IN MOVIMENTO PER L'UNITA' DEL PARTITO


Lo avevamo detto prima dell’esito del voto e lo confermiamo: il governo va avanti. Del resto un’alternativa parlamentare neppure esiste: il PD non ha certo vinto in queste amministrative che hanno visto in corsa, a Milano e Napoli, due candidati ben lontani dalla tradizione riformista e che hanno strapazzato già nelle primarie i suoi candidati. Siamo tornati all’esperienza dell’Unione di Prodi, e ci ricordiamo tutti com’era finita quell’avventura. Il paradosso è semmai un centrodestra più credibile rispetto alla prospettiva e allo spettro di elezioni politiche che vedrebbero una sinistra tornata nel vestito di Arlecchino.

Ma non è certo questo l’argomento consolatorio che deve accompagnare la nostra riflessione. Può consolarci semmai una sola considerazione: che abbiamo ancora da giocare il secondo tempo e che governo e partito devono rimboccarsi le maniche con urgenza, prima che le speranze alimentate e le promesse non mantenute ci facciano perdere la partita.

Fin dagli inizi dell’esperienza di Liberamente i temi dell’avvio urgente di una nuova fase del partito sono stati posti con chiarezza, ed è stato il senso di responsabilità di un’associazione culturale nata per confermare la leadership di Berlusconi, a decidere di porre freno ad un’iniziativa le cui buone intenzioni (come a volte accade) potevano essere scambiate per cattive. Il risultato è stato il rinvio di una nuova fase costituente in attesa di quei tempi migliori che nella complessa fase politica che attraversiamo si rischia non arrivino mai.

Nel frattempo il malessere nel partito è aumentato (abbiamo conosciuto per mesi l’arroganza di una pattuglia di Fli finita come è finita nelle urne delle amministrative). All’azione di governo si richiede un rilancio che traini la ripresa del motore dell’economia. La nostra rappresentanza nelle due Camere soffre (in parte fisiologicamente) di un’azione di puro sostegno e reclama un protagonismo maggiore.

Queste tre situazioni hanno bisogno di offrire a Silvio Berlusconi le condizioni migliori per esercitare la sua leadership e per rafforzare e confermare il primato del centrodestra nella politica italiana. E tutti noi che ne siamo attori dobbiamo contribuire, per la nostra parte, ad agganciare a buoni risultati le nostre responsabilità. L’idea di creare un organismo intermedio rappresentativo – che per comodità chiamerò in movimento per l’unità del partito – con membri scelti dal Presidente Berlusconi, dovrebbe avere la funzione primaria di raccogliere le esperienze culturali e politiche (associazioni, gruppi) di membri di governo, parlamentari e quadri di partito. Un organismo teso a rafforzare il Pdl ed il suo radicamento sul territorio, e che, nello stesso tempo contribuisca ad una più decisa valorizzazione della classe dirigente che si è formata in questi 17 anni a partire dal ’94. Uno dei meriti di Forza Italia è stato, infatti, proprio quello di aver saputo formare la sua classe dirigente.

La stessa idea delle primarie – idea che sembra farsi strada nel nostro dibattito interno – rappresenta, ancor prima che il Congresso, il vero meccanismo trasparente e regolato per evitare la balcanizzazione del Pdl. Solo se ancorate a regole certe, le nostre primarie prenderebbero le distanze da quei vizi e rischi che hanno spesso caratterizzato la selezione della classe dirigente della prima Repubblica, resa appunto artificiosa da un ricorso a volte opaco al fundraising o dalla commistione con attività “affaristiche” determinate dalla caccia al consenso.

In movimento per il partito è un’idea che sta riscuotendo in questi giorni consensi, ma anche molte osservazioni utili a migliorare questo progetto e a renderlo più operativo. Ben venga anche l’idea, circolata oggi su qualche quotidiano, degli Stati Generali, soprattutto se saranno preparati dall’attività preparatoria di questo nuovo organismo. Allora sì, sarebbe un momento alto di confronto per unire ancor più le varie anime del partito, tutte pronte ad arricchirne la prospettiva e a lavorare alla ripartenza. Un organismo che sappia quindi raccordare le varie anime culturali del Pdl e che detti i successivi passi della nuova organizzazione.

Credo che questa prima ricetta possa inaugurare, in vista dell’appuntamento di domani, un primo terreno di discussione e confronto sul rilancio che tutti noi vogliamo dare al Pdl. Una ricetta che prevede, quindi, nell’immediato la creazione di questo soggetto per supportare il Presidente nella sua leadership, e successivamente la definizione di alcune regole per affrontare – nell’ordine - i congressi locali, il ricorso alle primarie, un’analisi degli Stati Generali del partito e – all’esito di questi primi ma fondamentali step – la stesura di un documento su come arrivare al congresso nazionale.

All’indomani di una campagna elettorale piena di veleni e rancori è ancor più necessario che a prevalere siano innanzitutto il rispetto per le istituzioni ed il nostro amore per l’Italia. E sono certo che il Pdl terrà fede a questa promessa.

30.5.11 | Posted in , | Continua »

SUBITO UN DIRETTORIO PER IL PDL


Intervista a Franco Frattini
Corriere della Sera - 29 maggio 2011
Di Paola di Caro

Basta con le divisioni. Subito un direttorio per il Pdl per evitare la balcanizzazione; la nave del governo non affonda, chi si butta adesso resterà solo in mare
Lo si chiami «segreteria politica», «coordinamento generale», direttorio, come si vuole. Ma è indispensabile creare subito un organismo che veda rappresentate (e operanti) tutte le anime di un Pdl che rischia, in caso di sconfitta al voto, un processo di «balcanizzazione».

E questa la proposta che arriva da Franco Frattini, ministro degli Esteri nonché animatore della componente Liberamente, per affrontare quello che - comunque vada - non sarà uno scenario da Titanic, perché «il governo non affonda», ma l' ultima fase di una legislatura tormentata nella quale «siamo noi a dover dimostrare a Berlusconi che lui è la prima risorsa del partito, che lui è il nostro leader e che a sostenerlo è un Pdl più forte, non più debole».

Siete di fronte a un ballottaggio drammatico. Che rischi vede? «Se vinceremo a Milano e a Napoli, come in altri capoluoghi di provincia, arriveremo a un riequilibrio della situazione che, dopo un primo tempo sotto, ci farebbe uscire vincitori al novantesimo. E io sono fiducioso che possa accadere. Se invece dovessimo perdere, una cosa è certa: la sinistra non avrebbe da brindare proprio a nulla, perché si sarebbero affermati candidati espressione di forze extraparlamentari e di forze antisistema».

Loro magari non brinderebbero, ma per voi sarebbe sconfitta senza se e senza ma. «Sarebbe certo un forte campanello d' allarme, dovremo trovare nuove motivazioni per andare avanti. Ma non ci sarà il de profundis del governo che alcuni auspicano».

I segnali di questi giorni però sono inquietanti: i diktat della Lega sui ministeri, le dimissioni di un neo-arrivo come il sottosegretario Melchiorre, la Polverini che parla di «coalizione finita. «Con la Lega discuteremo, non con il ping pong mediatico ma seriamente, perché il tema che pongono non è tabù pur nell' esigenza ineludibile della salvaguardia dell' unità del governo e dello Stato. Il caso Melchiorre indica agitazione tra i Responsabili, visto che non posso credere si sia accorta solo ora che la persecuzione giudiziaria contro Berlusconi porti il premier anche a difendersi pubblicamente e con forza: accade da molti anni, direi...».

È fuga dalla nave che affonda? «Ma la nave non affonda per niente, quindi sappia chi si tuffa che rischia di rimanere in mezzo all' oceano da solo con la sua ciambella. Il governo infatti rilancerà sullo sviluppo, sul piano per il Mezzogiorno come sulle riforme istituzionali».

A guardare l' agitazione, se non il panico, di cui è preda il Pdl, non rischiano di essere solo parole? «No, se sapremo agire nella maniera giusta, rispondendo ai segnali di allarme non disperdendoci in gruppi e correnti, perché la balcanizzazione non giova a nessuno, ma trovando una strada condivisa che ci porti tutti assieme ai congressi che dovranno tenersi obbligatoriamente entro l' autunno».

Ma come, con il tutti contro tutti? «I problemi li vedo anch' io: c'è il caso Scajola aperto, ci sono insofferenze nell' ex An per dissidi tra le correnti, addirittura si paventa la formazione di un gruppo da parte di Alemanno, molti parlamentari chiedono rassicurazioni, e non si può più pensare che il triumvirato faccia da solo, o che siano i soli Berlusconi e Cicchitto a dover parlare con questo o quel deputato per tranquillizzarlo. Però, visto che fino al congresso nazionale si dovrà andare avanti con la formula dei tre coordinatori, io dico: creiamo un organismo di collegamento, chiamiamolo segreteria politica, coordinamento, come ci pare. Ne facciano parte i rappresentanti di quelle aree che non vogliono essere chiamate correnti ma che pure - come Liberamente, la fondazione di Scajola, i ciellini vicini a Formigoni, la componente del sindaco di Roma - in ogni caso ormai si riuniscono, discutono, si organizzano».

Non c'è già l' ufficio di presidenza? «È un organo che doveva essere di una trentina di persone, poi diventate 40, poi 45 ma se ci si vede e poi ognuno se ne torna a casa sua, rischiamo di perderci. Serve un gruppo dirigente in cui tutti quelli che hanno una reale rappresentanza si sentano parte del cammino verso il congresso. Va coinvolto Formigoni che parla di primarie perché può aspirare in futuro alla leadership. Va coinvolto Alemanno che provenendo da una corrente diversa non si sente più rappresentato da La Russa e potrebbe andarsene per la sua strada. Va coinvolto Scajola, già c'è stato il caso Micciché... Per evitare che nella confusione gruppetti di parlamentari si rivolgano a questo o a quel capo area, bisogna creare una struttura di collegamento nel partito, una cinghia di trasmissione: altrimenti, non facciamoci illusioni, non avremo spinte centripete ma centrifughe».

E i coordinatori che fine farebbero? «Il triumvirato ha il compito di portare il partito al congresso, ma per arrivarci al meglio tutti devono sentirsi rassicurati ed essere inclusi».

Si dice che una «Union Sacrée» nel Pdl servirebbe per stoppare Tremonti, l' unico che con l' appoggio della Lega potrebbe sostituire in corsa Berlusconi... «Ho letto queste ricostruzioni, e dico che se il Pdl avesse questa tentazione sarebbe un atto di autolesionismo. Dobbiamo evitare il circolo vizioso che porta ad accreditare Tremonti come il congiurato, a fare del partito il baluardo contro di lui e a schiacciare di conseguenza Giulio sulla Lega. Ha salvato i conti pubblici, è garante della stabilità dell' Italia e tutti i giorni si sente messo sotto accusa, alla fine potrebbe dirsi "ma chi me lo fa fare di sopportare tutto questo?". E invece la sua è una presenza di raccordo importante con una Lega che pure ha al suo interno aperto un dibattito tra le varie anime, perché Tremonti ha un rapporto diretto con Bossi. Quindi, non facciamone un avversario. E soprattutto, lavoriamo per far tornare il buonumore a Berlusconi...».

29.5.11 | Posted in , , | Continua »

GRAVE ERRORE DELLA LEGA SPOSTARE I DICASTERI NON SPOSTA VOTI


Intervista a "IL MESSAGGERO" venerdì 27 maggio 2011

di MARIO AJELLO

Ministro Frattini, la Lega insiste: via i ministeri da Roma. Fanno sul serio o è pessimo folklore? «Io non credo che i simpatizzanti e gli elettori del Carroccio spostino i loro voti se vengono spostati i ministeri a Milano.Oltretutto, la presenza dei ministeri comporterebbe per quella città traffico aggiuntivo, aggiuntiva carenza di parcheggi e altri problemi che i milanesi non penso vogliano subire. Io, da ex ministro della Funzione pubblica per due volte, ritengo che non sia semplice questa iniziativa.Che per la Lega ha un valore simbolico».

Ma pericoloso? «Non si può dare una questione così importante e impegnativa in pasto alla campagna elettorale e buttarla lì sul piatto a due giorni dal ballottaggio. Il tema del decentramento è serio e vanno contemperate due esigenze. L`ascolto della voce dei territori, ammesso che davvero arrivi dai territori la richiesta di trasferire i ministeri, e l`obbligo assoluto di preservare il principio dell`indissolubilità della struttura del governo. Ha fatto bene Berlusconi a dire che di queste materie occorre parlare dopo le elezioni. Non certo adesso, come fa la Lega».

La Farnesina a Milano lei ce la vede? «Ovviamente no, ma s`è parlato di spostare altri ministeri, senza portafoglio. I ballottaggi non si vincono o si perdono sulla base di queste cose. Ma facendo altri ragionamenti. Il primo turno delle amministrative è stato un segnale negativo per il governo nazionale, ma un segnale altrettanto negativo per l`opposizione parlamentare. Non ha vinto il Pd. Ma Rifondazione Comunista, i vendolíani e i grillini: quelli che stanno fuori dal Parlamento. Si è parlato troppo di temi politi- ci nazionali, troppo poco dei problemi locali e gli elettori hanno voltato le spalle a tutto ciò. Il cittadino s`è detto: c`è un governo da cui mi aspettavo di più, un`opposizione che non sa essere alternativa c io reagisco votando gli anti-sistema».

Chi vince a Milano e a Napoli? «La sinistra tutto quello che doveva prendere l`ha già preso. Noi, a Milano, stiamo recuperando gli ottantamila voti che abbiamo perso a favore dell`astensione. E a Napoli, non credo che gli elettori del Terzo Polo possano votare per de Magistris».

Lei, insieme a Alfano, Gelmini, Scajola e decine di parlamentari ex forzisti, ha preparato una lettera in cui si chiede il trasloco di Verdini e La Russa dalla guida del Pdl? «Io questa lettera non l`ho vista. E se ci fosse, lo saprei: perchè avrei contribuito a scriverla. Non nego, però, che fra di noi c`è una riflessione».

E qual è? «Bisogna recuperare il valore della rivoluzione liberale del `94, e l`alleanza con gli ex di An non può far sbiadire questo Dna. L`unità del partito non può andare a detrimento della nostra cultura liberale».

E Verdini e La Russa? «La fine di questo percorso di strutturazione del partito, tramite i congressi da far partire subìto e il superamento dell`assurda logica della quote fra ex Forza Italia e ex An, sfocerà inevitabilmente nella fine di diarchie o triunvirati e nell`unificazione, della direzione del Pdl».

Il post-berlusconismo è un tema vero e di oggi? «E` bla bla. A forza di parlare della divisione dell`eredità, qua si rischia che non ci sia l`eredità per nessuno. E andiamo tutti a casa».

Nel 2013, o magari nel 2012 se si va al voto anticipato, non sarà Berlusconi il candidato premier? «In un partito che ha sempre vissuto con un leader che è l`unico in condizione di mettere d`accordo tutti, questo leader deve indicare lui stesso il momento politico adatto per passare la mano».

Ma se non ora, quando? «Prima bisogna fare il partito. Un leader che passa la mano, senza avere un vero partito di riferimento, provocherebbe la balcanizzazione».

Siete già balcanizzati «E`vero. Ci sono le correnti, ma non c`è il partito. Proprio per questo dobbiamo ripensare tutto e fare le cose per bene. Va creata una classe dirigente, che possa poi succedere, tutta insieme, in maniera plurale, al leader. La sinistra vorrebbe l`uscita di scena di Berlusconi subito, sapendo bene che ciò produrrebbe il disastro balcanico e la nostra dissoluzione. Questo è il loro gioco, noi non dobbiamo abboccare».

Ma chi potrà essere il gran successore? «Berlusconi è un fenomeno irripetibile. E i delfini s`arenano sulle spiagge. In futuro, ci vuole la logica del gruppo, in cui ognuno potrà esprimere le sue vocazioni: uno fa il premier, un altro guida il partito e via così».

Come accadeva nella Dc? «Forza Italia era una monarchia anarchica, con una struttura molto leggera. E a me quel modello piaceva. Ma adesso sono cambiati i tempi e c`è il Pdl. Che è qualcosa di più simile a un partito tradizionale ma non ha ancora preso una sua forma solida. Serve una fase costitutiva: E dobbiamo assolutamente riuscire a creare una struttura di partito che risponda alle sfide che abbiamo davanti nei prossimi anni».

Discorsi, ammetterà, già sentiti: da quanto tempo si dice che il Pdl, nella cui denominazione non c`è neppure la parola partito, deve diventare un partito? «Stavolta, se non riusciamo a strutturarci come si deve, molti di noi torneranno alle professioni che avevano un tempo e amici come prima. Con Berlusconi, per diciassette anni abbiamo sempre vinto, anche quando abbiamo perso le elezioni. Non vedo perchè, dopo tutte queste belle esperienze, dobbiamo rimanere in una cosa che magari non ci piace».

27.5.11 | Posted in , , | Continua »

APPELLO PER MILANO - LA MORATTI MERITA FIDUCIA


Ci rivolgiamo agli elettori milanesi che sono legati alla storia e alla cultura del socialismo riformista, - che in questa città ha un radicamento profondo aldilà delle vicende politiche contingentie delle sigle di partito, - affinché rinnovino il loro sostegno a Letizia Moratti nel prossimo ballottaggio per la scelta del sindaco di Milano.

Nel corso di questi anni Letizia Moratti e la sua coalizione hanno espresso una linea di modernizzazione riformista della città a partire dalla visione di un possibile futuro per Milano quale città metropolitana dotata di funzioni direzionali di primo livello nella dimensione europea e globale. Per questa prospettiva è stata voluta e dovrà essere realizzata l'Expo, insostituibile volano di funzioni, di opportunità di lavoro, di crescita economica e civile.

Al contrario, dietro la candidatura di Giuliano Pisapia, si aggregano le forze politiche, economiche, giudiziarie che dagli anni 92-94 hanno portato avanti una linea che ha prodotto una fase involutiva della città, combinando quegli elementi di giustizialismo, di radicalismo ideologico e di opportunismo politico che hanno rappresentato la più evidente contrapposizione al disegno modernizzatore di Bettino Craxi. Non è un caso che a sostegno di Giuliano Pisapia si è aggregata una coalizione eterogenea che va da alcuni esponenti della finanza – speculativa editoriale - , ai postcomunisti giustizialisti, alla sinistra estremista dei centri sociali. Questa variopinta coalizione è così contraddittoria che non ha alcuna omogeneità politico-programmatica per assicurare un futuro ad una città moderna come Milano, alle sue esigenze di innovazione, di efficienza, di sicurezza, di gestione oculata dell'immigrazione.

Per altro verso tutto il giustizialismo e l'estremismo variamente dislocato vede nel ballottaggio a Milano l'occasione politica per colpire un indirizzo politico e culturale che dal 1994 ad oggi ha evitato che nel nostro Paese prevalga il peggio, cioè quel misto di giacobinismo, di estremismo sociale e di intolleranza culturale che purtroppo caratterizza l'attuale sinistra italiana.

Ci rivolgiamo anche al riformismo insito nell'associazionismo rappresentativo del lavoro autonomo – degli imprenditori, degli artigiani, dei commercianti, dei professionisti, - e in quei sindacati che esprimono in modo cooperativo e partecipativo le legittime ragioni del lavoro dipendente, contrapponendosi al sindacato conservatore e politicizzato.

Auspichiamo un impegno positivo sulle grandi questioni che riguardano Milano – l'Expo – il Pgt – il welfare – e anche un contributo per affrontare i nodi che riguardano tutto il nostro Paese.

Infatti noi riteniamo che di qui alla fine della legislatura il Governo Berlusconi deve misurarsi con alcune grandi questioni: la rigorosa tutela dei nostri conti pubblici accompagnata da nuovi e selettivi interventi sulla spesa in modo da acquisire lo spazio economico per una riforma del fisco che segni una riduzione della pressione fiscale funzionale all'obbiettivo di una crescita reale della nostra economia nel Nord come nel Sud, una organica riforma della giustizia, la piena realizzazione del federalismo, le riforme istituzionali fondate su tre opzioni: più poter al premier, il superamento del bicameralismo, la riduzione del numero dei parlamentari.
In questo quadro riteniamo decisivi da un lato la vittoria di Letizia Moratti al ballottaggio e dall'altro la stabilità del Governo Berlusconi.

Sulla base di tutto ciò rivolgiamo ai socialisti riformisti milanesi un forte appello a sostenere Letizia Moratti contro gli avversari di sempre delle nostre comuni idee.

Francesco Colucci, Fabrizio Cicchitto, Renato Brunetta, Franco FrattiniMaurizio SacconiStefania CraxiPaolo Bonaiuti, Giampiero Cantoni, Margherita Boniver, Stefano Caldoro

26.5.11 | Posted in | Continua »

IL BIENNIO DELLO SVILUPPO


Un’esortazione a restare uniti. Perché solo un Paese unito può costruire il futuro. Solo un Paese unito e coeso può affrontare e vincere ogni sfida. “Il valore dell’Unità è ben compreso con il cuore e con l’intelligenza dai milioni di italiani che contribuiscono a dare un senso altro e concreto all’idea stessa dell’Italia nel mondo”. L’intervento del Presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, pronunciato oggi davanti al Presidente della Repubblica e ad una platea di imprenditori e attori istituzionali, mi è sembrato interpretare con coerenza la funzione di stimolo che l’associazione degli industriali italiani non ha mai mancato di rappresentare alla politica e all’azione di governo. Lo ha fatto contribuendo a sottolineare l’importanza di una cornice unitaria e di un’appartenenza comune, di cui abbiamo ancora bisogna, in un anno così importante per il nostro Paese e la sua memoria. E senza esonerare da richiami e critiche entrambi gli schieramenti della politica italiana. E’ probabile che l’attenzione dei media – a poche ore da un appuntamento elettorale – andrà a quelle parti del discorso in cui sono indicate inadempienze, promesse non mantenute, proposte mancate dalla parte del governo. Le prendo come un avviso, prendiamole come un avviso ai naviganti per agganciare – dopo aver tenuto l’Italia in serie A - il biennio dello sviluppo.

Franco Frattini

26.5.11 | Posted in | Continua »

DUE ASTRONAUTI E L’ITALIA DEL FUTURO


E' bastato un gesto. Dispiegare il tricolore ricevuto dalle mani del Presidente della Repubblica prima della partenza, i colori della bandiera che invadono la schermata del collegamento televisivo, e tutti insieme – non accadeva dallo scorso 17 marzo – ci siamo sentiti nuovamente solo italiani.

Tutti uniti e compatti, protetti e nutriti dalla stessa bandiera. Un piccolo gesto, semplice e prezioso allo stesso tempo, con cui i due astronauti italiani, Paolo Nespoli e Roberto Vittori, hanno riportato ottimismo e fiducia al nostro legame con l’Italia. Tocca ora agli astronauti rappresentare e interpretare il meglio di Winning - questo progetto di radicamento e rafforzamento di un’identità nazionale -, aggiungendosi a tutti i momenti migliori che l’Italia ha avuto e può continuare ad avere, e offrendosi a quella riconoscenza che Winning Italy propone per tutti quei connazionali che fanno brillare il nostro ingegno e la nostra creatività.

 Troppo spesso, nelle polemiche interne e nella costruzione dell’immagine che dell’Italia trasmettiamo all’estero, ci soffermiamo solo sugli aspetti negativi e sulla sfiducia. Così facendo finiamo per rendere invisibile, purtroppo, quest’Italia che ostinatamente vuol costruire il suo futuro e che non ci sta a guardare solo indietro. L’Italia dei grandi successi: come la vittoria del sistema Italia con Expo 2015, o i continui trionfi nello sport, nella scherma e nel fioretto; l’elezione del nostro Paese al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite o l’Europa che dice sì all’italiano Mario Draghi ai vertici della BCE.

Parlo di un’Italia appassionata e intraprendente, che poi si scolla se alcune agenzie di rating mostrano perplessità sullo stato di salute della nostra economia. Parere legittimo, dico, ma opinabile come tutti i giudizi. Eppure in quanti si sono affrettati a dimostrare il contrario? E pochi hanno ricordato che l’Italia è stato uno dei pochi Paesi europei a combattere con successo il virus della crisi economica. Lo stato di salute di un Paese può conoscere alti e bassi. Sta poi alla maturità e alla coerenza del suo popolo – quello stesso popolo che ora si commuove dinanzi ad un tricolore sventolato nello spazio – sostenere il proprio Paese sempre e comunque e soprattutto nella competizione internazionale. 

Franco Frattini per Winning Italy

25.5.11 | Posted in , | Continua »

MESSAGGIO ALLE FAMIGLIE ADOTTANTI IN BIELORUSSIA


RIUNIONE NAZIONALE DELLE FAMIGLIE ADOTTANTI IN BIELORUSSIA


Care Famiglie, cari Ragazzi,

tengo molto a mandarvi oggi il mio personale saluto in occasione del vostro incontro nazionale. E' da molto tempo, infatti, che mi occupo delle problematiche legate ai piccoli bielorussi, e in questi anni ho avuto modo di conoscere personalmente molti di loro e molti di voi.

Il lavoro che abbiamo svolto insieme è stato intenso e paziente, ed ha permesso di arrivare agli ottimi risultati di oggi e alle oltre 300 adozioni già autorizzate. Vi voglio ringraziare per la fiducia che mi avete dato e per la pazienza con cui avete atteso i risultati dei nostri sforzi. Ma abbiamo ancora molto lavoro da fare, per venire incontro a tutte le richieste che continuiamo a ricevere dato l'intenso legame affettivo che ci lega a questi bambini. 

Posso finalmente annunciarvi che abbiamo finalizzato gli accordi di studio con la Bielorussia: li firmero' con il Ministro Martynov il 10 giugno a Trieste. In tempo, quindi, perchè possiate utilizzarli per il prossimo anno scolastico. 

Nell'augurarvi buon lavoro, vi assicuro che potete contare sempre sul mio aiuto per il bene di questi bambini.

Franco Frattini


21.5.11 | Posted in , | Continua »

FRATTINI ALL'UNIVERSITA' LINK CAMPUS


"Whose voice has not yet been heard. Universities for change"

Rare sono le iniziative, come quella odierna, di dialogo fra la dimensione accademica e quella politica. Eppure, la politica ha molto da apprendere dall’Università. La ricerca è un formidabile strumento di superamento di barriere e steccati: politici, ideologici e culturali. L’uomo di scienza è incline alla collaborazione e alla condivisione, ponendo a se stesso e agli altri tante domande prima di fornire una risposta. Egli è dotato di virtù fondamentali di questi tempi: curiosità e desiderio di conoscenza. Queste virtù sono sconosciute ai fanatici e antidoto contro il fondamentalismo.

La scienza ha anche un’altra caratteristica cui la politica guarda con attenzione. Nelle scienze naturali, le rivoluzioni si verificano quando un'ipotesi di base è indebolita o distrutta da una scoperta. Gli scienziati confutano teorie preesistenti, le rendono obsolete e cambiano i metodi con cui acquisire nuove conoscenze.

Le cose non sono così lineari nelle discipline non esatte, come la politica. Troppo spesso le teorie politiche elaborate dai grandi signori del pensiero sul corso del mondo non hanno retto alla prova dei fatti. A cominciare da quelle di Marx, considerato per anni da una parte dell’umanità il fondatore di un’infallibile scienza della società.

Ma anche in politica esistono momenti di svolta in cui un nuovo sistema esce dalla fase della speculazione per affermarsi nella realtà. La primavera araba, con la richiesta di libertà e l’esplosione del malcontento sociale, è uno di questi momenti, che saranno menzionati in tutti i libri di storia.

I sommovimenti sono stati epocali. Mai prima di allora le nuove generazioni arabe avevano chiesto di partecipare con tale passione alla vita pubblica. Mai prima di allora i giovani si erano opposti con tale resistenza a un’esistenza artificiale di esclusione sociale. Eppure, in una regione in cui l’età media è intorno ai venticinque anni, era logico attendersi che fossero proprio i giovani a invocare a gran voce il cambiamento. Tanto più che una parte rilevante di essi è disoccupata o con limitate aspettative professionali.

Se per anni non ci siamo accorti di questo malessere, è perché non abbiamo guardato ai loro cuori, alle loro speranze e alle loro aspirazioni, ma ci siamo limitati ad assecondare i nostri interessi. Interessi principalmente di sicurezza e stabilità. Credendo erroneamente che la nostra sicurezza e la nostra stabilità sociale fossero incompatibili con le loro aspirazioni di libertà e democrazia. Ma libertà e sicurezza non sono affatto incompatibili. Al contrario, si sorreggono a vicenda. Senza la sicurezza, la libertà è fragile. Senza libertà, la sicurezza può diventare oppressiva.
Abbiamo finalmente aperto gli occhi. Ci siamo svegliati grazie al vento della primavera araba: un vento di libertà che ha avvicinato i cuori della timida Europa a quella dei coraggiosi vicini. Il nostro approccio è cambiato. Non siamo più disposti ad anteporre i nostri interessi ai nostri valori. Siamo pronti a far valere i principi di solidarietà e civiltà quando li vedessimo calpestati. Lo abbiamo dimostrato intervenendo in Libia a difesa della popolazione civile, vittima delle brutali repressioni del regime di Gheddafi. Ma anche con le sanzioni alla Siria.

Le parole pronunciate ieri dal Presidente Obama sono il sigillo di questo radicale cambiamento di approccio dell’Occidente nei confronti del Nord Africa e del Medio Oriente. Anche noi, come gli Stati Uniti, ci opporremo all’uso della violenza e alla repressione dei popoli della regione. Anche noi sosterremo la difesa dei diritti fondamentali, a partire dalla libertà religiosa e dai diritti delle donne, in tutta la sponda sud. Così riusciremo a sfruttare tutti gli spazi che la centralità della persona umana e dei suoi diritti può guadagnarsi nei nuovi scenari.

La primavera araba è una svolta storica. Una svolta che ha dimostrato che anche in politica, come nelle scienze, le rivoluzioni sono figlie di idee e sentimenti prima che di interessi. Perché gli interessi sono mutevoli, ma le idee restano, muovono il mondo e ispirano le nuove generazioni.
I giovani scesi in piazza hanno invocato cambiamenti radicali. E’ venuto il momento di tradurre le loro richieste di libertà, democrazia, trasparenza in atti e comportamenti concreti; è venuto il momento di indirizzare lo spirito vitale delle piazze verso le riforme, incanalando l’energia positiva nelle leggi dei nuovi Parlamenti. Il processo di transizione sarà complesso, come è normale che sia, anche perché non bastano libere elezioni perché si compiano le riforme.
Occorre però scongiurare il rischio che l’euforia iniziale evapori in mero velleitarismo o -peggio ancora- che lasci il campo al lento e sotterraneo lavoro del fondamentalismo islamico. Non solo perché questo malaugurato sviluppo defrauderebbe i popoli delle loro vittorie, ma anche perché graverebbe sulle aspettative di cooperazione con l’Europa, di stabilità democratica e di rilancio economico dei Paesi. Riponiamo quindi grandi aspettative nelle riforme di tutti i Paesi della regione, a partire da quelle in corso in Egitto e Tunisia a quelle annunciate da altri governi, incluso quello transitorio libico.

D’altro canto, noi siamo pronti a fare la nostra parte. Siamo disposti a operare generosamente, senza troppi formalismi e interferenze di tipo paternalistico per aiutare i moderati e i veri democratici. Intendiamo impegnarci senza imporre modelli, ma mettendo a disposizione la nostra esperienza. Lo facciamo da una condizione di vantaggio. L’Italia è un microcosmo in cui si sono riprodotte, su scala diversa e con le dovute distinzioni, alcune contraddizioni vissute dai popoli della sponda sud del Mediterraneo. Ad esempio, anche nel nostro Paese un tessuto imprenditoriale straordinario coesiste con elevati tassi di disoccupazione giovanile. Anche nel nostro Paese, mentre giungono migliaia di migranti, alcuni dei nostri migliori giovani sono costretti ad andar via per trovare un lavoro che li soddisfi.

Non possiamo dare lezioni. Da Paese di frontiera, abbiamo però strumenti culturali e sociali per comprendere i nostri vicini. Gli elementi vincenti della nostra esperienza ci portano, ad esempio, a sostenere un maggiore raccordo del mondo della formazione con quello del lavoro, a puntare sulla qualità dell’apprendimento, a favorire lo sviluppo di un tessuto di piccole e medie imprese. Siamo inoltre disposti a mettere a disposizione dei nostri partners meridionali la competenza maturata negli anni e in varie regioni del mondo nella formazione di amministratori, managers, funzionari pubblici, magistrati, forze di polizia...

Crediamo nell’esigenza di un nuovo Piano Marshall per il Nord Africa e il Medio Oriente. Un piano che attinga ai fondi americani, europei e dei Paesi del Golfo. Il Presidente Obama ha ieri annunciato -e ne eravamo certi- che gli Stati Uniti sono pronti a fare la loro parte, mettendo sul tavolo l’impegno e miliardi di dollari. L’Europa deve seguire l’esempio. Non può fare la tirchia, togliendosi dalle tasche pochi spicci, ma deve rilanciare con forza l’idea dell’integrazione economica euro-mediterranea. Saremo il più determinato alleato degli Stati Uniti nell’azione europea a favore di un’apertura al commercio e agli investimenti. Perché dobbiamo uscire dal vago e passare dai rapporti economici basati su assistenza ed esclusione a quelli fondati su co-sviluppo e integrazione.
Per questa ragione, abbiamo proposto la creazione di un Fondo di partenariato mediterraneo e di un Centro Euro-Mediterraneo di Sviluppo per le PMI. Con queste iniziative vogliamo fornire ai giovani della sponda sud l’opportunità di esprimere i loro talenti senza che siano costretti a emigrare. Perché è nell’interesse di tutti evitare la fuga dei cervelli, favorendo piuttosto la circolazione dei talenti.

In questi processi di rilancio e modernizzazione delle economie dei Paesi della sponda sud del Mediterraneo, le Università possono svolgere un ruolo importante. Internet, i nuovi strumenti di comunicazione e i social networks hanno avuto un impatto determinante sulle rivoluzioni arabe. Ma anche le Università possono contribuire al cambiamento. Le Università sono infatti l’agone di cultura e ricerca, dialettica e informazione, in cui gli studenti arabi possono continuare ad allenarsi alle idee di libertà e giustizia sociale.

Le Università potranno svolgere un ruolo di incubatore naturale di idee democratiche e liberali, perché nella vita quotidiana della Facoltà gli studenti masticano pensieri e assimilano il rispetto per i diversi punti di vista, abituandosi al confronto con l’altrui opinione, superando le obiezioni con il ragionamento, giungendo al successo con il merito e non con la corruzione, la sopraffazione e il favore.

Le Università sono inoltre le istituzioni più accreditate a svolgere la funzione di incubatori di imprese, favorendo le start-up e le società miste internazionali. Non sembri strano, perché la produzione qualificata e l'innovazione sono il prodotto più logico della cooperazione interuniversitaria a livello internazionale. Ma condizioni per la condivisione di tecnologia tra Università sono la fiducia reciproca e la libertà di associazione. Compito del politico è tutelarle.

Le Università possono quindi essere il punto di partenza di una nuova fase, favorendo più intensi scambi culturali e di capitale umano tra le due sponde del Mediterraneo, ma anche di nuove tecnologie e progetti imprenditoriali.

Il dialogo paritario tra Università arabe e europee è tanto più prezioso in chiave di “diplomazia preventiva” ed è funzionale al nostro concetto di pace, fondato non solo sulla sicurezza, ma anche sulla giustizia e sulla riconciliazione. E’ questo per noi il miglior metodo per risolvere alla radice conflitti laceranti, a partire da quello arabo-israeliano. Ed è tempo di spingere con maggiore convinzione in questa direzione. L’Italia condivide il senso di urgenza espresso ieri dal Presidente Obama per giungere a una pace duratura, che ponga fine al conflitto.
L'Italia intende quindi continuare a favorire consorzi universitari nel Mediterraneo. Attribuiamo importanza ai progetti delle Università bi-nazionali (come quelle italo-egiziana e italo-turca) e alle reti universitarie tra Atenei del bacino mediterraneo (come l’EMUNI, l’UNIMED e il Politecnico del Mediterraneo). Tali iniziative rafforzano l’interazione tra mondo accademico, società civile e imprese, consolidando i processi di internazionalizzazione delle Università. E internazionalizzare le Università significa accrescere la qualità dei servizi agli studenti, ma anche aumentare la competitività dei territori in cui esse hanno sede. Significa internazionalizzare i territori.

Nell’ottica di sostenere il dialogo universitario tra le due sponde del Mediterraneo, abbiamo inoltre proposto di estendere l’Erasmus anche al mondo arabo. L’obiettivo è quello di consentire agli studenti della sponda sud di beneficiare di un programma di successo, che ha avvicinato e incoraggiato al senso di comunità tanti giovani europei.
Ovviamente il dialogo culturale non si limita a quello tra Università. Ci sono tanti altri modi per sostenerlo, ma non è questa la sede per esaminarli. Vorrei solo sottolineare l’opportunità che l'Italia riprenda e sviluppi la propria presenza culturale nel Mediterraneo anche attraverso il rilancio del servizio pubblico radiotelevisivo. L'Italia aveva mostrato grande sensibilità e preveggenza negli anni '90. Sarebbe un peccato ora perdere la chance -colta da altri Paesi europei- di consolidare la presenza nell'area con una rete televisiva, che ci consentirebbe di parlare anche all'immigrazione araba in Italia.

E’ tuttavia difficile rafforzare oltre certi limiti il dialogo culturale se le politiche sulla circolazione delle persone restano preclusive e restrittive. Del resto, le idee circolano meglio se le persone hanno a disposizione grandi spazi: motivo che ci induce a chiedere politiche europee meno restrittive in materia di visti di ingresso. Mi batto da anni, prima da Commissario europeo e poi da Ministro, per facilitare i visti agli studenti della sponda sud del Mediterraneo e del Golfo. Nel 2010 l’Italia ha concesso circa tremila visti a studenti provenienti da queste regioni. Possiamo e dobbiamo fare molto di più, ma occorre una politica europea, perché l’Italia da sola non può risolvere la questione.

Per parte nostra, abbiamo voluto dare un primo segnale in questo senso. Malgrado i notevoli tagli subiti dal bilancio del Ministero, abbiamo deciso di aumentare (+5%) l’offerta di borse di studio in favore degli studenti dei Paesi della sponda sud del Mediterraneo.

Continueremo con forte e convinto impegno in Europa e in Italia per superare gli ostacoli che limitano l’integrazione economica tra le due sponde del Mediterraneo, il dialogo culturale e la mobilità di ricercatori e studenti. Tanto più che -in un’epoca in cui la ricchezza non si misura né in oro, né in petrolio, ma in conoscenza- puntare sulle sinergie tra le Università può aiutarci a rilanciare la competitività dei nostri territori a livello globale.

La posta in gioco è alta perché la concorrenza è internazionale e le risorse limitate, ma le questioni vitali dei nostri Paesi restano ancorate a una proiezione mediterranea. La sfida è enorme e va fronteggiata con un’assunzione di responsabilità da parte di tutti i soggetti coinvolti, in una logica di partenariato su basi paritarie. Ma la complessità del tema è anche una ragione in più per spingere l’Unione Europea a volgere sempre di più il suo sguardo, la sua attenzione politica e le sue risorse verso Sud. In questo scenario, l’Italia -a cominciare dalle sue Università- intende svolgere un ruolo da protagonista.





20.5.11 | Posted in , | Continua »

IL MINISTRO FRATTINI ALLA CELEBRAZIONE PER IL 60° ANNIVERSARIO DEL NATO DEFENSE COLLEGE



Signor Presidente, Mr. Secretary General, Ministro La Russa, Amm. Di Paola, General Loeser, Ambassadors, Excellencies, Ladies and Gentlemen,

My sincere gratitude for the kind invitation to join the NATO Defense College at such an important ceremony. Celebrating this 60th Anniversary is like making a journey back through our memories of times that have in many respects been exceptional.

Gathering in this venue - where generations of civil and military leaders and civil servants have been formed - is an ideal way to reaffirm our commitment to the Alliance’s founding values of freedom, democracy and solidarity. The wind blowing from Northern Africa today is steeped in these same values, and that is why it has to find convinced support in our world.

The establishment in 1951 of the Nato Defense College, the fruit of General Eisenhower’s farsighted vision, provided the Alliance with a crucial tool to achieve greater internal cohesion and a stronger institutional footing.

At the time, strengthening the ability of our military personnel to operate in an integrated armed forces context was, of course, an urgent priority. But it was also necessary to raise the profile of NATO as a community of values and uphold the significance of a choice of loyalty that would be decisive for the fate of humanity.

Education and training thus became crucial tools for the Alliance, the pillars of a technical and military supremacy - respectful of democratic and constitutional values - that would lead to victory almost four decades later.

On this anniversary we celebrate Nato Defense College’s growing ability to support and accompany the intense transformation the Alliance has come through in order to better cope with new international challenges and threats.

The approval of the new strategic concept at the Lisbon Summit was made possible also thanks to the work of the NATO Defense College. And it will be also thanks to its activity - that is education, analysis, civil-military cooperation and the involvement of external partners - if we manage to display all the potentials of the post-Lisbon NATO. The NATO that has shifted the frontiers of security beyond the limits of continental geography, prepared itself to nurture an intense dialogue also with countries “at strategic distance” and made the “comprehensive approach” the key to interpreting the reality.

Training within these walls goes far beyond matters of military interoperability. Transformation requires a sharper focus on the value of human resources, close study of the strategic aspects of a crisis, and continuous training to promote a real culture of security.

The NDC engagement in favour of military and civilian personnel from the Alliance’s members, but also from other partners and friends, will help strengthen the Alliance’s dialogue and outreach dimension, crucial elements of modern crisis management.

Military force continues to play a remarkable role on the most delicate international scenarios. But it no longer exercises that leadership role only through firepower. Today’s military instrument also acts as one arm of the humanitarian action and reconstruction effort. It is a vehicle for the transmission of know-how and a mechanism for dissuasion.

In other words, NATO forces are a landmark for our security but can also be an increasingly important instrument for a wide diplomatic action provided they are carefully trained with a view to achieving enhanced cooperation and acquiring a full understanding of the political, economic and social contexts of intervention.
NATO Defense College is an irreplaceable tool for stimulating strategic thinking and dialogue.

I am delighted to express my warmest congratulations for the great achievements over its first sixty years. My congratulations and my best wishes that it may retain its long-standing ability to promote the conditions whereby our men and women dedicated to civil and military service, can achieve excellence in all of their endeavours.



20.5.11 | Posted in , | Continua »

LECTIO MAGISTRALIS - LINK CAMPUS UNIVERSITY


"Whose voice has not yet been heard. Universities for change"
Discorso alla Tavola Rotonda organizzata da Link Campus University

Positivo dialogo tra ricerca e politica
Rare sono le iniziative, come quella odierna, di dialogo fra la dimensione accademica e quella politica. Eppure, la politica ha molto da apprendere dall’Università. La ricerca è un formidabile strumento di superamento di barriere e steccati: politici, ideologici e culturali. L’uomo di scienza è incline alla collaborazione e alla condivisione, ponendo a se stesso e agli altri tante domande prima di fornire una risposta. Egli è dotato di virtù fondamentali di questi tempi: curiosità e desiderio di conoscenza. Queste virtù sono sconosciute ai fanatici e antidoto contro il fondamentalismo.

Rivoluzioni in scienza e politica
La scienza ha anche un’altra caratteristica cui la politica guarda con attenzione. Nelle scienze naturali, le rivoluzioni si verificano quando un'ipotesi di base è indebolita o distrutta da una scoperta. Gli scienziati confutano teorie preesistenti, le rendono obsolete e cambiano i metodi con cui acquisire nuove conoscenze.
Le cose non sono così lineari nelle discipline non esatte, come la politica. Troppo spesso le teorie politiche elaborate dai grandi signori del pensiero sul corso del mondo non hanno retto alla prova dei fatti. A cominciare da quelle di Marx, considerato per anni da una parte dell’umanità il fondatore di un’infallibile scienza della società.
Ma anche in politica esistono momenti di svolta in cui un nuovo sistema esce dalla fase della speculazione per affermarsi nella realtà. La primavera araba, con la richiesta di libertà e l’esplosione del malcontento sociale, è uno di questi momenti, che saranno menzionati in tutti i libri di storia.

La primavera araba: risveglio di un popolo giovane
I sommovimenti sono stati epocali. Mai prima di allora le nuove generazioni arabe avevano chiesto di partecipare con tale passione alla vita pubblica. Mai prima di allora i giovani si erano opposti con tale resistenza a un’esistenza artificiale di esclusione sociale. Eppure, in una regione in cui l’età media è intorno ai venticinque anni, era logico attendersi che fossero proprio i giovani a invocare a gran voce il cambiamento. Tanto più che una parte rilevante di essi è disoccupata o con limitate aspettative professionali.
Se per anni non ci siamo accorti di questo malessere, è perché non abbiamo guardato ai loro cuori, alle loro speranze e alle loro aspirazioni, ma ci siamo limitati ad assecondare i nostri interessi. Interessi principalmente di sicurezza e stabilità. Credendo erroneamente che la nostra sicurezza e la nostra stabilità sociale fossero incompatibili con le loro aspirazioni di libertà e democrazia. Ma libertà e sicurezza non sono affatto incompatibili. Al contrario, si sorreggono a vicenda. Senza la sicurezza, la libertà è fragile. Senza libertà, la sicurezza può diventare oppressiva.
Abbiamo finalmente aperto gli occhi. Ci siamo svegliati grazie al vento della primavera araba: un vento di libertà che ha avvicinato i cuori della timida Europa a quella dei coraggiosi vicini. Il nostro approccio è cambiato. Non siamo più disposti ad anteporre i nostri interessi ai nostri valori. Siamo pronti a far valere i principi di solidarietà e civiltà quando li vedessimo calpestati. Lo abbiamo dimostrato intervenendo in Libia a difesa della popolazione civile, vittima delle brutali repressioni del regime di Gheddafi. Ma anche con le sanzioni alla Siria.
Le parole pronunciate ieri dal Presidente Obama sono il sigillo di questo radicale cambiamento di approccio dell’Occidente nei confronti del Nord Africa e del Medio Oriente. Anche noi, come gli Stati Uniti, ci opporremo all’uso della violenza e alla repressione dei popoli della regione. Anche noi sosterremo la difesa dei diritti fondamentali, a partire dalla libertà religiosa e dai diritti delle donne, in tutta la sponda sud. Così riusciremo a sfruttare tutti gli spazi che la centralità della persona umana e dei suoi diritti può guadagnarsi nei nuovi scenari.

Dalle richieste di piazza al Parlamento
La primavera araba è una svolta storica. Una svolta che ha dimostrato che anche in politica, come nelle scienze, le rivoluzioni sono figlie di idee e sentimenti prima che di interessi. Perché gli interessi sono mutevoli, ma le idee restano, muovono il mondo e ispirano le nuove generazioni.
I giovani scesi in piazza hanno invocato cambiamenti radicali. E’ venuto il momento di tradurre le loro richieste di libertà, democrazia, trasparenza in atti e comportamenti concreti; è venuto il momento di indirizzare lo spirito vitale delle piazze verso le riforme, incanalando l’energia positiva nelle leggi dei nuovi Parlamenti. Il processo di transizione sarà complesso, come è normale che sia, anche perché non bastano libere elezioni perché si compiano le riforme.
Occorre però scongiurare il rischio che l’euforia iniziale evapori in mero velleitarismo o -peggio ancora- che lasci il campo al lento e sotterraneo lavoro del fondamentalismo islamico. Non solo perché questo malaugurato sviluppo defrauderebbe i popoli delle loro vittorie, ma anche perché graverebbe sulle aspettative di cooperazione con l’Europa, di stabilità democratica e di rilancio economico dei Paesi. Riponiamo quindi grandi aspettative nelle riforme di tutti i Paesi della regione, a partire da quelle in corso in Egitto e Tunisia a quelle annunciate da altri governi, incluso quello transitorio libico.
D’altro canto, noi siamo pronti a fare la nostra parte. Siamo disposti a operare generosamente, senza troppi formalismi e interferenze di tipo paternalistico per aiutare i moderati e i veri democratici. Intendiamo impegnarci senza imporre modelli, ma mettendo a disposizione la nostra esperienza. Lo facciamo da una condizione di vantaggio. L’Italia è un microcosmo in cui si sono riprodotte, su scala diversa e con le dovute distinzioni, alcune contraddizioni vissute dai popoli della sponda sud del Mediterraneo. Ad esempio, anche nel nostro Paese un tessuto imprenditoriale straordinario coesiste con elevati tassi di disoccupazione giovanile. Anche nel nostro Paese, mentre giungono migliaia di migranti, alcuni dei nostri migliori giovani sono costretti ad andar via per trovare un lavoro che li soddisfi.
Non possiamo dare lezioni. Da Paese di frontiera, abbiamo però strumenti culturali e sociali per comprendere i nostri vicini. Gli elementi vincenti della nostra esperienza ci portano, ad esempio, a sostenere un maggiore raccordo del mondo della formazione con quello del lavoro, a puntare sulla qualità dell’apprendimento, a favorire lo sviluppo di un tessuto di piccole e medie imprese. Siamo inoltre disposti a mettere a disposizione dei nostri partners meridionali la competenza maturata negli anni e in varie regioni del mondo nella formazione di amministratori, managers, funzionari pubblici, magistrati, forze di polizia...
Crediamo nell’esigenza di un nuovo Piano Marshall per il Nord Africa e il Medio Oriente. Un piano che attinga ai fondi americani, europei e dei Paesi del Golfo. Il Presidente Obama ha ieri annunciato -e ne eravamo certi- che gli Stati Uniti sono pronti a fare la loro parte, mettendo sul tavolo l’impegno e miliardi di dollari. L’Europa deve seguire l’esempio. Non può fare la tirchia, togliendosi dalle tasche pochi spicci, ma deve rilanciare con forza l’idea dell’integrazione economica euro-mediterranea. Saremo il più determinato alleato degli Stati Uniti nell’azione europea a favore di un’apertura al commercio e agli investimenti. Perché dobbiamo uscire dal vago e passare dai rapporti economici basati su assistenza ed esclusione a quelli fondati su co-sviluppo e integrazione.
Per questa ragione, abbiamo proposto la creazione di un Fondo di partenariato mediterraneo e di un Centro Euro-Mediterraneo di Sviluppo per le PMI. Con queste iniziative vogliamo fornire ai giovani della sponda sud l’opportunità di esprimere i loro talenti senza che siano costretti a emigrare. Perché è nell’interesse di tutti evitare la fuga dei cervelli, favorendo piuttosto la circolazione dei talenti.

Università incubatore di idee e di imprese
In questi processi di rilancio e modernizzazione delle economie dei Paesi della sponda sud del Mediterraneo, le Università possono svolgere un ruolo importante. Internet, i nuovi strumenti di comunicazione e i social networks hanno avuto un impatto determinante sulle rivoluzioni arabe. Ma anche le Università possono contribuire al cambiamento. Le Università sono infatti l’agone di cultura e ricerca, dialettica e informazione, in cui gli studenti arabi possono continuare ad allenarsi alle idee di libertà e giustizia sociale.
Le Università potranno svolgere un ruolo di incubatore naturale di idee democratiche e liberali, perché nella vita quotidiana della Facoltà gli studenti masticano pensieri e assimilano il rispetto per i diversi punti di vista, abituandosi al confronto con l’altrui opinione, superando le obiezioni con il ragionamento, giungendo al successo con il merito e non con la corruzione, la sopraffazione e il favore.
Le Università sono inoltre le istituzioni più accreditate a svolgere la funzione di incubatori di imprese, favorendo le start-up e le società miste internazionali. Non sembri strano, perché la produzione qualificata e l'innovazione sono il prodotto più logico della cooperazione interuniversitaria a livello internazionale. Ma condizioni per la condivisione di tecnologia tra Università sono la fiducia reciproca e la libertà di associazione. Compito del politico è tutelarle.

Università: punto di partenza per una nuova fase
Le Università possono quindi essere il punto di partenza di una nuova fase, favorendo più intensi scambi culturali e di capitale umano tra le due sponde del Mediterraneo, ma anche di nuove tecnologie e progetti imprenditoriali.
Il dialogo paritario tra Università arabe e europee è tanto più prezioso in chiave di “diplomazia preventiva” ed è funzionale al nostro concetto di pace, fondato non solo sulla sicurezza, ma anche sulla giustizia e sulla riconciliazione. E’ questo per noi il miglior metodo per risolvere alla radice conflitti laceranti, a partire da quello arabo-israeliano. Ed è tempo di spingere con maggiore convinzione in questa direzione. L’Italia condivide il senso di urgenza espresso ieri dal Presidente Obama per giungere a una pace duratura, che ponga fine al conflitto.
L'Italia intende quindi continuare a favorire consorzi universitari nel Mediterraneo. Attribuiamo importanza ai progetti delle Università bi-nazionali (come quelle italo-egiziana e italo-turca) e alle reti universitarie tra Atenei del bacino mediterraneo (come l’EMUNI, l’UNIMED e il Politecnico del Mediterraneo). Tali iniziative rafforzano l’interazione tra mondo accademico, società civile e imprese, consolidando i processi di internazionalizzazione delle Università. E internazionalizzare le Università significa accrescere la qualità dei servizi agli studenti, ma anche aumentare la competitività dei territori in cui esse hanno sede. Significa internazionalizzare i territori.
Nell’ottica di sostenere il dialogo universitario tra le due sponde del Mediterraneo, abbiamo inoltre proposto di estendere l’Erasmus anche al mondo arabo. L’obiettivo è quello di consentire agli studenti della sponda sud di beneficiare di un programma di successo, che ha avvicinato e incoraggiato al senso di comunità tanti giovani europei.

Ovviamente il dialogo culturale non si limita a quello tra Università. Ci sono tanti altri modi per sostenerlo, ma non è questa la sede per esaminarli. Vorrei solo sottolineare l’opportunità che l'Italia riprenda e sviluppi la propria presenza culturale nel Mediterraneo anche attraverso il rilancio del servizio pubblico radiotelevisivo. L'Italia aveva mostrato grande sensibilità e preveggenza negli anni '90. Sarebbe un peccato ora perdere la chance -colta da altri Paesi europei- di consolidare la presenza nell'area con una rete televisiva, che ci consentirebbe di parlare anche all'immigrazione araba in Italia.

Più scambi universitari e meno visti
E’ tuttavia difficile rafforzare oltre certi limiti il dialogo culturale se le politiche sulla circolazione delle persone restano preclusive e restrittive. Del resto, le idee circolano meglio se le persone hanno a disposizione grandi spazi: motivo che ci induce a chiedere politiche europee meno restrittive in materia di visti di ingresso. Mi batto da anni, prima da Commissario europeo e poi da Ministro, per facilitare i visti agli studenti della sponda sud del Mediterraneo e del Golfo. Nel 2010 l’Italia ha concesso circa tremila visti a studenti provenienti da queste regioni. Possiamo e dobbiamo fare molto di più, ma occorre una politica europea, perché l’Italia da sola non può risolvere la questione.
Per parte nostra, abbiamo voluto dare un primo segnale in questo senso. Malgrado i notevoli tagli subiti dal bilancio del Ministero, abbiamo deciso di aumentare (+5%) l’offerta di borse di studio in favore degli studenti dei Paesi della sponda sud del Mediterraneo.

Continueremo con forte e convinto impegno in Europa e in Italia per superare gli ostacoli che limitano l’integrazione economica tra le due sponde del Mediterraneo, il dialogo culturale e la mobilità di ricercatori e studenti. Tanto più che -in un’epoca in cui la ricchezza non si misura né in oro, né in petrolio, ma in conoscenza- puntare sulle sinergie tra le Università può aiutarci a rilanciare la competitività dei nostri territori a livello globale.
La posta in gioco è alta perché la concorrenza è internazionale e le risorse limitate, ma le questioni vitali dei nostri Paesi restano ancorate a una proiezione mediterranea. La sfida è enorme e va fronteggiata con un’assunzione di responsabilità da parte di tutti i soggetti coinvolti, in una logica di partenariato su basi paritarie. Ma la complessità del tema è anche una ragione in più per spingere l’Unione Europea a volgere sempre di più il suo sguardo, la sua attenzione politica e le sue risorse verso Sud. In questo scenario, l’Italia -a cominciare dalle sue Università- intende svolgere un ruolo da protagonista.

Franco Frattini

Guarda l'intervento: http://www.unilink.it/LUCYWeek/

20.5.11 | Posted in | Continua »

EXPO 2015: GRAZIE A LETIZIA FINALMENTE IL FUTURO


Scrivo particolarmente a voi, miei giovani amici, perché é a voi che la vita riserva il futuro. E il futuro conosce certo le paure dell'ignoto ma anche e soprattutto la speranza (una volta si sarebbe detto: la ricerca della felicità). Parlo di futuro perché questa dimensione del tempo sembra scomparire dal nostro orizzonte. Ed è un cattivo segno. 

Penso all'Italia, penso a Milano in questi giorni. Milano ha vinto una gara di grandissima importanza, quella per l'assegnazione di Expo 2015. E' stato una vittoria italiana e bi-partisan. Ma tutti sanno (ed io per primo che ho una certa consuetudine ormai con il mondo e la sua geografia) che questa vittoria è arrivata non per caso e non dal cielo. E' arrivata dalla caparbia tenacia di una donna che voleva questo per la sua città e per il suo Paese: Letizia Moratti, sindaco di Milano. Letizia ha portato a casa un pezzo di futuro importante per far girare l'economia e l'immagine di un'intera regione e di tutta l'Italia. 

Eppure siamo ancora così malati da preferire il lato negativo della vita e da nasconderci anche queste cose buone e importanti per noi, il nostro futuro. Aggiungo che per tutti noi che assistiamo alla rinascita di Milano, in questi anni, appare stupefacente come gli stessi milanesi ancora non si siano accorti di questo. Abbiamo solo pochi giorni davanti a noi per aprire gli occhi, e per far vincere nella sfida di Milano la donna che ne rappresenta la migliore cultura.       

Franco Frattini

19.5.11 | Posted in , | Continua »

Frattini alla Conferenza Ministeriale ONU


 «Global Governance e Riforma del Consiglio di Sicurezza»

President Deiss,
Fellow Ministers,
Ambassadors,
Delegates,

I welcome the address President Deiss has just delivered to us. Through his wisdom and experience, he is encouraging us to take concrete steps on the way to a true reform of the Security Council. The President highlighted a fresh approach that, with a real compromise, might pave the way for a more democratic, representative and accountable Security Council.

Two years ago, when intergovernmental negotiations were launched by the United Nations General Assembly, the Italian Government hosted a ministerial conference in Rome in February 2009 in support of that process. It is in that same spirit that we decided to host today a second day of informal reflection on the prospects for promoting a reform of the Security Council.

We do so in the conviction that dialogue and exchange in an informal setting, together with the patient work of negotiation in New York, will pave the way to a Security Council reform that can be embraced by the largest majority of the membership. The key UN structure in the global governance of security is the Security Council, and every State will be affected directly by its restructuring. This is why Italy believes so firmly that dialogue and a spirit of compromise are the only way to arrive at a reform that strengthens the United Nations system as a whole and whose ownership can be claimed by each Member State. The opposite approach, to pursue divisive and partial distortions, would instead cause incalculable damage to the prospects of both Security Council reform and a strengthened role for the United Nations.

There is food for thought in the negotiations and in dynamics emerging in international relations.
1) First, integrated regional institutions are playing a larger and larger role. Africa and Europe have developed advanced integrated institutions at the continental level. The Caribbean Community and other sub-regional (and cross-regional) organizations in Asia, Africa, and Latin America are also making important progress in the direction of regional integration.

According to some proposals put forward in New York, we should give greater space to the regional dimension, by contemplating, for instance, a more active role of regional organizations in choosing their representatives on the Security Council. The African position, in fact, involves just that: the African Union would select the African representatives who appear on the election slate submitted to the General Assembly.

Regardless of the specific proposals that are tabled, as a matter of general principle I believe that the regional dimension cannot be ignored in the debate on SC reform.

I therefore encourage you to informally discuss the possible role of regional organizations and regional groups in the perspective of a reformed Security Council

2) Second, there are many – myself included – who feel that the renewal of the composition of the Security Council must go hand-in-hand with an improvement in working methods. There have been steps forward in recent years, for example a stronger commitment by the Council to consult with troop contributing countries, but there are many more that have been suggested.

Today I hope we can focus on the merit of these suggestions by considering how they impact the overall effectiveness and efficiency of the Council’s decision making.

3) Third, we should reflect on a principles-based approach to enlargement, without prejudging any final formula, which will be a decision of the UN General Assembly. A longer presence in the Council (through permanent or long-term seats) confers both rights and responsibilities. Obligations of being guarantor of peace and stability in the world imply qualifications for the job which have not been dedicate enough focus and discussion yet. There is thus a pressing need to discuss the general principles for representation, participation, and involvement in the Security Council of those who aim at shouldering greater responsibility.
Thank you for your attention.

Now the floor is open, starting with H.E. Ambassador Tanin and five Countries representing different geographic areas.



16.5.11 | Posted in , | Continua »

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