INTERVISTA A RADIO 24



24 MATTINO – RADIO 24
Conduttore: MILAN ALESSANDRO 

"L'Intervista". - Crisi libica. L'affermazione della Nato sulla necessitàdi una sua permanenza nel paese. La tempistica della missione e la caccia al colonnello Gheddafi. - Commento sulla manovra economica Intervista al Ministro degli Esteri Franco Frattini


31.8.11 | Posted in , | Continua »

GIU' LE MANI DAI DELFINI DI TAIJI


Cari ragazzi, cari amici della rete,

lancio un appello per dire basta e far sentire forte la nostra voce contro la tradizione che fa compiere ogni 1 settembre, in Giappone, un rituale di sangue contro i delfini di Taiji.

Nonostante le proteste giunte da ogni parte del mondo, nonostante l’impressionante numero di foto e video scioccanti che documentano il massacro, nonostante i reportage e l’attivismo degli animalisti, dopodomani, 1 settembre, assisteremo ancora una volta a questo esercizio di violenza gratuita che è ora di arginare.

Quando ho pensato di aprire questo blog e di aprire un profilo su vari social network, l’ho fatto con la consapevolezza che i nuovi media, oltre ad essere più rapidi e diretti nel far giungere un messaggio, riescono a volte a toccare il cuore degli uomini e, in qualche caso, a scoraggiare pratiche e tradizioni che oggi appaiono brutali. Insieme, ci siamo riusciti più di una volta!

Siamo tutti legati da un profondo affetto e da una sincera ammirazione per il Giappone ed il suo popolo soprattutto in questo tempo della durissima prova che sta affrontando. Ed è proprio per questo sentimento di amicizia e sincerità ci augureremmo che dal Giappone arrivasse un segnale di cambiamento.

Vi chiedo di unirvi a questo appello - che faccio solamente come singolo convinto che gli esseri viventi non umani abbiano il diritto a vivere e a non soffrire - per diventare insieme guardiani dei delfini di Taiji e condividere questo messaggio di speranza.

Franco Frattini

Guarda il servizio al TG2


30.8.11 | Posted in | Continua »

Frattini: «Aumentiamo l'Iva e l'età pensionabile. Basta veti leghisti»


Intervista a Libero
di Marco Gorra

«Immobilismo», «conservatorismo», «rigidità». Fino all'anatema: «Alla Lega resta poco tempo per dimostrare di non essere diventata un partito no global». Se persino Franco Frattini (oggi sarà al Meeting di Rimini di CI), che di mestiere fa il ministro degli Esteri e le parole le pesa per contratto, usa i termini di cui sopra, allora significa che il barometro segna burrasca.

Ministro, anche oggi avete incassato la quotidiana spettanza di niet padani...
«Cioè di un partito che è sempre stato innovatore e che ora non deve attestarsi sull'immobilismo. È il momento del coraggio, non delle iniziative di breve respiro».

Eppure un'aperturina sulle pensioni la Lega l'ha fatta.
«Infatti sulle pensioni di reversibilità siamo d'accordo. Ma si deve andare oltre. È chiaro che non vogliamo levare le pensioni a nessuno o toccare diritti acquisiti, ma dobbiamo fare un patto per garantire anche ai trentenni di oggi di avere domani una pensione».

E sulle Province?
«Anche qui va fatto un passo decisivo: è chiaro che nessuno, partiti da noi del Pdl, ha interesse a tagliare enti locali dove ha posti e potere. Però arroccarsi sulla loro difesa è sbagliato. Oltre a noi l'hanno già capito anche Pd, Udc e Idv, partiti con cui sul tema contiamo di trovare alleanze».

Il terzo punto dolente è quello dell'Iva. Quanto coraggio serve qui?
«Almeno un punto, ma potrebbero anche essere due. Non di più, ché poi sì che sarebbe recessivo. Ma portarla dal 20% ad un massimo del 22% genererebbe introiti per miliardi di euro che si potrebbero reinvestire su crescita e innovazione».

Il tutto facendo i conti con chi, come il ministro Calderoli, afferma di sentirsi «più bergamasco che lombardo»...
«Questo significa essere rimasti fermi. Il mondo è globalizzato e va per macroaree: se io mi sento prima bergamasco che lombardo, italiano, europeo e occidentale, sono destinato alla Cina. Conciliare il sentimento di appartenenza alle proprie radici con un mondo che funziona in termini di Pil globale si può e si deve, ma occorre sapere che chi ragiona per piccolissime patrie non sopravvive».

Il sindaco di Roma Alemanno sostiene che «ormai la Lega è la Rifondazione comunista del centrodestra». Sottoscrive?
«No, perché la Lega ha ancora la possibilità di non essere un movimento conservatore. Il Carroccio è stato un partito delle riforme, oggi ha ancora la chance di non essere un partito no global».

Quanto tempo c'è per scongiurare la bertinottizzazione definitiva di Bossi?
«Il tempo che manca all'arrivo in Aula della manovra. Allora le carte dovranno essere sul tavolo».

In tutto questo lunedì è in programma il vertice tra Berlusconi e lo stato maggiore del Carroccio. Come ci si arriva?
«Berlusconi ci arriva con uno stato d'animo di apertura a correttivi che introducano più crescita, più equità e più giustizia. Di certo non si fermerà alla manovra nella sua attuale formulazione».

E chi lo spiega a Tremonti?
«Lo farà Berlusconi. Che vuole metterci la faccia, intestarsi la manovra. Senza lasciarla in mani altrui».

Nemmeno in quelle del ministro dell'Economia?

Lo stesso vale per il Pdl e peri frondisti?
«Quando ho detto che ci voleva il coordinatore unico e mi sono saltati tutti al collo intendevo proprio questo. Con l'arrivo di Alfano al vertice si è innescata una diversità che è il sale del partito. I frondisti come Martino e Crosetto vanno ringraziati».

Anche perché aiutano i settori del governo che vogliono cambiare la manovra a mettere all'angolo la Lega?
«Perché fanno quel gioco di squadra che è il pungolo che serve adesso. Il ruolo dei partiti non è fare la sintesi, ma avanzare proposte rigide per avviare i negoziati».

Che poi è quello che fanno i leghisti.
«Ed è da loro che dovremmo imparare. Si presentano col "mai", poi passano al "mai, però" e poi arrivano ad un punto di mediazione».

Da una crisi all'altra: la guerra in Libia. Non si può dire che la sua sia stata un'estate rilassante...
«Non mi sono fatto mancare niente. Diciamo che non ricorderò l'estate del 2011 tra i momenti più belli della mia vita».

C'è chi sta peggio, tipo Gheddafi. Che ne sarà del Colonnello?
«Il Cnt deve dimostrare al mondo di essere diverso da Gheddafi e di sapere rispettare lo stato di diritto. Il dittatore va consegnato alla Corte penale internazionale e processato all'Aja».



26.8.11 | Posted in , | Continua »

IL MINISTRO FRATTINI ALLA XXXII ED. DEL MEETING DI RIMINI



Intervento: “La sfida del Mediterraneo: come conciliare responsabilità e diritti”

Amici del Meeting,
Signore e signori,

sono veramente lieto di essere ancora una volta presente al Meeting di Rimini. Questo appuntamento, vera eccellenza del Sistema Italia, è un’annuale fonte di vitalità, di quelle energie positive che solo la gioventù è in grado di sprigionare, anche nei momenti difficili come quello che il mondo, e con esso l’Italia, stanno oggi attraversando.

Desidero ringraziare gli organizzatori e rivolgere un caloroso saluto alle altre personalità che hanno accolto l’invito ad accompagnarmi oggi in questa tavola rotonda sul futuro della regione mediterranea.

E’ con grande trepidazione che seguiamo le ultime battute della crisi libica, con l’intento di scongiurare i pericoli di un bagno di sangue e di un vuoto di potere a Tripoli.

Scopriamo con orrore di migliaia di civili uccisi, di fosse comuni, di bambini di paesi poverissimi africani pagati come mercenari, di strategie ben organizzate per spingere migliaia di disperati sui barconi, a morire, come rappresaglia del regime.

E pensiamo ora, con più lucidità, che senza le risoluzioni dell’ONU e le missioni internazionali Bengasi e Misurata sarebbero rase al suolo.

Adesso che l’era Gheddafi è finita, possiamo forse fermarci a riflettere su questa “epidemia di speranza” che ha contagiato i popoli a noi vicini. Gli effetti sono ancora in corso, come dimostra la situazione siriana, ma la fine della più travagliata tra le primavere nordafricane segna senza dubbio l’epilogo di un ciclo. Un epilogo vittorioso.

Il suicidio di un giovane tunisino è stato la scintilla che ha innescato un incendio senza precedenti delle masse arabe. Dieci anni dopo l’11 settembre, una curiosa nemesi storica ha portato il tragico gesto di togliersi la vita -che troppo spesso abbiamo visto utilizzato come arma letale dell’estremismo contro innocenti di ogni nazionalità e fede - a scatenare le aspirazioni di migliaia di persone ad una giustizia più equa, ad una migliore qualità della vita. Alla felicità, per riprendere le efficaci parole del Cardinale Touran.

Così, ci siamo trovati spettatori di uno di quei momenti in cui la storia si rimette in moto con accadimenti che sconvolgono il quadro precedente di certezze. Noi europei avremmo dovuto sapere meglio di altri che non esistono popolazioni destinate, per ragioni storiche o religiose, all’esclusione dai benefici del progresso e della democrazia. Ancora negli anni ’70 certi pregiudizi segnavano l’immagine di Spagna, Portogallo e Grecia, che sono invece oggi democrazie consolidate. Successivamente, sarebbero stati i Paesi dell’est europeo a dissipare con i fatti le perplessità diffuse sulle “potenzialità democratiche” dei Paesi ex-comunisti.
Se abbiamo assecondato questo abbaglio nei riguardi dei Paesi nordafricani è stato per miopia e per calcolo: credevamo di aver trovato la scorciatoia per garantirci la stabilità alle porte di casa e la tranquillità necessaria a promuovere i nostri interessi.

Ci siamo sbagliati, perché certe spinte profonde che toccano l’essenza dell’animo umano sono inarrestabili. E perché il nostro interesse, in termini di sicurezza, prosperità e di gestione ordinata dei flussi migratori, non è e non può essere incompatibile con l’affermazione di tali diritti.

Ma la rivolta araba ha inciso in profondità anche sulle convinzioni diffuse negli stessi Paesi interessati. Quelle dei dittatori, che credevano bastasse sventolare la bandiera dell’anticolonialismo ed agitare il fantasma del terrorismo per mantenere regimi anacronistici basati sulla paura. O quella dei movimenti islamici radicali, che ritenevano di poter rappresentare la vera e unica alternativa.

Tutto questo è stato rimesso in discussione da alcune migliaia di giovani motivati e determinati. Chiedevano e chiedono dignità, diritti, lavoro, giustizia. Non sono contro, non hanno bruciato bandiere, né fatto appelli contro di noi.

2) Il tempo dell’incertezza. Egitto, Libia, Tunisia e Siria.
Da un quadro di false certezze siamo precipitati in un panorama dominato dall’incertezza. Ci chiediamo con apprensione: riusciranno ad affermarsi le istanze genuinamente ispirate al rispetto dei diritti e delle libertà? Sapranno i nuovi governanti premere sull’acceleratore delle riforme?

L’intensità dei rapporti bilaterali con l’Egitto, non solo a livello istituzionale ma anche sociale - come dimostra fra l’altro la collaborazione con gli amici egiziani avviata dal Meeting di Rimini -, ci spinge a seguire con grandissima attenzione l’evoluzione della situazione. La presenza sensibile di minoranze religiose, segnatamente quella cristiana, lo rende anche un caso paradigmatico del regime di libertà che potrà instaurarsi nei Paesi della sponda sud del Mediterraneo.

Il protagonismo dei partiti egiziani di ispirazione islamica dimostra forse come il rapporto tra religione e politica non sia ancora risolto in termini di chiara separazione, anche se vi sono iniziative interessanti, come la recente approvazione da parte delle principali forze politiche della dichiarazione di principi costituzionali proposta da Al Azhar. Noi crediamo che, se l’Islam non è stato il problema, non può però essere la soluzione. Siamo quindi decisi a sostenere i moderati respingendo le istanze oscurantiste e fondamentaliste, in favore di un Egitto aperto e rispettoso delle sue plurime identità.

In Libia, è essenziale puntare sulla riconciliazione, per evitare che sulle divisioni claniche della società si innestino contrasti di interesse nella gestione del Paese che portino ad incrinarne l’unità. Per favorire questo processo sarà fondamentale definire con maggiore concretezza il sostegno alla ricostruzione che saremo in grado di dare. Assistenza tecnica, formazione, trasferimento di know-how, sicurezza e gestione delle infrastrutture sono gli ambiti in cui si è incentrata l’azione che l’Italia ha dispiegato sin d’ora, insieme all’aiuto umanitario. Intendiamo proseguire su questa strada, d’intesa con le autorità del CNT. L’incontro tenutosi ieri a Milano fra il Presidente Berlusconi ed il Capo del Governo del Comitato ha consolidato la collaborazione proficua istaurata già mesi fa con Bengasi.

La determinazione del CNT di scongiurare ogni pericolo di infiltrazione di movimenti estremisti va sostenuta con forza.

In Tunisia osserviamo con preoccupazione la nuova ondata di proteste. La rapida evoluzione della crisi aveva placato le ire della popolazione ma i nuovi sviluppi dimostrano che bisogna accelerare con maggiore convinzione le riforme. E che l’Europa non può assistere agli eventi senza sviluppare in concreto un piano generoso e urgente di sostegno economico che prevenga la frustrazione, talora la disperazione, di milioni di giovani che, dopo le speranze della fine della dittatura, non vedono un futuro!

In Siria, il potere mostra il suo lato più crudele e più tetro. Il baratto “stabilità regionale in cambio di silenzio sulle atrocità” è un vero e proprio ricatto morale a cui Damasco intende sottomettere la comunità internazionale, dimostrando di non aver compreso che i tempi sono cambiati.

L’Italia ha appoggiato le sanzioni europee, richiamato l’Ambasciatore a Damasco per consultazioni, e condiviso la definizione del comunicato con cui l’Alto Rappresentante europeo Lady Ashton ha intimato al Presidente Assad di cessare le violenze e fare un passo indietro.

2) Un decalogo per un futuro condiviso
Si impone dunque un ripensamento su come proiettare efficacemente gli ideali di libertà e democrazia nei nostri rapporti con i Paesi della sponda sud del Mediterraneo. Ma che cosa dovrebbe idealmente concludere un decalogo per un futuro del Mediterraneo che concili stabilità e diritti? Mi limito ad alcuni spunti:
- Focus sull’uomo. E sulla donna.

Le proteste degli scorsi mesi hanno ricordato alla comunità internazionale che non si può trascendere dall’obiettivo vero di ogni seria politica bilaterale o multilaterale, ovvero il benessere dei cittadini, le loro aspirazioni, il diritto di ognuno a partecipare, esprimersi, pregare. In altre parole, di scegliere liberamente, pur nel rispetto degli altri e delle norme di convivenza.

Ecco perché torno sempre a battere sulla centralità della libertà di religione nel quadro delle garanzie da accordare ai cittadini. Ne ho fatto una delle linee definitrici della politica estera del Governo italiano proprio nella convinzione che, in molte zone del mondo, tutelare la libertà di professare una fede sia presupposto di convivenza, volano di distensione con i Paesi vicini e premessa di sviluppo.

Il rispetto dei diritti umani non sarà davvero tale se non verrà esteso anche alle donne. Le immagini televisive che ci sono giunte per giorni da piazza Tahrir, al Cairo, hanno rivelato il protagonismo delle donne egiziane. Il futuro sarà davvero diverso se saprà dare anche a loro maggiori diritti, se saranno riconosciuti i loro meriti ed il loro ruolo non solo nella famiglia ma nella società, nell’economia, nella politica. Nessun Paese può permettersi di trascurare il contributo della componente femminile. E’ chiaro, quindi, che un arretramento su questo fronte segnerebbe una sconfitta delle ragioni stesse della rivoluzione.

- Crescita condivisa.
L’unica politica tale da scompaginare stabilità e diritti è quella che crea lavoro, opportunità e futuro. Quante volte l’Italia ha fatto appello alla Comunità Internazionale per la messa a punto di un più deciso programma di assistenza finanziaria per i Paesi arabi! Certo, l’economia internazionale versa in condizioni molto serie, tra crisi del debito, attacchi speculativi e crescita stentata. Ma, pur in un quadro di difficoltà, non va smarrita le priorità di accompagnare i nostri vicini mediterranei verso un futuro più libero e prospero.

L’Italia lo sta facendo, insistendo sui legami e contatti che ci rendono partners affidabili di Egitto e Tunisia, ideando formule per venire incontro alle esigenze delle autorità di Bengasi e della popolazione in Libia .

Ma noi crediamo che sia l’Unione Europea a poter davvero far prevalere gli interessi regionali di lungo periodo sulle priorità nazionali a breve. accordi di libero Occorrono subito accordi di libero scambio con Egitto, Tunisia, Marocco e Giordania; e l'avvio di colloqui esplorativi con Tunisia ed Egitto, e la continuazione di quelli con Rabat, sui temi migratori.

In una mia recente missiva al Commissario per la politica di vicinato, ho insistito in particolare sul sostegno alle piccole e medie imprese, in virtù delle benefiche ricadute sull’occupazione e lo sviluppo locale. Se questo non accadrà, i giovani che hanno contribuito alla fine di regimi autoritari si scopriranno ancora poveri, disoccupati, disperati. La speranza di cambiamento rischierà di svanire tra le sirene della restaurazione islamista.

- Coesione internazionale
Credo, infine, che valga la pena indicare tra gli ingredienti della nostra strategia nella regione anche quello della ricerca di un consenso allargato e trasversale rispetto ad obsoleti schemi di alleanze.

Il Gruppo di Contatto sulla Libia riunisce oltre 30 Paesi di tradizioni diverse: occidentali ed arabi, cristiani e musulmani, si sono ritrovati uniti nel dire che Gheddafi se ne deve andare. Alla NATO si sono affiancati Paesi arabi convinti che la causa di Bengasi meritasse anche un aiuto militare.

Ma è forse il caso siriano ad essere il vero banco di prova di una crescente sintonia sul tema dei diritti umani che sembra ormai esistere nei fatti, al di là dei tradizionali distinguo sul confine tra sovranità e diritto di ingerenza.
Nel XXI secolo un regime che massacra la propria popolazione perde legittimità e va condannato. Così hanno fatto non solo l’Italia, la UE, gli USA ma anche la Lega Araba, l’Irak, il Consiglio di Cooperazione del Golfo. Dal punto di vista dei diritti umani, questi eventi non possono essere considerati una questione interna. Emerge, unanime, la convinzione che ci sono limiti oltre i quali nessun regime può spingersi.

Nessun Paese è del tutto impermeabile all’evoluzione
del pensiero e del diritto internazionale. In questo c’è forse un elemento di speranza ed un concreto terreno di convergenza per il futuro.

3) Prudenza e coraggio. Rilanciare a partire da un approfondito dialogo interculturale.
Il moto spontaneo di simpatia suscitato dai fatti di Tunisia ed Egitto sta lasciando il posto ad una crescente perplessità dell’opinione pubblica, che vede oggi allontanarsi l’obiettivo di reale stabilizzazione della regione.
Sono oscillazioni comprensibili ma eccessive degli umori collettivi. I cambiamenti radicali sono patrimonio delle generazioni, non degli individui.

La prudenza è d’obbligo. Ma non tiriamo il freno a mano facendoci prendere la mano dalle paure a breve termine (per esempio quella di un’invasione di immigrati) e rischiando di compromettere le opportunità del futuro. Bisogna saper rilanciare con coraggio. Mutuando il termine usato per definire la nuova fase dei rapporti USA-Russia, potremmo dire che è giunta l’ora di studiare un “reset” dei nostri rapporti con la sponda sud del Mediterraneo.

C’è bisogno di un nuovo umanesimo. Dobbiamo tornare a conoscere l’altro, capirlo senza giudicarlo. Non voglio fare retorica. Sono tempi difficili in cui chiedere uno sforzo di apertura e integrazione rischia di sembrare un esercizio di buonismo lontano dalle preoccupazioni di tutti i giorni.

Ma non è solo un appello morale. E’ un appello al buon senso, ad una ragionata valutazione dei nostri interessi e dei vantaggi che possono derivare da un’apertura sincera.

Come italiani abbiamo le credenziali giuste per promuovere e sostenere il dialogo interculturale e interreligioso nel mondo. Su questo terreno possiamo fare la differenza.

Nel Mediterraneo, poi, non si tratta di favorire l’incontro fra culture quanto piuttosto quello di aiutare una cultura a ritrovare se stessa. Perché quella mediterranea è una civiltà che accomuna tutti i popoli, dove il solco che le disuguaglianze – di mezzi e di diritti - hanno scavato tra la sponda nord e la sponda sud non tiene conto di secoli di scambi, di reciproche influenze e condizionamenti. Non temiamo, nel rispetto delle regole e delle leggi, di aprirci al sud del mondo: l’accoglienza, l’integrazione di esseri umani è un percorso complesso. Richiede generosità, e l’Italia può darla, ma anche determinazione per chiedere, a chi viene da cultura e religioni differenti, di rispettare sempre le nostre regole e la nostra fede come noi rispettiamo la loro. E’ il grande, delicato tema della reciprocità: per quanto tempo ancora potremo, quasi nel silenzio e nell’indifferenza della comunità internazionale, accettare che milioni di cristiani non possano pregare perché in alcuni Paesi le chiese sono proibite e i fedeli puniti, magari con la scusa poliziesca del proselitismo attivo vietato dalle leggi? L’umanesimo che abbiamo in mente o è globale o non è.

I giovani hanno dalla loro il tempo, l’apertura mentale e la padronanza delle tecnologie per colmare l’abisso di diffidenza che ci separa. Anche per questo tengo particolarmente ad un vero e proprio programma Erasmus per il Mediterraneo che contribuisca a definire orizzonti comuni. I giovani arabi che hanno stupito il mondo si sono assunti il compito di cambiare i loro Paesi. Ma hanno indirettamente dato anche a noi, ed in particolare alle giovani generazioni occidentali, una responsabilità molto seria: quella di ascoltare, capire ed aiutare l’ala più autenticamente libera e moderata delle rivolte. Dovremo riuscire a farlo senza pregiudizi e paternalismi. Grazie.





26.8.11 | Posted in , , | Continua »

Frattini: «Ora niente giustizia sommaria devono agire da Stato di diritto» 


INTERVISTA AL MESSAGGERO
Fabrizio Rizzi

«Gheddafi va catturato vivo, sappiamo che si rifugia nei sotterranei dell'ospedale, ma deve essere processato dal Tribunale dell'Aja. Ciò non esclude che anche un tribunale libico possa giudicarlo, dal momento che non deve rispondere soltanto di crimini contro l'umanità». Franco Frattini, ministro degli Esteri, spiega come l'Italia, che per anni è stata partner commerciale privilegiato di Tripoli, vuole tornare ad assumere un ruolo da protagonista nella transizione che si augura rapida e pacifica. L'Eni sta già riattivando gli impianti. E il nostro Paese aiuterà Tripoli nell'arduo compito della ricostruzione verso la democrazia tracciata dal presidente Abdel Jalil.

Ormai si parla di resa condizioni per il regime di Gheddafi. È così ministro?
«Sono stato impegnato tutto il pomeriggio proprio in una conference-call del gruppo ristretto che si occupa di Libia. C'era anche Hillary Clinton tra i tanti ministri degli Esteri, fra cui quelli di Francia, Germania, Qatar, Emirati Arabi. Il primo messaggio che ne è scaturito è stato questo: siamo agli ultimi dieci metri, ma il controllo totale di Tripoli ancora non può essere dato per acquisito. Dunque, calma prima di parlare di vittoria».

E adesso che succederà con l'immenso patrimonio libico sotto forma di azioni, nelle banche e nelle varie istituzioni economiche europee?
«Anche di questo abbiamo parlato. E' stato confermato che si va verso lo scongelamento del blocco dei beni, così come era stato deciso nella riunione del Gruppo di contatto. C'è ancora la riluttanza del Sudafrica da superare: ritengono che non sia stata ancora costituita la Banca centrale libica, ma il Cnt ha fatto sapere di averla appena istituita. Per cui è prevedibile che da questo scongelamento arriverà un forte afflusso di denaro che si irradierà e permetterà di riattivare i canali industriali e commerciali ma anche i pozzi di petrolio. Di non minore importanza, il sostegno per una cooperazione più stretta tra Cnt e Onu per l'aspetto umanitario, quanto mai necessario in questa fase».

Il Gruppo di contatto che fine farà?
«Nei prossimi giorni sono previste varie iniziative sia all'Onu con riunioni tra Ban Ki moon e i rappresentanti della Lega araba e dell'Unione africana, che a Bruxelles sfoceranno nello scioglimento del gruppo di contatto. Proprio oggi avrà luogo la riunione straordinaria degli ambasciatori dei 27 Paesi Ue che compongono il Cops, Comitato politico e di sicurezza dell'Unione. Faranno il punto sulla situazione e decideranno le iniziative da assumere per garantire la sicurezza nel Paese».

Che fine farà il Trattato di amicizia con l'Italia? Può essere ripristinato?
«Il Trattato potrebbe essere rimesso in vita, certamente, l'ha confermato il Cnt. Il nuovo governo vuole mantenere gli impegni nei confronti del nostro Paese, anche se era stato firmato dal precedente esecutivo».

Le Borse hanno salutato con una risalita dei listini questa nuova fase a Tripoli. Le imprese italiane sono garantite?
«Le Borse hanno agito così perché si comprende la prospettiva di una nuova fase che si apre sotto il segno della pacificazione. Il governo degli insorti, il Cnt, riaprirà i pozzi. E anche le imprese italiane presenti sul territorio vedranno rispettati i loro contratti dopo una fase di grande incertezza. Questo vale per le grandi come per le piccole imprese».

Quindi lei pensa che gli italiani riceveranno benefici da questa situazione?
«Certamente si. Non svelo un segreto se dico che i tecnici dell'Eni sono già stati chiamati a Bengasi per la riattivazione degli impianti. Ci sono stati incontri tecnici nelle scorse settimane. Gli impianti per lo più erano fatti da italiani, dalla Saipem, quindi è chiaro che il gruppo Eni ha assolutamente un futuro da numero uno».

E per tutte le altre imprese, cosa accadrà?
«Noi immaginiamo il futuro della Libia, avviando già adesso dei team per la ricostruzione politica, economica, infrastrutturale ed energetica. Naturalmente il futuro è nelle mani dei ibici. Ma la road-map, la strada della democrazia, tracciata dal presidente Abdel Jalil, è quella giusta».

E' possibile che la situazione possa sfuggire di mano agli insorti? Teme possa scorrere il sangue a Tripoli?
«Auspico che Gheddafi sia catturato vivo. Deve essere processato dalla Corte internazionale dell'Aij. Ci sono indicazioni che possa rifugiarsi nei sotterranei dell'ospedale, per cui non può sfuggire all'arresto. Ci sono poi defezioni della guardia a valanga, non è più un segreto. Sappiamo molte cose di quel che sta succedendo a Tripoli grazie al capo della sicurezza che ha dato indicazioni precise. D'altronde, tempo fa avevo detto che soltanto l'implosione del regime avrebbe decretato la fine di Gheddafi. E così sta succedendo».

Non c'è il rischio di guerra civile prolungata?
«Non vedo il rischio di una lunga guerra. Ci sono state defezioni di massa di ufficiali e della Guardia presidenziale. L'unico pericolo vero sono i mercenari non libici che ancora si aggirano per Tripoli, ciadiani, maliani, nigerini. Questi hanno una doppia spinta: la disperazione e la mancanza di denaro, la voglia di darsi al saccheggio. E qui il messaggio deve essere chiarissimo anche per l'opposizione a Gheddafi: no alle vendette, no alle rappresaglie, alle uccisioni di massa, rispetto per i prigionieri, come ha detto il presidente Jalil».

Sul rispetto dei diritti umani avete ricevuto rassicurazioni?
«Noi sosteniamo la posizione di Jibril il quale si è espresso peri giusti processi non a quelli sommari. Per intenderci, no alle fucilazioni. Ma noi abbiamo sottolineato anche un fatto: non fate agli uomini di Gheddafi ciò che loro hanno fatto contro di voi, usate metodi da Stato di diritto».




23.8.11 | Posted in , | Continua »

Frattini: «L'arresto di Saif un passo cruciale verso la vittoria» 



Intervista a La Stampa

Ministro Frattini, che cosa rappresenta l'arresto di Saif al Islam, il figlio più vicino a Gheddafi?

Si combatte a Tripoli. I morti sarebbero centinaia. Sono le ultime drammatiche ore del regime di Gheddafi?
«Il bagno di sangue è l'ultimo capo di imputazione che andrà contestato al regime, a Muammar Gheddafi che di fronte al sangue di libici incita i suoi mercenari a non fare prigionieri. L'unica via che deve percorrere Gheddafi è quella di arrendersi».

Le notizie convulse delle ultime ore sembrano tutte comunque confermare che si combatte in città, a Tripoli. E che la vendetta dei lealisti si annuncia tremenda...
«Nostre fonti e fonti del Cnt, il Comitato nazionale di transizione, convergono nel segnalare che sono in atto scontri tra mercenari di diverse etnie per poter razziare la popolazione. Si ammazzano tra loro per saccheggiare la città».

Il raiss non ha mai voluto ascoltare gli appelli ragionevole alla resa.
«Al punto in cui siamo giunti, Gheddafi deve uscire di scena. Il regime dovrebbe indicare due autorevoli esponenti che non si sono macchiati di delitti di sangue per...».

Ministro Frattini, la interrompo, non è la proposta dell'Onu di un comitato di quattro saggi che nominano un quinto rappresentante al di sopra delle parti per avviare la transizione libica ormai superata dagli eventi?
«Sì, nella forma, non nella sostanza».

Uno di questi esponenti potrebbe essere l'ex numero due del regime, Jalloud, riparato in Italia l'altro giorno?
«Ha certamente tutte le caratteristiche per esserlo. Non spetta a noi indicarlo. Lui chiarirà la sua posizione quando lo riterrà opportuno. Sono convinto che in molti riconoscerebbero a lui un ruolo importante nella costruzione della nuova Libia».

Sei mesi da quella scintilla scoppiata a Bengasi il 15 febbraio scorso. Fino a poche settimane fa, regnava il pessimismo di fronte a un evidente stallo del conflitto. Oggi siamo all'epilogo?
«Siamo vicini all'epilogo. La situazione è in continua evoluzione, la Nato continua con il suo apporto logistico, l'opposizione ormai ha quasi occupato del tutto l'aeroporto internazionale di Tripoli, anche quello militare e civile di Mittiga sta per essere conquistato. E poi i 40 cecchini appostati su un palazzo si sono arresi e quattro importanti quartieri della capitale sono stati liberati».

Senta ministro, come si può cercare di far ragionare Gheddafi che parla di schiacciare i ratti...
«Non possiamo non rivolgergli l'appello ad arrendersi, anche se i segnali sono tutti negativi. Certo, nonostante il mandato di cattura internazionale, c'erano margini perché si potesse immaginare una coabitazione in terra libica di Gheddafi e del nuovo governo e regime democratico. Ma ormai gli eventi riducono i margini di una possibile mediazione».

In queste ore arrivano notizie da Tripoli di nuove defezioni importanti.
«Ci attendiamo nelle prossime ore una resa di massa di ufficiali e di dignitari del governo. Noi sappiamo che non tutti gli esponenti del regime si sono macchiati di delitti di sangue e non è un segreto che Gheddafi, dopo le defezioni di ministri importanti, come quello degli Esteri, Moussa Koussa, ha nei fatti deportato nella sua cittadella militarizzata dignitari con le famiglie, per evitare il rischio di altre defezioni. Ma adesso che la cittadella viene bombardata dalle forze Nato, si sono aperti dei varchi perché si concretizzi una resa di massa».

In attesa della fine di Gheddafi, stiamo già lavorando per la nuova Libia?
«Con gli Usa, la Francia e l'Inghilterra stiamo lavorando insieme al Cnt per rimettere in sesto il Paese. Per consentire agli impianti di tornare a estrarre il petrolio, per ricostruire le infrastrutture danneggiate. C'è un team operativo che già lavora a Bengasi. L'Italia sta già facendo molto per la formazione di quadri della nuova Libia nei settori della sicurezza, sanità e media».



22.8.11 | Posted in , | Continua »

L'Italia chiede l'immediata liberazione del Presidente della lega siriana per i diritti dell'uomo


L'Italia chiede l'immediata liberazione di  Abdel Karim Rihaoui

Un forte appello alle autorità siriane per la liberazione immediata del Presidente della Lega siriana per i diritti dell’uomo Abdel Karim Rihaoui, è stato rivolto oggi dal Ministro degli Esteri Frattini che ha anche sollecitato fermamente il regime del Presidente Assad a porre fine alla violenza e agli atti di intimidazione contro la propria popolazione ed aprire un credibile processo di dialogo e riforme .
La piena garanzia dei diritti degli oppositori politici e della loro libertà a manifestare pacificamente rimane condizione imprescindibile affinchè il regime siriano possa ritornare ad essere un interlocutore per la comunità internazionale. L’auspicio dell’Italia è che anche il Consiglio Diritti Umani delle Nazioni Unite faccia sentire con forza la sua voce presso le autorità di Damasco per la liberazione di Abdel Karim Rihaoui unendosi agli appelli già rivolti da altri leaders occidentali.

12.8.11 | Posted in , | Continua »

FRATTINI: PRIMAVERA ARABA, L'ITALIA SOSTIENE IL CAMBIAMENTO


Franco Frattini auspica che "la primavera araba sia un processo politicamente irreversibile" e che garantisca "un futuro migliore a tanti milioni di giovani".  L'Italia, da parte sua, intende, senza invadenze, "aiutare, quanti hanno promosso il cambiamento, a consolidare questo risultato". Cosi' il ministro degli Esteri in un'intervista esclusiva concessa al sito web dell'Agenzia Italia in arabo (www.agiarab.com) sui principali focolai di crisi in tutto il Nordafrica e il grande Medio Oriente.


Ovviamente il titolare della Farnesina rivendica che l'Italia "e' stato tra i primissimi Paesi ad aiutare questo processo di transizione", ma, ci tiene a sottolinearlo, rispettando sempre "le scelte e le volonta' dei popoli. Noi non siamo mai quelli che presentano una soluzione, che esportano la democrazia. Noi possiamo aiutare a consolidare dei risultati ma nelle mani di coloro che li hanno promossi".


L'arma della diplomazia, senza avventurismi di singoli governi ma condividendo ogni iniziativa con le istituzioni internazionali, Onu ed Ue in primis, e' per Frattini la chiave universale per affrontare tutte le crisi. Cio' a partire dalla sanguinosa repressione in corso in Siria: "Io sono stato tra i primi a chiedere che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si pronunciasse. Mercoledi' questo e' accaduto. C'e' stata una condanna per le violenze", ma, ha proseguito il ministro, questo non basta: dobbiamo continuare a "chiedere che le violenza si fermi subito" perche' non si puo' parlare "quando ancora ci sono i morti nelle strade e l'esercito spara". Per questo Frattini ha rivendicato la sua scelta di richiamare a Roma l'ambasciatore a Damasco: "Abbiamo voluto fare un gesto politicamente forte", osserva, rammaricandosi pero' che l'esempio dell'Italia non sia stato seguito da altri Paesi, a conferma "della lentezza di reazione a livello europeo e della comunità internazionale". Il capo della diplomazia italiana e' comunque fiducioso che "il regime siriano comprenda che la strada dell'isolamento non gli conviene e che quindi vengano immediatamente sospese le violenze".

Sulla missione Nato 'Unified Protector' in Libia, giunta ormai quasi al quinto mese, Frattini riconosce che la missione "si sta trascinando", ma, rivendica che questo accade proprio "perche' il nostro obiettivo non e' quello di uccidere Gheddafi. Se fosse stato quello, forse la guerra sarebbe durata di meno". In Libia, ricorda invece, "siamo intervenuti per proteggere i civili libici ed e' una risoluzione dell'Onu (la 1973, ndr) che ci chiedeva questo". L'Italia per Frattini non sarebbe comunque potuta restare indifferente e sta giustamente facendo la sua parte, militarmente, ma anche diplomaticamente: "Abbiamo visto nascere e abbiamo riconosciuto" tra i primi "un governo transitorio, un governo che non e' piu' solo di Bengasi ma che rappresenta ormai le aree piu' importanti del territorio libico". Per Frattini ora l'obiettivo e' contribuire "a trovare una soluzione politica in tempi estremamente rapidi chiedendo ancora una volta che l'offerta di un dialogo sia accettata da Tripoli, che consenta a degli interlocutori", autorevoli, "di sedersi intorno a un tavolo con il coordinamento delle Nazioni Unite. L'unica precondizione che poniamo tutti, ormai anche l'Unione Africana, e' che Gheddafi non puo' essere parte del futuro della Libia perche' lui e' responsabile addirittura di crimini contro l'umanita', come dichiarato dal procuratore presso la Corte Penale Internazionale".

Mercoledi', si e' aperto al Cairo il processo all'ex presidente egiziano Hosni Mubarak, per Frattini un altro elemento della transizione, che, come per quello (in contumacia) per Zine el Abidine Ben Ali' in Tunisia, "deve essere equo". Il ministro auspica "che non si tratti della vendetta del nuovo governo contro il vecchio. Io vorrei che un regime non democratico, che ha fatto certamente del male al proprio popolo, non venga trattato nello stessa maniera ora che il regime e' cambiato. Lo stesso ci aspettiamo dalla Tunisia".

Il ministro degli Esteri ha infine fatto riferimento alla "disputa sui confini (tra Iraq e Kuwait) che rischia di creare delle scintille gravi". Frattini ha pero' rassicurato che nei suo recenti incontri con gli omologhi di Iraq, Hoshyar Zebari e Kuwait, Sheikh Mohammad Sabah Al-Salem Al-Sabah, ha percepito che "tra i due paesi c'e' una volonta' di dialogare".

Disponibilita' che l'Italia intende facilitare, "invitando le due parti, con il rispetto piu' assoluto, a ritrovarsi e risolvere questa disputa territoriale nel piu' breve tempo possibile". A tal fine Frattini ha anche offerto di ospitare a Roma eventuali colloqui: "Sarebbe splendido anche perche' tutti i due paesi sanno che l'Italia e' un Paese amico, e che soprattutto ha soltanto l'interesse alla stabilita' di quella regione, alla riconciliazione. Noi, a differenza di tanti altri Paesi, non abbiamo mai vissuto un passato coloniale in termini di interferenza sui popoli. Noi ci siamo sempre comportanti con assoluto rispetto ed e' probabilmente anche per questo che molti paesi arabi, direi tutti, hanno fiducia nell'Italia.


5.8.11 | Posted in , , | Continua »

SIRIA - METTIAMO ASSAD ALL'ANGOLO


Il Ministro degli esteri Franco Frattini pubblica sul suo blog  un' INTERVISTA ad AVVENIRE sull'orribile repressione contro la popolazione civile in Siria.

Il richiamo dell’amba­sciatore italiano a Da­masco Achille Amerio per protestare con forza contro la spietata repressio­ne dei civili in Siria. E anco­ra, il sostegno ai cristiani perseguitati in Iraq e un pri­mo volo di aiuti verso Mo­gadiscio con l’intenzione di incrementare l’impegno. La giornata di ieri ha segnato un’intensa attività diploma­tica di segno umanitario. 
Con il ministro degli Esteri Franco Frattini parliamo delle decisioni prese dalla Farnesina, cominciando dal gelo sceso nei rapporti con Damasco. 

Ministro, il deciso passo ita­liano di interrompere tem­poraneamente le relazioni diplomatiche con Damasco sarà seguito dalle altre can­cellerie europee?
L’Italia ha voluto inviare un messaggio politico molto chiaro a Damasco e per rafforzarlo ha proposto il ri­chiamo degli ambasciatori di tutti i Paesi dell’Ue in Si­ria. Noi abbiamo sostenuto le sanzioni europee e abbia­mo scelto per primi di ri­chiamare l’ambasciatore perché non potevamo resta­re inerti davanti a un simile massacro di civili. Ci sono stati 1600 morti, 14 mila fe­riti e tremila oppositori scomparsi nel nulla. Quan­do gli ambasciatori dell’Ue si sono ritrovati per prote­stare con il governo siriano, la posizione di condanna dell’orribile repressione era unanime. Poi ciascuno sta­to assume le posizioni che ritiene.

Al momento, però, la Commissione eu­ropea ha deciso di mantenere il capo della delegazione diplomatica nella capitale siriana.
Ripeto, si tratta di una deci­sione dei singoli Stati. Noi abbiamo congelato anche i progetti della Cooperazione per 50 milioni. Abbiamo mantenuto attivo solo un progetto per l’accoglienza dei profughi iracheni, ma certo un governo che mas­sacra i civili non riceverà più un euro dall’Italia.

Roma richiama l’ambascia­tore dopo che il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, riunito­si su richiesta della Farnesi­na, per ora non riesce ad ap­provare alcuna risoluzione di condanna. Cosa divide la comunità internazionale?
Il timore di Russia, Cina e In­dia di un’evoluzione del con­flitto siriano sul modello li­bico. Noi crediamo che si debba arrivare invece a una risoluzione delle Nazioni U­nite che imponga ad Assad di terminare la repressione cruenta. 

Ci sono gli estremi per de­ferire Assad alla Corte pe­nale internazionale per cri­mini contro l’umanità?
Anche questa è un’iniziativa dei singoli Stati e del procu­ratore del Tribunale penale che ha tutti gli elementi per agire. Non è, però, l’unico fronte su cui agire per incre­mentare la pressione politi­ca e diplomatica sul regime di Damasco perché cessi le violenze e apra un tavolo di trattativa con l’opposizione. Occorre convincere anche gli stati arabi e non solo le diplomazie occidentali a prendere una posizione for­te. 

Veniamo all’Iraq. Ieri a Kirkuk un’autobomba ha colpito una chiesa cattolica causando 20 feriti. Cosa può fare l’occidente per far ces­sare questa persecuzione?
Ribadisco, come ho fatto al­le autorità religiose e civili i­rachene nella mia recente vi­sita nel Paese, l’impegno del governo italiano per aiutare la comunità cattolica a re­stare. A Kirkuk in concreto pensiamo progetti concreti come la costruzione di un centinaio di alloggi per le coppie cristiane. 

Infine, la siccità nel Corno d’Africa. Stanotte è partito un primo cargo della Coo­perazione Italiana per Nai­robi. Come intende impe­gnarsi l’Italia? 
Stamane a Nairobi consegne­remo alle autorità kenyane ol­tre 40 ton­nellate di beni alimentari per contri­buire a sostenere le oltre 440mila persone presenti nei sovraffollati campi di Da­daab. L’operazione ha un va­lore complessivo di oltre 200mila euro e si aggiunge agli interventi umanitari che la Cooperazione italiana ha da due anni in corso nell’a­rea per un valore complessi­vo di 20 milioni. Sono previ­sti nei prossimi giorni altri voli umanitari e, a margine dell’Assemblea generale del­l’Onu del prossimo settem­bre, l’Italia promuoverà con l’Uganda una conferenza degli Stati donatori. Ricordo anche l’impegno italiano per la sicurezza. Paghiamo in­fatti i salari a poliziotti e mi­litari delle forze del governo di transizione per evitare che passino tra le file degli estre­misti islamici di al Shabaab. E in Italia i carabinieri stan­no addestrando gli agenti delle forze di sicurezza del governo di Mogadiscio.

Paolo Lambruschi


VEDI ANCHE IL SERVIZIO DI CLAUDIO PAGLIARA PER TG1 - http://www.youtube.com/watch?v=dUG1jb9w0ts

3.8.11 | Posted in , , , | Continua »

CRISI - UN CONTRIBUTO PER SCACCIARE I FANTASMI DEGLI ULTIMI TEMPI


Il Presidente ha fatto un discorso importante, teso, istituzionale. Quel che accade all’Italia, l’Italia non si merita - come autorevolmente ha scritto il principale quotidiano nazionale - indicando il primo obiettivo: domare l’incendio. In questi giorni, infatti – pur tra voci stonate - dalle rappresentanze delle parti sociali e da settori dell’opposizione una nuova consapevolezza è maturata e bene ha fatto il Presidente Berlusconi a incoraggiare questo processo di riavvicinamento e di appartenenza nazionale come l’ora difficile richiedeva e richiede. E come tutti i Paesi toccati dalla crisi (dagli Usa alla Spagna) hanno saputo con responsabilità interpretare. Non era e non può essere né il tempo delle polemiche né quello delle scorciatoie ed a questa maggioranza – senza inutili arroganze e con un nuovo spirito di fratellanza nazionale – spetta principalmente il doppio compito di difendere il nostro Paese dagli attacchi della speculazione finanziaria ma anche di riavviare il motore dello sviluppo. Lo saprà fare, lo sapremo tanto più fare quanto più sapremo far crescere la pianta della fiducia intorno a noi e intorno all’Italia. Non è bastato né bastava difendersi, bisogna contrattaccare. Il Presidente Berlusconi lo ha capito ed il suo discorso non è solo la migliore conferma della fiducia che gli Italiani gli hanno dato in questa legislatura, ma anche un importante contributo a scacciare tutti i fantasmi di questi ultimi tempi.

3.8.11 | Posted in , | Continua »

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