‘Europe lacks vision & leadership to address migration’ - live interview to Russia Today


The EU left Italy to deal with the refugee crisis alone “for many years” before realizing it was a pan-European issue, Franco Frattini, Italy’s former foreign minister who has also served as European Commissioner for Justice, Freedom, and Security, told RT.

Dealing with the EU’s immigration policies was part of Frattini’s job on the European Commission. He said powerful members of the alliance like Germany were reluctant to speak out against the status quo.

“The situation was not changing at all through the years. Then suddenly [they] realized that migration is a European issue, not a Sicilian or Italian or Greek. They realized [that there were] Balkan routes. At that moment they said: ‘Oh! We need border sharing, we need a distribution, we need to block our external borders,’” he said.


Frattini said that, during his tenure as a European Commissioner, he had suggested measures to make the EU’s borders more secure, but they were rejected.

“President of the European Commission [Jean-Claude] Juncker said a few days ago, ‘Frattini’s plan was never adopted; we need to re-propose it now ten years later.’ I’m not saying this to say I was good. But unfortunately Europe is lacking vision and leadership to address migration,” he said.

Now the problem has grown into one of the most important issues facing the EU, Frattini said. Attitudes towards refugees is now a key factor in elections all across Europe.

“In France, Marine Le Pen wants to get votes on [the refugee issue] and the government is rejecting it. Germany is going to election. This is one of the most important points at stake. The rightists are getting votes in all the regional elections in Germany on this. Austria will likely vote for an anti-migrant president, again on this. They close the border between Austria and Italy for weeks and months on this!” he said.

Frattini also spoke to RT about the ongoing stand-off in Syria, where the violence has continued since the US broke off cooperation with Russia on a ceasefire and is reportedly considering attacking Syrian government forces.

The former minister said the current wave of confrontational rhetoric is unlikely to lead to any breakthrough in Syria, and that the key players must cooperate and compromise to find a meaningful solution to the crisis.



“Some years ago, [US] President [Barack] Obama made a formal proposal to the European allies to go to war against Assad. And he realized even his closest ally, [then-UK Prime Minister David] Cameron, did not find a majority in the House of Commons. And the proposal has been withdrawn,” Frattini said.

“Then we moved from the failed proposal to go to war to an opposite proposal – to cooperate on Assad to dismantle [the Syrian] chemical arsenal. Russia, the East, Europe agreed, and it was the only successful example of cooperation since the beginning of the crisis in Syria. So my moral is: cooperation – success; fighting, confrontation, threats – failure.”

10.10.16 | Posted in , , , , , , , , , , | Continua »

Working dinner con Peter Altmeir per un confronto sull'immigrazione


Grazie alla Konrad-Adenauer-Stiftung Rom e alla direttrice Caroline Kanter per aver organizzato un'interessante scambio di riflessioni ed idee con Peter Altmaier sul complesso tema delle migrazioni. Un sincero amico ed un eccellente collega con cui ho avuto il piacere di lavorare proprio sui temi della sicurezza e dell'immigrazione durante il mio mandato in Commissione Europea. 



7.10.16 | Posted in , , , , | Continua »

Migranti: Juncker, 8 anni ritardo proposta frontiere Frattini


Un ringraziamento al presidente Jean Claude Juncker per aver ricordato che l'impegno 8 anni fa c'era ed era determinato. Ma purtroppo ben ricordo il disinteresse di molti Paesi e l'ostilità del Parlamento europeo nell'affrontare la spinosa questione delle forntiere esterne.  FF

 "Fatta quando era commissario, ma gli Stati si sono attivati solo ora"

"La crisi dei rifugiati è importante perché è il motivo per cui la Ue si divide" e la Ue "non deve lasciare sole l'Italia, la Grecia o Malta" ovvero "i paesi in prima linea che la Ue deve assistere". Lo dice il presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker alla plenaria del Cese, aggiungendo: "ammiro l'Italia, fa meglio della Grecia perché ogni giorno salva migliaia di vite" e "le navi di tutta Europa portano tutti in Sicilia e lasciano all'Italia il compito di nutrirli e ospitarli". La solidarietà nella ripartizione dei rifugiati tra i diversi ci "deve essere". "Alcuni paesi lo fanno, altri dicono di no perché sono cattolici e non vogliono musulmani. Questo è inaccettabile" perché non si tratta di musulmani ma di esseri umani. Dice Juncker aggiungendo che comunque se quei paesi "non possono fare la ripartizione, allora devono partecipare di più al rafforzamento della protezione delle frontiere esterne che va fatta entro fine ottobre".

"Nel 2007 sotto il commissario Franco Frattini, la Commissione aveva gia' presentato una proposta per la protezione delle frontiere esterne", ma questa idea di rafforzarla ha invece suscitato l'interesse degli stati membri solo oggi, "con 8-9 anni di ritardo". Cosi' il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker parlando al Cese, dove ha ancora sottolineato, sul fronte dei migranti musulmani che alcuni Paesi non vogliono accogliere, che "prima vengono gli uomini, e poi le religioni".

22.9.16 | Posted in , , , , | Continua »

MURO DI CALAIS/ Frattini: gli inglesi e la Merkel hanno isolato l'Italia





Intervista a Il Sussidiario

Il governo britannico inizierà la costruzione di un muro vicino a Calais per impedire l’ingresso dei migranti nel Regno Unito. Lo ha reso noto la Bbc, che cita il ministro degli Interni Robert Goodwill. Il muro sarà alto 4 metri e correrà per 1 chilometro su entrambi i lati della strada principale verso il porto di Calais. Il ministro Goodwill ha affermato che la sicurezza è “calpestata” in quanto i migranti continuano a cercare di salire a bordo di veicoli diretti verso la Gran Bretagna. Ne abbiamo parlato con Franco Frattini, ex ministro degli Esteri ed ex Commissario Ue per la Giustizia, la Libertà e la Sicurezza.

Che cosa ne pensa della decisione di costruire un muro anti-migranti a Calais?
Il muro sull’autostrada di Calais è l’effetto dell’esasperazione che si vive in Gran Bretagna, come del resto in Ungheria o Bulgaria, di fronte all’incapacità dell’Europa nel gestire il fenomeno migratorio. Quando si fa una sorta di “Tana libera tutti”, ognuno si costruisce il proprio muro.

Che cosa sta avvenendo in Europa?
Quello di Calais è l’ennesimo segnale di uno sfaldamento completo dell’Europa, perché malgrado la Brexit il Regno Unito è ancora oggi membro dell’Ue e la Francia è uno dei suoi Paesi fondatori. Si sceglie quindi di ricorrere a soluzioni nazionali, che chiaramente sono l’effetto di una reiterata sfiducia verso la nullità dell’azione europea.

La Merkel ha affermato che la situazione è migliorata rispetto a un anno fa. E’ così?
E’ migliorata dal punto di vista degli interessi della Germania. La rotta balcanica è stata chiusa a forza di muri, ma è ancora oggi stra-aperta la rotta siciliana. Ogni giorno da noi arrivano enormi quantità di persone, che non si distribuiscono più in rotte diverse perché oggi quella italiana è l’unica a essere rimasta agibile.

La cancelliera tedesca ha aggiunto che rifarebbe gli accordi con la Turchia. Condivide questa posizione?
Mi rendo conto che la Merkel ha dei problemi per quanto riguarda la politica interna, ma la situazione non è migliorata grazie all’accordo con la Turchia bensì grazie alla collaborazione che Ankara sta garantendo su base unilaterale.

In che senso?
Oggi la rotta balcanica è chiusa solamente per la buona disponibilità della Turchia, mentre da parte dell’Ue quell’accordo è ancora in larga parte non adempiuto. Si sta parlando del rinvio di un semestre della liberalizzazione dei visti con la Turchia, che era il punto politico più importante che aveva indotto Erdogan a mettere la firma sull’accordo. La Turchia sta agendo con responsabilità, ma bisogna ricordarsi che quell’accordo da parte dell’Ue è stato inapplicato.

E’ l’unico errore commesso finora da Bruxelles?
No. L’Ue è stata completamente nulla nel moltiplicare gli accordi di riammissione con i Paesi d’origine e di transito. Ancora una volta la Merkel parla di accordi con Libia, Tunisia ed Egitto. Di fatto però questi accordi, che sono stati stipulati dall’Italia come Stato nazionale, sono resi non funzionanti per il fatto che manca la ratifica europea.

Il milione di profughi presenti in Turchia è un’arma nelle mani di Erdogan. Come disinnescarla?
Noi la dovremmo disinnescare in primo luogo rispettando gli accordi europei. Qualche mese fa il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, ha ammesso che dei 5 miliardi di euro promessi a Erdogan ne sono stati erogati solo poche briciole. Inoltre non possiamo bacchettare la Turchia ogni giorno per ogni sorta di problemi e nel contempo volere che ci tenga fermi i rifugiati. E’ necessario quindi concedere i visti liberalizzati, perché quando si firma un accordo poi va rispettato.

Anche dopo la repressione del colpo di Stato da parte di Erdogan?
Neanche a me piace vedere i giornalisti turchi incarcerati. Ma nel prossimo vertice di Bratislava i capi di governo dovranno stabilire se la Turchia sia ancora un partner dell’Ue. Se ritengono che sia un partner e nello stesso tempo si bloccano i negoziati per l’adesione, conoscendo Erdogan questa cosa durerà poco. Prima o poi la bomba a orologeria dei migranti comincerà a ticchettare.

Intanto l’Italia sta accogliendo i profughi che arrivano via mare. Quali alternative avremmo?
Abbiamo solo due alternative. La prima è chiarire se sia stato stracciato o meno l’accordo preso dai capi di governo sulla distribuzione dei migranti e dei rifugiati tra i Paesi che hanno attuato pienamente gli hotspot per l’identificazione. Il nostro governo infatti ha completato gli hotspot al 100 per cento, ma la redistribuzione non è partita. Se l’accordo non è stato stracciato, l’Ue deve ridistribuire i profughi che arrivano in Italia tra i vari Paesi membri.

Qual è la seconda alternativa?
Dieci anni fa ho lavorato su una proposta che poi è stata bocciata dal Parlamento Ue, perché ritenne che non era compatibile con i diritti umani, mentre nella realtà è esattamente il contrario. La mia idea consiste nell’affidare all’agenzia per i rifugiati dell’Onu la creazione di centri di identificazione nei Paesi di transito quali Libia e Tunisia. L’obiettivo sarebbe quello di stabilire chi può aspirare allo stato di rifugiato e chi no prima che questi disperati siano partiti.

(Pietro Vernizzi)

8.9.16 | Posted in , , , , , , , | Continua »

Erdogan esce rafforzato dal golpe, ma l’adesione all’Ue è più difficile (intervista)


Intervista per Il Mattino
Valentino Di Giacomo 

«Quella in Turchia è stata un' azione di una gravità straordinaria, ma anche un' operazione molto superficiale perché i golpisti hanno agito senza tenere nel giusto conto che ci sarebbe stata una reazione adeguata, anche da parte del popolo, ad un tentativo per certi versi anche maldestro». L' ex ministro degli Esteri, Franco Frattini, è sollevato per il fallito colpo di Stato ma anche preoccupato per i possibili sviluppi.

Era prevedibile che in un Paese aderente alla Nato potesse accadere ciò che è successo?
«Non pensavo che partecipassero così tanti militari. Eppure devo dire che nei miei numerosi rapporti sia con Erdogan che con l' ex premier Davutoglu molte volte avevo sentito parlare da loro di questa presenza inquietante di Gulen che organizza manifestazioni eterodirigendole dagli Usa. Ma mai potevo pensare che si arrivasse a questo punto».

Cosa si attende dall' evoluzione di questa vicenda?
«Erdogan è stato eletto per ben due volte, in un caso persino con oltre il 60% dei consensi. Ora lui farà bene, come già sta facendo, a punire i responsabili rimuovendo i giudici, arrestando i militari, e destituendo gli ufficiali che si sono resi protagonisti di questi atti gravissimi».

Il rischio è che dalla punizione si passi alla repressione.
«Credo e spero che Erdogan non ecceda, la repressione non gli conviene. Il popolo lo ha difeso e ha impedito che le cose precipitassero. Da questo shock il presidente ne esce rafforzato sia sul fronte interno che nei confronti della comunità internazionale, ora è il momento di non alimentare ulteriori destabilizzazioni e tanto meno fare ulteriori spargimenti di sangue. Soprattutto mi auguro che non ci sarà il ricorso alla pena di morte».

L' Europa anche questa volta non è sembrata capace di gestire una situazione così delicata.
«L' Europa ha dimostrato per l' ennesima volta di essere inesistente. Ma l' intera comunità internazionale si è mossa con eccessiva prudenza. Gli Usa hanno risposto dopo oltre due ore, la Ue ha commentato una situazione così grave con un semplice tweet della Mogherini. Reazioni superficiali rispetto a fatti così delicati. I Paesi occidentali e soprattutto l' Europa avrebbero dovuto da subito schierarsi con Erdogan, un presidente democraticamente eletto».

È possibile che il golpe possa essere stato pianificato con la complicità anche di altri Paesi, o comunque che potesse far piacere il rovesciamento di Erdogan?
«È un'ipotesi che non voglio prendere in considerazione. La caduta di Erdogan non può rappresentare un fatto positivo e se qualcuno lo ha pensato si è sbagliato di grosso. La Turchia è troppo importante per la stabilizzazione della Siria, per l' accoglienza dei profughi e per la lotta al Daesh».

La Turchia ha rapporti complessi con Putin per l' aereo russo abbattuto al confine nel novembre scorso, ma anche con Obama che in Siria appoggia i curdi considerati terroristi da Erdogan.
«Sia la Russia che gli Usa devono avere l' interesse a salvaguardare la stabilità in quell' area. È vero, i rapporti sono delicati, ma la Turchia in questi anni ha fatto passi in avanti per accreditarsi come un partner strategico per i Paesi occidentali. Penso ad esempio alla distensione dei rapporti con Israele voluta da Erdogan. Sarebbe da folli rovinare tutto».

Si è detto che Erdogan volesse dirigersi in Germania per rifugiarsi e che sia stato respinto.Sono ricostruzioni fondate secondo la sua esperienza?
«Conoscendo Erdogan non credo che volesse scappare come esule senza prima accertarsi di poter stroncare il golpe. È una ricostruzione che non mi sento di avvalorare».

Questo episodio allontana la Turchia dall' adesione alla Ue?
«Negli anni scorsi io ho sempre lavorato affinché ciò accadesse, oggi è molto più difficile che questo possa verificarsi».

17.7.16 | Posted in , , , , , | Continua »

Nizza, Non bastano le fiaccolate alla “Je suis”. L’Occidente è fiacco e debole, deve intervenire con la forza



E’ successo ancora. A farne le spese sempre l’Europa. Ma questa volta non dobbiamo accontentarci delle fiaccolate alla “Je suis”. La tolleranza sembra essersi trasformata in debolezza, quel che serve è pretendere azione e strategia contro questa barbarie che si abbatte sui nostri cittadini sotto gli occhi di istituzioni fiacche e rassegnate.

Il consiglio francese del culto musulmano (Cfcm) e la Grande moschea di Parigi, hanno immediatamente e “fermamente” condannato l'attentato di ieri a Nizza, definendolo “odioso e orribile atto criminale di massa”. E’ un primo segnale da parte dell’Islam moderato, dopo aver sentito, purtroppo, tante volte che la loro religione non c’entra nulla con gli attentati che stanno scuotendo il mondo. Attendiamo ora che altre moschee e centri di cultura islamici facciano le stesse dichiarazioni per scomunicare il terrorismo di matrice jihadista.

Ma le colpe non possono ricadere solo sulle parole che l’islam moderato non dice. Le colpe sono soprattutto dei governi europei e occidentali, perché quanto accaduto a Nizza è la prova provata che dopo anni di lotta al terrorismo una vera cooperazione contro il terrorismo, anzitutto europea e poi internazionale, non decolla affatto. Continua a mancare una strategia comune e globale: ognuno agisce da solo, in autonomia rispetto agli altri, così che invece di diminuire, la minaccia è cresciuta ed il nemico è diventato più pericoloso.

Manca soprattutto la condivisione europea di tutti i dati per tracciare il movimento dei terroristi, così come la messa a punto e l’utilizzo di strumenti per tracciare sistematicamente telefonate e loro spostamenti. I diritti delle persone sono fuori discussione, ma è d’obbligo ricordare che vengono prima i diritti delle vittime rispetto a quelli dei terroristi. 

Noi europei non possiamo più pagare per una generosità di riconoscimento della cittadinanza e libera circolazione - non accompagnati da cautele e controlli - a chi non ama e addirittura odia il Paese che gli ha teso la mano. Il riferimento al terrorista di Nizza, così come a quelli di Parigi e Bruxelles, e ai loro complici ancora non trovati, è ovviamente voluto.

E’ il momento di andare a prendere i terroristi nei territori dove costruiscono minaccia e paura verso i nostri popoli, e quindi con una seria operazione sulla Siria, mettendo da parte le pregiudiziali su Assad, rafforzando sul territorio siriano la coalizione internazionale con il grande contributo degli Stati Uniti e della Russia. I terroristi vogliono annientarci? E’ ora che le nostre leadership inizino ad agire per annientare loro.

15.7.16 | Posted in , , , | Continua »

The Protection of Fundamental Rights in Europe


President Franco Frattini has received at SIOI the director of the European Union Agency for Fundamental Rights (FRA), Michael O’Flaherty and the Head of the European Commission representation to Italy, Beatrice Covassi. The meeting has been scheduled to discuss and take stock with the European Ambassadors to Italy on the situation of fundamental rights in Europe.

On March 1st 2007, during his mandate as Vice president of the European Union and Commissioner for Justice, Freedom and Security, Franco Frattini inaugurated the Agency in Vienna. Here follow we post the speech that he pronounced at that time.

Fundamental Rights: Fundamental to Europe‘s identity
Speech by Franco Frattini, EU Commission Vice President

The Fundamental Rights Agency, which we inaugurate today, is much more than justa successor to the European Monitoring Centre on Racism and Xenophobia.It is the result of long and complex negotiations – now positively concluded - involving three European institutions, and which does not overlapin functions or tasks with the essential role of the Council of Europe, but on the contrary: complements it.

We must be aware of the Agency‘s new, daunting, challenging but necessary task: It must bea fresh and vital instrument which acknowledges today‘s reality of a Europe which has gone through important changes.

Let us be clear: A Europethat only monitored the most serious disease of racism and xenophobia - the two shames that made the EUMC necessary in the aftermath of the Holocaust when Europe‘s memories and sense of shame was still raw– would, in today‘s world, be doing only half the work needed to promote and protect fundamental rights.

Of course, we must continue to tackle these diseases. But there are also new challenges.
e Agency will be finished before it has started if it does not have at its heart the new big issue for Europe: After the crisis of different regimes and the conflict between identity and mass immigration, Europe must look ahead to achieve integration for the future.

The Agency must actively promote a culture of rights which reflects today‘s European reality. Europe had pluralism and multiculturalism as key elements of its identity until the abrupt interruption of terrorism. Indeed this identity was very disjointed and unclear. Perhaps nothing more than a frame in which different cultures co-existed. It did not offer a mechanism for different sections or newcomers to integrate in a coherent way. But now integration must be based on respect for fundamental rights, indeed they are called fundamental as they apply to each and every one of us, regardless of religion, gender or nationality. e old identity we offered was not like that - it came from the head not from the heart. We must look for a new identity, one based on fundamental rights.

We must therefore rethink and promote a culture of rights that can compensate for the errors of sustaining an incorrect multicultural model which in today‘s Europe has failed. A model based solely on recognising religious and cultural groups is limited in its ability to recognise individual rights. Treating as one entity and giving priority to groups‘ values and rights can sometimes be
at the expense of individuals within that group. For instance, under the same law, an Islamic girl could be treated differently to a Jewish or Christian girl according to her parent‘s tradition.

A Europe that forsakes the defence and promotion of individuals ‘fundamental rights would be a Europe without head or heart. I refer to some very concrete, daily issues: the freedom of expression and criticism, equality between men and women, right of non discrimination. A Europe that refuses to embrace its values, the values of the Charter of Fundamental Rights, is a Europe that is condemned to lose as it will always be weaker than those ‚who are more secure than us in terms of identity’.

And we cannot say that this risk does not exist. ere are those who will exploit our differences. Therefore, respecting different cultural identities is vital, but respect for fundamental individual rights must prevail.

Therefore, the task of the agency goes beyond the important but limited task of the EUMC to protect rights. It has also a positive task to promote fundamental rights. It has to be a more active and important part of a Europe in which the culture of rights should be disseminated in the conscience of free men and women with the new belief in integration.


Europe has changed, and is changing. It should be able to defend and promote fundamental rights. is is the new task and service of the Agency which goes hand in hand with the search across Europe for our identity. e promotion of fundamental rights could be our identity. As yet not clearly defined, but clearly based on an integrated Europe which includes solidarity, brilliance and positive energy.

8.7.16 | Posted in , , , , | Continua »

Brexit: attenti all’effetto “tanto rumore per nulla”


Il “remain” non cancellerà i problemi dell’Europa: serve cambio di passo

Il 23 giugno sarà inevitabilmente ricordato come una data storica nel rapporto fra la Gran Bretagna e l’Ue. Oggi i britannici decidono sul futuro dell’Europa: leave o remain. Abbandonare, o continuare ad allinearsi. Nessuna ulteriore trattativa: “Chi è fuori, è fuori, nessun altro compromesso è possibile", ha scandito ieri il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker.

La posta in palio è alta. Così come alto è il rischio che ci si concentri troppo sulle opzioni “in” e “out”, senza però fare ammenda dei difetti di un sistema europeo che va inevitabilmente ripensato. Insomma, non illudiamoci che con il “remain” l’Europa abbia in automatico risolto le proprie debolezze. 

In un paese democratico è certamente legittimo rimettere al popolo sovrano le decisioni e le implicazioni importanti che impattano direttamente sulle abitudini, sulla qualità della vita e sulle prospettive economiche e sociali dei suoi cittadini. Ma ho come l’impressione che in questi mesi il dibattito sulla Brexit non sia stato all’altezza dell’opportunità in gioco: quella di cogliere dai difetti dell’Unione un’occasione di dibattito serio e costruttivo sulla dimensione politica dell’Unione e su cosa significhi davvero far parte dell’Europa. 

Una riflessione che andrebbe fatta al di là dell’esito che emergerà dal referendum. Chiediamoci perché si è arrivati alla Brexit, ma soprattutto, riconquistiamo quella gran parte di cittadini europei – oggi delusi – che continuano a credere che senza l’Europa si possa solo vivere peggio. Cittadini che chiedono da tempo un’Europa con un’identità forte, in grado di sapersi difendere dalla crisi economica, dai movimenti populisti e antieuropei. Un’Europa scevra da egoismi e divisioni politiche quando in ballo ci sono da salvare vite umane. Un’Europa libera dalla burocrazia bigotta. Un’Europa in cui il piano Juncker per lo sviluppo possa decollare senza essere abbattuto da inutili gufi e menagrami.

Buon voto ai britannici! Buona riflessione agli europei! Comunque vada rispetteremo l’esito di questo referendum. L’importante è che dopo tanto rumore non sopraggiunga il nulla.

23.6.16 | Posted in , , , , , , | Continua »

L’Artico, l’Europa e l’Italia. Parla Frattini



Tra le questioni internazionali di maggiore interesse l’Artico ricopre sicuramente una posizione molto importante. Clima, equilibri geopolitici, commercio, pesca, risorse minerarie, tutela delle tradizioni locali: sono solo alcune delle complesse tematiche che l’uomo è chiamato ad affrontare e gestire in relazione all’area. L’Italia si trova in una posizione privilegiata per seguire da vicino e influire su questi sviluppi politici ed economici. E’ in questo scenario che si inserisce l’attività della Sioi (Società italiana per l’organizzazione internazionale), che dalla prossima settimana darà il via al primo master in Sviluppo sostenibile, geopolitica dell’energia e studi artici. Primo nel suo genere, il percorso di studi ha l’obiettivo di formare figure professionali dotate delle conoscenze e sensibilità necessarie allo svolgimento di attività nell’Artico. Numerose aziende italiane – Eni e Finmeccanica per citarne alcune – istituzioni ed enti di ricerca sono impegnati nell’area. In una conversazione con Formiche.net il presidente della Sioi, Franco Frattini ha raccontato il perché di questa iniziativa e l’importanza dell’Artico per lo sviluppo sostenibile.

di Valeria Serpentini

Presidente, la Sioi organizza vari percorsi di studio, dall’intelligence allo spazio, passando per la programmazione europea. Perché ora ha deciso di dedicarsi all’Artico?
L’idea del master nasce da una mia esperienza che, come ministro degli Esteri, mi ha molto arricchito. Ho lavorato per almeno due anni affinchè l’Italia diventasse membro osservatore permanente del Consiglio artico. Essendo stato molte volte nelle regioni artiche ho pensato che l’Italia non potesse sottrarsi a un impegno che quest’anno compie 90 anni e che risale alla missione Norge di Umberto Nobile. Questo ragionameto che ho condotto nel 2009-2010, nel 2012 ha portato al riconoscimento all’Italia del ruolo di osservatore permanente. Ciò ha consentito al Paese di rilanciare, insieme al Cnr, la sua presenza nella base polare artica e antartica e le ha permesso di sedersi a un tavolo attorno al quale si giocano interessi geo-strategici di assoluta priorità di cui solo pochi si occupano.

Perché è così importante il Consiglio Artico e la presenza dell’Italia?
Si tratta di un tavolo quasi unico, in cui siedono Stati Uniti, Russia e Cina oltre a Canada e i Paesi scandinavi. È lì che si toccano questioni di commercio internazionale, visto che si parla di vie di trasporto che, passando attraverso l’Artico, evitano una lunga circumnavigazione con evidenti risparmi di tempo e denaro. Date le tante risorse dell’area, si giocano anche importanti questioni energetiche (l’Islanda, come noto, nasconde una miniera sotto i suoi ghiacci) a cui si aggiungono altre due sfide che secondo la mia opinione vengono prima di quella dei trasporti e dei commerci.

Di cosa parla?
La sfida numero uno è sicuramente quella ambientale. Ho letto di recente la notizia della statunitense National oceanic and atmospheric administration che, subito dopo la Nasa, conferma che gennaio 2016 è stato il mese più caldo dal 1880, da quando cioè ci sono le rilevazioni scientifiche, e che mai come quest’anno il ghiaccio ha avuto un’estensione così ridotta. Il tema della protezione dell’Artico riguarda la protezione del globo intero. Ciò vuol dire che tutte le ambizioni di sviluppo, di traffici e di commercio devono essere compatibili rispetto all’obiettivo principale di protezione.

E la seconda sfida qual è?
In qualità di ministro degli Esteri incontrai i rappresentanti dei popoli dell’Artico che sono venuti a trovarci qui a Roma e che probabilmente accetteranno di parlare come relatori al master. Si tratta di rappresentanti del popolo sami che, insieme ad altre popolazioni come gli inuit dell’Alaska e della Groenlandia, ci hanno parlato di un feomeno a cui nessuno fa riferimento: la possibilità di migrazioni generate dallo scioglimento del permafrost. Dove andranno quei milioni di persone che oggi vivono dove c’è il ghiaccio permanente se un giorno dovesse esserci acqua? Il fenomeno dei profughi artici può essere altrettanto drammatico rispetto a un fenomeno che già conosciamo in Europa.

In questo contesto come si inserisce il master della Sioi?
Quando alle conclusioni di Parigi 2015 è stato riferito che il tema delle regioni artiche è la priorità numero, insieme ai miei collaboratori in Sioi abbiamo riflettuto che un master sugli studi artici e sulla sostenibilità dello sviluppo fosse quanto mai importate. L’obiettivo è formare dei professionisti che inseriti in aziende anche italiane – Eni o Saipem per fare qualche esempio – abbiano in mente che non si va lì per colonizzare, ma per difendere.

Considerata la centralità del clima, cosa pensa delle conclusioni della Cop21 di Parigi?
La Cop 21 ha fatto moltissime dichiarazioni di principio ma vedo, dopo qualche mese, che gli atti attuativi ancora non ci sono. Vedo che le politiche americane si stanno orientando verso una forte riduzione delle emissioni e che la Cina prende coscenza che ogni giorno di inquinamento con smog costa miliardi di dollari. Il problema vero sono altri attori: l’India, gli altri grandi Paesi asiatici e poi l’Africa, grande continente in cui a causa della povertà e del neocolonialismo che la affligge, diventa territorio di depredazione delle risorse. Si tratta di un contiennte in cui gli investimenti in protezione ambientale dovrebbero essere aumentati in modo sostanzioso.

E l’Europa che fa?
È una vecchia signora che cerca di fare i suoi compiti a casa. Ha fatto un programma molto ambizioso. Quando approvammo il 20-20-20 era poco ed era tardi. Bisognava guardare al 2050 e avere obiettivi più ambiziosi di riduzione. E’ una vecchia signora anche perchè non ha alcuna forza nel mondo per dire cosa si deve fare. Manca una leva affinché i grandi inquinatori facciano quello che devono fare.

È questa la situazione anche nel Consiglio Artico?
Se si pensa che membri europei del Consiglio Artico sono Svezia, Finlandia e Danimarca – Paesi europei la cui presenza è sicuramente importante – ci si rende conto che il loro peso è poco in confronto a Stati Uniti, Cina e Russia quando queste ultime decidono che la priorità deve essere quella commerciale. Per questo è importante coinvolgere Paesi come l’Italia che non sono artici ma hanno una storia culturale di tutto rispetto, come dimostrato dalla missione di Nobile del 1926.

Uno dei focus del master è legato alle regioni più vulnerabili, un po’ sulla scia dell’Enciclica di Papa Francesco.
Quell’enciclica ce l’ho sulla mia scrivania perché ogni tanto ne leggo un capitolo. Credo che sia il più importante documento di geo-strategia sulla protezione del pianeta. È chiaro che il papa abbia adottato il testo come messaggio spirituale, ma è un messaggio che ha una valenza di visione per la difesa del mondo che non ho trovato in nessun’altro documento. All’inaugurazione del master dirò con grande chiarezza che ciasciun frequentatore dovrà avere la Laudato Sì. Perché si tratta di un testo che spiega come difendere le regioni più vulnerabili, il creato e, in ultima analisi, la persona umana.

Per quanto riguarda la militarizzazione dell’Artico e il ruolo della Russia, come pensa si possano affrontare queste sfide?
Con lo spirito di cooperazione. La regione è talmente sensibile e vulnerabile che l’idea di un incidente – e non voglio immaginare all’incidente di un sommergibile nucleare per intenderci -, che veda l’affodamento di una petroliera o di una nave che porta materiali sensibili, determinato magari da un guasto o da uno scontro con un iceberg, chiarisce come anche il tema militare e della difesa debba essere governato, tenendo conto che si opera in una cristalleria. Qui, più che in qualsiasi altra regione del mondo, bisogna evitare che si crei qualsiasi tipo di antagonismo che potrebbe sfociare in attività esiziali. Ma la Russia non è irresponsabile. Credo che al di là dei giochi propagandistici è solo follia pensare a una escalation violenta tra Russia e occidente e credo che questo il Paese lo sappia perfettamente. Dovrebbe saperlo perfettamente anche la Nato; c’è qualche voce stonata, ma credo che non ci siano in campo neanche riflessioni sulla probabilità di un’escalation violenta dell’occidente contro la Russia e viceversa.


26.2.16 | Posted in , , , , , , , | Continua »

Il vero conflitto di Renzi è con Berlino e non con Bruxelles (Intervista EUnews)

Renzi Merkel

Quando verrà in Italia, venerdì prossimo, il presidente dell’esecutivo europeo, Jean Claude Juncker dirà al presidente del Consiglio Matteo Renzi “che la Commissione ritiene la flessibilità un principio ispiratore dell’attuale Unione europea”. Le “posizioni francamente troppo rigide” sul rigore di bilancio, per il presidente della Sioi Franco Frattini, ex commissario europeo alla Giustizia, appartengono ad altri, “come il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble”. È dunque con Berlino e non con Bruxelles, a suo avviso, il vero conflitto da affrontare per l’inquilino di Palazzo Chigi. Anche riguardo alle proposte per l’Europa presentate lunedì, positive secondo l’ex ministro degli Esteri, il vero scoglio è la Germania che si oppone a “ogni misura di solidarietà” in campo finanziario. L’ex commissario lo spiega in una intervista in cui affronta anche il tema della Brexit e dei diversi gradi di integrazione in “un’Europa a cerchi concentrici”.
ITALY-VOTE-BERLUSCONI
Presidente Frattini, il premier Matteo Renzi non perde occasione per attaccare la Commissione europea sulla flessibilità di bilancio. Sbaglia, come ritiene l’ex capo dell’esecutivo Mario Monti?
Ogni Paese ha ragione a sollevare questioni di rilevante interesse nazionale, se questo non è in contrasto con gli interessi dell’Ue. Sostenere la flessibilità non vuol dire frenare l’integrazione, ma soltanto attuare quei principi già scritti nei Trattati. Renzi sbaglia a dare l’impressione che la flessibilità non sia già prevista, che sia una cosa da introdurre, ma ha sicuramente ragione quando – a fronte di posizioni francamente troppo rigide, come quelle del ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble – sostiene una visione che a mio avviso è più europea di quella della Germania. L’esempio ultimo, la proposta di porre un limite del 25% ai titoli di Stato nei portafogli delle banche è un dito nell’occhio all’Italia. Era fin troppo chiaro che dovessimo reagire.


Quindi il vero conflitto non è con Bruxelles ma con Berlino?
Certo. C’è una trazione tedesca che sotto certi punti di vista va indubbiamente corretta. Ho sentito il presidente della Commissione europea, Jean Claude Juncker, dire alla Plenaria di Strasburgo che bisogna contrastare, parole sue, la “stupida austerità”. Sono frasi che ricalcano esattamente quelle del governo italiano. Invece Schaeuble fa quel discorso sulle banche e si oppone radicalmente a qualsiasi tipo di intervento di solidarietà nel sistema bancario, dicendo che l’Unione bancaria non sarà completata (con il sistema europeo di garanzia sui depositi, ndr) finché non saranno introdotti questi limiti alle banche nazionali. È qualcosa che va oltre l’attuale politica della Commissione Juncker, che appunto non mi sembra di “stupida austerità”, ma di attenzione alla flessibilità. Anche le parole del commissario agli Affari economici, il francese Pierre Moscovici, sono tutte ispirate alla flessibilità e non a un rigore ‘teutonico’.


La visita di Juncker a Roma, venerdì prossimo, ripianerà i contrasti tra l’esecutivo italiano e quello comunitario?
Juncker, renzi, polemiche
Juncker e Renzi
La visita servirà a Juncker per dire al governo italiano che la Commissione ritiene la flessibilità un principio ispiratore dell’attuale Unione europea. Questo dovrebbe rassicurare il governo. Servirà poi al nostro esecutivo per dire alla Commissione che, se ritiene la flessibilità importante, deve comportarsi di conseguenza. Se l’Italia chiede uno 0,2% di flessibilità ulteriore, per gli oneri enormi sostenuti per rifugiati e migranti – problema affrontato in solitudine finché non è diventato comune all’Europa, quando si è aperta la rotta balcanica – riconoscere quello 0,2% non è un regalo ma il rimborso di un onere che l’Italia ha assunto nell’interesse dell’intera Europa.

Juncker vedrà anche il presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano. Trova strano che in agenda ci sia anche questo incontro non proprio istituzionale?
Mi sarei stupito del contrario. Juncker ha sempre avuto una grande attenzione al presidente Napolitano. La loro amicizia si è rafforzata quando l’ex capo dello Stato presiedeva la commissione Affari costituzionali del Parlamento europeo. Napolitano è indubbiamente uno statista internazionale ma ha lavorato anche in modo operativo sull’Europa. Quello che ha fatto lì e quello che ha fatto dopo, da capo dello Stato, rendono assolutamente normale questo incontro.


Napolitano
Quindi, nonostante i richiami di Napolitano a Renzi, proprio sugli attacchi contro la Commissione, quella di Juncker è solo una visita d’amicizia e sbaglia chi vede altro?
Credo che il presidente Napolitano, a cui in fondo si deve la nascita del governo Renzi, non possa essere sospettato di inimicizia verso l’attuale esecutivo. Juncker non andrà a trovarlo per trovare argomenti contro Renzi, ma per ascoltare una voce talmente autorevole che merita di essere ascoltata. Sono convinto che Napolitano gli dirà le cose che ha sempre detto in pubblico e in privato, e cioè che le regole dell’Europa vanno rispettate tutte quante. La flessibilità è una, il rispetto dei limiti di bilancio è un’altra: vanno rispettate entrambe.


Ieri il governo italiano ha presentato un documento con le sue proposte per il futuro dell’Europa. Come le giudica?
La parte più importante di questo pacchetto del ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, è quella in cui auspica un’accelerazione verso l’unione bancaria e gli ulteriori passi dell’Unione monetaria. Dopo quanto accadde quando in Italia c’era il governo Monti e poi quello di Enrico Letta, siamo rimasti un po’ in mezzo al guado. Abbiamo affidato alla indubbia capacità del presidente della Bce, Mario Draghi, la decisione di adottare “whatever it takes”, tutto ciò che occorre, per frenare gli attacchi speculativi. Ma non si può sempre fare carico alla Banca centrale europea, sempre al quantitative easing, di adottare misure strutturali. Quindi è molto giusta quella parte organica del pacchetto Padoan in cui si dice che non possiamo rimanere bloccati a un’Unione bancaria annunciata e non completata, a un’Unione monetaria annunciata e poi affidata solo alle mani di Draghi. Mi preoccupa piuttosto la risposta tedesca. Perché quell’impegno a uscire dal guado era stato preso. Nessuno, prima, aveva posto questa nuova condizione del tetto al 25% per i Bond nella pancia delle banche nazionali. Se mettiamo sempre nuove precondizioni, c’è da chiedersi chi sia davvero a voler frenare l’integrazione europea.


Nel documento italiano si parla anche del ministro delle Finanze dell’Eurozona, una proposta tedesca.
A me piace quella proposta, ma adesso i tedeschi ne rifiutano la paternità. Dicono che ci può essere un ministro delle Finanze dell’Eurozona a condizione che vi sia un sistema, sostiene Schaeuble, accentrato e rigoroso. Questo, tradotto, vuol dire soltanto austerità. Se mettiamo come precondizione che ogni misura di solidarietà tra Paesi, in questo campo, va esclusa e ognuno si tiene i problemi suoi, questo ministro delle Finanze europeo è solo un regolatore del traffico e non un attore politico, come io vorrei e credo anche il governo auspichi.


mario-draghi-raining-euros
La proposta italiana è di dotare questa figura di risorse proprie per perseguire politiche di crescita e occupazione.
Se non diamo a questo ministro la possibilità di essere un attore con i soldi di tutti, e continuiamo a dire che c’è il ministro delle finanze dell’Eurozona ma ognuno pensa al proprio bilancio con soldi del proprio bilancio, diventa una figura vuota. Noi proponemmo gli eurobond. Non li chiameremo eurobond, ma qualche iniziativa a vantaggio di tutti la dobbiamo adottare. Se la Germania dice no perché vuol dire che il contribuente tedesco concorre a un progetto che serve anche al contribuente italiano, questa è la fine della solidarietà europea. Dunque, molto bene la proposta Padoan, se non la circondiamo di precondizioni a ogni virgola.


Un altro punto che richiama la solidarietà è la proposta di un sussidio di disoccupazione europeo. Anche qui ci sono ostacoli?
Questa è forse la proposta più difficile da realizzare. La ragione è che sempre, anche nel Trattato di Lisbona, è stato detto che il tema del welfare e del lavoro è nazionale. Mai è stato accettato il principio che vi sia normativa europea sul welfare, perché oggi parliamo di sussidio di disoccupazione pagato da tutti a vantaggio di alcuni, domani si dirà che l’Europa deve stabilire anche il livello minimo di assistenza sanitaria negli ospedali, poi si andrà a stabilire qual è il livello minimo accettabile di pensione sociale. Piaccia o no, sono elementi sui quali esistono differenze enormi tra Paese e Paese. Quando si va alla materia del welfare e del lavoro ci si scontra con una tradizione che l’Europa ha sempre salvaguardato: quella della competenza nazionale. Io sono un federalista per natura e quindi mi farebbe piacere, ma devo ammettere che è una delle cose più difficili da attuare.


La questione del welfare è stata la più spinosa anche nel negoziato con il Regno Unito. Come giudica l’accordo raggiunto dal Consiglio europeo per evitare la Brexit?
Ritengo sia positivo perché abbiamo evitato il peggio: vedere il premier David Cameron fare campagna in favore della Brexit insieme con il sindaco di Londra Boris Johnson. Questo sarebbe stato per l’Europa un costo maggiore rispetto al prezzo che dovremo pagare per quel pacchetto di concessioni che abbiamo riconosciuto. Credo che ci sia una tendenza, difficilmente evitabile, per un’Europa a cerchi concentrici. Vi sono Paesi, quelli dell’Eurozona anzitutto, che dovranno lavorare per una integrazione ancora più forte, e altri – penso al Regno unito ma anche alla Polonia con il nuovo governo – che di questo non vogliono sentire parlare. O diciamo la parola fine all’Europa per com’è, e sarebbe una catastrofe, oppure dobbiamo accettare il compromesso di dare più flessibilità ad alcuni Paesi, ma in cambio mantenerli nel sistema del mercato unico.


Molti hanno denunciato il rischio che il negoziato con il Regno unito apra la porta a future rivendicazioni da parte di altri Paesi, facendo arretrare l’integrazione. È un pericolo concreto?
Cameron Brexit
David Cameron
Il rischio c’è. Nuove rivendicazioni di altri Paesi potranno essere presentate. Però, qua si gioca anche con la forza di chi fa la richiesta. Non voglio fare nomi, ma non vedo un Paese forte come il Regno unito – e con leader capaci come è stato Cameron – in grado oggi di fare tali richieste. Con tutto il rispetto per ognuno dei 28, ma una cosa è che una riforma profonda la chieda l’Inghilterra, una cosa è se la chiede un altro Paese, escludendo quelli fondatori che non credo porranno simili questioni.

Il premier Renzi ritiene che sarebbero i britannici a rimetterci di più da un’eventuale Brexit. Qual è il suo giudizio?
Ci perderemmo egualmente tutti quanti. Sicuramente i britannici perderebbero moltissimo se il 23 giugno votassero per la Brexit. In primo luogo il ruolo della City di Londra, che diventerebbe una normale piazza finanziaria come le altre, mentre oggi è forse il centro della finanza internazionale. Poi, perderebbero moltissimo perché non sono un Paese manifatturiero. Importano ed esportano, sono un Paese distributore. Se venissero circondati dalle dogane perché sono fuori dal mercato unico, è facilissimo immaginare quale danno economico ne avrebbero. Perderebbero anche in termini di sicurezza, perché è vero che sono un importante Paese della Nato, ma l’Europa si difende se sta unita. Se la Gran Bretagna ne stesse fuori, non ci sarebbe lo stesso livello di solidarietà interna. In casi come quelli, gravissimi, di attacchi terroristici o di flussi migratori incontrollati, il Regno unito sarebbe meno protetto, non più protetto. Penso che almeno queste tre buone ragioni siano molto chiare agli elettori inglesi.


Nella sua veste di consigliere della Serbia per l’ingresso nell’Ue, che ricadute può avere su quel percorso la recente richiesta di adesione della Bosnia-Herzegovina, e come è stata presa la notizia a Belgrado?
La Bosnia è oggettivamente, nei Balcani, il Paese che presenta ancora le maggiori problematicità. Per dirne una, la riforma costituzionale attesa ormai da lunghissimi anni non è stata ancora completata. La Bosnia deve fare ancora dei grandissimi passi avanti per poter essere qualificabile come Paese candidato all’ingresso nell’Unione europea. Se vi sarà buona volontà da parte bosniaca, uno dei passi importanti dovrà essere la normalizzazione vera dei rapporti con i vicini, anzitutto con la Serbia, perché quello che è accaduto a Srebrenica, dove il premier Serbo, Alexsander Vucic, fu aggredito quando andò semplicemente a rendere omaggio alle vittime, mostra che anche culturalmente ci sono ancora tanti passi avanti da fare.

24.2.16 | Posted in , , , , , , | Continua »

Aree del sito