento non intacca il loro ruolo. Xi sa bene che un uomo solo al comando in Cina può non funzionare". 

La riforma costituzionale riguarda anche la creazione di un sistema nazionale di supervisione in chiave anti-corruzione, "il corollario indispensabile per sottrarre Xi Jinping e il suo team più ristretto all'accusa che i quadri potrebbero rivolgergli, di aver creato un sistema di potere con zero controlli", ha detto il presidente della SIOI

"La saggezza cinese viene sempre fuori - ha aggiunto - nel momento in cui rafforza un peso, crea un contrappeso". La seconda economia mondiale è l'unico Paese oggi in grado di esprimere una visione di lungo periodo. La Via della Seta, il progetto di collegamento infrastrutturale via terra e via mare tra Asia ed Europa voluto dallo stesso Xi nel 2013, esprime al massimo una strategia con cui la Cina "ancora una volta gioca una partita solo apparentemente economica, ma profondamente geopolitica". 

Da molti definito (erroneamente) un nuovo Piano Marshall, "dobbiamo dare fiducia al progetto, apprezzarne il disegno geopolitico e non meramente economico, e sicuramente partecipare". L'Italia deve fare sistema se vuole giocarsi un ruolo. 

"Un tempo - ha spiegato Frattini - c'erano le stazioni di posta dei cavalli dove si fermava Marco Polo, oggi ci sono le stazioni della nuova Via della Seta. Noi italiani abbiamo una possibilità straordinaria. 
I cinesi sono interessati a Trieste e Venezia, ce lo hanno detto chiaramente, lo dicevamo anche a me prima ancora che nascesse il progetto. Se la stazione di posta tra i due porti diventa lo snodo per l'interconnessione sud-nord e est-ovest, possiamo trasformare Venezia o il golfo di Trieste in uno degli snodi principali per i commerci che transitano verso il Nord Europa. Ma dobbiamo fare sistema". 

A poche ore dalla diffusione della proposta del Comitato Centrale del Pcc, il Global Times scriveva in un editoriale che “il cambiamento non significa che il presidente cinese avrà un mandato a vita”, ribadendo la fiducia nella leadership. 

 "Nella proposta di eliminare il limite dei due mandati per Xi Jinping, vedo innanzitutto coerenza con la lunghezza di visione alla quale la Cina deve adeguare una continuità di leadership. Nei miei frequenti contatti istituzionali con la Cina, a partire dagli incontri con il predecessore del presidente Xi, Hu Jintao, e con l'ex premier Wen Jiabao, ho sempre compreso che la leadership cinese guarda ai problemi con una visione di media-lunga durata. Il mio omologo ministro degli Esteri, oggi autorevole membro del consiglio di Stato, parlando delle conferenze sull’ambiente, mi faceva notare che mentre noi europei guardiamo al 2025, loro guardano almeno al 2050. Questa proiezione è probabilmente una delle ragioni che hanno indotto la proposta di un importante cambiamento costituzionale, che non è collegata a una smania di potere del leader cinese ma a una coerenza con quella visione di lunghissimo termine che noi occidentali guardiamo con ammirazione". 

 Xi ha accumulato un potere infinito: da ottobre 2016 detiene la carica di “core leader”, e l'iscrizione nello statuto del Partito del suo contributo ideologico, legato al suo nome, alla fine del diciannovesimo Congresso del PCC dell’ottobre scorso, lo ha posto sullo stesso livello di Mao Zedong e di Deng Xiaoping. 

 "Credo che sia in atto una forte azione di rinnovamento e di cambiamento interno al Partito, e quindi alla struttura dello stato. La volontà riformista di Xi richiede tempi necessariamente lunghi. Nella visione cinese ritrovo una frase scolpita nella storia d’Italia, quando il grande De Gasperi, padre fondatore dell’Europa, presentando il suo governo alle Camere, disse che la differenza tra un politico e un uomo di stato è che il primo guarda alle prossime elezioni, il secondo alle prossime generazioni. Come facciamo noi a guardare alle prossime generazioni con il rischio ogni sei mesi di elezioni regionali, comunali, e amministrative? L’obiettivo del modello politico cinese, che è molto diverso dal nostro, e verso il quale ci vuole grande rispetto, è di alimentare una visione lontana dalla cadenza quinquennale di una o due legislature". 

Una rottura con la tradizione denghista in cui molti osservatori vedono il rischio di una involuzione istituzionale e l’uscita dal concetto di leadership collettiva introdotta in epoca post-maoista. 
"La sfida politica più importante per Xi Jinping sarà quella di dimostrare che una struttura così articolata e forte come il Partito Comunista Cinese può continuare a svolgere la sua funzione di guida collettiva anche con un presidente che può durare ben più di un cambio generazionale. Xi dovrà provare ai quadri di partito, che oggi lo ossequiano ma che domani potrebbero fargli la fronda, che questo cambiamento non intacca il loro ruolo. Xi sa bene che un uomo solo al comando in Cina può non funzionare." 

La riforma costituzionale riguarda anche la creazione di un sistema nazionale di supervisione in chiave anti-corruzione, un ente al di sopra del Consiglio di Stato, che sottoporrà l’intero sistema a un controllo puntuale 

"Questo sarebbe il corollario indispensabile per sottrarre Xi Jinping e il suo team più ristretto all’accusa che i quadri potrebbero rivolgergli, di aver creato un sistema di potere con zero controlli. La saggezza cinese viene sempre fuori: nel momento in cui rafforza un peso, crea un contrappeso. E un contrappeso di questa portata, nell’apparato cinese, non c’era mai stato". 

Con Xi al potere, la postura internazionale della Cina è cambiata. La Via della Seta disegna una strategia molto chiara 

"Ancora una volta la Cina gioca una partita solo apparentemente economica, ma profondamente geopolitica. La Via della Seta è un progetto politico, non va sminuito come una questione che riguarda soltanto il denaro. Attraversa regioni del mondo in contrasto tra di loro, spesso in crisi e instabili, e ha l’obiettivo altissimo che aveva Marco Polo: dove passano i commerci, non passano le armi. Con l’interconnettività, le infrastrutture e i commerci, punta a portare dal Medio Oriente ai Balcani, dall’Asia centrale alle regioni più delicate e difficile del centro Asia, una prospettiva di crescita e di benessere che allontana le frustrazioni, le crisi, le instabilità". 

Non sempre viene però accolta con favore… 

"Si tratta di un progetto al quale noi occidentali dovremmo aderire, e che invece in Europa è stato accolto con scetticismo. Ci si lamenta della scarsa trasparenza delle procedure e del fatto che non sappiamo chi detta le regole del gioco, si teme che la Cina lo promuova per suo uso e consumo. Insomma, il solito approccio paraburocratico brussellese, secondo il quale i progetti legati al Belt and Road non possono essere presi in considerazioni se la gara non avviene secondo le procedure che vigono a Bruxelles. Errore gravissimo. La Cina va avanti lo stesso. Nei Balcani, quelli che erano i grandi corridoi trans europei saranno pezzi della Via della Seta. In Serbia, la ferrovia veloce Belgrado-Budapest finanziata dai cinesi (in fase di stallo per presunte irregolarità rispetto alle normative dell'Unione Europea, ndr) sarà uno dei tratti che si collegheranno con la Grecia, dove i cinesi hanno comprato il porto del Pireo. Un tempo c’erano le stazioni di posta dei cavalli dove si fermava Marco Polo, oggi ci sono le stazioni della nuova Via della Seta. Noi italiani abbiamo una possibilità straordinaria. I cinesi sono interessati a Trieste e Venezia, ce lo hanno detto chiaramente, lo dicevamo anche a me prima ancora che nascesse questo progetto. Se la stazione di posta tra i due porti diventa lo snodo per l’interconnessione sud-nord e est-ovest, possiamo trasformare Venezia o il golfo di Trieste in uno degli snodi principali per i commerci che transitano verso il Nord Europa. Dovremmo cogliere al volo questa occasione. Fare arrivare ai nostri porti qualche centinaia di milioni di container provenienti dal Sud e che passano dal Canale di Suez, vuol dire risparmiare 15 giorni di navigazione intorno all’Africa". 

Cosa deve fare Pechino per convincere i più scettici? 

"Il progetto può realizzarsi a condizione che la Cina faccia davvero quello che sta promettendo, ovvero offra una piattaforma di collaborazione e non la trasformi in una idea neo-colonialista, che - come sappiamo - è la preoccupazione principale di noi occidentali. Gli interlocutori con cui ho parlato di recente mi hanno spiegato che la Cina vuole entrare davvero in Europa e nei Balcani, i cinesi hanno tutto l’interesse a lanciare dei ponti verso aree del mondo in cui non sono il numero uno, non gli interessa lanciare una rete. Credo che si debba dare credito a queste rassicurazioni pur continuando a osservare con attenzione l’evoluzione del progetto. Insomma, dobbiamo dare fiducia alla Via della Seta, apprezzarne il disegno geopolitico e non meramente economico, e sicuramente partecipare". 

Dopo la partita persa di Taranto e Gioia Tauro, quando si pensa all’interesse della Cina di investire su Trieste, Genova o Venezia, ci si chiede se il sistema Italia sia oggi in grado di fare proposte concrete 

"La risposta è semplice: se l’Italia fa sistema certamente potremo diventare un interlocutore attraente. Su Taranto avevo personalmente preso contatti con le grandi società di container e avevo lavorato su un grande investimento relativo al traffico commerciale, ma una volta mancava l’autorizzazione, un’altra un ente locale si metteva di traverso (l'inserimento del porto tarantino nel progetto cinese, insieme ai porti dell'Alto Adriatico e dell'Alto Tirreno, è stato rilanciato dal ministro Delrio in occasione della visita di Stato di Mattarella nel febbraio del 2017, ndr). Se l’Italia non fa sistema perdiamo pure questa occasione. Abbiamo sottovalutato le potenzialità del commercio e degli affari con la Cina. L’ultimo vertice di livello che seguii personalmente a Roma, quando nel 2009 Berlusconi incontrò a Roma l’allora presidente Hu Jintao, stabilì l’obiettivo di raggiungere 100 miliardi di interscambio. Ad oggi siamo molto lontani da questa meta. Berlusconi i conti li aveva fatti bene. L’interesse per l’Italia c’è ma deve essere soddisfatto". 

Xi riempie gli spazi lasciati vuoti da Trump e propone una visione di globalizzazione sinocentrica. Un modello ben diverso da quello americano… 

"Il modello americano corrisponde a quello che in molti Paesi europei è fortemente sentito, interpreta il timore che una globalizzazione senza controlli alla fine siano i più deboli a pagarla. Non c’è molto di sbagliato in questo. C’è però che i cinesi hanno rilanciato un tema a cui è difficile dire di no. Se oggi il mondo, anche se non ci piace, è globalizzato, le risposte debbono essere globali. Non possiamo rispondere a un tema globale come le migrazioni, dicendo che i nordafricani se la vedono da loro, perché noi ce la vediamo da noi. Ci piaccia o meno, se i problemi non li affrontiamo insieme, ci arrivano nel giardino di casa. Ma la nostra visione non può essere sinocentrica, non possiamo seguire il modello della globalizzazione senza se e senza ma. D’altro canto è anche sbagliato imporre unilateralmente dei dazi. Se la Cina ha fatto in passato del dumping sociale e ambientale, è stata l’Europa a pagare il prezzo più salato, soprattutto l’Italia che è un paese manifatturiero. Credo che sia interesse dell’Europa avere un mercato aperto con la Cina, ma se siamo sommersi da falsi cinesi, questa è concorrenza sleale. Ha ragione Xi a parlare di libero mercato e di concorrenza trasparente e corretta. La Cina non può limitarsi a parlare soltanto di competizione senza freni, deve introdurre delle regole per noi indispensabili. Altrimenti si va nell’opposto di Trump".



Qual è il tratto più distintivo della “nuova era” cinese emersa dal Congresso di ottobre scorso?

"La più grande novità è che Xi Jinping non fa mistero di voler essere un leader globale e politico. Oggi tutti sanno che se non si muove la Cina, il dossier nordcoreano non si risolve, la questione delicata della Siria resta ferma perché c’è un veto in Consiglio di sicurezza, e l’Africa non fa progressi. Quindi la tradizionale e dichiarata neutralità cinese viene declinata in campo militare, ma non è affatto neutralità geopolitica. Questo è un fatto nuovo importantissimo".



5.3.18 | Posted in , , , , , , , , , , | Continua »

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