Primavera araba: l'Europa deve offrire opportunità



TELECAMERE, PUNTATA DI DOMENICA 29 GENNAIO 2012 - LE PRIMAVERE ARABE

Possono uccidere il corpo, ma non potranno mai uccidere l’anima.
(Amine Gemayel, ex presidente del Libano leader del partito kata'eb)




Dobbiamo ammetterlo, noi europei, noi occidentali abbiamo accettato e appoggiato per decine di anni delle dittature. Abbiamo scelto la stabilità, la lotta contro  terrorismo, la cooperazione contro l’immigrazione clandestina  a spese dei diritti fondamentali di milioni di cittadini. E’ stato un errore storico dell’occidente, di tutto l’occidente.

Nel mondo arabo ci sono certamente molti leader, ma non tutti sono uomini di Stato coraggiosi come il presidente Amine Gemayel. Questo fa la differenza. Il mondo arabo ha molte risorse umane ed io credo che la via giusta sia quella di cambiare un’idea che avevamo noi occidentali di un partenariato che si basava sulla convenienza, la lotta al terrorismo, la stabilità. Bisogna pensare innanzitutto ai diritti delle persone. Ci sono milioni e  milioni di persone che ce lo hanno dimostrato, per esempio scendendo in piazza, e facendoci capire che loro davano valore ancora più alto alla dignità, al loro lavoro alla possibilità di vivere in modo decente con le proprie famiglie. Questo è il dovere dell'Europa, quello di offrire opportunità.

Vi è anche un interesse: la riva sud del Mediterraneo è una grande area di opportunità per gli investimenti e per lo sviluppo economico. Quindi nel creare lo sviluppo locale in questi paesi noi facciamo anche l’intesse economico dell’Europa, ma al tempo stesso diamo un lavoro, non creiamo un’immigrazione disperata, ma aiutiamo le persone a creare la loro vita nella loro patria.

Io ammiro la coerenza assoluta con cui il presidente Gemayel ha sempre, anche in momenti difficili per il Libano, continuato a mostrare un’apertura e non una chiusura tra mondo arabo e occidente.

Franco Frattini



31.1.12 | Posted in , | Continua »

Fondazione De Gasperi - Europa: la visione dei padri fondatori


INTERVENTO PER LA RIVISTA 30 GIORNI
mensile internazionale diretto da Giulio Andreotti



«Anche in qualità di presidente onorario della Fondazione De Gasperi ho chiesto all’onorevole Franco Frattini, che ha assunto la carica di presidente della Fondazione nel novembre 2011, di spiegare ai nostri lettori ciò che lo lega all’insegnamento politico di De Gasperi e lo spirito con cui guiderà la Fondazione»
Giulio Andreotti




Credo essenziale ispirarci al magistero morale, allo slancio ideale e alla visione lungimirante di Alcide De Gasperi specialmente in questi momenti difficili per la temperie economica e politica del nostro Paese e del continente europeo. Per questo, nel novembre scorso, ho accolto, con piena consapevolezza dell’onore accordatomi e della responsabilità richiestami, l’invito ad assumere il prestigioso incarico di presidente della Fondazione intitolata allo statista trentino, proprio alla luce dell’immensa eredità politica e spirituale lasciataci da uno dei padri dell’Unione europea e da un protagonista assoluto della rinascita democratica, civile e materiale dell’Italia e dell’Europa. Mi sono ripromesso allora di ripagare la fiducia concessami, mettendo massimo impegno ed entusiasmo per fare ulteriormente avanzare il percorso di promozione e diffusione dei valori di libertà, solidarietà e unificazione europea che la Fondazione ha in questi anni tracciato sotto l’alta guida del presidente Andreotti. E sono ancora grato a lui e alla signora Maria Romana De Gasperi per la loro disponibilità a continuare ad aiutarci nel perseguimento di questo importante obiettivo.

Alcide De Gasperi con Konrad Adenauer, Robert Schuman e i ministri degli Esteri di Olanda e Lussemburgo durante i lavori del Consiglio d’Europa a Strasburgo nel 1951

«Un politico guarda alle prossime elezioni. Uno statista alla prossima generazione»
Questa frase di Alcide De Gasperi evidenzia in modo estremamente efficace l’enorme divario che esiste tra i nobili ideali e gli alti valori etici che ispirarono la lungimirante azione di De Gasperi, Adenauer e Schuman e gli orizzonti circoscritti al dividendo elettorale, i tentennamenti di fronte ai volubili sondaggi e gli obiettivi di breve periodo che spesso contraddistinguono l’attuale leadership europea e il dibattito politico in Italia.

Non di rado, negli ultimi tempi, a privare le politiche europee dello slancio necessario a una più intima prospettiva unitaria sono stati gli egoismi nazionali, i faziosi interessi di parte, le miopi contrapposizioni, l’assenza di visione. È allora inevitabile che il dibattito europeistico si sia isterilito e sia diventato incapace di rendere l’Europa vero protagonista politico nel mondo. E a rimetterci siamo tutti noi.
Il presidente della Repubblica Napolitano ha ricordato che «le istituzioni dell’Unione europea e gli Stati che ne sono parte, nessuno escluso, stanno pagando il prezzo di insufficienze, esitazioni, contraddizioni, su cui ciascuno dovrebbe interrogarsi per la sua quota di responsabilità». Davanti alla constatazione di questo grande divario tra gli alti ideali del passato e la crisi di leadership del presente, non dobbiamo farci sopraffare dallo sconforto. Al contrario, dobbiamo reagire, provando a infondere nel progetto europeo la visione e il coraggio dei padri fondatori.

Credo che oggi per l’Italia l’azione dell’Europa sia un’opportunità di stimolo e incoraggiamento, perché si facciano finalmente quelle riforme che reticenze e veti incrociati ci hanno impedito di fare, dalla riduzione del debito pubblico a una riforma strutturale delle pensioni. Siamo consapevoli della necessità urgente di riforme in senso liberale per dare più competitività all’economia e assicurare concrete prospettive di futuro ai giovani delusi. L’economia sociale di mercato, pilastro del popolarismo europeo, è anche in questo la nostra guida e marca i nostri valori.
D’altra parte, quando si scarica sulle istituzioni europee il peso morale e politico di proprie responsabilità, non ci si accorge dell’ulteriore pericolo di contribuire a una spirale nella quale rischia di avvitarsi la tenuta dell’Eurozona e il superiore bene collettivo dell’Unione europea. Senza l’euro oggi saremmo tutti più fortemente in preda agli effetti drammatici degli attacchi speculativi. Dovremmo essere più cauti nel criticarlo e più convinti nel sostenerlo, non tanto perché a essere in crisi non è l’euro ma il debito sovrano, quanto perché dietro l’euro c’è l’intero progetto europeo.

Oggi paghiamo semmai il costo della “non Europa”: siamo costretti a rigorose politiche di austerità perché siamo politicamente fragili, perché una vera e propria governance europea non c’è ancora. La speculazione internazionale non ha scommesso solo sull’insolvenza del debito pubblico greco ma anche e soprattutto contro la solvibilità politica dell’intera Unione europea, puntando sui suoi elementi di debolezza e sulle sue divisioni interne. Se la crisi greca fosse stata affrontata all’inizio con decisione e forte spirito unitario, non ci sarebbe stato il contagio. Ove però si continuasse a invocare l’uso della sovranità nazionale contro l’Europa, nessuno stanziamento di fondi europei – per quanto ingente – potrebbe mai riuscire a dissuadere gli speculatori dal continuare con i loro cinici attacchi.

E allora, mai come in questo momento, si avverte «l’esigenza tassativa di più Europa», come l’ha definita il presidente Napolitano, ossia di compiere quel salto di qualità che richiede il processo di integrazione europea. Da una parte, le istituzioni europee non sono abbastanza solide e coese da proteggerci da imprudenze e spregiudicatezze di una finanza senza etica e di un irresponsabile accumulo del debito sovrano. Dall’altra, nessun singolo Paese europeo, nemmeno il più grande ed efficiente, può “salvarsi da solo”.

Per difendere la credibilità dei singoli Stati membri nelle piazze finanziarie, occorre restituire credibilità all’intero progetto europeo, a partire dal rilancio della costruzione di una vera e propria governante economica. Dobbiamo andare oltre Maastricht, e superare la pretesa illusoria che il rispetto di regole e procedure possa rimpiazzare le scelte strategiche della politica, che l’adempimento meccanico di criteri tecnici e l’automatismo di sanzioni in caso di inadempimento siano in grado di scongiurare ogni crisi, presente e futura.

Dal governo delle regole al governo delle scelte
Per resistere all’attacco degli speculatori, dobbiamo passare dal meccanico coordinamento di politiche basato su regole considerate valide una volta per tutte a un governo unitario della politica economica, che possa operare delle scelte a seconda delle sfide che di volta in volta si presentano. In assenza di tale disegno unitario, la speculazione, colpito un Paese, si rivolgerebbe subito dopo a quello successivo nella catena dell’Eurozona. E le piccole banche italiane o francesi o tedesche non potrebbero tenere da sole dinanzi al mare in tempesta. L’ammiraglio deve essere a Bruxelles, non nelle singole capitali. E deve avere gli strumenti adatti a far virare la rotta della flotta quando il radar segnala le secche della recessione o il ciclone della speculazione.

L’Europa deve allora tornare a essere il vero protagonista. E convincere così le piazze finanziarie internazionali che i popoli europei sono ancora fortemente animati dalla volontà politica superiore di difendere i nobili ideali di solidarietà, libertà e unità ai quali si ispirarono i padri fondatori. Per ridare slancio al progetto europeo non è, al momento, opportuno riaprire il vaso di Pandora della modifica dei Trattati. Ma possiamo puntare a utilizzare appieno gli strumenti esistenti.

A Trattati invariati, ad esempio, l’articolo 136 del Trattato Ue potrebbe già consentire il rafforzamento della Bce e dotarla di un ruolo analogo a quello attribuito alla Fed. In questo modo, i mercati capirebbero immediatamente che sarebbe politicamente esclusa ogni opzione di fallimento di un singolo membro della zona euro. Ricordiamoci che la tenuta del dollaro non è mai stata messa in discussione dal debito dei singoli Stati federali. Eppure, la California è stata più volte sull’orlo della bancarotta e il suo debito incide sul Pil americano più di quanto non faccia la Grecia su quello europeo. È la volontà politica superiore a indurre la speculazione ad attaccare chi ne è carente e non quanti sono uniti da un’agenda unitaria.
Non servirebbe una modifica dei Trattati neanche per rafforzare la vigilanza europea su banche e assicurazioni, o per dare vita a un’agenzia di rating europea. Nell’economia globale è fondamentale fare affidamento in soggetti terzi che certifichino in modo trasparente lo stato delle finanze pubbliche e delle compagnie private. Ma la pagella è giusto che l’Europa la riceva da controllori europei, e non da soggetti di altri continenti, che restano per giunta impuniti anche quando commettono gravi errori di valutazione.

Ripartire dal coraggio e dalla lungimiranza dei padri fondatori
Vorrei richiamare al riguardo alcune profetiche parole pronunciate da De Gasperi. Guardando a un’Europa che iniziava a nascere secondo il metodo funzionalista, lo statista trentino riconosceva che «la costruzione degli strumenti e dei mezzi tecnici, le soluzioni amministrative sono senza dubbio necessarie». Ma subito dopo egli ammoniva dal rischio di involuzione insito nel «costruire soltanto amministrazioni comuni, senza una volontà politica superiore». E aggiungeva che, senza vita ideale, senza calore, la costruzione europea «potrebbe anche apparire a un certo momento una sovrastruttura superflua e forse anche oppressiva quale appare in certi periodi del suo declino il Sacro Romano Impero. In questo caso», sottolineava, «le nuove generazioni […] guarderebbero alla costruzione europea come a uno strumento di imbarazzo e oppressione».

Per ridare calore e slancio ideale al progetto, ed evitare che l’Europa degli spread e dei Pil finisca per apparire alle giovani generazioni come il Sacro Romano Impero in declino, è necessario coinvolgere di più i cittadini. Occorre superare il deficit democratico attraverso la riscoperta della dialettica, della passione per il dibattito e il libero confronto, esprimendo l’esigenza che all’Europa monetaria si affianchi l’Europa politica. E magari eleggere, alla prossima scadenza, il presidente del Consiglio europeo con suffragio universale.

A questo dibattito anche la Fondazione De Gasperi può dare un significativo contributo, promuovendo la discussione sulle questioni strategiche dell’Europa. La Fondazione può stimolare l’interesse alla costruzione europea, celebrando i successi di De Gasperi e rievocandone la passione ideale anche attraverso il ricordo dell’amarezza degli insuccessi. Non dobbiamo mai dimenticare che per De Gasperi e gli altri padri fondatori non fu facile sostenere, in un’Europa traumatizzata dall’odio fratricida, il principio del “mai più guerre tra noi”. Il loro successo non era scritto da nessuna parte. Prevalsero contro il pregiudizio e l’opposizione preconcetta perché riuscirono ad affermare la forza delle idee nel libero confronto democratico, facendo valere le proprie posizioni ma sforzandosi di capire sempre le ragioni dell’altro.

Alcuni dei loro progetti restano peraltro ancora incompiuti, per quanto essi si siano battuti con forza e determinazione nell’agone politico. Ma da una delusione politica alla quale andò incontro De Gasperi emerge tutta la sua passione europeista. Mi riferisco al fallimento della Comunità europea di Difesa, progetto al quale De Gasperi aveva fortemente creduto. Il rigetto della Ced mise a rischio il processo di integrazione e ancora oggi ne paghiamo le conseguenze in termini di frammentazione della politica di difesa europea. Ancora oggi, in un’Europa che si è negli anni dotata di una moneta ma non di una spada, c’è chi continua a preferire formati ristretti a una prospettiva unitaria nel settore della difesa.

Le sconfitte di un padre possono però diventare vittorie per la sua progenie se essa è in grado di raccoglierne il legato di valori per i quali egli si è battuto. La storia di quella battaglia politica evidenzia, più di tanti altri successi, la fede di De Gasperi nell’ideale della costruzione di un’Europa libera e unita. La fiducia in questi valori di libertà ha ispirato il movimento per l’unificazione europea e ci deve sostenere nella nostra azione attuale.




30.1.12 | Posted in , | Continua »

Siria: basta stragi. L'Onu non perda un'altra occasione


Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu non perda un’altra occasione per dimostrare la propria vicinanza al popolo siriano e al suo sogno di ambire ad un futuro democratico. Mi auguro che la Russia possa rivedere la sua posizione e cooperare sulla proposta di risoluzione Onu della Lega Araba. Servono più luci e meno ombre, ecco perché mi aspetto che il Consiglio delle Nazioni Unite, convocato per domani, faccia dei passi che segnalino una discontinuità dal passato e porti ad una nuova e sensibile convergenza nel nome della libertà e della democrazia: principi non negoziabili che vedere presto determinati è un diritto del popolo siriano. In caso contrario, la continua escalation delle violenze potrebbe farci ritrovare a fare i conti con nuove violenze ed un numero sempre più preoccupante di civili che fuggono o, ancora peggio, che restano vittime della destabilizzazione. 

Franco Frattini


30.1.12 | Posted in , | Continua »

Missioni internazionali di pace. Frattini interviene in Aula


Discussione del disegno di legge: Conversione in legge del decreto-legge 29 dicembre 2011, n. 215, recante proroga delle missioni internazionali delle Forze armate e di polizia, iniziative di cooperazione allo sviluppo e sostegno ai processi di ricostruzione e partecipazione alle iniziative delle organizzazioni internazionali per il consolidamento dei processi di pace e di stabilizzazione, nonché disposizioni urgenti per l'Amministrazione della difesa

FRANCO FRATTINI, Relatore per la III Commissione, interviene in Aula.

Come tutti i colleghi sanno, e i rappresentanti del Governo ovviamente, le missioni internazionali sono un fiore all'occhiello per l'Italia; sono una grande azione in cui il nostro Paese rappresenta nel mondo la sicurezza, la cooperazione, l'interesse alla stabilità e alla stabilizzazione di aree di crisi particolarmente sensibili e particolarmente importanti per la sicurezza del mondo intero, in continenti che, in sé, rappresentano oggi delle sfide per la comunità internazionale.

Evidentemente, per questa ragione, la Commissione affari esteri e la Commissione difesa - che è qui rappresentata dal presidente Cirielli, che è l'altro relatore -, con il loro lavoro, hanno esaminato insieme, con estrema attenzione e con grande scrupolo, questo decreto-legge - che ripercorre le linee di un'azione che inizia da lontano, che è stata guidata da Governi di segno politico diverso, tutti in sostanziale continuità nell'affermare la necessità di questo impegno dell'Italia - per cogliere intanto le novità, in un generale profilo di continuità.

Mi piace sottolineare che l'Italia, con le missioni internazionali, compie ogni giorno un investimento nella propria credibilità sulla scena internazionale, perché è presente con azioni, comportamenti e strategie che contribuiscono alla pace. Questo, ovviamente, determina per l'Italia un accumulo di credibilità, il cui venir meno sarebbe uno dei vulnera più gravi all'immagine del nostro Paese sulla scena internazionale.

Ecco perché, per la politica estera dell'Italia, per la politica di sicurezza e di difesa che l'Italia persegue, le missioni internazionali continuano e continueranno ad essere essenziali, finché nelle varie regioni del mondo vi sarà bisogno, e purtroppo ve ne è sempre di più, di maggior sicurezza, di più stabilità, di un rapporto fra i popoli che favorisca il dialogo rispetto all'azione delle guerre, dell'estremismo e del terrorismo.

Evidentemente, abbiamo alcune aree del mondo in cui l'Italia, da sempre, è impegnata; mi riferisco, per esempio, ai Balcani, regione particolarmente vicina dove, in questa versione del decreto-legge, il Governo ha deciso, apprezzabilmente, a mio avviso, di continuare a investire e anzi, per qualche aspetto, di intensificare una presenza italiana. Sappiamo quanto l'Italia e gli italiani, i nostri valorosi militari e civili, abbiano fatto e facciano, prima per la Bosnia, oggi per il Kosovo, nelle zone più delicate delle enclave serbe-cristiane.

Ricordo, ancora, l'Afghanistan, dove, a oltre dieci anni dall'inizio di una azione internazionale guidata dalle Nazioni Unite, evidentemente, i segni di un miglioramento si intravedono ma la stessa Conferenza internazionale di Bonn, poche settimane fa, ha potuto constatare che il percorso non è affatto completato. Occorrerà fare molto e io credo che sia molto importante ciò che, prima il Governo Berlusconi e poi il Governo Monti, hanno confermato al Presidente afgano Karzai: l'Italia non abbandonerà l'Afghanistan neanche dopo che le forze combattenti, nel 2014, si saranno ritirate. Occorrerà una grande cooperazione civile per aiutare la stabilizzazione dell'Afghanistan che non si completerà, certamente, con il ritiro delle truppe, e quindi anche delle nostre truppe, nel vicino, anzi vicinissimo anno 2014.

Mi riferisco poi, ovviamente, ad una regione vicina a noi, mediterranea, il Libano, dove la missione italiana, iniziata nel 2006 e proseguita negli anni successivi, viene, ormai, da tutti indicata come il pilastro della credibilità dell'azione UNIFIL. Lì, operiamo nel quadro di una missione internazionale; abbiamo avuto, per lunghi anni, il comando con un generale italiano, il valoroso generale Graziano, ed oggi torniamo al comando con il generale Serra. Il sottosegretario De Mistura e il Ministro Di Paola, soltanto due giorni fa, hanno testimoniato il passaggio delle consegne dal comando spagnolo, di nuovo, al comando italiano. Segno, questo, che tutti i partner di quella regione si fidano dell'Italia: i libanesi, gli israeliani, i Paesi arabi della regione, le Nazioni Unite; quindi, è questa un'altra missione su cui non si può immaginare di disinvestire o di eliminare l'impegno nazionale.

Vi sono molte altre missioni, e il testo scritto le analizzerà, in cui io credo che l'Italia abbia un ruolo da svolgere. L'Italia non è certamente una potenza globale paragonabile alle grandi potenze come gli Stati Uniti d'America, come la Cina, come l'India ma il nostro è un Paese che negli ambiti regionali e macroregionali ha una parola da dire laddove altri Paesi hanno molto meno da dire; dico ciò, ovviamente, con orgoglio da italiano e non solo da ex Ministro degli affari esteri. Nel Corno d'Africa, in Somalia, ad esempio, l'Italia esercita un ruolo chiave che pochissimi Paesi al mondo possono e potranno esercitare. Plaudo quindi all'accentuazione, all'enfasi posta nel decreto-legge, da parte del Governo, sull'impegno contro la pirateria, per la stabilizzazione della Somalia, per il grande lavoro contro l'infiltrazione del terrorismo nell'Africa settentrionale e nella zona sahariana.

Così come plaudo all'inserimento, quale nuova missione, dell'impegno italiano per il Sudan. È un impegno nuovo, ma è un impegno di grandissima valenza strategica perché, dopo un referendum relativamente pacifico che ha separato il Sudan in due (Sudan e Sud Sudan), l'Italia è stata uno dei primissimi Paesi ad aprire un'ambasciata in Sud Sudan e, quindi, è assolutamente giusto che un'antenna italiana segua il percorso di stabilizzazione che sta consolidandosi - mi permetto di dirlo - sempre di più.

Non dimentichiamo, in conclusione, in questa mia introduzione, aree del mondo in cui quello dell'Italia è un impegno duplice: non soltanto, come nei casi ancora più noti anche all'opinione pubblica, con un impegno militare, ma vi è sempre, accanto all'impegno militare, un impegno civile, di cooperazione e di salvaguardia di soluzioni locali dove - penso all'Iraq - l'Italia è tuttora impegnata nella formazione e nell'addestramento del personale civile e militare ed in azioni lodevolissime di cooperazione allo sviluppo, quali ad esempio quelle volte ad aiutare le minoranze cristiane che in Iraq sono, in alcuni casi anche fisicamente, messe sotto attacco, in cui la cooperazione italiana può aiutare quelle che sono diventate, purtroppo, delle enclave abitate da cristiani che, da secoli e secoli, avevano scelto l'Iraq come luogo in cui far crescere i loro figli e che oggi rischiano di essere espulse da quei Paesi per la lotta, non più intestina tra sunniti e sciiti. Quindi è un'azione altamente nobile di cooperazione civile che si affianca all'azione di sicurezza, di stabilizzazione e di difesa. Questo vale per l'Iraq come per l'Afghanistan, cui ho già fatto riferimento, ma vale moltissimo anche per il Pakistan, un Paese devastato: ancora oggi un attentato suicida a Peshawar dimostra che la situazione è tutt'altro che stabilizzata. Ecco allora che la presenza italiana, cui questo decreto dedica attenzione, anche per il Pakistan e quindi per la cooperazione regionale intorno all'Afghanistan, assume una caratteristica particolarmente importante.

In conclusione, signora Presidente e colleghi, credo si possa dire che questo decreto-legge, che merita un'approvazione in tempi rapidi e che è stato integrato e corretto dalle Commissioni con qualche emendamento (non emendamenti di sostanza), riaffermi i due pilastri dell'azione italiana che ci caratterizza nel mondo, un'azione ed un'identità italiana. L'Italia non porta mai con le sue forze di sicurezza la guerra, l'Italia porta sempre la pace, lo fa con interventi di cooperazione, di addestramento e di stabilizzazione. Questo credo, signori sottosegretari, sia il valore aggiunto di queste iniziative, per le quali raccomandiamo a tutta l'Assemblea l'approvazione rapida di questo provvedimento.


30.1.12 | Posted in , | Continua »

A staccare la spina si prende la scossa


Intervista di Franco Frattini a  Libero
di Marco Gorra
«A staccare la spina si prende la scossa. Specie quando la potenza elettrica è al massimo». Franco Frattini, ex ministro degli Esteri e capofila delle colombe pidielline, lancia un avvertimento agli aspiranti elettricisti del partitone azzurro: «II calo di consensi che ci deriverebbe da un'operazione simile sarebbe indicibilmente superiore a quello che stiamo subendo con l'appoggio a Monti. Per tacere di cosa ci tirerebbero addosso in campagna elettorale...». La dialettica interna al Pdl, ad ogni modo, resta abbastanza fluida... «Il che è un bene. Con Alfano il partito è diventato un laboratorio che sta dando risultati positivi attraverso il confronto».

Al termine del quale?
«Al termine del quale, come si fa nei partiti, tutti seguono quanto deciso dalla maggioranza».

Ovvero?
«Che il sostegno al governo Monti continua. Ma non si pensi che l'unico prodotto del laboratorio sia stata la linea da tenere col governo: ci sono i congressi, le primarie che iniziano domani (oggi, ndr) a Frosinone, c'è il nuovo assetto del partito».

Dove però le aree di sofferenza restano.
«Certamente. Però si tratta, e mi auguro che resti così, di sofferenza costruttiva».

Esempi di sofferenza costruttiva?
«Basta pensare alla mozione comune sull'Europa ed al lavoro che ha portato alla sua messa a punto».

E basta questo a lenire le medi sofferenza?
«Be', il ragionamento che viene fatto è più generale: settori del partito valutano negativamente il doversi intestare le responsabilità derivanti dall'appoggio al governo senza incassare, dall'altra parte, i benefici che si hanno stando fisicamente al governo».

Queste posizioni, storicamente proprie degli exAn, ultimamente stanno convincendo anche alcuni ex forzisti. E un problema?
«Semmai è il segno della vitalità del partito: le vecchie appartenenze sono superate e, se proprio ci si deve dividere, almeno adesso lo si fa sulle idee. Per esempio, Maurizio Gasparri inizialmente era molto critico col governo Monti, poi ha contribuito in maniera decisiva a migliorare il decreto liberalizzazioni».

Tema che è nel dna del PdL
«Un motivo in più per resistere alla tentazione di staccare la spina, proprio nel momento in cui il governo sta mettendo mano a un tema così importante per noi».

E che, secondo Calderoli, non fosse stato per Napolitano avreste fatto voi. Tanto che l'ex ministro leghista pronostica il Monticidio per metà marzo. C'è da credergli?
«Sono le consuete dichiarazioni estemporanee cui ormai siamo abituati. Anche perché quale convenienza avrebbe la Lega? Ricordiamoci che Bossi ha fiuto, e certe cose le sa».

Saprà anche che l'operazione riavvicinamento con l’Udc è avviata, e non starà tranquillo... 
«Premesso che - come ricordato anche da Alfano - l'alleanza con la Lega è tutt'altro che archiviata, l'obiettivo dell'intesa con l'Udc è confermato».

E come d si arriva?
«Proseguendo sulla strada che porta alla costituente dei moderati italiani. Perché dobbiamo sempre avere chiaro che prima vengono i contenuti e le idee, e solo dopo le alleanze».

Una strada dove si viaggia a due velocità: necessariamente circospetti a Roma, più disinvolti all'estero.
«Be', in Europa ci stiamo prendendo delle soddisfazioni: basti pensare all'importantissima risoluzione sulla difesa della vita che è stata approvata dal Consiglio europeo grazie all'apporto determinante del gruppo Ppe, dove siedono parlamentari di Pdl e Udc».

Neanche a farlo apposta, lei è reduce da una missione in Libano con Pier Ferdinando Casini. In aereo mica avrete parlato solo di Unifil.
«Abbiamo fatto una riflessione, e Casini ha una convinzione che è anche la mia: bisogna sostenere Monti non di nascosto, ma mettendoci la faccia. E io gli ho detto si, ma allora bisogna mettere la faccia anche sulle riforme».

A partire dalla legge elettorale?
«Sì. Casini è per il modello tedesco, anche se io temo che in Italia non funzionerebbe granché.

E’ un modello che taglia fuori i piccoli partiti così da sistemare Lega e terzo polo in un colpa solo?
«La tentazione è suggestiva, ma non ci sarebbero le condizioni politiche. E poi mica le leggi elettorali si fanno per rappresaglia...». 



29.1.12 | Posted in , , | Continua »

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